Houston, Texas 2010

La Grange

Se da Austin si ha fretta d’arrivare a Houston bisogna prendere la US Highway 290.
Se invece si vuole seguire il consiglio dei ZZ Top e andare a La Grange (“it’s fine if you got the time”) bisogna salire sulla State Highway 71, con poco disturbo dato che conduce direttamente sulla Interstate 10 per Houston, seguendo il percorso del fiume Colorado.

La Grange
La Grange, Colorado river

Non ho chiesto dove fosse esattamente il posto per cui, secondo la band texana, valeva la pena fermarsi qui, ma sicuramente in paese qualcuno lo sa, magari proprio al barber shop qui sotto, trattandosi di roba da uomini. Leggenda vuole che, invece del “10” accennato nelle liriche, si richiedesse un pollo in cambio della prestazione, e così in poco tempo il luogo si riempì di polli, ecco perché fu chiamato The Chicken Ranch (aka The Best Little Whorehouse in Texas).

La Grange, barber shop

A parte questo non ho nient’altro da dire di pittoresco su questo classico villaggio texano, ma non tutti possono vantare una canzone di successo e addirittura un film. Sotto questo portico c’era una strage di grossi grilli morti, qualcuno arrancava ancora: abbastanza schifoso, ma molto da selvaggio west.

La Grange

Invito a rimanere a La Grange

La Grange
C’è caldo umido, e appena tiro fuori la fotocamera dalla borsa, venendo dall’aria condizionata, l’obiettivo s’appanna.
La Grange

Ponte sul Colorado

La Grange
Interstate 10La Grange è sede della contea di Fayette, termine derivante da Lafayette. Anche il nome della città è francese, e si riferisce ai prati coltivati per il foraggio del bestiame.
Come ogni città texana che si rispetti, anche se piccola ha diversi luoghi in cui si fa musica dal vivo.
Il più cool di tutti forse è il teatro-sala da concerto The Bugle Boy, 1051 N. Jefferson St., sulla highway 77. È stato ricavato da una caserma dell’esercito in disuso, e già questo è un particolare che lo rende interessante.
Al KC Hall, 190 S. Brown St., nel terzo lunedì del mese si tiene il “Country Music Opry”, e il Bear Creek Concerts, 450 Rogers Trail, è un ritrovo anomalo e informale, un portico domestico attorno al quale si concentra una comunità. A esibirsi non sono grandi nomi, ma artisti locali.
Arrivo al bivio con la I-10.
Prendendo a est si segue la costa del Golfo del Messico arrivando dritti a New Orleans. A Lafayette, Louisiana, la I-10 s’incontra con la I-49 che arriva da nord e la sorpassa, piegando verso l’estremo sud-est in direzione New Orleans.

 
 

Crockett, Centerville, Navasota

Nel caso invece si provenga da Dallas con la Interstate 45 o si voglia girare la zona a nord di Houston, ci sono questi tre paesi che vantano memorie di due grandi figure texane, Lightnin’ Hopkins e Mance Lipscomb.
Al 215 South 3rd Street, a Crockett, c’è il Camp Street Café and Store, in cui negli anni 1940 suonavano Lightnin’ Hopkins e Frankie Lee Sims per qualche mancia, anche se all’epoca vi erano un barbiere e un feed store.

Camp Street Café and Store

Costruito come negozio nel 1931 da Virgil ‘Hoyt’ Porter, rancher di una cittadina pochi chilometri a sud di nome Lovelady, sorge vicino a dove un tempo stava il deposito merci di Crockett, e il nome della via era Camp Street perché i carrettieri, i teamster, spesso vi campeggiavano con i loro carri.
Dismesso dopo 40 anni di varie attività, è tornato a vivere nel 1998 quando i nipoti di Porter, i multistrumentisti cowboy Guy e Pipp Gillette (figli del fotografo Guy Gillette), lo hanno restaurato e riaperto come Camp Street Café and Store, mantenendo l’aspetto originale.

