Castel San Pietro in Blues, 26-27.5.2006

Louisiana Red, Little Freddie King, John Hammond, Roger Chapman & Shortlist
Luciano Federighi & Fabio’s Fables, Paolo Bonfanti

Mentre si discuteva dell’argomento “palazzetto sì o palazzetto no” al posto della piazza delle precedenti edizioni, altre più tristi realtà venivano a galla dal palcoscenico, le quali non riguardavano né la desolazione del nuovo sito, né la pessima acustica che pare ovvio doversi aspettare da un palazzetto sportivo. Infatti, mentre il Deltablues di Rovigo è stato messo in quarantena, a Castel San Pietro, proprio con la ricorrenza della decima edizione, s’è respirata aria da funerale.
Il senso di decadenza ha preso piede soprattutto durante la seconda serata, mentre la terza, in programma Alvin ‘Youngblood’ Hart e Susan Tedeschi, l’ho glissata. Le prime due date hanno presentato qualche vecchia garanzia, il richiamo per il blues fan disperato: Louisiana Red, Little Freddie King, John Hammond. Gli elementi disturbatori invece sono stati Paolo Bonfanti Blues Band, Luciano Federighi & Fabio’s Fables, Roger Chapman & Shortlist. Chissà poi perché nella locandina sono stati segnalati tutti gli artisti stranieri come “esclusiva italiana” (persino i ferraresi The Bluesmen…) dicendo il falso dato che Little Freddie King qualche giorno dopo ha suonato a Roma e Louisiana Red sta di casa in Europa e in Italia si vede sovente. Ho dubbi anche sull’esclusiva di John Hammond, per quanto conti.

A parte questo, lo show di Paolo Bonfanti “Blues” Band s’è svolto tutto strozzato attorno alla sua chitarra senza respiro e senza freno, con il basso e la batteria impegnati a occupare insieme al leader tutte le particelle spazio-tempo disponibili, formando una bolla di suono continuo senza diversità o soluzione. Attaccati ad amplificatori Marshall a volume altissimo hanno fatto vibrare i vetri e le bottigliette in mano agli spettatori negli spalti: finché non hanno leggermente regolato il tiro sembrava d’essere alla partenza di uno shuttle, senza provare tuttavia una simile emozione. I tre hanno proposto una serie di classici blues in versione rock, poi una più fantasiosa versione pop di capisaldi rock (Dylan, Hendrix), e due ancora più infelici episodi, nella fattispecie un oscuro brano in lingua belin (genovese), e un altro dedicato al governo Berlusconi.

La sera dopo ho assistito a qualcosa di diverso, ma altrettanto deludente: Luciano Federighi & Fabio’s Fables. Federighi, è giusto ricordarlo, è fra i maggiori storici della musica e della cultura americana e afroamericana. Prima d’essere un ricercatore attento è un appassionato che attraverso la scrittura ci fa partecipi dei significati intrinseci della musica nera. Il mio stupore quindi è sul perché una persona come lui, che in virtù delle sue doti intellettuali dovrebbe porre più attenzione alla preservazione di questa musica, abbia partecipato a un festival blues in un modo così poco consono.
I Fables sono in cinque (chitarra, armonica, sax, basso, batteria): da subito non sembra che vogliano suonare blues, quindi non sto a sottolineare quanto non ci siano riusciti (essendo comunque sul palco di un festival che si fregia di questo titolo); piuttosto è la latente qualità della musica, di qualsiasi natura sia, che lascia perplessi. Il primo sgomento è per la voce cupa di Federighi, che s’accompagna con una tastiera elettrica: difficile dire come sia davvero, magari è anche bella chi lo sa, ma è stata talmente mal microfonata (o altro) da risultare grossa e indistinta, nasale, rimbombante; impossibile capire le sue parole, “cantate” come parlate.
Arduo anche trovare un senso a ciò che accade, sentendo brutte canzoni, per la maggior parte autografe, con un’esecuzione approssimata. La presenza obsoleta di un sassofonista non migliora l’insieme e quella dell’armonicista, Andrea Giannoni, è sembrata una farsa. Quest’ultimo, infatti, muovendosi continuamente avanti e indietro e da destra a sinistra come un invasato ha, non so come, strappato consensi al pubblico (quello in prossimità del palco, dalle mie parti invece m’è sembrato fossimo tutti basiti), che non ha risparmiato applausi a scena aperta. Io non ci ho capito proprio nulla, ma sicuramente avrebbe fatto meglio a conservare il fiato e la concentrazione per l’armonica.
Al danno s’aggiunge la beffa del tripudio per chi invece potrebbe auspicare, al massimo, a una silente sopportazione. Di fatto, musica italiana in lingua inglese, della cui uscita comunque il fonico si dovrebbe prendere parte della responsabilità. In bilico tra imbarazzo e incredulità.

