Cropper/Staples/King – Jammed Together

Cropper/Staples/King, Jammed TogetherSe è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, è pur vero che l’essenziale a volte si può sentire. Non ci sarebbe molto altro da dire, è già abbastanza un mistero per me comprendere come sia possibile rendere un disco di plastica con un buco in mezzo una piccola opera d’arte, quando poi girandolo da entrambe le parti non si vede, appunto, niente di particolare.
Questa è una delle meraviglie del suono, della musica. Speriamo solo che quei lontani extraterrestri, dopo averci sterminato e preso le nostre cose, capiscano la differenza tra un disco vuoto e uno inciso, e che soprattutto sappiano che la sua magia non si vede perché si sprigiona nell’aere e nel tempo solo se usato su apposito elettrodomestico!
Per prima cosa si vede la bottiglietta dello speziale che sta in copertina, e di qualsiasi tipo sia quella cosa che v’aspettate di trovarci dentro (unguento magico, pozione miracolosa, ecc.) sappiate che è fatta d’indefinibile materia, ma è esattamente ciò che vedete: un’essenza eterna a base di quei tre chitarristi nel disegno, purificati nel bagno delle loro personali vocazioni ed esenti da sofisticazioni.

Basta vedere la mano con le dita che schioccano e leggere Stax, 1969, e si è già trasportati in un altro mondo.
Un mondo circoscritto, strano, casuale, caotico, fatto di blues, soul, R&B, gospel condensati in un insieme che mai s’era sentito prima, qualcosa raggrumante esperienze disparate in un unico ma sfaccettato, nuovo flusso di suono, un’esperienza evolutiva così naturale da non sembrare importante, un groove impossibile da riprodurre oggi. Un mondo fatto di tende, tappeti, bianchi, neri, gente di quartiere che ha scritto la storia finché non sapeva di scriverla, e ha smesso quando il gioco s’è ingrandito troppo uscendo dai binari.
Ad accompagnarli ci sono alcuni dei personaggi che hanno fatto la storia del soul sudista e che contribuirono a rendere gloriosa l’etichetta di Memphis: i fiati dei Mar-Keys, le tastiere di Booker T. Jones, Isaac Hayes e Marvell Thomas, il basso di Donald ‘Duck’ Dunn, la batteria di Al Jackson (o Willie T. Hall). Una banda fantastica che calza ai nostri come un tutù ad una ballerina, e tre esemplari chitarre tanto diverse stilisticamente da riuscire a distinguerle anche quando suonano insieme.
In linea di massima Steve Cropper esce a sinistra insieme al basso, Albert King e Roebuck ‘Pop’ Staples a destra (fanno eccezione, mi sembra, le numero 2, 3 e 4, in cui King e Cropper s’invertono, e la 10, in cui King esce dal mezzo), per un amalgama elettrico di pura passione; insieme sono come una specie di gigante a tre teste e sei mani che si muove con destrezza e agilità.
Non sembra un’operazione commerciale, come viene da sospettare quando vari personaggi sono insieme per un disco (erano gli anni delle supersession, e le etichette più in vista facevano a gara in questo campo), ma anche se l’idea fu quella in questo caso il risultato è pregno di creatività, di gioia di suonare l’uno di fianco all’altro, tra gente che già si conosce e che non è stata registrata a parte per essere poi mixata insieme, è pura ricchezza di personalità e gusto. Pur verso il tramonto di un’epoca, quei giorni erano ancora gran giorni.

