Eric Clapton – Life in 12 bars

Eric Clapton, Life in 12 barsQualcuno si chiederà come mai scrivo del documentario su Eric Clapton, arrivato sottotitolato in Italia per tre giorni.
Lo chiedo anche io a me stessa e mi rispondo: nessun motivo particolare, è solo che sono andata a vederlo, poi senza volere ho cominciato a scriverne e ho continuato.
E un documentario non è come un disco, vale a dire che un suo disco in queste pagine non troverà mai posto e quindi questo è l’unico modo in cui posso parlare di Clapton.
Devo anche dire che colgo volentieri l’occasione di prendermi un diversivo dai racconti americani che da un anno e mezzo mi tengono impegnata e di cui ancora non vedo la fine.
Ma visto che sono in vena di domande, quella vera è: perché Clapton ha sentito la necessità di raccontarsi anche sul grande schermo dato che l’ha già fatto in un libro autobiografico?
O, meglio, come mai qui non ne ha approfittato per scoprirsi di più dal lato artistico e musicale, dato che le sue vicende personali le ha già raccontate in un libro?

La prima metà, che arriva solo alla fine degli anni 1960, è apprezzabile nel suo tutt’uno equilibrato di musica e biografia. Ne esce addirittura un ritratto ammirabile da personaggio integro e contrario al successo a tutti i costi tanto da non sottomettere la sua passione blues, tipo quando decide di lasciare gli Yardbirds proprio nel momento del primo singolo di successo (For Your Love), da lui considerato troppo pop e un tradimento alle radici blues del gruppo. Un guizzo di personalità ben distinta quindi, e sintomo di fedeltà (che poi ritrova con John Mayall) e riconoscenza verso la musica afroamericana perché, come dice, lo recupera dalla confusione e dal grande dolore per il doppio rifiuto della madre a fargli da madre e persino nell’accettarlo così com’è (questa specie di Medea poi più in là viene presa come capro espiatorio per giustificare il trattamento riservato alle donne della sua vita, tutte più o meno usate e gettate).
Un’interessante definizione caratteriale si trova anche nel suo nascondersi nei gruppi, vedi Derek al posto di Eric, perché il loro (di Derek and the Dominos) unico disco in studio avrebbe sicuramente ricevuto più attenzione con il suo nome vista la fama internazionale che aveva acquisito con i Cream.
Ma se le appartenenze alle varie band (Yardbirds, Bluesbreakers di Mayall, Cream, Blind Faith, Dominos) sono trattate velocemente – come fugace è la sua permanenza nei suddetti gruppi, del resto – e con pochi esempi musicali, quella con Delaney & Bonnie non è nemmeno accennata sebbene sia stata l’anticamera dei Dominos.
Per i brani è da segnalare la qualità eccellente di missaggio, mentre tra i video d’epoca (qualcuno già visto) le riprese rubate negli studi Atlantic con una grande Aretha persino anche quando, assorta, fuma solamente.

Poi il filo si sfalda e il racconto musicale diventa sommario. In generale lo si vede e lo si sente poco all’opera, e solo verso la fine ho capito che il senso di mancanza crescente, non solo musicale, era dovuto anche all’assenza di persone in carne e ossa, sostituite da foto e video.
La carriera solista è solo sorvolata (quindi tutto il periodo da circa la metà degli anni 1970 a oggi), tranne la digressione sulla genesi di Layla (brano e album, Layla and Other Assorted Love Songs, dichiarazione d’amore in toto per la moglie di George Harrison, che però in lei non sortì l’effetto sperato), e di Tears in Heaven (preceduta dalla storia del figlio) contenuta in Unplugged, vincitore di diversi Grammy.
Gli album solisti degli anni a base di droga e alcool appaiono in una sola immagine che li scorre mentre sono liquidati come schifezze del suo peggior periodo, il che probabilmente è vero (non ne conosco nessuno tra quelli frettolosamente inquadrati). Ammetto che, oltre a Layla and Other, gli unici che conosco sono Slowhand, From the Cradle e il doppio live Just One Night, e di questi non si vede nemmeno la copertina. Nessuna menzione a J.J. Cale, che si nota di sguiscio, in un filmato naturalmente, sul palco di Crossroads.

