New Orleans 2010, pt. 2

America’s most haunted city

A New Orleans il culto del Voodoo assunse una variante specifica per l’operato di Marie Laveau, che cambiò la finalità stessa delle credenze religiose. Tra i suoi strumenti e poteri figurava anche un grosso serpente, Zombi, tenuto dentro un vaso di alabastro. L’animale impersonava le entità maligne, le stesse che Laveau dava l’impressione di poter controllare, per questo molta gente dipendeva da lei, convinta che avesse connessioni dirette con il mondo degli spiriti, e che fosse in grado di proteggere dal male.
Tuttavia ciò che rende unica questa città è la presenza di altri, importanti spiriti che ancora oggi fanno sentire la loro influenza, anche se alcuni di questi sono stati quasi dimenticati.
Parlano attraverso la loro musica: questi sono gli spiriti con cui entrare in contatto.
Torniamo nella Jefferson Parish, a Metairie, in cerca del cimitero dove riposa James Booker, il Providence Memorial Park. Sia per questo che per quello di Professor Longhair, da tutt’altra parte, ho il nome del luogo, ma non l’indirizzo. Dopo aver vagato un po’ in un sobborgo residenziale di casette modeste ma ordinate, con l’immancabile pratino ben curato, e in un altro quartiere più elegante, mi rivolgo ad un funeral home davanti al quale passiamo per caso. L’impiegata, dopo una veloce telefonata, ottiene gli indirizzi; 8200 Airline Drive quello di Booker.

James Booker's graveyard

Il cimitero è modesto, di forma quadrangolare, con il viale interno per le automobili; nell’ufficio m’indicano il luogo, la lapide di Booker si trova “on the wall”.
James Carroll Booker III, The Piano Prince. Solo tre parole per descrivere il Music Magnifico, il miglior pianista di New Orleans, insieme a Professor Longhair. Tecnicamente superiore a Longhair, ugualmente particolare, inarrivabile e carismatico, inferiore solo dal punto di vista del successo. E sicuramente meno affidabile a causa dei suoi problemi. Booker più introspettivo, più solista e con una vasta cultura musicale, Longhair più estroverso e divertente, sempre accompagnato da favolose rhythm ‘n’ blues band e nemmeno sapeva chi fossero i Beatles.
Genio sensibile e sfortunato, J.C. Booker ha condotto una vita erratica, da sud a nord e da est a ovest degli USA, ha prodotto diverse incisioni per le maggiori indie dell’epoca (Ace, Imperial, Chess, Duke/Peacock), in una carriera plagiata dall’eroina e da lievi disturbi mentali.
Un’intelligenza creativa e lucida, un eccentrico nero omosessuale orbo da un occhio, zoppo, tossicodipendente, e il più giovane artista a registrare per l’eccezionale A&R Man di Imperial, Bartholomew, a soli 14 anni.

James Booker's grave

Formato da studi musicali classici e proveniente da una famiglia di musicisti e artisti, studente brillante in matematica e musica, a 10 anni, nel 1949, fu investito da un’autoambulanza e trascinato per 9 metri, ritrovandosi la gamba rotta in ben 8 punti.
Come raccontò lui stesso nelle note di copertina di Classified, il suo ultimo disco (Rounder Records, 1982), fu allora che sperimentò l’euforia artificiale, data dalla morfina somministratagli per il dolore.
Fu membro della house band di Cosimo Matassa, influente su Dr. John e Allen Toussaint, e formò la sua prima band con Art Neville, conosciuto a scuola. Andò ad Angola, la nota prigione della Louisiana serbatoio di musicisti, a causa di una sentenza per droga che lo obbligò a prestare servizio per un paio d’anni. Fu inserito in un progetto di musica e fu fuori dopo solo 6 mesi per i risultati; disse d’aver avuto dentro la prigione il suo primo, vero pubblico.
A causa delle sue capacità imitative fece il pianista fantasma per altre due grandi figure della Crescent City: Fats Domino e Huey ‘Piano’ Smith. Dato che “The Fat Man” sull’onda del successo era sempre in tour, Bartholomew usò Booker in studio per registrare le parti di Domino, di modo che al suo ritorno egli dovesse incidere solo la voce, tanto per non rallentare la macchina da soldi.
Le parti di Huey Smith invece, per la ragione contraria. ‘Piano’ Smith considerava le tournée come dei calvari e sottraendosi spesso e volentieri fu ancora J.C., detto Gonzo, a esibirsi dal vivo al posto suo, suonando con la band e il nome del collega.
Il suo stile e repertorio si formarono con Tchaikovsky, Rachmaninoff, Mozart, Bach, Chopin, Errol Garner, Art Tatum, Liberace, Meade ‘Lux’ Lewis, Jelly Roll Morton, Archibald, Tuts Washington, ma fu influenzato anche da Professor Longhair, Ray Charles, Charles Brown.
Seguì i suoi demoni a soli 43 anni per un overdose, morendo durante l’attesa al Pronto Soccorso del Charity Hospital, lo stesso in cui era nato.

Fats Domino's House

E se Booker era un principe, o maraja, Fats Domino era uno sceicco, e questo qui sopra il suo harem, 1208 Caffin Ave., all’angolo tra Caffin e Marais, nell’area compresa tra North Claiborne e St. Claude. Si trova nel Lower 9th Ward, il distretto più esteso di New Orleans e quello più colpito da Katrina.
Si pensò fosse morto, invece fu recuperato da una barca insieme alla famiglia dal tetto della casa allagata in cui sono andate distrutte tutte le sue cose. È stata riparata grazie a un fondo del Tipitina’s raccolto nel 2007 e potrebbe essere tornato ad abitare qui, ma non ne sono sicura, anche perché i cancelletti erano chiusi da catene. La speranza di vederlo e salutarlo è rimasta una speranza.
Sotto la stella, un neon con la scritta “Fats Domino Publishing” denota che qui c’è il suo ufficio.
Antoine Domino, nato di lingua francese, è stato un poderoso, influente pianista boogie, e quando Lew Chudd, proprietario a Hollywood di Imperial Records, lo sentì, ne rimase impressionato e chiese a Bartholomew di registrarlo per suo conto. Nel dicembre del 1949 Domino entrò per la prima volta negli studi di Cosimo Matassa, J&M, all’angolo di Rampart con Dumaine: fu l’inizio della sua carriera di hit maker. Nelle formazioni dello studio figuravano nomi come Frank Fields, Earl Palmer, Joe Harris, Herbert Hardesty, Alvin ‘Red’ Tyler, Walter ‘Papoose’ Nelson, Clarence Hall, Billy Diamond, oltre che Bartholomew naturalmente. Allora Matassa non aveva un registratore a nastro, ma una specie di tornio primitivo che letteralmente tagliava un master (avanzo l’ipotesi che l’espressione to cut a record per “registrare un disco” sia nata da questa procedura) graffiando sulla gomma lacca; ciò che ne usciva, dopo ore di agonia per la messa a punto, era un disco in ceralacca.

