Al and The Dampers – Grow Up

Al and The Dampers, Grow UpLa copertina fa subito pensare alla celeberrima dei Pink Floyd, però qui la mucca è di tutt’altra razza. Anzi, forse la razza della mucca è sempre inglese, ma il dischetto segna l’esordio di un gruppo fondamentalmente rockabilly, sostenuto da un rock ‘n’ roll d’annata con venature che vanno dall’hillbilly al blues.
Provengono dalla provincia di Milano Al ‘Cash’ Cicirello, voce, chitarre, banjitar, Marco ‘Slim Marky’ Ravasi, armonica, cori, Maurizio ‘Bam Bam’ Terlicher, batteria, percussioni, cori, Luca ‘El Ciampo’ Ciampini, contrabbasso, e una delle prime cose che “salta all’orecchio” è che costituiscono un insieme musicalmente coeso. Poi non so se nella quotidianità si prendono a botte o insulti, qui agiscono come un tutt’uno senza sbavature, compatti nel produrre sonorità che s’inseriscono nel filone dell’America anni Cinquanta ma con spunti moderni e originali.
Devo dire che si tratta di un disco dal carattere molto spensierato il cui contenuto proprio per sua natura rende sicuramente meglio per radio, dal vivo, in macchina… ovunque tranne che in una situazione diciamo intima e/o molto attenta come quando si è bisognosi o predisposti, per umore o volontà, all’ascolto “totale”. Si tratta di music for fun, se si può dire.

Oggettivamente la leggerezza non è un difetto, ma soggettivamente può diventarlo e devo dire che nel mio caso ho fatto un po’ fatica a sopportarla, per motivi personali che nulla hanno a che fare con la bontà e la coerenza di quest’opera prima. Posso pure dire quali sono questi motivi, che alla band in questione non interesseranno, ma dato che questo sito non è una vetrina dedicata a band di belle speranze o un magazine di novità e annunci, chi si sottopone al trattamento su queste pagine deve sapere che non avrà sconti e che gli potrebbe capitare di sorbirsi i miei umori a riguardo di una materia, la musica, che per me non è solo di contorno ma ha carattere vitale e personale.
Uno è che già di partenza, in generale, non sono una fan sfegatata del rock ‘n’ roll, e mi interessa solo in quanto espressione urgente ed evoluzione irrinunciabile delle forme che l’hanno preceduto, oltre che come punto di svolta di quasi tutto ciò che è seguito nella popular music e nella cultura, almeno nella nostra fetta di mondo. Una rivoluzione più che salutare, necessaria, senza la quale sarebbe impossibile ipotizzare la musica degli anni Sessanta/Settanta e seguenti.
L’altro è che il rockabilly in particolare mi ha un po’ stufata (leggi: il revival di certe forme con tutti gli annessi e connessi mi ha stufata), ma soprattutto è un periodo in cui necessito più del solito di musica fatta di una sostanza che mi coinvolga sotto tutti gli aspetti. Non che io immaginassi di trovarla qui ovviamente, come detto non si tratta di alcuna forma di delusione, ma semplicemente di predisposizione accentuata dal momento “storico”. Tutti coloro che ascoltano musica per passione sanno che ci sono fasi in cui ci si ficca in una o l’altra nicchia.

Ora che ho rivelato le mie difficoltà, posso dire che si tratta di rockabilly moderno che mantiene le inflessioni blues e il cui effetto principale è quello di un, per dirla alla Carl Perkins, boppin’ blues adatto al ballo e al live set, con tutti gli episodi su tempi medi e veloci.
A monte è probabile ci sia materiale Sun Records, però, non troppo stranamente, ci sento vagamente anche i Clash o qualche minor influsso punk, nei cori e nell’incisivo bounce ritmico ad esempio. Le sonorità sono attuali, ma genuine e molto dirette, con buona qualità audio e un missaggio ottimo a tutti i livelli.
I fatti più rimarchevoli sono che i brani vengono eseguiti molto bene e sono tutti autografi, cosa quest’ultima non comune, tanto meno nel disco d’esordio e quando c’è il richiamo ad una certa tradizione. Sull’originalità però ho l’impressione di qualche limite nel senso che, mentre il cantato (testi) sembra originale, il suonato mi ha fatto dubitare. Anche se tutto è tenuto insieme dallo spirito rock ‘n’ roll anni 1950, pare che ogni traccia abbia un particolare spunto, non so quanto consapevole o quanto involontario.
Certamente è normale sia così, tutti prendono spunto da altri, però dato che almeno in un caso ho pochi dubbi sulla fonte al punto da pensare che fosse doveroso, se non obbligatorio, il credito d’autore – sto parlando di Miss Claudette, la cui parte strumentale pare il tema di Dick Tracy, ripreso ad esempio dai Ventures e dai Blasters (il nome Claudette invece potrebbe venire da Roy Orbison, ma questo conta poco) – non vorrei che anche in altri casi ci fosse ben più di normale influenza e ispirazione.

Abbiamo quindi una ritmica rockabilly/blues con In My Hotel Motel, in cui l’armonica – lo dico adesso ma vale allo stesso modo ovunque – si inserisce benissimo dando carattere, il Bo Diddley beat in I Want Love con l’emblematico cantato/parlato baritonale di Al ‘Cash’ e il coro (qui tra armonica e ritmo c’è anche reminiscenza di James Harman), prima delle atmosfere rilassate e il carattere distaccato di I’ll Come Back Home, che mi hanno ricordato l’andamento e il coolness di Chet Atkins (anche se magari non sanno neppure chi è), o di certi combo acustici early-jazz.
L’energica e travolgente Rich Girl invece mi ha riportato ai Meteors ed è impreziosita da armonica country, mentre la rovente Boppin’ All Nite ovviamente si basa sul Boogie Chillun di J.L. Hooker (o su La Grange dei ZZ Top).
Più sul versante hillbilly moderno sono Hey Man e Sorry Mama, anche per l’uso del banjo a sei corde, con ritmi robusti e pressanti – però nel break della prima e all’inizio della seconda i battiti della batteria sono così perfettamente uguali… non saranno per caso campionati?
A seguire le andature boogie tra blues e rock and roll delle corali In the Middle of the Night (con incipit di tremolo western, alla Bang Bang di Nancy Sinatra) e She Will Be Mine.
L’esecuzione, come detto, è ottima da parte di tutti e quindi molto efficace nell’insieme. Difficilmente apprezzo l’armonica fuori da ambiti blues, folk, country-rock, ma qui è ben integrata e suona molto bene, mantenendo tra l’altro l’identità a matrice blues tradizionale pur al servizio del “country” e del rock ‘n’ roll.
I testi sono quello che sono, ma sono adatti al contesto e hanno carattere quasi umoristico grazie anche al cantato dal timbro ironico (prego correggere un po’ la pronuncia, anche se a volte è così didascalica da sembrare fatta apposta), e la chitarra è lodevole per fraseggio, suono, volume ed essenzialità. Molto bene anche il contrabbasso e la batteria, così importanti, affidabili ed elastici da rendere possibile tutto il resto.


Pubblicato da Sugarbluz in MADE IN ITALY // 25 marzo 2015
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