Dallas/Fort Worth, Tx. 2010

You may all go to hell, and I will go to Texas

Arrivo all’aeroporto di Dallas all’una del pomeriggio di venerdì 13, ed è subito America.
L’ottima organizzazione dell’ingranaggio aeroportuale ti sbatte fuori in poco tempo, a differenza che in Europa, e fuori ci sono 107 gradi fahrenheit, un sole abbagliante, un bel vento caldo, ma soprattutto c’è l’immenso Texas. Davy Crockett deve essersi sbagliato (vedi sottotitolo), l’inferno è qui, non dove sono andati gli altri.
Negli Stati Uniti il cliente ha sempre ragione, e per ogni cosa c’è qualcuno ad occuparsene. L’importante è avere i dollari sempre pronti per le mance, il resto lo fanno loro.
E, infatti, appena usciamo notiamo subito lo shuttle lindo, “moquettato” e condizionato che silenzioso deposita davanti alla compagnia di noleggio auto che si preferisce.
Tempo di sedersi e parte subito, gli americani sembra sempre che aspettino solo te, a braccia aperte.

Dallas skyline
Dallas downtown

Highway, Expressway, Thruway, Freeway, Parkway, Causeway, Speedway…

Dallas Downtown2.850 chilometri percorsi, intorno ad un itinerario sulla carta di poco meno di 1.200, con un bellissimo e spazioso Ford Edge targato, ahimè, Minnesota.
Se già non si è abituati a girare in macchina nelle grandi città americane a scarsa dimensione umana e pedonale (ad esempio, non come New York e New Orleans), arrivare in auto a Dallas la prima volta può essere un po’ traumatico, specie durante i week-end, quando le persone sembrano non esistere, gli uffici sono chiusi e le automobili sfrecciano da tutte le parti su tre, quattro, anche cinque autostrade che s’intersecano e s’elevano una sopra l’altra, mentre il GPS perde la trebisonda.
Diversamente che da noi, si può sorpassare anche a destra, quindi ci sarà sempre qualcuno dietro che avanza insieme alla stessa velocità, che tutti rispettano, ma che proprio per questo farà perdere l’imbocco per uscire, se non ci si prepara un paio di chilometri prima. Se per caso si riesce a spostarsi in tempo per prendere non dico l’uscita giusta, ma una qualsiasi uscita, ci si ritrova finalmente giù, tra le strade cittadine, desolate al sabato e domenica: mi chiedo se prima o poi qualcuno parcheggia e scende dall’auto, o se gira all’infinito, un po’ come sembra di fare a me.
Le corsie d’emergenza sono sia a destra che a sinistra, sono relativamente strette (ma il camion dei pompieri ci passa benissimo a tutta velocità) ed è meglio non fermarsi lì neanche per un’emergenza, le piazzole di sosta non esistono se non raramente e nemmeno gli autogrill, ma ci sono uscite molto frequenti, quindi per qualsiasi bisogno meglio uscire, fuori è pieno di ristoranti, motel, distributori, e roba da fotografare.
In America guidare è come giocare ad un videogame.
La parte più difficile è quando si è sopra alla highway e si vuole scendere, lo scopo è prendere l’imbocco senza farsi male, e se è quello giusto si vince un bonus. Quando si è fuori, non si pensi di star tranquilli. Come sopra, bisogna abituarsi presto alle one way ambidestre, la differenza è che non sono ininterrotte come le autostrade, peraltro gratuite, ma ci sono tanti incroci, quindi quando si svolta è necessario non entrare nella one way sbagliata, per evitare il frontale (…tanto, la colpa andrebbe a “quei montanari del Minnesota”!), altro bonus se la prima volta si riesce a farlo al volo, specie se in quel momento non c’è nessuno dalla parte sbagliata, il che potrebbe indurre a pensare che è la propria strada. Inoltre i semafori non sono alla fine della via che si percorre, quando non sono in centro sono all’inizio della parte opposta.

