Clarksdale, Mississippi – pt 2

(Hopson Plantation / Shack Up Inn / Juke Joint Chapel, House of Pancakes, Clarksdale Station, Cat Head, Ground Zero Blues Club)

Hopson Plantation Commissary, Clarksdale

Commissary dell’Hopson Plantation, ex piantagione in cui le vecchie bicocche dei braccianti sono state convertite in caratteristici alloggi per turisti, poco a sud di Clarksdale.

Hopson Plantation

Esplosione di vintage, paradiso di antichità dal sapore blues. Suggestivo vecchiume esposto ad arte e visuali interessanti da ogni angolazione.

Hopson Plantation

Aldilà che non c’è nessuno in giro appare quasi come se fosse funzionante, non una grande esposizione di “natura morta” all’aria aperta. Solo da vicino ci si rende conto di una ricostruzione ad hoc.

Hopson Plantation

Ruggine, una moltitudine di oggetti e così tanti dettagli da non riuscire a coglierli tutti.

Hopson Plantation, Clarksdale

Edificio principale con il juke joint, l’ufficio/reception dello Shack Up Inn e il negozio. Lo Shack Up Inn si qualifica come B&B, non bed & breakfast bensì bed & beer, e i proprietari si chiamano Guy e Bill.

Hopson Plantation

Hopson Plantation

Hopson Plantation

Hopson Plantation, Clarksdale

Entrata al juke joint (Juke Joint Chapel), anche se chiamarlo così è improprio

Hopson Plantation

Perché un autentico juke joint non è (era) così; comunque vi si suona, per gli ospiti dello Shack Up Inn e non. È piacevole anche solo visitarlo, nel deserto mattutino.

Hopson Plantation

Di nuovo quella sensazione di quando puoi godere di un bel luogo in solitudine, la stessa provata, ad esempio, alla stazione di Clarksdale (v. sotto) o alla Dockery Plantation o davanti al Mississippi o, andando indietro nel tempo, a Zabriskie Point.

Hopson Plantation

Certi posti sono liberamente visitabili: gli americani sono fiduciosi sul rispetto della proprietà privata e pubblica.

Hopson Plantation

Anche perché se ti beccano a far qualcosa che non va – you go straight to jail!, frase rimasta negli annali e rivolta a uno che conoscevo quando, tanti anni fa, tentò di discendere un torrente a cavallo di un tronco, prontamente beccato da un ranger che lo apostrofò con quelle parole.

Hopson Plantation

In Italia posti così caratteristici sarebbero chiusi ad una certa ora, o farebbero pagare un biglietto.

Hopson Plantation

Hopson Plantation

Questo angolo mi ha portato alla mente scene di un’America ottocentesca, o comunque più antica di quella rappresentata al piano inferiore e all’esterno.

Hopson Plantation

Hopson Plantation, bottle tree

Un bottle tree, come tanti se ne vedono nel sud, ormai soprattutto nei luoghi pubblici più che nei giardini privati, anche se la tradizione persiste e ne ho visto qualcuno in giardinetti casalinghi, in particolare a Jackson, Ms, ma sicuramente più per motivi ornamentali che per superstizione.
La tradizione del bottle tree ha origini molto antiche; pare fosse diffuso in Egitto e in Mesopotamia. La credenza che gli spiriti si materializzassero nelle bottiglie nacque probabilmente dal rumore provocato dal vento insinuantesi nei recipienti vuoti; da qua la leggenda che gli spiriti potessero essere catturati nel vetro, la stessa concezione arabica del genio nella lampada, il jinn, che non c’entra con “genio” derivando dall’arabo jānn, nascondere, e che non è un morbidoso simpaticone blu ma un essere nebbioso con poteri soprannaturali e una gamma di spiacevoli volontà che vanno dal dispetto alla malvagità. In un albero di bottiglie i vaganti spiriti maligni notturni sarebbero rimasti intrappolati, fino a che la luce del mattino li avrebbe distrutti, così averne uno davanti a casa era augurio di buona sorte. È possibile che la tradizione sia stata importata qui dagli schiavi africani.