Stax RecordsMusica ben suonata e poco cantata (solo tre canzoni, una a testa) per dieci tracce che non lasciano dubbi, per la maggior parte prodotte da Al Bell e Al Jackson, anche se sono una decina i produttori accreditati, come se non fu un’unica sessione ma registrazioni effettuate in diversi momenti; l’effetto è comunque molto omogeneo, non deve essere passato molto tempo tra le varie tracce.
È comunque probabile che i tanti accrediti siano solo per motivi legali ed economici, perché essendo i vari produttori componenti stessi di Stax (gente come Isaac Hayes, David Porter, Homer Banks e così via, oltre ai musicisti stessi) e autori, in ogni produzione tutti erano coinvolti, almeno sulla carta, per un minimo fisso.
S’insinuano tra le pieghe, o le piaghe, da subito, con il groove seducente di What’d I Say e già dopo pochi secondi si è ingabbiati dentro questo vortice di suono, come il vento fa con le foglie cadute. È impossibile resistere alle note lunghe e distorte, alla meravigliosa, pigra, invischiante voce di Albert King (per me tra le più belle del blues) e trovare una via d’uscita alla rete invisibile ma solida tessuta dalle chitarre dei tre uomini ragno qui presenti, semmai si volesse uscire.
Quella eloquente, esplicita, di King, che lancia saette di fuoco, energia pura, quella rauca e ritmicamente implacabile di Steve Cropper che grassa inacidisce e contrasta i toni e le frasi di King, quella ammorbante di Pop Staples, che aggiunge ritmo e sinuosità all’intero corpo con il suo effetto tremolo, lo stesso che ha reso ancor più disarmante la voce di sua figlia Mavis. Allucinazione mistica mai fuori controllo, ritmica sostanziosa, morbida, elastica, gommosa, sulla quale si basa l’intera efficacia coolness del brano; un lavoro immacolato, geniale.

Il mago dell’ipnosi, John Lee Hooker, è ripreso da Pop con dizione chiara e chitarra ammaliante in Tupelo, cronaca del disastro che colpì i cittadini di Tupelo, città natale di Elvis. Non si fa riferimento diretto alla catastrofica inondazione del 1927 che colpì ben sette Stati attraversati dal Mississippi e dai suoi affluenti, causando tante morti e centinaia di migliaia di senzatetto, ma si tratta probabilmente dello stesso avvenimento, anche in considerazione che nel testo si parla di “one friday evening, long time ago” come inizio del flagello, aderendo così ai fatti del 1927 di cui in altre fonti si fa presente la coincidenza con la Pasqua, e il Venerdì Santo il giorno che diede il via alla tragedia.
Del disastro visto dalla prospettiva di Tupelo e dello stesso giorno se ne parla anche nel libro di Alan Lomax La Terra del Blues attraverso un vecchio residente, Turner Johnson. Quest’ultimo riferisce di un “grande tornado, come un’enorme palla di fuoco”, che “era la notte di venerdì” e che “in tutta la città si salvarono solo otto persone”, attribuendo la causa al fatto che poco prima c’era stato un linciaggio di massa in città, e che quindi non si trattava altro che di una punizione divina per la malvagità degli uomini. In realtà il fiume cominciò a gonfiarsi diversi mesi prima, nell’estate del 1926, ma ciò non toglie che la coincidenza dello straripamento con il Venerdì Santo sia suggestiva, acquisendo oltremodo significato particolare per i credenti superstiziosi dato che allo stesso giorno della settimana si fa risalire l’inizio del diluvio universale (venerdì è anche il giorno del peccato originale e quello in cui avvenne la distruzione del Tempio di Salomone).
È un racconto ipnotico, penetrante, quasi sussurrato, in stile Hooker anche nell’uso della voce, con Pop surreale dipanante un gomitolo magico e vibrante, un santone che invita i suoi colleghi a farsi avanti con contributi solistici. Let me hear you tell about it Albert e poi c’mon Steve let me hear you tell about it, continuando a invischiare con la sua voce (quel mmmmmm! Se Pop l’avesse potuto vendere sarebbe diventato milionario) e le sue corde oscillanti, sviluppando la stregoneria collettiva lungo sei minuti visionari in un pacato avanzamento di intarsi chitarristici che non si sovrastano mai, invischiati attorno al flusso del conturbante pilastro ritmico. Par d’annegare in un mare psichedelico e ovattato che cresce piano in un moto ondoso costante, lontano dal caos del resto del mondo. Queste prime due sono le migliori, e da sole valgono il disco.

Cropper, Staples, King, Jammed TogetherMa c’è ancora da gioire: comincia la serie strumentale con Opus de Soul, imperscrutabile condensa di blues, soul ed errebì racchiusa in un’epoca e uno stile, la cool headed music anima di questo disco, in brillante sintesi di vecchi e nuovi sentimenti. Da ammirare l’alternanza degli interventi dei tre, sparsi qua e là in un’ideale, rada conversazione, con la punteggiatura dell’organo e del basso. Efficace è quello strumentale che non sconta l’assenza del cantato, parlando a suo modo.
Anche piano e fiati in Baby, What You Want Me to Do, dall’andamento ritmico di Jimmy Reed (è sua); una cavalcata chicagoana speziata dal Memphis sound. Dapprima le frasi vengono lette chiaramente dalle chitarre, poi tutto è purtroppo sovrastato dai fiati e ad un certo punto c’è un discreto affollamento sonoro per un brano semplice che stava andando così bene, in crescendo costante fino al finale.
Occorre invece lasciarsi andare per Big Bird, firmata con Eddie Floyd. Di nuovo chitarre sature portatrici sane di bellissima psichedelia, come in un festino anni 1970 con luci stroboscopiche, intrecciate in un continuo interplay forse accordato da semplici occhiate fra loro, con la scintillante dialettica del mancino di Indianola (1) che con le sue corde sottosopra domina e costruisce il flusso, mentre gli altri due sottolineano e punteggiano le sue iperboliche visioni.