Lower 9th Ward

Sopra, Caffin Ave., la via del quartiere dove il pianista è cresciuto e vissuto; la zona è povera, abitata dalla working class, ma anche quando fece fortuna Fats non l’ha mai abbandonata, fino al giorno dell’alluvione.
In quelle incisioni (anni 1950) Domino cominciò a usare le sue tipiche terzine martellate, sentite nei dischi di Little Willie Littlefield, Amos Milburn, Fats Waller, e raggiunse la classifica con brani come Fat Man, Every Night About This Time, Goin’ Home, esplodendo sulla scena rock ‘n’ roll del 1955 con Ain’t That A Shame, quando la canzone fu ripresa da Pat Boone. Fornì il background a grandi cantanti come Joe Turner e Lloyd Price, e altri suoi successi personali furono I’m In Love Again, Blueberry Hill, Blue Monday, I’m Walking, Whole Lotta Loving, I Want To Walk You Home, Be My Guest. Sotto, sempre nel nono distretto, alcune case sono abbandonate.

Lower 9th Ward

Qui sotto, la casa dell’infanzia di Jelly Roll Morton, 1443 Frenchman St., all’angolo con North Robertson, nel 7th Ward. Sapendo la via, ma non il numero civico, chiedo ad un gruppetto di afroamericani in mezzo alla strada. Non faccio in tempo a finire la frase e già mi rispondono; penso che la gente del quartiere sia abituata a sentirselo chiedere. Non c’è nessuna scritta però c’è la foto del celebre compositore ad una finestra.
La casa è evidentemente abitata, date le due biciclette e il fatto che è abbastanza mantenuta, e l’aspetto è quello originale. Credo appartenga ancora a Jack Stewart, cornettista e storico del jazz.
Ferdinand Joseph La Menthe, o La Mothe, nato alla fine del 1800, diceva di essere figlio di un francese e di una creola. Il padre se ne andò, la madre si risposò con un certo Morton, o forse Mouton, da qui l’uso di Morton come cognome, volendosi sentire cittadino americano. All’inizio suonava il piano nei bordelli di Storyville. Guadagnava molto, era ambizioso, egocentrico e disprezzava i neri, mirando a frequentare la borghesia creola.

Jelly Roll Morton's

Jelly Roll nacque qui, ma abitò pochi anni consecutivi in città. Girò l’America, e il suo mito era Tony Jackson, perché suonava ragtime ad una velocità incredibile. Morton disse che il proprio stile particolare, fra rag e jazz, lo inventò per differenziarsi da Jackson.
Il fatto di parlare solo di sé e di proclamarsi l’inventore del jazz gli attirò l’antipatia dei colleghi (nessuno dei grandi jazzisti andò al suo funerale), e per i posteri lo rivestì di un alone folclorico che in parte ha oscurato i suoi reali meriti. In effetti qualche debito nei suoi confronti i suoi colleghi dovrebbero averlo, perché Morton fu tra gli artefici del passaggio dal ragtime, uno degli stili precedenti al jazz, forma ritmicamente brillante ma rigida, alla libertà di improvvisazione propria del jazz.
Diverso destino per la casa di Sidney Bechet qui sotto, 1716 Marais, ancora nel Seventh Ward, in stato di abbandono. Ero titubante se affacciarmi sulla soglia, poi ho fatto uno sforzo e ho guardato dentro, ma non ho fotografato per pudore da tanto male era messa. Sono stata una degli ultimi a fotografarla perché qualche mese dopo è stata demolita; era quasi di fronte alla Chiesa Battista israeliana, un edificio bianco all’angolo con Annette Street.

Sidney Bechet's

Clarinettista e sassofonista di grande talento, creolo come Honoré Dutrey e Barney Bigard, Sidney Bechet nacque a New Orleans nel 1897 in una famiglia di musicisti, e fu uno di quei jazzisti che dopo la chiusura di Storyville si trasferirono a Chicago. Uno dei primi grandi solisti (insieme a Louis Armstrong), rimase indietro sulla scena americana per aver inciso poco durante l’esplosione del fenomeno jazz, gli anni 1920, ed essere stato in Europa per un periodo; per questi motivi ai tempi non gli fu riconosciuto il suo importante ruolo. In compenso ebbe molto successo nella Parigi degli anni 1940/50, dove fu nominato “Re del clarinetto”. Già negli anni 1930 Bechet portò il jazz nell’allora capitale mondiale dell’arte e della cultura, suonando per Joséphine Baker.

Professor Longhair'sUna double shotgun house anche quella in cui visse Professor Longhair nel 1979 (qui a fianco), comprata quando aveva 62 anni nel periodo in cui fu riscoperto, un anno prima di morire. Si trova al 1738-40 di Terpsichore Street a Central City, non lontano dai ponti della Hwy 90 e nella stessa area delle abitazioni di Kid Ory, (1) Buddy Bolden (2) e Joe ‘King’ Oliver, (3) il mentore di Louis Armstrong. (4)
Central City è un quartiere di notevole interesse storico, ma la casa non pare in buone condizioni, anche se un cartello di un’impresa idraulica fa pensare che ci siano lavori in corso.
Nei primi anni 1970, secondo la testimonianza di Mike Leadbitter, abitava al 1522 South Rampart, non lontano da qui, in seguito anche al 1517 in una casa-studio affittata per Longhair e i Wild Magnolias, che purtroppo bruciò totalmente nel 1974.
Nato Henry Roeland Byrd nel 1918, detto Fess ma anche Bald Head, Professor Longhair è stato uno dei musicisti più influenti del R&B di New Orleans (e tra i più significativi pianisti del blues di tutti i tempi) dai tempi di Smiley Lewis a quelli di The Radiators e oltre, tuttora molto amato in città anche da chi non l’ha conosciuto personalmente.
Il suo particolare stile, da lui definito come un miscuglio di rumba, mambo e calypso, non gli offriva tante possibilità di diversificazione, tuttavia era esemplare in quanto a unicità e combinazioni di suono, anche per merito di una vocalità caratteristica. Professor Longhair's
Aggiungerei che la fusione include elementi di barrelhouse, boogie, gospel, blues naturalmente, ritmi da street parade e rock. Per me, è l’artista/cantante R&B più classicamente rock di qualsiasi rocker e i suoi ghirigori vocali, yodel e fischiettii non sono solo divertenti, ma sono abbellimenti che aggiungono valore a esecuzioni già potenti. Si ascolti ad esempio lo scat della fantastica Whole Lotta Loving da Crawfish Fiesta, un disco esilarante, l’ultimo, registrato ai Sea-Saint Studios.
Da ragazzino ballava il tip-tap su Bourbon e Rampart Street, e fu introdotto ai primi rudimenti musicali dalla madre, Ella Mae Byrd, multistrumentista. Iniziò con la chitarra, poi messa da parte perché gli causava ulcere alle dita.
Cominciò a frequentare club come Delpee’s durante la metà degli anni Trenta e, guardando pianisti leggendari come Kid Stormy Weather, Drive ‘Em Down, Little Brother Montgomery, Sullivan Rock e il grande Tuts Washington, fu introdotto agli stili barrelhouse e stride, e per un po’ suonò anche la batteria.
Diventato ballerino provetto trovò lavoro in un medicine show, ma lasciò dopo un mese perché gli attori dovevano lanciargli torte in faccia; nel frattempo acquisì la fama di esperto giocatore di coon-can (conquian), un gioco di carte. Per fortuna queste attività non lo distolsero dalla musica e Fess continuò a crescere in quel campo, anche se bisogna dire che il cooncan gli permise di mantenere se stesso e la sua famiglia più a lungo di quanto non abbia fatto la musica.
Il suo primo impegno professionale fu con Champion Jack Dupree al Cotton Club di Rampart St., e sembra che Roy Byrd insegnò a Champion qualche trucco sul piano, nonostante quest’ultimo fosse più vecchio di 8 anni, in cambio di lezioni di canto, ma Roy fu impressionato anche dallo stile di scrittura di Dupree.
Sotto, il Mount Olivet Cemetery and Mausoleum, 4000 Norman Mayer, a nord della città, poco distante dal Lago Pontchartrain. Un impiegato ci conduce sul luogo: è troppo difficile trovarlo in quel labirinto di loculi e gallerie in cui è nascosto. Quando vedo il posto, con solo quella targhetta, ci rimango male.