Lightnin' Hopkins statue

E sempre lì nella vecchia Camp Street, i “crockettiani”, grazie all’interessamento dei Gillette, nel 2002 hanno omaggiato con una statua il ventesimo anno della morte di Hopkins, il bluesman texano più texano di tutti.
Alla base della statua, due targhe. Più sotto, il murale a Centerville, suo paese natale.

Lightnin' Hopkins plate
Lightnin' Hopkins plate
Lightnin' Hopkins mural

A Navasota infine, all’Oakland Cemetery, si trova la tomba di Mance Lipscomb. Lipscomb è sepolto nella Rest Haven Section, lato ovest del cimitero. Queste ultime sei foto mi sono state inviate da Marco Carraro, aka Mark Slim.

Mance Lipscomb's grave

Aggiornamento del 3 sett. 2012

Altre tre immagini inviatemi da Marco. Questa è la nuova statua dedicata a Mance Lipscomb, nei giardini pubblici nel centro di Navasota. Bel lavoro, sembra una persona vera!

Mance Lipscomb statue
Mance Lipscomb statue
Mance Lipscomb statue
(fine aggiornamento)

 

Blues, Bayou e Benzina

Downtown HoustonHouston è il centro maggiore della Gulf Coast, e ha alcune caratteristiche che la rendono unica.
È una metropoli con il solito centro pieno di grattacieli, uffici, musei e teatri, non è facile come la vicina Austin, ma vi si respira l’aria indolente e rilassata del sud, con la Louisiana alle porte e la cucina di mare e cajun.
Ha la sua Bay Area con le marine e le spiagge di sabbia a meno di un’ora di macchina, e l’Interstate 45 che porta sull’affascinante isola di Galveston, attraversando il Bayou spettacolarmente e tuffandosi con un ponte nel Golfo del Messico.
È centro industriale, soprattutto del settore petrolifero, ma ha anche quattro università pubbliche, tra le quali la storica Texas Southern University, tra le più importanti università afroamericane degli Stati Uniti, e cinque private.
I nativi americani Karankawa furono i primi abitanti della Gulf Coast. Nel 1836 due speculatori newyorchesi fondarono la città, l’intestarono all’eroe texano Sam Houston d’origine scozzese, e persuasero il legislatore a designare temporaneamente la città come capitale dello Stato, perché Austin era vicino ai combattimenti della rivoluzione texana (l’indipendenza dai messicani), e così fu dal 1837 al 1839.

Downtown HoustonNel 1853 fu completata la ferrovia che serviva come linea per il commercio, soprattutto per la fonte economica principale della zona, il cotone, fino a quando fu scoperto il petrolio nel 1901.
Il Buffalo Bayou, il fiume che attraversa Houston, diventò l’arteria principale tra la città e il porto di Galveston, e nel 1914 fu aperto un canale che creò nell’entroterra un porto in acque profonde, oggi il primo della nazione per capacità in tonnellate. Le compagnie petrolifere costruirono le raffinerie lungo il canale (Houston Ship Channel), protette dalle tempeste del Golfo.
Tuttavia il cotone rimase il re dell’economia fino alla II guerra mondiale, quando la domanda di gasolio, benzina, gomma sintetica, esplosivi e navi trasformò Houston in un centro di commercio fondamentale.
Nel dopoguerra diventò la più grande città del sud ad avere un complesso di 250 raffinerie e la sua economia basata sul petrolio fu florida fino agli anni 1980, quando i prezzi collassarono. Oggi l’espansione economica e culturale della città è diversificata, ma la presenza di tante raffinerie disegna un paesaggio particolare, soprattutto dalla Bay Area fin giù a Galveston.

North Houston neighborhood

Una delle prime cose che il bluesofilo deve cercare è il Third Ward, lo storico quartiere afroamericano fino circa agli anni 1980, e negli anni 1960/1970 anche quartier generale dell’organizzazione Black Panthers.
Purtroppo però non ho portato con me indicazioni pensando che una volta là l’avrei trovato facilmente, e invece non sono riuscita ad avere informazioni precise sulla delimitazione del quartiere, né a trovare il cartello, come invece ho visto in un paio delle altre storiche divisioni.