La parte rassicurante è che, come molte faccende americane, è alla stessa maniera dappertutto, quindi con lo svezzamento in una città come Dallas dopo un paio di giorni si è in grado di guidare ovunque, e se si sbaglia sotto c’è subito il loop per tornare in carreggiata in men che non si dica, non come da noi che una volta che sei fuori, sei fuori.
A fare d’ostacolo nel gioco però è il pericolo dei molti pezzi di pneumatico lasciati dai camionisti lungo la corsia d’emergenza, soprattutto quella di destra (e soprattutto in Texas, in Louisiana ne ho visti meno), e non ho capito se vengono buttati lì per liberare sommariamente la strada. In ogni caso bisogna schivarli.
C’è da chiedersi come mai i camionisti non cambino i pneumatici prima di perderli; centrare un pezzo grosso non dev’essere senza conseguenze e uno piccolo potrebbe bucare le gomme con il filo d’acciaio fuoriuscito dal pneumatico sfilacciato. Se si riesce ad evitare anche questa, si vince il gioco.
Dallas, Main StreetNonostante tutto ciò, se ci si trova a Dallas e si vuole andare di qua e di là, bisogna sapere che, insieme a Fort Worth e Arlington, forma una città molto estesa (nella regione Prairies and Lakes), e gli indirizzi che stanno a cuore possono essere molto distanti fra loro, quindi è impensabile non avere una macchina, e ancor più non avere un GPS, anche se ogni tanto sotto le sopraelevate il satellite pianta in asso. Altrimenti, il poco tempo che si ha andrà perso nello sbagliare e nel cercare strade, mentre i cartelli scarseggiano, tranne quando si è già arrivati e allora belli, grossi e colorati vi dicono: WELCOME!
Due giorni e mezzo sono appena sufficienti per vedere che tipo è una città.
All’inizio mi sembra dura e desolata, piena di strade, ristoranti e parcheggi, vuota durante i fine settimana.
Già il giorno dopo, però, mi rendo conto che anche qui, come in altre parti d’America, si svolge il rito della socializzazione, aspetto che molti americani curano con gentilezza e curiosità sincera facendoti sentire come a casa tua, con la differenza che là ci sono cose che a casa tua non ci sono e che là è molto più facile fare amicizia o trovare qualcuno che t’aiuti, anche perché da quelle parti la buona educazione non è affatto rara.
E a proposito di parcheggi, ce ne sono parecchi, ma nelle città sono abbastanza cari, non importa quanto tempo ci si ferma, e di sera costano anche il doppio.
Sostanzialmente sono di tre tipi: il garage custodito, spesso a più piani, il piazzale, di solito adiacente ad un edificio dalla parte in cui il muro è senza ingressi, entrambi con tariffa fissa, e quello ai bordi dei marciapiedi, pagabile con il parchimetro a ore, e in teoria quest’ultimo sarebbe l’ideale per le soste brevi, ma in pratica sono difficili da trovare perché quasi tutti i boardwalk sono fire lane, cioè devono essere lasciati liberi per i pompieri o altri automezzi pubblici. Sono riconoscibili perché sono bordati di rosso, oltre ad esserci scritto, e in genere sono i marciapiedi che danno accesso ad entrate di edifici pubblici. Se si è a piedi, esiste comunque un ottimo servizio di trasporto di superficie su rotaia e su ruote, chiamato DART, che comprende treni, streetcar (i nostri tram), autobus e shuttle.

Deep Ellum

Deep Ellum, Elm St.