Prof. Longhair's grave

Gli unici segni distintivi sono un biglietto da visita di Alfred ‘Uganda’ Roberts, un percussionista calypso (ormai leggenda vivente a N.O.) affascinato dalla figura di Byrd e che ha suonato per lui in Rock ‘n’ Roll Gumbo e Crawfish Fiesta, e una carta da gioco, un asso naturalmente. L’impiegato, un afroamericano imponente, prima di andarsene sistema l’asso un po’ curvato dal tempo, piegandolo dalla parte opposta per farlo stare più dritto. È un gesto veloce forse tenero e affettuoso, o forse dettato solo dal dovere di presentarcelo al meglio, in quel modo gentile e risoluto tipico degli americani che prestano servizio al pubblico. Tuttavia ha un che di dolce e servile, ancor più in contrasto con la stazza dell’uomo, come un segno di rispetto.

Prof. Longhair's grave

Questo qui sotto non è un fienile d’epoca ma il Tipitina’s originale, detto Tips, 501 Napoleon Ave. all’incrocio con Tchoupitoulas St., nella zona bassa del quartiere Uptown vicino alle rive del Mississippi. L’edificio è del 1912 e in passato ha avuto diversi usi, tra cui quello di postribolo.

Tipitina's

Nacque nel 1977 dalle ceneri del vecchio 501 Club, grazie a un gruppo di (14) giovani fan del Professore noti come i Fabulous Fo’teen, stanchi che egli non avesse un posto fisso e decente dove suonare, e gli diedero il nome del popolare numero di Fess del 1953. Dato che morì dopo poco non sono tanti quelli che hanno avuto la grande fortuna di vederlo esibirsi qua. Il 30 gennaio 1980, meno di 24 ore prima che uscisse il suo ultimo disco, si spense senza neanche un gemito per un attacco di cuore, davanti alla moglie Alice Walton Byrd.

Tipitina's

Una volta gli studi di WWOZ erano qui, in un appartamento al piano superiore. Il locale fu chiuso nel 1984 e riaprì dopo che furono fatti interventi migliorativi. Qui c’è anche la sede della Tipitina’s Foundation, nata per aiutare i musicisti locali in difficoltà. Ha organizzato concerti, alcuni all’interno del New Orleans Jazz & Heritage Festival, qualche edizione della Piano Night, raccoglie ogni anno centinaia di strumenti da donare alle scuole e tiene workshop musicali.

Tipitina's

All’interno c’è una scultura di Fess fatta dal musicista Coco Robicheaux, un busto di ottone, mentre di fronte c’è una piazza/parco che porta il suo nome e una scultura in bronzo di David Tureau, rappresentante Byrd in due pose, una delle quali, quella in piedi di fronte al piano, è ispirata da una celebre foto. Non è una zona bellissima, di sera è meglio parcheggiare vicino.
Il Tips ha un fratello più giovane e patinato, il Tipitina’s French Quarter, 233 North Peter’s St., nato come ritrovo musicale fisso, ora credo destinato solo a eventi isolati o privati.

Prof. Longhair

Imperdibile anche il regno divertente e surreale dell'”Imperatore dell’Universo”.
Al 1500 North Clairborne nel quartiere Tremé, quasi sotto il passaggio della I-10, c’è l’Ernie K-Doe’s Mother-In-Law Lounge, nome che perpetua il suo hit del 1961, Mother-in-Law, uno dei tanti successi prodotti da Allen Toussaint, che proviene dallo stesso quartiere. Qui The Emperor è ritratto con la moglie Antoniette, e il Krewe du Vieux è una parata che si svolge in occasione dei festeggiamenti del Mardi Gras, il noto carnevale della città, la più storica e particolare, tesa a ironizzare sulla situazione del momento. Nel telefilm “Treme” c’è una scena registrata dentro il locale in occasione di un incontro per organizzare, appunto, il Krewe du Vieux.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

I dipinti circondano tutto l’edificio, qui sotto K-Doe canta Here Comes the Girls con Toussaint al piano. Entertainer nato, Ernest Kador vide la luce al Charity Hospital il 22 febbraio 1936, nono di undici figli di un predicatore battista. Cresciuto a Uptown, tra i suoi amichetti d’infanzia c’erano Art e Aaron Neville, che abitavano vicino a lui, nelle case del Calliope Project. Durante l’adolescenza canta il gospel nella chiesa del padre dalle parti di Baton Rouge, e il suo più grande ispiratore fu Brother Archie Brown Lee (Five Blind Boys of Mississippi), un cantante gospel da lui ritenuto più grande di Mahalia Jackson, la regina del gospel nata a New Orleans.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Dopo essere stato a Chicago e aver inciso per United torna a New Orleans nel 1954, forma il suo gruppo vocale, The Blue Diamonds, e registra per Savoy dischi che non avranno promozione.
Però la sua reputazione cresce in città grazie alle elettrizzanti esibizioni in locali come il Dew Drop Inn (5) guadagnandosi una seduta anche da Specialty, dove però il suo disco viene eclissato da un altro inciso poche ore prima, Tutti Frutti di Little Richard, niente meno che la definizione del rock ‘n’ roll.
Fu con la piccola Minit, dove trovò gli arrangiamenti di Toussaint, che K-Doe si sistemò, dapprima con un disco che ottenne un buon successo locale, e un secondo, Hello My Lover, che non arrivò nelle classifiche nazionali, ma ebbe la distribuzione di Imperial e vendette decine di migliaia di copie.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Facevano le prove a casa dei genitori di Toussaint a Gert Town, con Benny Spellman, Irma Thomas, Willie Harper e Calvin Lee al background vocale, e quando erano pronti andavano a registrare da Matassa. Mother-In-Law fu il suo terzo singolo Minit, e raggiunse il 1° posto nelle classifiche pop e R&B, vincendo un disco d’oro. Fu il primo disco di New Orleans (strano, ma vero) a raggiungere il n. 1 nelle classifiche Hot 100 di Billboard.
Già intitolare una canzone alla suocera incuriosì, ma l’ironia (da qualche dj bianco considerata offensiva), la bella voce di K-Doe, il chorus basso di Benny Spellmann e la ritmica pianistica di Toussaint fecero il resto.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Sotto, l’altarino dell’Imperatore continua anche nel giardinetto, e in questo c’è qualcosa di africano.
Con sua grande gioia fu gettato all’istante nel mulinello dei tour, in cartellone con James Brown, Sam Cooke e Little Willie John; girava con una cremagliera di abiti da scena e aveva chi lo aiutava a cambiarsi. Le sue danze, le acrobazie con la stanga del microfono, i suoi repentini cambi di mise anche più volte durante la stessa canzone, rendevano i suoi show tra i più richiesti da costa a costa.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Ma il successo non durò a lungo e gli anni 1970 furono abbastanza frustranti per lui; si sfogava su Toussaint e Marshall Sehorn, rei, secondo lui, della sua caduta di popolarità dato che in quegli anni lo produssero sporadicamente. Nel 1982 K-Doe cominciò un programma radiofonico alla WWOZ: buffonate e monologhi stravaganti su sottofondo musicale causarono un putiferio mai visto prima attorno ad un dj; stava solo confermando la sua fama di “off-the-wall”. Fino all’ultimo show, però, Ernie K-Doe fu ancora in grado di incendiare la platea, così come proponeva lui stesso: Burn, K-Doe, Burn!

