Allen Toussaint Festival, Bologna 18.3.2010

Allen Toussaint

In un’attività cinquantennale come autore, accompagnatore, arrangiatore (in particolare delle sezioni fiati, ma anche ritmiche), discografico, produttore e infine come solista, Allen Toussaint ha coinvolto decine di artisti, progetti ed etichette: il suo nome è leggenda tra gli appassionati e suscita infinito rispetto tra i colleghi. L’elenco della produzione per sé e per altri artisti, più quelli che hanno ripreso canzoni sue già incise da lui (la più gettonata forse è Fortune Teller) è lungo ed eterogeneo, meriterebbe una disamina a parte.
Dai suoi esordi pubblici negli anni 1950 a New Orleans (1) è stato fautore di nuove sonorità dentro uno stile cittadino di musica originata da diverse nazionalità (africana, francese, spagnola, britannica, tedesca) e da balli e forme musicali come quadriglia, polka, schottische, mazurka, walzer, rumba, cakewalk, ballata, barrelhouse (o saloon music, antenato del pianismo blues), boogie, minstrel, blues, jazz, spiritual, hillbilly, R&B, soul, pop, rock ‘n’ roll, funk, classica. Da eredità culturali diverse i musicisti dell’area hanno tratto e variato gli umori, i ritmi, le melodie, con un tocco più dolce, morbido, pastellato, a volte spumeggiante, spesso ballabile, flessibile, comunque originale; è sufficiente pensare a cosa hanno fatto del benefico calderone due caratteri musicali eccelsi come James Booker e Professor Longhair. New Orleans non è l’unica culla della cultura musicale statunitense, ma è la più duratura, caratteristica e variegata.
Fa pochi dischi a suo nome perché è impegnato nell’attività concertistica e nel soddisfare le richieste di collaborazione; in Italia poco arriva di tutto questo, negli Stati Uniti va in televisione. Nonostante le sue doti, Tousan è uscito poco come solista, così sentirlo in solismo sul pianoforte a coda è un piacere non comune.
Il suo approccio semplice e pulito (è stato ispirato soprattutto da Tuts Washington, James Booker e Prof. Longhair, ma il suo stile non assomiglia a nessuno di loro) è così melodioso ed elegante da far sembrare una semplice canzone la più bella del mondo, figuriamoci quando intona autentici pezzi d’arte suoi o altrui come Tipitina, Junker Blues (il cui riff fu ripreso da Fats Domino in Fat Man), Solitude o Southern Nights.

Allen Toussaint, The Bright MississippiLa sua giornata bolognese è cominciata a mezzogiorno con un incontro aperto al pubblico mediato dal giornalista Enzo Gentile, poi alla sera s’è presentato puntuale alle 21.30 sul palco del Teatro Arena del Sole. Il teatro, ex arena all’aperto, è un gioiellino rimesso a nuovo incastonato sotto i portici e con bella facciata neoclassica; durante l’avvicinamento m’entusiasma già solo l’invitante, grande striscione dell’evento, che m’ha fatto pensare “allora è vero!”.
Trovarselo davanti che saluta sorridente e poi sentirlo suonare è un fatto non comune se non si è frequentatori abituali di New Orleans, o di New York (dove vive dopo Katrina). È un’occasione da non perdere non solo per il suo status di leggenda, ma anche perché continua a sfornare prodotti d’altissima qualità come l’ultimo, bellissimo The Bright Mississippi (2009), uscito dopo tre anni di silenzio discografico dalla sua collaborazione con Elvis Costello (The River in Reverse) e dedicato alla musica tradizionale della sua città e dintorni, con un fresco e personale omaggio ad alcuni dei più grandi esponenti del jazz/blues delle prime decadi del Novecento.
Di questo ha fatto circa la metà e per il resto, in un paio d’ore totali, ha pescato dal suo passato, da materiale di originale qualità compositiva e dimostrante la sua squisita leggerezza sulla tastiera.
I suoi partner dai tipici cognomi neorleansiani hanno già preso posto: Herman Lebeaux Jr, batteria, Renard Poché, chitarra lead e ritmica, Roland Guerin basso, contrabbasso e chitarra, Brian Cayolle, sax e clarinetto (noi lo chiamiamo breeze, dirà di lui Toussaint) e alle percussioni un musicista che non ho identificato, dal tocco assai calibrato.