Messi da parte i contributi nostrani al festival, tocca all’altro total outsider inglese Roger Chapman & Shortlist buttare giù di senso la fine della seconda sera. È una fortuna il fatto che non si ritenga opportuno concludere la serata con i volumi discreti d’un one-man band acustico come John Hammond, altrimenti avrei dovuto sorbirmi tutto Chapman & Co. – essendo posti alla fine niente mi costringe ad ascoltarli, e dopo solo due episodi ne ho abbastanza. Se questo è il progresso, meglio rimanere barbari.
Questi eventi mi hanno fatto rimuginare sulla dilagante accettazione di proposte di scarsa qualità, oltre che le più disparate, all’interno di un festival cosiddetto blues. È forse il caso d’abbandonare l’idea del festival allora e organizzare concerti singoli, così non si è costretti a sorbirsi quello che non c’entra niente o quello che pochissimi andrebbero a sentire se non fosse inserito in contesti più ampi?
Invece la tendenza è il contrario, ogni anno i festival aumentano e con loro una sempre più “ricca” programmazione; sembrerebbe una bella notizia, ma lo è? La qualità dove sta, in una dilatazione della programmazione o in una programmazione sensata? Nel voler accontentare tutti, non accontentando nessuno?

A questo punto le performance positive sono una compensazione. Pur non andando matta per John Hammond, che comunque ultimamente non sembra più solo un imitatore e controlla meglio il canto, ho apprezzato il suo contributo con voce, armonica e chitarra, per il suo sentire e trasmettere blues genuino come acqua di cascatella. Note che passano attraverso le mani e le corde, ma anche attraverso i pori della pelle, l’espressione del viso, i battiti e i passaggi dell’aria attraverso l’armonica suonata alla Jimmy Reed.
Sa di non essere al centro del mondo e che, in fondo, a pochi importa veramente, ma sente di dover essere sincero, proprio come Louisiana Red. Just Your Fool, Phonograph Blues, Come on in My Kitchen, una splendida versione di I Got a Woman (Ray Charles) dal suo ultimo disco In Your Arms Again, Come on in This House di Junior Wells, It Hurts Me Too, I Can’t Be Satisfied, How Many More Years… insomma, zona classici, ma manovrati con accortezza e competenza. Una figura rispettabile, meglio se fosse stata accompagnata da una buona sezione ritmica.