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge
Cosimo Matassa, plateA fianco, la targa davanti alla sede del primo studio di Cosimo Matassa, J&M Music Shop, (6) 838-40 North Rampart, la grande arteria che divide il French Quarter, a nord, dal Louis Armstrong Park.
In un biglietto da visita dei tempi c’è scritto: J.&M. Music Shop, Automatic Phonographs, Electrical Appliances, Records and Recordings, Radio and Television, Installations and Repairs. Se Matassa è passato alla storia, però, lo deve solo a quel “Recordings”, dato che, potenzialmente, dalla fine del 1940 ai primi 1970, ogni disco R&B di New Orleans uscì da uno dei suoi quattro studi.
Earl King, in I Hear You Knockin’ di Jeff Hannusch, ricorda che [...]when those cats from out of town came here to record, they came to see Cosimo. They literally had guys lined up around the block tryin’ to get an audition for days. It was like a lineup to get into a theatre.
Inizialmente Cosimo, detto Coz, avrebbe dovuto specializzarsi in chimica, ma si rese conto che non gli piaceva. Dopo la II guerra s’unì quindi all’attività familiare in questo negozio, una ex-drogheria, su North Rampart all’angolo con Dumaine a due passi da Congo Square, per vendere soprattutto apparecchi elettrici, e come extra qualche vecchio disco tolto da certi juke-box di proprietà del padre di Cosimo.
Come successe a J.D. Miller a Crowley, i clienti cominciarono a chiedergli dischi nuovi; in città non c’erano molti negozi che ne avevano, così in poco tempo il suo diventò popolare perché, tramite un amico che lavorava sulla west-coast, riusciva ad avere i prodotti dell’area losangelena, a quei tempi ai vertici della discografia statunitense.J&M Music Shop
Prosperò in quel modo fino al 1946, quando Coz realizzò che, in una città così ricca di musica, mancava un vero studio di registrazione, aldilà di quello di due ingegneri della radio WWL in Canal St., che però offriva un servizio limitato.
Avendo fatto una scuola tecnica decise di provare e inaugurò il Recording Service posizionando un “Duo-Press disc cutter” nel retro di uno dei due locali. Il disco veniva tagliato direttamente durante la registrazione, e i trucioli di plastica dovevano essere tolti man mano che si producevano. Quando qualcosa non andava l’acetato era da buttare, e si ricominciava da capo.
Le prime major a usare lo studio furono RCA e Decca in cerca di dixieland, ma l’anno di svolta fu il 1947 quando arrivò Deluxe Records dal New Jersey, interessata a Dave Bartholomew, Paul Gayten e Annie Laurie. La compagnia tornò alla fine dell’anno intenzionata a fare scorta di incisioni in previsione dello sciopero indetto nel 1948 dal sindacato musicisti.
Registrarono Smiley Lewis, Al Russell e Papa Celestin, ma soprattutto 3 canzoni che diventarono successi nazionali, di Annie Laurie Since I Fell For You, un classico che ancora oggi è ripreso, di Bartholomew Country Boy e di Roy Brown Good Rockin’ Tonight, un brano che definire epocale è il minimo.
L’ingresso con il marchio sul selciato è l’unica cosa originale rimasta, non ho fotografato il negozio perché ora è una lavanderia a gettoni. La vetrina mostra in modo esplicito l’interno, si vedono solo lavatrici, asciugatrici e cose del genere, dentro però c’è qualche foto.
Sotto, veduta di North Rampart di fronte allo studio Matassa, che sta nella fila dei negozi a sinistra.
A destra la strada è costeggiata da un lato del Louis Armstrong Park, sullo sfondo i palazzi del CBD.

N Rampart, 1st Matassa studio

Dopo quei successi altre compagnie indipendenti vollero usare lo studio di New Orleans, in cerca di quello che qualcuno prontamente definì “Cosimo Sound”; eppure, anche per lo standard di quegli anni, il luogo non era proprio allo stato dell’arte. Era una bottega di cinque metri per sei, quasi tutti occupati da un pianoforte a coda, ma believe it or not, I recorded a 17-piece orchestra in there. I never had any trouble with sound separation [...] it was just a matter of sticking the microphone in the right place and setting the group up around it…, rivelò Cosimo.
Nel 1949 uno dei primi registratori a nastro Ampeg fu suo; era un portatile da 136 chili, e adesso aveva 4 microfoni, ma ancora solo una traccia. Inaugurò la nuova attrezzatura con Fats Domino incidendo The Fat Man per Imperial: niente trucchi, niente inganni.
Coz’ was the master of one track, conferma Earl King. Dalle parole di Tommy Ridgley che descrive una sessione tipica traggo solo queste, significative dell’atmosfera: (There was always plenty of) food, booze, loose…, c’erano sempre molto cibo, liquori, e tutti erano “sciolti”, a proprio agio, mentre Cosimo correva qua e là per spostare i microfoni prima di tornare nella sua piccola cabina. Non sempre, però, le cose andavano sciolte.
Ad esempio con Guitar Slim, al quale capitò di ripetere 60 volte lo stesso brano, con Fats Domino, che ogni tanto non si rendeva conto di registrare e s’interrompeva nel bel mezzo per chiedere Come sto andando?, o Prof. Longhair che, abituato al piano verticale, era a disagio con quello a coda perché senza frontale, cosa che amava prendere a pedate, tanto che dovettero inchiodarvi un asse di modo che così avesse qualcosa da calciare.
Come dice la targa, lo studio fu quello fino al 1956 e lì arrivarono anche altre importanti firme, come Chess, Aladdin, Atlantic, Savoy, Specialty, tutte alla ricerca del particolare suono di New Orleans.
Il secondo studio dapprima fu al 523 Governor Nicholls, nel French Quarter per poco tempo, poi passò al 525, più grande, e questa volta lo chiamò Cosimo’s Studio; qui cominciò a usare per la prima volta un paio di registratori a tre tracce e un riverbero a piastra EMT.

Cosimo's Studio

Sopra, questo edificio dovrebbe essere il 525; non avevo ancora letto il libro di Hannusch (che ho comprato là), quindi non ricordo se ho cercato il numero giusto, e non c’è nessuna targa.
La zona è certo molto più elegante di North Rampart e quando sono là davanti capisco che, comunque, il luogo dev’essere questo perché mi torna in mente quello che Toussaint disse a proposito dei profumi che sentiva dallo studio, provenienti dal mercato francese. Stava quindi parlando di questo studio, perché a pochi metri la via incrocia Decatur e finisce al French Market, come si intravede nella foto sotto, in fondo.

