Louisiana Bound
Si sa che gli americani sono specialisti nel costruire ponti, strade sospese e simili, e anche quando si è nella Orange County davanti al Rainbow Bridge (in primo piano nella foto), sulla strada tra Port Arthur e Bridge City, se ne ha la conferma. Non è molto lungo e non mette in comunicazione due città importanti, ma quando si è là sotto ci si rende conto di quanto la rampa sia ripida, sembra una salita delle montagne russe. A fianco, il Veterans Memorial Bridge.
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Non so cosa stessero pescando con il retino, forse piccoli crawfish, specie di gamberi d’acqua dolce simili a piccole aragoste celebrati soprattutto in Louisiana, magari il catfish o, perché no, il perch, il pesce persico.

Prendiamo il Veterans Memorial perché siamo diretti verso nord-est, mentre il Rainbow conduce verso sud-ovest.

È notizia di quest’estate che il crawfish, familiarmente crawdaddy, il gamberone della Louisiana, ora è presente in gran quantità nel Lago di Varese e che i ristoranti della zona si stanno attrezzando, data la sua velocità nel riprodursi. Anche i fiumi della Sardegna scontano la presenza di questo crostaceo particolarmente aggressivo, che divora ogni cosa. A me personalmente fa un po’ senso vederne tanti impilati su grossi piatti al centrotavola, ma la loro carne è prelibata.

Dall’alto del ponte, il panorama del Neches River nella sua corsa verso il Sabine Lake

Down in low prairie country

Uno dei classici acquedotti che di solito identificano la città. La piccola Orange ha avuto grossi danni con il passaggio di Ike nel 2008, e attualmente si deve ancora riprendere.

L’impressione è quella di una cittadina poco popolata, o forse è solo l’effetto di un’afosa domenica d’agosto. Marcia Ball è nata qui, ma è cresciuta a Vinton, appena aldilà del confine, mentre Clarence ‘Gatemouth’ Brown è nato a Vinton, ma è venuto su ad Orange (come dice lui stesso in Born in Louisiana: I was born in Louisiana, and raised up on the Texas side), dove è morto e sepolto dal 2005.

Case dei sobborghi, tra campagna e città


Case del distretto storico

Quasi tutte hanno almeno una bandiera



W. H. Stark House, maestoso landmark in stile vittoriano dei primi Novecento, con tre piani visitabili

La St. Paul’s Episcopal Church sembra un castello

È domenica mattina e sta iniziando una funzione gospel (qui sotto). Il posto e il momento sono quelli giusti, vedo entrare famiglie afroamericane vestite di tutto punto con colori sgargianti e bambine con treccine e fiocchetti, peccato che il mio abbigliamento non fosse adatto per entrare in chiesa, altrimenti mi sarei accodata volentieri.

La Heaven’s Serenity House è una casa di accoglienza, ma ultimamente è stata al centro di polemiche e di gravi accuse; questo l’ho saputo dopo averla fotografata.

Non è un buon momento per le chiese ad Orange, questa bella chiesa battista con frontale neoclassico e cupola sta lottando per non essere venduta e abbattuta.

Nave sul fiume di Orange, il Sabine, che ha una parte texana e una luisiana facendo da confine tra i due Stati, con foce ad estuario nell’area di Port Arthur, di cui il Sabine Lake e il Sabine Wildlife Refugee fanno parte.