Il quartiere Deep Ellum sorge nella zona est di Dallas, a ridosso di downtown, e dall’altra parte è delimitato dal passaggio dell’Interstate 45.
Benché non possa circoscriverlo con esattezza, è evidente che Elm Street ne è il cuore (“Ellum” è la pronuncia di Elm fatta dai primi afroamericani che s’insediarono, e rimasta come nome ufficiale), e altre sue vie sono Pacific, Main, Commerce, Pearl, Trunk, Hawkins.
Se si è in cerca di musica e reperti, è qui che bisogna venire, anche se, naturalmente, la vita e il quartiere non sono più come agli inizi del secolo scorso e fino circa agli anni 1950, il periodo più glorioso di Deep Ellum, ma lo stesso, soprattutto durante i weekend, si può scegliere in un calendario di live act interessanti, e questo vale in generale per tutta la città.Deep Ellum
Il programma del sabato sera, o perlomeno quello di cui sono a conoscenza, prevede Mike Morgan & The Crawl al Pearl, Joel Foy all’Alligator Café, 4116 Live Oak, un cajun café che propone sempre buone cose e servendo pranzi è aperto anche di giorno, Cheryl Arena al Mambo’s Tapas Cantina, nella downtown di Fort Worth, Aaron Burton al Blue Armadillo, che però si trova a Greenville, e mal che vada gli High Rollers al The Goat e la Barton St. Blues al Reverchon Park, senza contare che è in corso il Navasota Blues Fest, ma è un po’ lontano.
Opto per Mike Morgan al Pearl at Commerce, 2038 di Commerce St., portando mio figlio di 16 anni, ben sapendo che i minori non sono ammessi nei locali, specie quando si suona perché è scontato che si serve alcool.
La maggior età è 21 anni e praticamente l’aspettano solo per poter ufficialmente bere, ma è la prima volta e voglio vedere come gira.
Il piccolo errore che facciamo però non è quello, ma è di parcheggiare subito in un piazzale appresso, pagando al custode 10 dollari, salvo poi tornare indietro poco dopo, fermati davanti al cartello del Pearl che informa del divieto d’ingresso per i minori. Peccato, il momento è proprio quello giusto, i musicisti stanno entrando e scaricando gli strumenti, ma non mi va di mettere in difficoltà il proprietario quindi non ci provo neanche, e sarebbe stupido davanti ad un avviso così chiaro. Poco male scoprirò poi, perché Mike Morgan lo vedrò il giorno dopo, e la scelta successiva si rivelerà una delle migliori di tutto il viaggio.

Deep Ellum, Pearl at Commerce

Andiamo quindi a riprendere il mezzo per spostarci qualche blocco in là, al 2617 sempre di Commerce, dove voglio dare un’occhiatina al Tuckers’ Blues, sorto sulle ceneri del vecchio Blue Cat Blues, lasciando gli altri in attesa per evitare un posteggio ancora inutile (il giorno dopo ho scoperto che in Jackson St. c’è il parcheggio libero), mentre dopo poco la polizia comincia a tener d’occhio la nostra macchina ferma per la via. In effetti, ci metto un po’ a “contrattare”.
L’entrata non è sulla strada, percorro un vicoletto che arriva in una piazzetta. Lì trovo, seduto a fumare, un tizio di nome Carl ‘General’ Bush, che scopro essere il bassista della casa, e nonostante l’altisonante soprannome è un tipetto smilzo e disponibile.
È il mio primo impatto con uno di Deep Ellum, e accidenti come parla! Nel frattempo arriva Andrea, mio figlio, glielo presento e dopo i convenevoli gli chiedo se può fare da intermediario con i padroni, perché la nostra è una situazione in cui il ragazzo è con i genitori, non beve e soprattutto non guida.
Lui dice che è a rischio la licenza, ma che comunque ci prova. In effetti, più gente c’è e meglio è per loro, e torna con esito positivo. Entro e conosco la gentile signora Tucker, la quale m’informa che il coperto è di 10 dollari a testa, e che se vogliamo mangiare possiamo prendere in una specie di tavola calda appresso al locale e portare dentro, cosa questa che non faremo, dopo averla guardata da fuori. Fermo il tavolo ed esco a dire ad Antonio di parcheggiare, che non ne può più d’essere “accerchiato” dalla polizia!
Per il racconto e le foto del Tuckers’, link in fondo alla pagina.