Hopson Plantation, Shack Up Inn

Alla Hopson Plantation nel 1935 entrò in funzione una delle prime procedure meccaniche per la lavorazione del cotone, e nel 1944 ingegneri tedeschi della International Harvester, venuti apposta da Chicago, introdussero un macchinario anche per raccoglierlo (harvesting machine, ce n’è una esposta davanti al Commissary, prima foto, e un’altra meglio visibile nella terza foto), diventando così la prima piantagione al mondo in cui il cotone era prodotto con metodi meccanici dall’inizio alla fine del processo. Segnò la fine del lavoro manuale: i mezzadri della Hopson furono mandati via e la meccanizzazione si diffuse, contribuendo così ad uno dei più massicci esodi dei braccianti afroamericani verso il nord.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Alla fine degli anni 1990 un gruppo di intraprendenti, tra cui qualcuno in connessione con i proprietari originali della piantagione, cominciarono a spostare qui alcune delle baracche originali dei mezzadri, restaurandole e dotandole di comodità che naturalmente i suddetti non avevano, come impianti idraulici e condizionatori, affittandole ai turisti sotto l’eloquente nome di Shack Up Inn. Si rivelò un successo così ne restaurarono altre, compreso l’edificio in cui aveva sede la sgranatrice.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

I proprietari prediligono ospitare appassionati di blues, in particolare stranieri, o americani che non siano gruppi studenteschi o altre tipologie di “casinisti”; insomma preferiscono gente tranquilla, coppie e famiglie. Durante i vari festival le casette vanno a ruba e occorre prenotare molto tempo prima.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Le baracche per due persone sono poche, per la maggior parte sono adatte a gruppi di quattro o più.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Le strutture sono autentiche, ma dotate di vari comfort sapientemente occultati alla prima vista, tutte accessoriate diversamente in stile faux-folk e con riferimenti all’immaginario blues. Sono disseminate da una parte e dall’altra della linea ferroviaria e della strada, su un’afosa piana il cui orizzonte si perde a vista d’occhio.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

‘Pinetop’ Perkins visse e lavorò alla Hopson Plantation negli anni 1940. Il nativo di Clarksdale Ike Turner ha attribuito direttamente a Perkins il suo apprendimento del piano boogie in quegli anni.

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Alcune baracche hanno nomi di bluesman e una include un piano proprio in onore di Pinetop

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Il cortile interno con la zona comune dietro il juke joint

Shack Up Inn, Hopson Plantation

Gustare il tramonto del Delta su una rockin’ chair

Our Grandma's House of Pancakes e Alcazar Hotel

Se ci si sveglia a Clarksdale con una gran fame è qui che bisogna venire, da Our GrandMa’s House of Pancakes, accanto allo storico Alcazar Hotel (l’edificio in mattoni rossi), da dove per un lungo periodo trasmise WROX, e dove nei primi anni Duemila ebbe sede lo studio di registrazione di Jimbo Mathus, Delta Recording Service, noto per far uso di attrezzatura d’epoca. Come già detto nella prima parte, Ike Turner da ragazzino lavorò all’hotel.

Our Grandma's House of Pancakes

Our GrandMa’s è rinomato come Abe’s, ma questo è un locale afroamericano, il juke joint dei pancake.

Our Grandma's House of Pancakes

Tra i reperti sulla vistosa parete gialla il disco dell’induzione del 2015 nella Rhythm and Blues Hall of Fame di Little Junior Parker, nato da queste parti (a Bobo).

Our Grandma's House of Pancakes

Obama e Michelle all’Inaugural Ball del 2009 sopra i ritratti di tre grandi leader afroamericani: Malcolm X, Martin Luther King e Frederick Douglass.

J.L. Hooker lane

Viuzza per uno dei più illustri nativi di Clarksdale, dove sorge la VIP Tent di fronte al palco principale durante il Sunflower River Blues and Gospel Festival.

Clarksdale Station

La storica stazione dei treni, risalente al 1926 e rimessa a nuovo con gusto, assolutamente da visitare.

Clarksdale Station

Scattata al volo per un merci che stava passando. Da molto tempo la stazione non effettua più servizio passeggeri, e attualmente vi ha sede l’ufficio del turismo della contea Coahoma; The Dutch Oven ne occupa una parte come ristorante caffetteria, aperto nel 2003 da mennoniti olandesi trasferitesi qui.

Clarksdale Station

Il fulcro d’interesse è che da qui Muddy Waters nel 1943 prese il famoso treno diretto a Chicago, in cerca di una vita migliore e possibilmente di una carriera come musicista.