Governor Nicholls @ Decatur

E quindi sul molo, il Governor Nicholls Wharf. C’è appena stato un acquazzone e tutto sembra più pulito, ma è pesantemente umido. A destra la passeggiata sul Mississippi, in mezzo, sullo sfondo, l’edificio rosso di WWOZ.
One more for Pappy, Richard, sono le parole di Bumps Blackwell che Cosimo sentiva dire spesso, rivolte a Little Richard, quando venivano giù a registrare mandati da Art Rupe di Specialty; Pappy era il soprannome di Rupe.
Le sessioni di Little Richard erano sempre “altamente energetiche”. Matassa s’impegnò anche come manager di artisti, in particolare nel 1954 seguiva gli Spiders, un noto gruppo vocale della città guidato dai fratelli Carbo, Chuck e Chic, e nel 1957 scoprì Jimmy Clanton, che poi sfondò con Just A Dream per Ace Records di Johnny Vincent, registrata nel suo studio con Toussaint al piano e Dr. John alla chitarra.

Governor Nicholls Wharf

Nel 1958 Matassa fondò anche una propria etichetta, Rex Records, come sussidiaria di Ace e trampolino di lancio per potenziali nuovi artisti locali. Uscirono con questa nuova, piccola firma, Lee Dorsey, The Emeralds, Earl King, Chuck Carbo e il primo disco di Dr. John, Storm Warning, uno strumentale stile Bill Doggett con il Dottore ancora chitarrista.
L’idea di Cosimo e di Vincent era buona, e se anche altri l’avessero supportata e allargata, compresi gli aspetti più commerciali, con tutto il talento presente New Orleans avrebbe potuto diventare un’industria musicale pari a Nashville, e riscattarsi dalla nomea di città che vive alla giornata.
Ma l’intraprendenza e la lungimiranza non sono le doti più comuni da queste parti e, infatti, la potente macchina R&B della città agli inizi degli anni Sessanta cominciò a scricchiolare, con l’avvento dei Beatles, di Motown Records, e con l’abbandono da parte dei distributori indipendenti come Fire, Fury, Ace, fino alla vendita di Imperial a Liberty Records.
Nel 1964 la scena era in mano ad una miriade di piccole etichette locali, mancanti di promozione e distribuzione; il motivo per cui Matassa aprì un impianto di stampaggio e fondò Dover Records era proprio quello di riunire le forze presenti in una specie di cooperativa che potesse aiutare la produzione e la distribuzione dei dischi, e una quarantina di etichette furono coinvolte.
Ci furono diversi successi, come quelli di Robert Parker, Curley Moore, Willie Tee, Smokey Johnson, Aaron Neville, e Cosimo si trasferì di nuovo, in un magazzino rinominato “Jazz City”, 748 Camp St. (vicino a dove ho alloggiato e al warehouse dove ho visto La Fête Cultural). Ma la faccenda non funzionò soprattutto per problemi di denaro, con molti crediti mai riscossi e debiti a cui far fronte.
Chiuse i battenti e tutto l’equipaggiamento fu svenduto all’asta. Gli anni Settanta videro Cosimo impegnato ad aiutare il Sea-Saint Studio, e di nuovo coinvolto nel business con un otto tracce in un garage vicino all’Industrial Canal, invece gli anni Ottanta in un’altra collaborazione con Marshall Sehorn, prima di dedicarsi esclusivamente all’attività familiare, un negozio di alimentari, Matassa’s Market, 1001 Dauphine Street, ormai un’istituzione nel quartiere francese.

Sea-Saint Studios

Sopra, l’ex Sea-Saint Recording Studio al 3809 Clematis St., nel quartiere di Gentilly. C’è l’insegna di un parrucchiere e la zona è particolarmente desolante. L’area di Gentilly ha subito gravi danni con Katrina, sommersa dall’acqua per giorni.
La collaborazione fra Marshall Sehorn e Allen Toussaint fu duratura e positiva; i due costruirono uno studio moderno, una casa editrice di successo (Mar-Saint), iniziarono diverse etichette indipendenti e riportarono l’attenzione mondiale sulla musica di New Orleans. Toussaint, pianista e arrangiatore, s’occupava del lato musicale, Sehorn di quello manageriale negli uffici di quella che si chiamò Sansu Enterprises, in Clematis Street.
Proveniente dal North Carolina, modesto chitarrista rockabilly in un gruppo locale, Sehorn decise di dedicarsi all’aspetto affaristico della musica nel 1957. Partì per New York, cercando di entrare nel circuito Tin Pan Alley senza successo, anche perché non aveva ancora le idee chiare su cosa avrebbe potuto fare. Le cose cominciarono a girare quando conobbe Bobby Robinson, proprietario di Fire and Fury Records, diventando il suo promotion man al sud.
Era il 1958 e, cito da Hannusch, gli ci vollero a lot of balls, essendo un bianco e dovendo dire, proprio nel sud, che lavorava per una compagnia afroamericana. Come talent scout ebbe successo promuovendo Wilbert Harrison, un artista del North Carolina che arrivò in classifica con Kansas City. Sehorn, durante una vacanza a casa sua, la sentì cantare in un locale da Harrison e vide che piacque molto al pubblico. Appena seppe che ancora non era stata incisa contattò Robinson, e registrarono il demo nei pochi minuti rimasti liberi nello studio Beltone di Harlem, già affittato per una sessione gospel.
La compagnia (Fury) aveva così pochi fondi che Sehorn dovette rimandare a casa Harrison con i suoi soldi, e lui dormire sul divano del negozio di Robinson, sulla 125^ strada ad Harlem (Bobby’s Happy House, foto del negozio al link precedente). Girarono con una decina di demo da un dj all’altro per sentire i pareri; non fecero in tempo a tornare che il brano stava già andando forte a Cleveland e Chess era già in studio con Rocky Olsen, prima che loro riuscissero ad andare in stampa. Al loro ritorno trovarono 50 telegrammi di richieste per decine di migliaia di copie.
La versione di Wilbert andò al n. 1 delle classifiche pop e R&B grazie soprattutto allo storico programma radiofonico American Bandstand di Dick Clark e, più o meno nello stesso periodo, anche altre versioni ebbero successo, quella di Little Richard (Specialty), di Rocky Olsen (Chess) e Hank Ballard (King). Fu però Savoy Records a mettere sotto contratto esclusivo Harrison, mentre Leiber e Stoller rivendicavano la paternità della canzone.
Dopo questo, comunque, la coppia Robinson-Sehorn mise a segno altri colpi, tipo Fanny Mae di Buster Brown, Mojo Hand di Lightnin’ Hopkins, Every Beat Of My Heart di Gladys Knight, I Need Your Lovin’ di Don Gardner, There’s Something On Your Mind di Bobby Marchan, Soul Twist di King Curtis.