La seconda parte è quindi più narrata (con le voci sempre fuori campo tra cui la sua che sembra provenire da chissà dove), poco musicale e molto basata sulle vicende personali, in particolare la sua ossessione per la sopra accennata Pattie Boyd, l’abisso dell’eroina e quello peggiore dell’alcolismo. Quest’ultimo è riportato lucidamente senza sconti ammettendo di essersi trasformato in un uomo schifoso, con comportamenti discutibili sul palco, concerti interrotti, e l’episodio delle frasi xenofobe in linea con la politica di Enoch Powell, non riportate nella loro interezza e anche queste frettolosamente archiviate come dettagli spiacevoli. Ed è meglio così.
I fermo immagine di volti o le foto in sequenza per creare effetto di movimento, più qualche filmino casalingo vecchio e recente, a mio parere aggiungono poca carne e tolgono spazio a quella sostanza musicale e fisica che manca; l’unico video-selfie di rilievo è quello con cui inizia il film. Come poi alla fine nonostante gli sforzi manca pure un personaggio vero, reso ancor più sfuggente in questo ritratto frammentario.
Va da sé che la regista (amica di lunga data) tende ad ammorbidire l’immagine, vera, falsa o mezza che sia, del freddo tecnicista che ha rubato la musica dei neri arricchendosi (io non la penso così pur non amandolo, semplicemente perché è una banalità), cercando di restituire un uomo fallibile come tutti la cui istintiva antipatia è solo da attribuire alle personali tragedie. In definitiva è una storia di peccato e redenzione.

I flashback dal salto lungo o medio, tipo quindici anni, o irrisorio, tipo una settimana, confondono un po’ (tot tempo prima rispetto a quando esattamente? Non è così chiaro), anche perché poi questi non mi sembra siano legati a particolari esigenze narrative che non potevano esser sbrigate prima, e (nella versione italiana naturalmente) annunciati da un testo inutilmente bilingue.
E a proposito di doppio testo confonde anche la didascalia con il nome e la qualifica di chi parla (sempre fuori campo, lo ricordo): da una parte l’originale e all’opposto dello schermo l’italiana, che sommate alla contemporanea lettura dei sottotitoli porta a occhieggiare di qua e di là non tanto per tradurre la didascalia che si capirebbe anche in lingua inglese, ma perché istintivamente vedendo del testo si è portati a leggerlo, prima di atterrare sui sottotitoli e intanto perdersi le immagini. Non capisco proprio perché non si è scelto solo una didascalia: o il testo originale o, più sensatamente data la presenza delle traduzioni, il testo italiano. Tra l’altro in mezzo a questo fugace apparir di titoli si notano sviste (originali), come in tutte le occasioni Ertegan invece di Ertegun o Roger Waters segnalato come chitarrista invece che bassista dei PF.
Così in economia da non permettersi nemmeno un editing decente?
Forse la mancanza di persone vere contribuisce alla lontananza e alla precaria messa a fuoco di Clapton, (1) il quale a chi già non ha letto l’autobiografia appare leggermente meno distante e freddo di prima solo per l’esposizione delle sue disgrazie personali, commiserabili come quelle di chiunque altro.
Per me rimane (artisticamente) sfuggente come prima, anche nei suoi lasciti migliori.


  1. E uno scarso numero di testimonianze. Quella di B.B. King, comunque, vale da sola mille, visti gli sperticati complimenti e il fatto che lo si vede parlare di persona anche se si tratta, ancora una volta, di una ripresa non originale per il film. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Filmati // 3 marzo 2018
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