Allen Toussaint, Don ByronLa leggenda non si fa attendere, esce sorridente subito dopo attraversando la scena da galantuomo per venirci a salutare, prima di sedersi al pianoforte e trascinare la band in due strumentali decisamente funky atti a scaldare il compassato ambiente teatrale, mentre poco dopo anche Don Byron, clarinetto e sax tenore, entra in scena.
L’amico Byron, chiamato così da Toussaint, s’è esibito qualche ora prima sullo stesso palco con il suo gruppo e la cantante DK Dyson, ed ora è in qualità di ospite, anche perché ha partecipato al disco.
La voce di Toussaint è ancora piacevole e lo spirito è sempre vivo, lo dimostra già con Shoorah Shoorah, canzone anni 1970 tuttora freschissima e intrisa del suo tipico soft-funk, mai incisa in studio ma che si può trovare nel disco dal vivo New Orleans Jazz & Heritage Festival, 1976 (anche se non registrata in quell’occasione!), e subito dopo è nell’aria l’errebì dal sapore caraibico Soul Sister. Se ci si lascia trasportare sembra d’essere altrove, un posto soleggiato e ricco di colori.
Don ByronEntra nel vivo con Who’s Gonna Help Brother Get Further?, altra autografa e datata, a metà tra denuncia e celebrazione, tornata significativa purtroppo anche per il post-Katrina e rifatta nel disco con Costello; al controcanto la band, piccolo solo di sax e distinto lavoro di chitarra ritmica, anche perché dalla mia postazione Renard Poché è quello che vedo e sento meglio, insieme ai due sassofonisti.

Con Sneakin’ Sally through the Alley andiamo di nuovo indietro nel tempo. Data a Lee Dorsey e poi incisa anche da altri, ha il classico gusto misto proposto da Toussaint con ironia e leggerezza: R&B, soul, pop e funk con refrain orecchiabile, mentre l’immortale e struggente tradizionale St James Infirmary muta l’atmosfera, anche solo in versione strumentale come qui. (2)
È il primo tratto da The Bright Mississippi ed è un privilegio sentirlo suonare in persona da lui, con piccole fioriture e accompagnamento di ritmica leggera (chitarra e percussioni), lento ma non troppo: meraviglia di classe e poesia.
Egyptian Fantasy di Sidney Bechet è un altro caratteristico brano della città, anche questo strumentale e tratto dal disco, con clarinetto serpeggiante di Byron, andamento regolare e piccolo solo di piano, peccato per l’assenza di una tromba, ma Toussaint sprizza comunque New Orleans da tutti i pori.
Risale al 1958 il ragtime orientaleggiante Java registrato negli studi di Cosimo Matassa, il più grande produttore del rhythm and blues di New Orleans anni 1950/60. È un invito a danzare contenuto nell’imperdibile raccolta strumentale The Wild Sound of New Orleans, in cui ho letto che il suono allegro di Java scaturì dalla situazione mattiniera, intrisa di aromi di caffè e donuts provenienti dal French Market. Certe notizie rimangono impresse per qualche motivo, e così sul momento mi sembra di sentire un profumo simile, a me familiare perché abitando vicino a un pasticciere nelle notti d’estate m’arrivano i dolci effluvi di creme e paste appena fatte. Nel loro caso la delizia fu reciproca, profumi dal French Market e di rimando buona musica dagli studi per i passanti (ma anche io a volte rimando buona musica su disco al pasticciere…), e mentre assaporo questo filo invisibile Renard Poché a sorpresa s’esibisce con un trombone.

Allen Toussaint, The Complete Tousan SessionsWest End Blues è un classico, fantastico slow blues da ‘King’ Oliver e rimandante al Lago Pontchartrain (West End c’è ancora, ma in passato era un luogo di villeggiatura, sul lago), e buona occasione espressiva per il piano intimo, comunicativo, e i solismi del sax, del clarinetto e della chitarra.
Day Dream è un romantico e soffuso down tempo firmato Ellington/Strayhorn, qui per sassofono (Don Byron) e piano in attimi di poesia sonora, mentre Singin’ the Blues, di Robinson/Conrad e inciso dal cornettista ‘Bix’ Beiderbecke, è uno splendido blues a tempo medio che mette in evidenza il clarinetto di Cayolle; questi ultimi tre sono tutti bellissimi strumentali tratti da The Bright Mississippi.
È adesso che Don Byron s’allontana e inizia la parte più “tusaniana”, e se dapprima mi sono attivata nel suo corposo funk, poi mi sono lasciata trascinare dalle emozioni senza tempo del primo jazz e del “passo di giava”, ora passo all’entusiasmo perché è tempo del rhythm & blues di New Orleans d’eccellenza con un’infilata di tre sue perle: Mother in Law, l’episodio più divertente di tutto il set (e non pensavo così famoso tra il pubblico italiano, tanto che buona parte comincia subito a battere mani e piedi), hit per Ernie K-Doe nei primi anni 1960 tornato nelle mani di papà, con la band a fornire armonie e controcanto in giusta dose d’ironia, Working in a Coal Mine, pezzo da novanta degli anni sessanta, corale e altrettanto euforizzante, e Get out of My Life Woman, leggera, dinamica, ritmica.