La sera prima allo stesso posto di scaletta Iverson Minter, aka Louisiana Red. Chitarrista tutt’altro che fine e preciso, il suo bello è una presenza viscerale, emotiva, scenica, anche piuttosto ominosa.
Dietro occhiali scuri piazza sguardi fissi e minacciosi in un lancio continuo di messaggi, sia vocali che fisici, e brandisce la chitarra elettrica e lo slide come ruspanti mezzi di comunicazione, non con la sacralità a cui altri bluesman ci hanno abituato (quando fanno sembrare magico anche lo strumento). Suona seduto e mette spesso la chitarra in orizzontale, e pare uno al quale non importa cosa può accadere.
Questa specie di John Lee Hooker ha, come tanti altri della sua generazione, acquisito il damn right to sing the blues, dopo aver perso entrambi i genitori per mano del KKK, ed essendo cresciuto in orfanotrofio.
Inizia con un breve gospel a cappella (e finirà anche così), e continua con la recita di King Bee: sono i poli dell’antitesi classica che vanno a braccetto. Esegue brani del suo repertorio tra cui Freight Train to Ride, Alabama Train, Who Dat, e cerca l’improbabile partecipazione del pubblico italiano alle sue parole. C’è anche una versione di Worried Life Blues, e da come la fa sembra che ce l’abbia con il mondo intero.

Little Freddie King è la metà della stazza dell’originale Freddie King, ma ha la stessa passione per gli strumentali che cavalcano l’onda: nient’altro che, almeno apparentemente, assomigli al famoso padrino.
Si presenta in completo blu elettrico leggermente largo, ma il taglio su misura per lui è la sua band. Un bravo armonicista, Bobby Lewis Di Tullio, che ritaglia i suoi spazi senza distorcere l’andamento generale, tanto come sta bene nel sottofondo, un basso così aderente da sembrare la sua ombra, Anthony Anderson, e un manager-autore alla batteria, ‘Wacko’ Wade Wright.
Svicolato dalle grinfie campionatorie di Fat Possum, Little Freddie, mississippiano residente a New Orleans e scampato all’uragano Katrina, rende subito l’idea di cosa intende per swamp boogie con una I Use to Be Down così ritmica, acre e paludosa che è impossibile non pensare alla Louisiana, così com’è inevitabile evocare J.L. Hooker quando ci ipnotizza con Boogie Chillun.
Scanzonato e appassionato: è il suo approccio dignitoso alla vita e alla musica, nonostante adesso debba suonare la chitarra di Louisiana Red perché la sua s’è persa. Già, non solo l’uragano l’ha costretto a evacuare in Texas portandogli via tutto quello che aveva compresi gli strumenti, ma per venire qua lui e la band hanno fatto uno strano viaggio rocambolesco di 48 ore, durante il quale hanno perso il bagaglio strumentale. Lui però è contento lo stesso, felice d’esser vivo e d’esser qui, dimostrandolo con continui guizzi sonori ben piazzati, con l’aspettativa di liberarsi dai blues più opprimenti, e come se fosse a casa davanti a un pubblico amico e festoso in un locale della Crescent City.

Bel personaggio, bella band, ottimo repertorio, tipo i due strumentali del suo omonimo, Hideaway e San Ho Zay, eseguiti con scioltezza e padronanza. Affascinante back porch blues senza pretese, idealmente suonato in un luogo familiare come il retro di una shotgun house, tra rottami di vario genere, bambini sudici che corrono di qua e di là e pollo fritto a volontà: scenetta bucolica del profondo sud degli States.
Un altro King e la sua Lucille entrano virtualmente in campo, sia dentro una rodata versione di Three O’Clock, sia in un racconto sulla sua odissea. Una pacchia è Scratch My Back in una coinvolgente versione strumentale, non meno dell’altrettanto fluente Things that I Used To Do, del suo concittadino Guitar Slim.
Persuasive e ironiche Chicken Dance, à la Burnside e con versi di gallina, e uno strumentale pieno di polvere texana, Hot Fingers, scioglidita per chitarra. Alla fine, come da copione non scritto, Louisiana Red e Little King insieme per il saluto.
Una volta a casa, che sia Germania per Louisiana Red, New Orleans o Texas per Little King, rimarranno nell’attesa che qualcuno li incida come si deve. Io invece rimango qua a sperare che gli organizzatori dei festival non continuino a fare alla nostra musica quello che neppure Katrina e sua cugina Rita, con tutta la loro forza, sono riuscite a fare.

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QUI la galleria fotografica con le didascalie
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Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 3 aprile 2010
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