Sehorn conobbe Toussaint nel 1960, quando andò a New Orleans per registrare Bobby Marchan, tornandovi nel 1961 per la favolosa Ya Ya dell’ex-pugile Lee Dorsey, con Toussaint ancora sotto contratto Minit.
Dopo problemi finanziari occorsi a Fire e Fury, e un breve sodalizio con un rappresentante di Vee-Jay, iniziò una collaborazione con Jake Freedman di Southland Record Distribution, tornando nella Big Easy e registrando Lee Dorsey e Toussaint in diversi brani, tra cui Ride Your Pony, ma Freedman morì poco dopo. Si rivolse allora ad Amy/Bell Records, diventò il manager personale di Dorsey portandolo anche all’Apollo Theatre (Toussaint come direttore della band), e fu proprio a New York che il rapporto tra il mite arrangiatore e l’intraprendente manager si consolidò: un legame tra due opposte personalità, tra un bianco e un nero.
Toussaint aveva già ricevuto offerte da Motown e dalla west-coast, ma vi rinunciò perché voleva stare a New Orleans; insieme formarono le etichette Tou-Sea, Deesu e Sansu, registrando l’R&B della città, all’inizio utilizzando il nuovo studio di Matassa, in St. Philip Street (il Jazz City Studio citato prima), e sfondando con l’interpretazione di Betty Harris di Near To You.
Continuarono i successi con Lee Dorsey, Working in the Coal Mine, e ancora con Betty Harris, Cry to Me, ma furono i Meters di Art Neville la loro grande scoperta, il gruppo di funk strumentale per eccellenza, dapprima usato solo come sezione ritmica. Con l’aiuto di investitori, i due nel 1973 aprirono il Sea-Saint Studio, che in poco tempo divenne uno dei più richiesti del paese grazie soprattutto alla reputazione di Toussaint come produttore e autore, mentre nel retro Sehorn stringeva accordi con Warner Brothers. Ospitarono sessioni molto diverse tra loro, da Dr. John ad Albert King, dai Wings di Paul McCartney ai Neville Brothers e i Wild Tchoupitoulas, e uno dei più grandi successi universali di tutti i tempi diventato un tormentone andato ben aldilà del 1975, Lady Marmalade cantato dalle LaBelle, il cui refrain affondava nella New Orleans più evocativa essendo la frase Voulez vous coucher avec moi, ce soir? tratta da “Un tram chiamato desiderio”.
Soprattutto negli anni Ottanta i due attirarono critiche e gelosie, e furono accusati di privilegiare gli affari con gente di fuori città e d’abbandonare gli artisti locali, fino al punto che un giorno qualcuno (un Meters) arrivò puntando una pistola e chiedendo d’essere risarcito di stratosferici quanto improbabili guadagni. Furono però annosi problemi respiratori a portare via Marshall Sehorn nel dicembre del 2006, a 72 anni.

Louis Armstrong Park

Non ho potuto far meglio con il Louis Armstrong Park, sopra, nello storico quartiere Tremé, chiuso per lavori in corso e con l’entrata occupata da materiale edile. Il parco si trova appena oltre i ramparts, le mura che una volta circondavano la città originale, cioè il quartiere francese, da qui il nome Rampart Street.
Dentro si trovano la statua del grande Satchmo, la vecchia Congo Square, Perseverance Hall, dove s’esibirono i primi grandi nomi del jazz come il leggendario Buddy Bolden, e il Mahalia Jackson Theater of the Performing Arts, in onore della sublime gospel singer.
Se di Storyville si dice che fu il luogo ove il jazz si sviluppò, Congo Square è probabilmente quello dove nacque: durante il 1800 le danze degli schiavi erano l’evento settimanale. Ogni domenica pomeriggio la musica degli africani, fatta con strumenti artigianali, intratteneva, divertiva ed era fonte di sfogo nel loro unico giorno di libertà. I francesi e gli spagnoli proibivano ogni raduno di schiavi per paura di rivolte, al contrario gli americani ritenevano che incontri di questo tipo fossero un sistema di sicurezza per prevenirle. Le danze diventavano sempre più frenetiche man mano che i ritmi delle percussioni diventavano più veloci. Spesso cantavano in francese o, meglio, nel loro patois creolo, canzoni africane e caraibiche, queste ultime assimilate nelle West Indies, ma tra i neri non fu solo la “deriva” afroamericana a contribuire alla nascita del jazz.
Come già detto (nella I parte), unicamente a New Orleans in quel periodo c’erano tante free person of color formanti la società creola, con uno stile di vita e una cultura totalmente separata da quella degli schiavi. Alcuni erano benestanti e mandavano i figli a scuola in Francia, qualcuno aveva la madre mulatta o quadroon e il padre bianco, qualcuno discendeva da facoltose famiglie di Santo Domingo. Molti studiavano musica classica e suonavano professionalmente, o insegnavano musica e danza.

Fu solo con la fine della Guerra Civile, con le nuove leggi segregazioniste, che non vi fu più distinzione tra queste due culture nere, forzate, loro malgrado, a convivere e a influenzarsi a vicenda.
Durante il periodo della Ricostruzione il ragtime (la versione nera della musica classica europea) e il primo “blues” (non ancora nella forma che conosciamo noi, quella degli anni Venti) nacquero, diventando generi molto popolari tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Il Funky Butt at Congo Square, 714 North Rampart, ha preso il nome da un locale rozzo dei primi giorni del jazz, che però stava altrove. Oggi è un jazz club alla buona aperto con l’aiuto del pianista Henry Butler. Il posto è piccolo, a lume di candela, molto popolare, e vi si respira un’aria retrò.
La zona attorno a Congo Square può essere pericolosa di notte, ma i posti migliori per la musica sono proprio quelli più periferici, basta solo non girare troppo a piedi.
Poco distante, il Donna’s Bar and Grill, 800 North Rampart (sotto), fino a poco fa era uno dei migliori luoghi in cui cenare e ascoltare musica, soprattutto per le tradizionali brass band, le bande di ottoni come Rebirth Brass Band. M’avvicino per guardare il programma, e con sorpresa vedo un foglietto scritto a mano: CHIUSO – SONO ANDATO A PESCA.
Sul momento è difficile capire se si tratta di una chiusura giornaliera o altro, ma poi vengo a sapere che i proprietari e gestori, Charlie e Donna, sono in via di chiudere definitivamente il locale. Peccato, un altro posto dalla buona fama che se n’è andato.

Donna's Bar and Grill

Spero che almeno questo negozio qui sotto abbia ancora lunga vita.
Il Louisiana Music Factory, 210 Decatur Street, French Quarter, è il Re dei negozi di dischi, fonte inesauribile di musica della Louisiana, come dice il nome. Ho chiesto a chi era con me di mollarmi qui e di ripassare non prima di un’ora.

Louisiana Music Factory

Si trovano inoltre tanti libri di musica e cultura afroamericana, quelli che da noi non arrivano mai, e regolari esibizioni dal vivo (qui sotto), soprattutto durante il Jazz Fest, ma in ogni caso tutti i sabato; dal loro canale You Tube trasmettono gli ultimi concerti.

Louisiana Music Factory

CD, vinili, DVD, magliette, poster di concerti, molti dischi a prezzo ribassato; c’è anche un piano superiore.

Louisiana Music Factory

Come si vede qua sotto, il “genere New Orleans” è il genere principale, dal nuovo al vecchio.
Non solo jazz, R&B, funk, ma anche zydeco, cajun, gospel, blues, e pubblicazioni di etichette locali, roba che difficilmente si trova al di fuori dell’area di New Orleans.