Allen ToussaintIl funky-soul di Yes We Can Can, successo anni 1970 per le fantastiche Pointer Sisters pre disco music, prosegue la serie dei brani autografi, prima di Bright Mississippi, in cui il be-bop di Thelonious Monk è stemperato dai fiati sugli scudi e dai ritmi multipli.
La mia favorita, splendida Ruler of My Heart, data a Irma Thomas su Minit (Otis Redding la trasformò in Pain in My Heart) e restaurata benissimo da Norah Jones con la Dirty Dozen Brass Band, è una tra le più dolci canzoni di Toussaint e prova di quanto sia capace di recepire il mondo femminile. Certo avrei preferito sentirla cantare, magari da Irma, ma mi colpisce anche la versione strumentale, e neppure ci speravo; qui richiama Byron a far la sua parte con il clarinetto.
La sognante, poetica, evocativa Southern Nights invece era nelle mie aspettative in una versione di solo piano e quando la sento iniziare proprio così mi sembra, appunto, di sognare, ma poi stupisce di nuovo perché dalla metà è eseguita da tutta la band.
Renard PochéLong Long Journey Blues è un altro bel momento. L’unico brano cantato di The Bright Mississippi è di Leonard Feather, critico e musicista inglese, somigliante al St Louis Blues di W.C. Handy.
È anche il momento più blues e tirato, con il pianista che canta nel suo modo imperturbabile, la ritmica scandita e un crescendo verso un infuocato e bell’assolo di sax di Cayolle, con la platea in delirio e Don Byron che alla fine applaude il collega – e anche la mia vicina di posto ha particolarmente gradito.
Toussaint esce sul tripudio, poi torna a presentare la band sopra uno strumentale funky-jazz, non risparmiandoci un finale come si deve: un medley dedicato a Professor Longhair, il suo maggior faro.
Inizia con Tipitina and Me, personalizzazione del famoso brano (in Our New Orleans: A Benefit Album for the Gulf Coast), continua con la maestosa Big Chief e un’altra variazione di Tipitina nominata Ascension Day (in The River in Reverse ha liriche di Costello, invece qua sono quelle di The Olde Professor, apologia al Professore… Thank you Lord / For this very special man / And thank you for letting me be around to see / One as great as he – e lo stesso potrebbe dire ognuno di noi di questa serata), e per finire un pezzo della vera Tipitina.

Don Byron, DK DysonLo incontro al piano superiore, nei pressi dei camerini: è gentile, spontaneo, rilassato, amabile. Siamo in pochi e dopo che a due ragazzi s’inceppa la macchina fotografica consiglia a tutti di fare una foto in più perché “non si sa mai”, dopodiché apprezza le mie collane (gli ricordano il Mardi Gras?).
Beh, non capita tutti i giorni!
Se non fosse per una dell’organizzazione che non lo molla un attimo e che a mezzanotte in punto neanche fosse Cenerentola ce lo porta via per la cena, so che sarebbe rimasto a chiacchierare ancora. In effetti, l’incantesimo d’averlo incontrato svanisce al rintocco della mezzanotte, ma i benefici saranno per sempre avendo lasciato ben più di una scarpetta.
La musica della Crescent City è una bomba festosa e allo stesso tempo malinconica pronta a esplodere note calde e avvincenti, e Allen Toussaint, classe 1938 e in forma come un ragazzino, è uno dei pochi testimoni della tradizione che possono ancora dimostrarlo. (3)

(Le foto Cavalieri/Iguana Press sono state concesse dall’Ufficio Stampa del Teatro Arena del Sole)


  1. La sua prima incisione fu Long Lost Love nel 1957, anno in cui rimpiazzò Huey ‘Piano’ Smith nelle band da giro di Earl King e Shirley & Lee. []
  2. Ignoto l’autore, ma uno dei primi a interpretarla fu Jack Teagarden, trombonista jazz texano dell’epoca del muto, quando i musicisti facevano il sonoro al cinema. []
  3. Purtroppo non più. Allen Toussaint ha sorpreso tutti andandosene via con un infarto dopo un concerto a Madrid, il 10 novembre 2015. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 22 Luglio 2010
È vietata la riproduzione anche parziale di questo articolo senza l'autorizzazione dell'autrice
, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.