Dallas, Adair's saloon

Da questo invece, Adair’s Saloon, usciva chiaramente musica country; se si è indecisi su dove andare, in alcuni casi si può scegliere sentendo da fuori.

Dallas, The Bone
Dallas, Club Clearview

Clarence ‘Gatemouth’ Brown’s One Foot in da BayouAltri club validi sono: Muddy Waters, 1518 Greenville Ave., The Bone (foto) e il Club Clearview (foto), entrambi in Elm St., il grosso R.L. Griffin’s Blues Palace #2, al 3100 di Grand Avenue, il cui proprietario, R.L. Griffin, si proclama “The Right Reverend of Dallas Blues”, Curtain Club, 2800 Main St., AllGood Café, al 2934 sempre di Main, Catfish Blues, 1011 Corinth St., che come il nome suggerisce propone menu del sud, Sons of Herman Hall, 3414 Elm St., un posto affascinante in un edificio risalente ai primi del secolo scorso, con gran sala da ballo al piano superiore, Hole In The Wall, 11654 Harry Hines Boulevard, a nord della città e ormai un’istituzione a Dallas, e altri come il Cottage Lounge, il Cowboy Lounge, un after hours in cui conviene andare dopo essere stati altrove perché la musica comincia tardi, a differenza della maggior parte dei posti, il Lota’s Goat, il Poor David’s Pub, e il Granada Theater, 3524 Greenville Ave., un vecchio teatro restaurato per eventi musicali, basta dire che il 12 novembre è in cartellone Ray Wylie Hubbard.
Naturalmente la lista è parziale, ma per quanto riguarda la musica dal vivo questi sono i primi da cercare, stando che le cose in questo settore cambiano rapidamente.
Infatti, ero molto curiosa di visitare il Clarence ‘Gatemouth’ Brown’s One Foot in da Bayou, anche di giorno solo per cogliere, magari, qualche memorabilia o qualche racconto sul grande chitarrista e violinista texano, ma al 2816 di Elm St. l’insegna non c’è e, anche se questo nella foto potrebbe essere un locale, e qualcuno dentro a lavorare c’era (a porta chiusa), non sono sicura di cosa ci sia ora.
Niente da fare anche per il Grand Temple of the Black Knights of Pythias, più semplicemente Knights of Pythias Temple, costruzione risalente al 1916 e primo centro di Dallas adibito al commercio costruito e gestito interamente da afroamericani, il cui piano superiore era dedicato agli incontri musicali.
L’edificio c’è, ma l’entrata è sbarrata con pannelli di legno perché l’interno era diventato bivacco e deposito di rifiuti per i senzatetto.

House Of Blues, dischi, musei, cimiteri

Se si è in cerca di memorabilia facile, è giorno (conviene tenere la sera per posti più interessanti), e si hanno dei giovani appresso, val la pena mangiare, almeno una volta, da House of Blues, 2200 North Lamar St., e Hard Rock Cafè, lì vicino. Sono entrambi standardizzati, ma sono sempre molto ben curati, una specie di piccoli musei della musica americana. Naturalmente HOB ha qualche punto in più perché propone musica dal vivo, tendenzialmente sul genere ma, essendo una catena, l’ambiente è più artificiale di quello di un piccolo club privato.