Quasi tutto il tempo ad Orange lo abbiamo speso per cercare l’Hollywood Cemetery, West Curtis Ave., e la tomba in cui è sepolto l’immenso Clarence Brown. Il navigatore continua a farci girare in tondo all’interno di un modesto, ma ordinato quartiere residenziale middle class, con gli abitanti indaffarati nelle faccende domenicali. Decido allora di chiedere ad un tipo che sta tagliando l’erba del suo piccolo giardino a bordo di una motofalciatrice, camicia a scacchi e cappellino con visiera: più americano di così, ricorda Tom Hanks in Forrest Gump.
È molto cordiale e sembra realmente dispiaciuto di non poter dare una risposta precisa, perché non lo conosce; mi indica allora la strada per una chiesa a qualche blocco di distanza, e dice che se il cimitero non è quello adiacente, magari lì sanno darmi le giuste indicazioni. Scopro poi che c’eravamo vicini, mentre nel cercare quella chiesa ci allontaniamo.
Arrivati davanti alla chiesa St. Mary’s, una costruzione moderna in mattoni simile alle nostre, scendo e giro intorno, non sembra esserci anima viva, ma in un angolo vedo l’entrata ad un ufficio.
Dentro 3 o 4 persone stanno parlando ad alta voce, li vedo attraverso un vetro sulla porta, uno di loro mi nota. Esito un attimo, poi mentre mi avvicino esce, spingendo la porta con la schiena, un prete in abito talare, maniche rimboccate e tra le braccia una grossa e pesante vasca piena di sugo, del tipo di quelle da mensa; poco c’è mancato che ci scontrassimo.
Arretro, mi sento leggermente nei piedi, ma il priest, che in quella situazione mi ricorda Don Camillo, sta già appoggiando per terra il vascone (con dentro quello che spero fosse l’avanzo da buttare) e preparandosi per stringermi la mano. Gentilissimo e affabile, si presenta come sacerdote della St. Mary’s e prima di tutto vuol sapere il mio nome, cognome e da dove vengo; davanti a tanta disponibilità cerco di non essere approssimativa e gli dico tutto quello che vuole sapere, poi cosa sto cercando. Capita spesso negli Stati Uniti che quando si racconta di venire dall’Italia l’interlocutore dica di conoscere qualcuno o d’avere un parente d’origini italiane, e anche in questo caso succede, con il signore in borghese uscito subito dopo. Arrivati al punto, mi spiega in bell’inglese e con precisione la strada per tornare su Simmons Drive, cioè la US Highway 90 che si dirama dalla I-10, contando mentalmente addirittura i blocchi, e alla fine quando cerco di ricapitolare mi ripete di nuovo tutto dall’inizio, assicurandosi che abbia ben capito.

L’Hollywood Cemetery è piccolo, senza ufficio, ma ci sono le bandiere e una targa del 1998 a evidenziare la sua storicità. Sulla targa c’è scritto che, nonostante le voci sui cimiteri di schiavi abbondino, questo è riconosciuto come il più antico cimitero afroamericano presente nell’area di Orange, risalente almeno al 1875. La tomba più antica, tra quelle contrassegnate, è del 1886, e molte di quelle del 19° secolo sono di gente morta giovane. Fu chiamato The Colored Cemetery, Woodlawn Cemetery, Merrion Cemetery, fino ad assumere il nome attuale nel 1922, ufficializzato però solo negli anni 1950. Tanti sono veterani delle forze armate americane. Conclude dicendo che ancora oggi il sito serve la comunità afroamericana, e chiunque vi desideri essere sepolto.
Voglio specificare che “africano americano”, cioè African American, è l’ultimo termine politically correct e speriamo definitivo ufficialmente adottato negli Stati Uniti per riferirsi alla razza afroamericana, ma io continuo a usare il termine al quale siamo abituati per evitare confusione, fin quando non verrà integrato anche dalle nostre parti.

Purtroppo però posso dire che attualmente la tomba di Clarence ‘Gatemouth’ Brown, il più grande musicista della Gulf Coast e uno dei più importanti del Texas, non ha ancora la lapide incisa, quindi non sono riuscita a identificarla. Se ce l’avesse avuta l’avremmo trovata perché abbiamo setacciato il terreno in lungo e in largo più di una volta; è una cosa molto triste. Clarence Brown è scomparso nel settembre 2005 poco dopo l’arrivo di Katrina; già malato, lo costrinsero a evacuare da Slidell, Louisiana, e si rifugiò nella casa della sua infanzia qui ad Orange. Poco dopo il suo arrivo l’uragano Rita minacciò di colpire la zona, ma lui morì per cause naturali (enfisema) una settimana prima che la tempesta interessasse la sua cittadina.
Nella scelta di tornare a casa è sembrato sentisse che la sua fine era vicina, perché evitò d’andare a Houston (destinazione per la maggior parte degli evacuati dall’aeroporto di New Orleans) e non volle essere ricoverato in ospedale. Tra le altre cose, Rita portò via dalla sua tomba la targa provvisoria. Se dopo allora qualcosa è stato pensato o fatto non in modo definitivo, l’uragano Ike deve aver di nuovo cambiato il programma.
L’ultimo posto che visitiamo in Texas è proprio questo, e l’ultimo ricordo del Texas tangibile anche sulla pelle me lo lascia questo luogo, questo cimitero: mentre sto salendo in macchina appoggio inavvertitamente il piede su un grosso formicaio, e una marea di piccole formiche rosse incazzate comincia a mordermi entrambi i piedi. Non ho visto quando è successo, me ne accorgo solo perché sento improvvisamente un forte bruciore.
Niente di che, solo un po’ d’ansia e tante piccole punture rimaste più o meno come quelle delle zanzare, quelle più grosse erano ancora lì quando sono tornata a casa. Il bruciore e il prurito dureranno per un paio d’ore, ma poco importa dato che sono sulla strada per Lake Charles.
So long Texas, Louisiana here I come!