Homer’s Theme di Homer Banks e Raymond Jackson (autori anche di If Loving You Is Wrong [I Don’t Want to Be Right]) è un divertissement di poco più di due minuti tra sbalzi ritmici e giochi di chitarre.
Trashy Dog di Terry Manning (tecnico del suono e produttore) vede solo King (dx) e Cropper (sin) per un’altra scorreria del Re attorniato dai suoi cavalieri. Qui forse più che altrove il risultato è in bilico tra quello che è stato e ciò che sta per essere, indeciso se rimanere ancora un po’ nel rhythm and blues o tuffarsi definitivamente nel soul degli anni Settanta. Sul finale spunta l’armonica (Manning), che però c’entra come i cavoli a merenda. Appena tre minuti invasivi che di nuovo rendono euforici, e non si capisce nemmeno bene perché.
Colpo messo a segno è Don’t Turn Your Heater Down (Cropper/Isbell), ritratto dell’ottima salute del soul fino a quel momento, esplicito, bollente, lucido, con fiati ad hoc, perfetti: è soul food.
Se fosse un abito da donna, sarebbe morbido e attillato.
Water (Cropper/Floyd), è la terza e ultima cantata, ed è il turno di Crop (raro sentirlo cantare prima degli anni 1980). È la più debole, soprattutto a confronto con le altre due voci e con le innervature della chitarra di King, qua poco evidenti. Ha un certo sapore nostalgico, ma niente che la renda indispensabile, non solo per la scarsa vena da cantante di Cropper.
Si torna alla grande chiudendo strumentalmente con un classico del soul, Knock on Wood, altra invenzione Cropper/Floyd, senz’altro più azzeccata della precedente. Soul/rock spinto nelle mani anzi nelle corde tese e ispirate di King con un pressante accompagnamento ritmico, compreso l’organo da manuale (not for dummies), tanto che il brano sarebbe stato bene anche senza i ricami di King, non perché non sia Re anche qua, ma perché nel suo volo acrobatico l’affiancano con talmente tanta forza e lucidità da costruire una seconda linea, un brano dentro un altro, un sistema ritmico pronto a contenere il manico fantasioso e inesorabile che sembra fuggire per fare i suoi comodi, prima che tutto si ricomponga verso la fine.

Steve Cropper commentando il disco lo ha liquidato semplicemente come just a bunch of jams that Al Bell spliced together. Non vedo perché dovremmo prenderlo sul serio mentre minimizza questo prodotto, uno dei primi due che hanno il suo nome sulla copertina (l’altro è With a Little Help from My Friends, per Stax fece solo questi due LP). Bisogna credere piuttosto che tutto ciò sia frutto della sua modestia, del suo stare per anni alle spalle di tanti altri grandi nomi come chitarrista, autore, arrangiatore, produttore, uno su tutti l’indimenticabile Otis Redding.
Originalmente missato in mono, nel 1990 è stato masterizzato digitalmente in stereo ai Fantasy Studios di Berkeley da Phil De Lancie. Si può considerare un piccolo capolavoro oppure no, ma assolutamente da avere per ciò che esprime e per come lo fa. Uno splendido ripasso della materia alla fine del decennio che vide esplodere il soul e i suoi grandi protagonisti, in 41 minuti fluidi e pregnanti di bella musica.
Ciò che splende sono la genialità, la forza della natura, l’alchimia che si sprigiona e, last but not least, il morbo contagioso della musica dell’anima che continua a travolgerci con la sua immortalità.

(Articolo originariamente pubblicato il 6 maggio 2007)


  1. Anche se probabilmente Albert King non era di Indianola. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 20 marzo 2010
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