Dallas' HOB

Nelle foto seguenti interni di House of Blues

Dallas, House of Blues
Dallas, House of Blues
Dallas, House of Blues

Tra le tante foto appese una di Muddy Waters con il berretto di Babbo Natale, e una di Ray Charles con le Raelettes. Già a Dallas è forte l’influenza del Bayou, sia dal punto di vista musicale sia da quello culinario. Oltre alla cucina tipica texana, che è a base principalmente di T-Bone steak, BBQ e messicano, sono diffusi il cibo e la musica cajun, e la qualità è generalmente buona, se non ottima, ma dei ristoranti dirò a più riprese.
Dallas, House of BluesCapitare in città durante i weekend è buona cosa per gli spettacoli, ma non lo è se si cercano negozi di dischi. Per i CD bisogna evitare di perdere tempo da Best Buy, catena di materiale elettronico, la cui vistosa insegna gialla e blu campeggia praticamente in ogni città e in quelle grosse più volte, ma dove la scelta, almeno per quanto riguarda la musica che interessa chi scrive, è addirittura inferiore a quella di uno dei nostri Media World, Comet, e simili.
Forse è stata una fortuna per le mie finanze aver trovato chiuso (perché domenica) CD Universe, 4043 Trinity Mills Road n. 104, molto fuori Dallas in direzione nord, e Mr. Blues Records, 1500 MLK Boulevard, dalla parte opposta, dato che più avanti m’aspettavano negozi molto più importanti. Altri che val la pena visitare sono Good Records, 1808 Greenville Ave., Bill’s Records, 1317 South Lamar, CD World Dallas, 5706 Mockingbird, Borders Books & Music, 10720 Preston Road e i due di Sam’s Records.
Il JPMorgan Chase Tower, al 2200 di Ross Avenue, downtown direzione nord, oltre ad avere un profilo distinguibile, con la cima di vetro e un buco nel mezzo, offre una panoramica mozzafiato della città. Essendo una banca al sabato e domenica è chiuso, ma con la prenotazione telefonica è possibile salire anche nel fine settimana.
Avendo un po’ di tempo, ci sono musei di vario tipo. Dalla parte opposta di Deep Ellum, al limite ovest della downtown e all’altro capo di Main St., c’è l’Old Red Museum, incentrato sulla storia e la cultura della contea di Dallas, costruito con arenaria rossa del fiume Pecos (Nuovo Messico), granito blu dell’Arkansas e granito rosso del Texas.

Old Red Museum

È forse il primo in cui andare perché è anche un centro tecnologico d’informazioni turistiche, oltre ad essere un’ottima prova di sopravvivenza al gelo dell’aria condizionata. Per quanto riguarda la cultura afroamericana, interessanti sono il South Dallas Cultural Center, il Dallas African American Museum, la Dallas Public Library, la Dallas Blues Society (incontrata in queste pagine per il disco di Zuzu Bollin), e il Texas Music Center.

Dealey Plaza

Proseguendo poco oltre l’Old Red, ci si ritrova nella Dealey Plaza, luogo in cui fu assassinato il Presidente Kennedy. Nella foto è visibile la collinetta sulla quale, si dice, era presente un altro tiratore, mentre invece questo palazzo, adibito a deposito scolastico, è l’edificio dal cui ultimo piano avrebbe sparato Lee Harvey Oswald.

School Book Depository

A proposito di personaggi illustri, una fontana dedicata al Rev. Martin Luther King

Martin Luther King

Al Laurel Land Memorial Park al 6000 di South R.L.Thornton Freeway, cimitero di lusso con giardini fioriti e grandi viali, Stevie Ray Vaughan ha un giardinetto tutto per sé (e per i suoi genitori).