Louisiana Music Factory

LMF ha aperto nel 1992 (prima era al 225 di North Peters Street), e uno dei fondatori, Jerry Brock, è anche co-fondatore di WWOZ oltre che produttore musicale, ma da anni è uscito dalla comproprietà del negozio.

Louisiana Music Factory

«Improvvisamente stavamo correndo lungo le acque azzurre del Golfo, e nello stesso momento alla radio attaccò una formidabile pazzia: era il programma Chicken Jazz’n Gumbo da New Orleans, tutti indiavolati dischi di jazz, dischi di musica negra, con il presentatore che diceva: ‘Non preoccupatevi di niente!’» (7)

WWOZ

Sopra, la sede di WWOZ, 1008 North Peters Street, sulla riva del Mississippi, appena dietro Decatur Street. OZ, com’è chiamata qui (pr.: ou-zsii), è la migliore stazione radio della regione, forse anche di fuori regione. Saliamo al secondo piano e, appena dico al “portiere” che veniamo dall’Italia e che li ascolto in streaming, s’alza subito dalla sedia e ci accoglie con grandi sorrisi, spalancando la porta.

WWOZ

Ci accompagna dentro e ci fa fare un giretto. C’è una riunione in corso, e sono quasi tutti impegnati lì. Sotto, la sala per i musicisti, attrezzata per poter eseguire prove, concerti in diretta, registrazioni; oltre al pianoforte, anche un set di batteria.

WWOZ

In questo piccolo ufficio, se ho capito bene, c’è l’attrezzatura automatizzata per caricare, copiare e digitalizzare i CD, di modo che le canzoni possano essere trasferite in un server che tengono qui.
Per sicurezza s’appoggiano anche su un server esterno; si parla di centinaia di migliaia di canzoni.

WWOZ

Qui sotto, il main studio, e anche qui ci sono diversi ospiti tutte le settimane, che suonano e vengono intervistati. Il personale è composto per la maggioranza da volontari, tra i quali anche qualche musicista, come David Torkanowsky (pianista R&B), che hanno però in comune l’amore per la musica di New Orleans, del passato, presente, e futuro. Ognuno è libero di trasmettere ciò che desidera, e quindi la musica varia a seconda del programma; in genere la qualità è sempre buona. Il loro motto è “Bringing New Orleans music to the Universe”, cosa possibile attraverso il sistema di webcasting accessibile dal loro sito.

WWOZ
WWOZUna delle trasmissioni più adatte a promuovere la città oltre che attraverso la musica, è All the Way Live, un’ora settimanale dedicata al cibo, ai festival e alla cultura della Crescent City. Interviste con gli artisti, musica registrata nei club o a casa dei musicisti, e informazioni d’interesse generale. Credo sia l’unico programma registrato, per il resto c’è la diretta 24 ore al giorno.
Con l’attrezzatura portatile trasmettono in diretta concerti, spesso dal Maple Leaf Bar (8) e lo Snug Harbor, dai festival locali o da eventi nazionali che coinvolgono la città. La community radio sponsorizza inoltre l’ottima Piano Night, che di solito si tiene alla House of Blues durante il festival jazz.
Qui a fianco, il manifesto della nona Piano Night, dell’aprile 1997, in onore di Professor Longhair, al Tipitina’s.
Una line-up stellare: Marcia Ball, Clarence ‘Gatemouth’ Brown, Joe Krown, Henry Butler, Eddie Bo, Tommy Ridgley, Jon Cleary, Davell Crawford, Willie Tee, Red Tyler e tanti altri. Kermit Ruffins, il simpatico e ottimo trombettista di jazz puro New-Orleans-style, era al barbecue. Kermit in città è noto per entrambe le attività, anzi, in una scena di “Treme” dice che la sua vera attività è il BBQ, e che la musica “è un di più”. L’altro è il manifesto di un benefit party tenuto da Toussaint e band, più gli artisti di Nyno Records, in Bourbon Street.

WWOZ

Facciamo poi conoscenza del “capo delle operazioni” nel suo ufficio, Jorge Fuentes, e la prima cosa che mi chiede è se mi è piaciuto il concerto della sera prima (riferendosi alla Fête Cultural). Rimango stupita, ma chiarisce subito che c’era e mi ha visto. Dal suo pc vado sulla home page di questo sito, dove ho il collegamento alla radio, e parliamo un po’. Segue scambio di biglietti da visita, e qualche foto fatta dal nostro cicerone. Al momento dei saluti chiedo per l’acquisto della maglietta, e per questo esce dalla riunione un’altra persona, una donna che ci riempie di cose, come borse di tela con il logo della radio, adesivi, la maglietta e il volume 32 di una serie di loro CD non in commercio, per raccogliere fondi, con musica della città naturalmente, classica e moderna. Sotto, davanti a ‘OZ, The Market Café, cucina cajun-creola con musica.

The Market Café

In questo bel creole cottage ha sede lo Snug Harbor, 626 Frenchman St., nel Faubourg Marigny, quartiere a nord-est del Vieux Carré noto per essere residenza di tanti artisti, pieno di ristoranti e locali. L’atmosfera è bohemienne, rimanda al Montparnasse di Parigi della prima metà del Novecento, o al Vieux Carré dei bei tempi.

Snug Harbor

Marigny rappresenta, diciamo così, la “terza via” del divertimento (o joie de vivre) di New Orleans. Diversa dalla pittoresca, ma facilona e volgare vita notturna del French Quarter, piena di gente (=turisti) venuta a ubriacarsi fino al mattino e a vedere ballerine mezze nude, e diversa dalla molto più interessante, ma forse anche più pericolosa (sottolineo forse), proposta notturna di certi luoghi periferici (tipo Uptown, Central City, Mid City, Tremé, Algiers), che però in compenso possono offrire serate più movimentate e musica più genuina, popolare e godibile, anche se meno celebrata di quella di Marigny.

Snug Harbor

Se si vuole sentire buon jazz, rilassarsi (o annoiarsi, a seconda dei casi) in un ambiente frequentato da intellettuali e stare tranquilli, Snug Harbor è il posto giusto. Senza dubbio è molto bello, è sulla breccia da anni e si dedica alla musica odierna di qualità, come si vede dal programma di agosto. Ellis Marsalis è di casa almeno due venerdì al mese. Se si ha intenzione d’andarci nel fine settimana, è meglio prendere i biglietti prima dato che è spesso tutto esaurito.

Snug Harbor

Sotto, palizzata piena di locandine di band, a Marigny

Marigny

Un tratto di Decatur Street.
In questo edificio ci sono diversi negozi, e in fondo c’è il celebrato Café du Monde.

Decatur St.

Sotto, il Café du Monde, 800 Decatur Street, il più antico coffee stand del quartiere francese.
Vedere questi musicisti, visibilmente stanchi e accaldati, suonare male e svogliati sotto il sole atroce del primo pomeriggio, mi ha messo tristezza.
Forse erano di passaggio, voglio credere che non siano stati ingaggiati dal caffè per suonare in quelle condizioni. Meglio venire qui al mattino per una deliziosa colazione a base di café au lait e beignets, i tradizionali “beignets from Du Monde” (dal 1860), che non sono come i nostri bignè ripieni. La loro pasta è simile a quella del donut, la ciambella americana per eccellenza, ma hanno forma allungata e sono coperti da una montagna di zucchero a velo, e si possono trovare a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Café du Monde

Sotto, altre vedute di Decatur

Decatur St.
Decatur St.