Clarksdale Station

Intanto passa un altro treno. L’imbocco ai treni è lo stesso che vide Muddy, quello che prese. Par di vederlo di schiena, impermeabile scuro, valigia in una mano e chitarra nell’altra, incamminato nel tunnel verso il suo futuro, il Chicago blues.

Clarksdale Station

Non c’è anima viva a parte qualcuno nell’ufficio. Il pensiero va a Muddy per evidenza storica ma tanti altri afroamericani, tra cui altri uomini di blues, partirono da qui o da stazioni simili: un simbolo dell’emigrazione massiva degli afroamericani che dal Mississippi portarono il blues altrove, al nord e all’ovest.

Clarksdale Station

L’hanno sistemata bene, fuori e dentro.

Clarksdale Station

È stata rinnovata nel 1998 nell’ambito dello stesso progetto Blues Alley che ha trasformato l’ex deposito ferroviario nel Delta Blues Museum (v. articolo precedente). Una targa dice che i lavori sono stati finanziati dai contribuenti dello stato del Mississippi e della Coahoma County.

Clarksdale Station

Clarksdale Station

L’interno è arredato con gusto, mantenente alcuni dettagli da stazione: la finestra a destra probabilmente era la biglietteria. Anche le piastrelle del muro e del pavimento sembrano originali.

Clarksdale Station

Pure il cane!

Clarksdale Station

Che meraviglia. Bella anche la luce naturale della stanza.

Clarksdale Station

Da qualche parte, nella sala d’attesa riservata ai colored, Muddy ha aspettato il treno.

Clarksdale Station

Depliant turistici, albero di bottiglie e albero con targhette dei visitatori.

Clarksdale Station

Clarksdale Station

Sembra che nelle intenzioni della Contea la stazione potrebbe esser riaperta al trasporto passeggeri; sarebbe bello se le tratte fossero quelle del Blues Trail.

Clarksdale Station

Meno se, come ho letto, fosse per portare turisti a Lula, da cui ripartire con shuttle verso i casinò che si trovano in riva al Mississippi.

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Cat Head Delta Blues & Folk Art su Delta Ave, il negozio di Roger Stolle, ex pubblicitario scappato da St. Louis, Missouri e riconvertitosi qui come promotore di blues.

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Il negozio, catalizzatore di “anything blues”, insieme a Ground Zero e ad altre attività commerciali, ha fortemente contribuito negli anni Duemila al lancio di Clarksdale come città leader nella promozione e nella salvaguardia dell’eredità musicale della regione Delta.

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Saltuariamente (in genere, in contemporanea con i due festival blues di Clarksdale e quello di Helena) qui davanti si svolgono i Cat Head Mini Blues Fest. Come s’intravede in questa foto, il negozio si trova di fronte a quella che fu la seconda sede di WROX.

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Merita d’esser guardato bene, certe cose si trovano solo qui.

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Cat Head Delta Blues & Folk Art

Ground Zero Blues Club

Ground Zero Blues Club immerso nel vapore acqueo

Ground Zero Blues Club

Dentro come fuori è l’apoteosi in stile “new things look old”

Ground Zero Blues Club

Ha musica dal vivo durante gran parte della settimana, e si può soggiornare in una delle sette stanze al piano superiore.

Ground Zero Blues Club

Ground Zero Blues Club

Mi sono chiesta se tutte quelle scritte ovunque siano un risultato ottenuto nel tempo, oppure se all’inizio si sono serviti di volontari per dare il la ad un imbrattamento spontaneo. Oppure se il mobilio è stato acquistato già così.

Ground Zero Blues Club

È stato aperto nel 2001 da notabili quali l’attore Morgan Freeman, il procuratore sindaco della città Bill Luckett e l’ex direttore della Blues Foundation di Memphis, Howard Stovall, nipote del Col. W. Howard Stovall della piantagione Stovall (Stovall Farms) in cui visse e lavorò Muddy Waters.

Ground Zero Blues Club

Ground Zero, David Dunavent & Evol Love

David Dunavent con i suoi Evol Love. Rock-blues che non mi ha impressionato.

Ground Zero, Heather Crosse

Heather Crosse (idem sulla non-impressione), che rivedrò sul palco principale del Sunflower Festival…

Ground Zero, Heather Crosse

… materia del prossimo articolo

 

(Fonti: Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues, University Press of Mississippi, Jackson, 2009, III ed.; Per la meccanizzazione nella Hopson Plantation: Hopson Commissary e “And speaking of which”.)


Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 9 febbraio 2017
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