Stevie Ray Vaughan's grave

Nell’ufficio, l’anziana signora a cui chiedo notizie esclama soddisfatta Oh, it’s easy!, e mi spiega subito dov’è senza cercare in archivio, cosa questa che non mi fa presagire che poi invece, per altri bluesman, non sarà così facile. Mi indica il luogo su una mappa disegnata all’interno del depliant cartonato del cimitero in cui si danno informazioni su quanto è bello stare lì, gli sconti, le prenotazioni, eccetera.
Stevie Ray Vaughan's graveI cimiteri sono fondamentalmente di tre generi: quelli per ricchi, quelli per poveri, e quelli di New Orleans, quest’ultimi sono di tipo europeo.
Quelli per chi può pagare sono parchi immensi, con grandi viali per arrivare alle tombe in macchina, giardini, laghetti, alberi, statue, ma la cosa impressionante sono gli uffici, simili ad hall di grandi alberghi, con l’accettazione, l’immancabile aria condizionata, filodiffusione, piante, fontanelle, pavimenti tirati a lucido, decorazioni, tavolini, divanetti, eventualmente l’acquario e luoghi in cui parlare privatamente, questo perché in genere i cimiteri grossi sono anche funeral home. Il personale come età è più di là che di qua, e veste come se fosse a Wall Street.
In genere le tombe sono molto semplici, con la lapide appoggiata orizzontalmente e direttamente sull’erba senza rialzi o lapidi verticali, più piccole di quella di SRV, e a volte quasi in ordine casuale.
Per cercarne una all’interno di un giardino bisogna andarci sopra per poter leggere il nome, camminando sull’erba perché non ci sono vialetti interni, e a volte si è costretti a calpestarne qualcuna perché sono molto vicine tra loro. Il terreno, spesso umido, è molle, e sembra di sprofondare. Pochissime tombe hanno fiori.
Benché anche quello in cui è sepolto Freddy King sia un bel cimitero, Hillcrest Memorial Park su W. Northwest Highway al 7405, non mi è stato possibile trovare la tomba. Anche qui c’è l’ufficio e l’impiegata chiede per telefono; dopo poco arriva qualcuno a portarmi una mappa, su cui m’indica il Garden of Prayer, ma non il luogo esatto della sepoltura. Dopo aver coinvolto la famiglia nella ricerca ci rinuncio, forse ho sbagliato a cercarlo con il nome d’arte.

Fort Worth

Da Dallas sono ben 3 le autostrade che portano a Fort Worth.
Noi percorriamo l’Interstate 30, che in questo tratto è un lungo e diritto nastro sul quale s’affacciano soprattutto ristoranti messicani, meccanici, gommisti e ricambisti, il che non stupisce dato il problema descritto sopra e naturalmente, come ovunque, una gran quantità di enormi bandiere della Old Glory, la bandiera degli Stati Uniti, a cui spesso la Lone Star Flag, quella del Texas, tiene orgogliosamente compagnia. Appaiono a cadenza regolare per non farti dimenticare dove ti trovi e sono montate su pali di incredibile altezza per essere visibili anche da lontano.
Fort Worth fa città a sé, ma è anche un grosso sobborgo attaccato a Dallas da un vasto paesaggio urbano-residenziale che s’estende a nord delle due. Se si esce dall’autostrada e ci s’addentra per le vie dei villaggi residenziali si può assistere all’esposizione perpetua, ripetitiva e colorata, della società americana, perfetta e defettibile allo stesso tempo.
Case tutte uguali eppure personalizzate alla ricerca del particolare diverso da quello del vicino, scuola, chiese di varie religioni, parcheggi di scuolabus in attesa d’essere richiamati in servizio, e poi ancora case, scuola, chiese, scuolabus, fino ad arrivare al quartiere successivo, magari più povero, ma con le stesse caratteristiche in brutta copia.
Le case sono la parte più variopinta, e ognuna di loro grida a gran voce: “sono americana”! Ognuna andrebbe fotografata per la sua tipicità, per poi accorgersi che quella dopo è più bella ancora, oppure ha un particolare che si fa notare più di un’altra. Tutte sono rivestite in legno, non hanno recinzioni, davanti hanno il prato verde e sempre ben tosato, il vialetto d’accesso, il portico, il garage, la macchina parcheggiata, i giochi dei bimbi, il marciapiede oltre il vialetto, l’albero e dopodiché, esposti tutti i cliché, sembra facciano a gara tra loro per evidenziare la personalità di chi vi abita.
Molte hanno entrambe le bandiere, sventolanti sul portico, sulla sedia a dondolo, sul garage.
Credo che il massimo dell’amor patrio sia stato dimostrato da quella nel cui prato ho visto piantata a terra la stelle e striscie nel bel mezzo, con attorno un giardinetto dedicato, come una specie d’altarino.