Il Café Maspero, 601 Decatur St., un ristorante non costoso, carino e accogliente, in cui ho mangiato fagioli rossi e riso. Detto così non suona bene da noi, ma là red beans and rice è uno dei piatti tipici, idolatrato da Louis Armstrong e Prof. Longhair. La vera pietanza sono i fagioli rossi, serviti dentro una salsa densa e speziata, di solito con andouille (una specie di salsiccia), mentre il riso è di contorno. Come ovunque nel sud, regnano i piatti unici.

Café Maspero

Qui sotto, il soffitto coperto di bandiere di un altro ristorante.
In tutti i luoghi pubblici grandi schermi trasmettono in continuazione sport, soprattutto football, e notiziari. Nel 2010 i Saints, l’amata squadra di football della città, ha vinto per la prima volta il Super Bowl, e ho sentito particolare eccitazione per questa faccenda, anche se avvenuta mesi prima.
Del resto, è la città dove i peccatori sono accettati e i Santi sono esaltati, ho letto da qualche parte.
Una sera, nel quartiere francese, ho visto un gruppo uscire in strada esultante dopo un touchdown della squadra di casa trasmesso in TV dentro un locale.

New Orleans' restaurant

Un posto storico ma economico di Decatur (al 923) è Central Grocery Co., dove si dice sia stato inventato il sandwich muffuletta nel 1906, dai proprietari siciliani.
Un po’ su di prezzo, ma sempre abbordabile, è il Crescent City Brewhouse, 527 Decatur. Vivace, musica dal vivo, e quattro tipi di birra fatta in casa. Sempre su Decatur, al 320, il Louisiana Heritage Cafe (ex Gamay Bistro) sembra interessante ma, ancora meglio sulla stessa via, al 204, c’è Olivier’s, ottimo rapporto qualità-prezzo, con vera, tradizionale cucina creola, e molto più intimo.

Funky Pirate

Sopra, il Funky Pirate Blues Club, 727 Bourbon St., che non consiglio. O meglio, non lo consiglio prima di altri posti. È il classico locale di Bourbon, quindi ho già detto tutto.
È un bar con tavolini minuscoli, c’è il menu ma non c’è la cucina e il cibo arriva da non so dove, servizio al tavolo solo se la cameriera passa di lì, affollatissimo.
L’unico motivo per andarci è che qui s’esibisce Big Al Carson, vigoroso cantante blues che da solo occupa quasi tutto lo spazio del minuscolo palco. Il chitarrista e il bassista sempre in ombra, e il batterista completamente nascosto da Big Al, sono i suoi Bluesmasters.

Big Al Carson

Devo dire che con il suo arrivo, e la scoperta della “bomba a mano” di Tropical Isle, poi doppiata, le cose hanno cominciato ad andare meglio. Non so se s’ordina come hand grenade (io l’ho ordinata chiamandola “that one over there”, indicando quella su un altro tavolo). È riconoscibile perché l’alcolico miscuglio è servito dentro un bicchierone di plastica verde trasparente, a forma più o meno di bomba a mano. Quando sono uscita dal Funky Pirate ho visto che va alla grande in Bourbon St., alcuni giravano con quel boccetto in mano. Il quartiere francese è forse l’unico posto negli States in cui si può camminare con alcolici in evidenza.

Big Al Carson

Tornando a 485 pounds of pure New Orleans blues (credo arrotondabili a 500), cioè Big Al Carson, posso dire che non si tratta di blues viscerale (il blues del Delta non rientra nella tradizione cittadina) e ha spiccate e ballabili sonorità funky-soul.
Turn On Your Love Light di Bobby Bland, Down The Road I Go, Messin’ With The Kid, Happy Birthday Baby, sono i brani con cui esordisce.

Big Al Carson

Buon showman, riesce a catturare l’attenzione su di sé non solo per la mole, e si nota subito che i suoi gesti e il suo stile sono modellati da anni di serate là dentro, una dopo l’altra. Sono proprio davanti, e per un po’ ce l’ha con me; mi parla, mi rivolge le parole delle canzoni, e vuole che vada là da lui (ci andrò, ma solo alla fine).

Big Al Carson

Sembra non si possa fare a meno di Sweet Home Chicago neppure nella Big Easy; meglio quando va sulle “reddinghiane” My Girl e These Arms Of Mine, regali per le coppie che ballano, ma certo non originale con The Blues Is All Right e Mustang Sally. Ha un repertorio il più possibile vario, dato che canta più o meno tutte le sere, è quindi inevitabile che vada anche su canzoni abusate. Colloquia con il pubblico, combina coppie tra i single che ballano, ringrazia per le mance e, non muovendosi mai dal suo posto, alla fine riceve i fan, si presta per le foto, rilascia bigliettini, autografi e chiacchiere. Uno spettacolo divertente, ma non memorabile, un po’ consumato dalla routine.

Big Al Carson

Il mio rammarico è quello d’aver perso per un solo giorno, la sera prima del mio arrivo, Kermit Ruffins and the BBQ Swingers, uno dei personaggi più genuini in uno dei posti meno raccomandabili, il Bullet’s Sports Bar, una catapecchia al 2441 di A.P. Tureaud Ave., dalle parti di Mid-City, oltre la I-10, oltre Gert Town, probabilmente oltre tutto.
Forse sarebbe valsa la pena perdere Baton Rouge, per un’accoppiata così.

(Fonti: per Fats Domino – Rick Coleman, note a The Early Imperial Singles, 1950-52, Ace Records; per Jelly Roll Morton e Sidney Bechet – Autori non indicati, Jazz dagli anni Venti agli anni Cinquanta, Fabbri Editori, 2001; per Professor Longhair, Ernie K-Doe, Cosimo Matassa e Marshall Sehorn – Jeff Hannusch, I Hear You Knockin’, The Sound of New Orleans Rhythm and Blues, Swallow Publications, Ville Platte, 1985).


Note:
  1. Kid Ory, 2133-35 Jackson Ave., è stata rimessa a posto, dipinta di rosso e c’è una targa. []
  2. Buddy Bolden, 2309 First St., una casa bianca. []
  3. ‘King’ Oliver, 2712 Dryades St., una double shotgun house rimessa a posto, color verde-azzurro. []
  4. La casa in cui è cresciuto Armstrong, a Storyville in Jane Alley, è stata abbattuta negli anni 1960. []
  5. La struttura del Dew Drop Inn è ancora al suo posto al 2836 di La Salle St., Central City, a memoria di quel che fu. Fu aperto dal 1945 al 1970. []
  6. Le iniziali di suo padre, John Matassa, e quelle del collega del padre, Joe Mancuso. []
  7. Jack Kerouac, Sulla Strada, Mondadori Editore, MI, 1959, pag. 188. []
  8. Maple Leaf Bar, 8316 Oak St., Uptown, a ovest, forse il locale più lontano dal centro. Fondato nel 1974, fu casa per James Booker. []
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