Fort Worth

Non facciamo in tempo ad arrivare fin dentro Fort Worth downtown, ci fermiamo prima perché siamo attirati dal movimento su questa strada, che poi scopro essere parte del distretto storico: c’è un rodeo in corso.

Fort Worth

Stiamo cercando il Billy Bob’s Texas, un honky tonk aperto di giorno, qui su questa piazza, al 2520 di Rodeo Plaza, ma non lo troviamo più per pigrizia che altro. È domenica, c’è un caldo bestiale, in giro ci sono famiglie e c’è un gruppo di bikers che ha parcheggiato le moto e ora è seduto ad un tavolo all’aperto.

Fort Worth

Fort Worth è molto texana, se per texano intendiamo moto, cowboys e cavalli, almeno qui, al di fuori del centro urbano. I negozi di western wear si sprecano, con abbondanza soprattutto di stivali, cappelli, camicie, cinture sulle quali applicare la placca che si preferisce, abbigliamento vario e oggettistica, tutto in tema country-western, e quel giorno erano aperti in occasione del rodeo.

Fort Worth Stockyards
Fort Worth

Nel cercare il Texas di Billy Bob siamo attratti da un altro ristorante tipico del quale non ricordo il nome. Qui mangiamo benissimo, e la cameriera ci aiuta a scegliere.
Normalmente non esistono l’antipasto, il primo, il secondo, eccetera (se non nei ristoranti di lusso che s’ispirano al gusto europeo, vale a dire italiano e francese), ma è tutto mischiato assieme, in un piatto unico, e mangiano più per sopravvivenza e per gola, che per gusto. A dire il vero ci sono gli appetizers, ma se poi si ha l’intenzione di prendere un altro piatto sarà sempre troppo perché le porzioni sono enormi, e i contorni sono ben più di contorni, senza contare le cosette che portano prima d’iniziare e le innumerevoli salsine che si è portati a provare, generalmente buone, o almeno mangiabili, quasi sempre piccanti.
Il modo di cibarsi degli americani (intendendo anche quelli del Sudamerica) è grossolano, proprio perché hanno qualche problema con gli abbinamenti e con il mischiare tutto, ma il sapore e la qualità della pietanza singola è ottima, e nel servizio usano uno standard (perfino nelle stoviglie) consolidato ovunque, quindi è difficile rimanere delusi o con una richiesta non evasa, perché per il cameriere la mancia del cliente (che non dev’essere mai inferiore al 15% del totale) è il suo stipendio e quindi ci tiene, e comunque tutti usano lo stesso sistema. E non c’è problema se si arriva alle due o alle tre del pomeriggio o anche più tardi, si mangia a qualsiasi ora.
Là in tutto ciò che ha a che fare con il servizio al cliente non esiste l’improvvisazione, nel bene e nel male; il lato buono è che si sa sempre cosa aspettarsi, e quasi sicuramente lo si avrà.

In Texas spesso portano i tacos in tavola abbinati ad una salsa al formaggio, questo durante l’attesa, mediamente breve. Le carne è ottima, sempre tenera, e ovunque ho trovato insalatone buonissime (con un po’ tutto dentro) delle quali non sono mai riuscita a vedere il fondo, capaci di saziare da sole anche uno con un buon appetito. Anche il seafood è frequente, soprattutto nelle regioni del Golfo.
Non esiste una cucina leggera o estiva, del resto per come tengono il condizionamento nei ristoranti sembra d’essere in inverno, è tutto è speziato. Il motivo ricorrente nel cibo del sud-est è red beans and rice, serviti insieme e nel modo contrario al nostro, cioè il riso è sempre bianco e scondito, usato come contorno, i fagioli invece sono la pietanza principale, sempre dentro una zuppa bollente e piccante, spesso di carne, manzo o pollo, generalmente buona, e la si trova ovunque, soprattutto in Louisiana. Nel gumbo, che è uno dei migliori piatti che si possano trovare al sud, il riso va buttato nella zuppa, ma loro lo portano sempre a parte. La jambalaya, altro piatto di cui van fieri, è come un gran risotto, in genere con verdure e pesce, ma c’è anche di carne. Questi ultimi due sono diffusi in Texas, ma in Louisiana sono più comuni.
In Texas c’è molto messicano, come la quesadilla e il burrito, anche quest’ultimo è buono, ma c’è sempre il solito problema della pesantezza. Sono tipici anche gli hot tamales, li ho ordinati ad Austin ed è stata l’unica scelta sbagliata: ci vuole un bello stomaco per mangiarli, sono stopposi e insapori.
Qui sotto, musica dal vivo anche di giorno.

Fort Worth

Per quanto riguarda altri locali di FW, o bar-ristoranti serali con musica dal vivo, il già citato Mambo’s si trova al 1010 di Houston St., è un messicano e si trova nella Contea di Tarrant, Hash Brown di solito ci suona di lunedì, e dal giovedì al sabato ci sono le band ospiti, The Aardvark, 2905 West Berry St., Lola’s Saloon, 2736 West 6th St., Buttons, 4701 West Freeway, con serata blues al lunedì, Keys Lounge, 5677 Westcreek, e il J & J Blues Bar, 937 Woodward. C’è poi da tener presente che anche al di fuori delle città ci sono locali in cui si suona, come il Big Fish a Grapevine, è soprattutto un ristorante cajun, il Cadillac Pizza Bar a McKinney, lasciando perdere la pizza occasionalmente c’è blues dal vivo, il Nate’s Seafood a Addison, blues al giovedì sera dalle 7.30 e sede di un festival blues annuale, Stumpy’s a Arlington, Tolbert’s Restaurant a Grapevine, e la Zander’s House a Plano, un vietnamita con blues al giovedì sera a partire dalle 7.
Qui sotto, shoe shine davanti alla vetrina del leggendario White Elephant Saloon, locale storico, luogo prediletto dai bikers in cui si può ascoltare puro rock texano, all’Historic Fort Worth Stockyards.

White Elephant Saloon

È d’obbligo una visita a Record Town, situato in una zona di campus universitari, fuori dal centro di Fort Worth al 3025 South University Drive, in mezzo ad un gruppetto di negozi lungo la via. Dentro, oltre a comprare dischi si può conoscere il proprietario, il chitarrista Sumter Bruton, leader di un gruppo storico locale, i Juke Jumpers (furono gli accompagnatori di Zuzu Bollin), e fratello maggiore di Stephen Bruton, recentemente scomparso, chitarrista, autore e produttore, entrambi già incontrati su queste pagine. È aperto dal martedì al sabato. Altri eventualmente da visitare sono R-Type Records, 3404 West 7th St., Sundance Square, 420 Throckmorton, Borders Books & Music, 4613 S. Hulen St., e Sam Record’s Shop #2, 1122 E. Seminary Drive.

Fort Worth

Come dicevo purtroppo non andiamo oltre, dobbiamo far ritorno a Dallas perché al Mardi Gras Café, 2720 North Stemmons Freeway, è in programma a partire dalle cinque del pomeriggio un benefit blues jam. In fondo alla pagina, link all’articolo sul Tuckers’ e il Mardi Gras.

Fort Worth, ghost rider

Wortham

Aggiungo in coda un aggiornamento (4 sett. 2012) con tre foto inviate da Mark Slim, da poco tornato da quelle parti. Si tratta della tomba del grande Blind Lemon Jefferson, situata in quello che una volta era chiamato semplicemente cimitero nero di Wortham e oggi si chiama Blind Lemon Memorial Cemetery. La lapide risale al 1997, ma la struttura in metallo è recente. Precedentemente, per anni c’è stata solo una placca di metallo.
Il desiderio espresso nel suo bellissimo brano See That My Grave Is Kept Clean ora è realizzato.

Blind Lemon Jefferson's gravesite
Blind Lemon Jefferson's grave
Blind Lemon Jefferson's marker





 



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