North Houston neighborhood

Arrivano a soccorso altre foto scattate da Mark Slim, le tre seguenti. La prima è del leggendario Eldorado Ballroom, 2310 Elgin St. all’angolo con Dowling, nel Third Ward.

Eldorado Ballroom

Alla fine degli anni 1940 Lightnin’ Hopkins suonava qui, ma questo club recentemente ristrutturato ha visto anche esplodere il talento di Big Mama Thornton, e il resto dello splendido panorama del blues texano dalla fine degli anni 1930 ai primi 1970. Stelle come T-Bone Walker, Eddie Vinson, Johnny ‘Guitar’ Watson, Albert Collins, Joe Hughes, Johnny Copeland, Charles Brown, Ray Charles, B.B. King, Count Basie, Bill Doggett, Guitar Slim, Etta James, Clifton Chenier, Big Joe Turner, Jimmy Reed, e i migliori leader d’orchestra texani a dirigere le danze sull’enorme pista da ballo al secondo piano, come Milton Larkin, Pluma Davis, Arnett Cobb, Conrad Johnson, Ed Golden. La posizione del club a ridosso di Dowling Street non è casuale.
Infatti, se a quei tempi il Third Ward era il cuore afroamericano di Houston (ma anche il Fourth e il Fifth Ward), vie come Dowling ed Elgin erano le arterie pulsanti.

Row Houses

La foto sopra invece ritrae le shotgun houses in Holman Street, dove abitava Lightnin’ Hopkins, a due passi da Dowling Street; risalenti agli anni 1930, per anni sono state un blocco e mezzo di 22 case abbandonate. Recentemente sono state ristrutturate dal Project Row Houses, in onore dell’arte afroamericana che si sviluppò nelle vie del Third Ward, e di Lightnin’ Hopkins il quale, a parte la piccola lapide nel Forest Park Cemetery, non aveva memoriali a Houston.

Sam Lightnin' Hopkins' marker

Infine, nel novembre 2010 è stato finalmente aggiunto un historical state marker, tra Dowling e Francis Street.

North Houston neighborhood

North Houston neighborhoodIl Third Ward sta dunque al di sotto dell’incrocio della I-45 con la US Highway 59, a sud di Downtown. Oltre a Dowling (esiste un blues dal titolo Howling on Dowling), ne fanno parte strade come Truxillo, Ennis e la zona attorno alla Texas Southern University, e una via grossa come Elgin ci passa in mezzo.
Siamo nella periferia nord alla ricerca di Peacock Records (1949-1976), anzi di quello che è rimasto al 2809 Erastus Street, nei pressi dell’incrocio di Liberty Rd con Lockwood.
La zona è abbastanza desolante. Paesaggio da periferia povera con skyline di Houston sullo sfondo, e in mezzo industrie, erbacce, lotti vuoti, depositi, ferrovia. Su questa ferrovia è passato tanto cotone.
Sotto, Erastus Street e l’ex Peacock, nel Fifth Ward. È impossibile sapere con esattezza quante anime blues hanno frequentato quell’edificio, prima nightclub-sala da gioco e poi etichetta e studio di registrazione, tra un passaggio e l’altro forse anche negozio, ma dire che vi passarono i più grandi del western blues e dell’R&B non è esagerato.
Qui Don Robey ha fatto la storia del rhythm and blues, del gospel e del soul del Texas, e mi stupisce che non ci sia nemmeno una targa.

Erastus St.

Peacock Records

L’ex edificio di Peacock Records, oggi centro educativo di una chiesa battista.
Don Robey, dall’indole criminosa, tornò dalla California nella sua Houston dopo l’esperienza di gestore di locali, aprendo nel 1945 The Bronze Peacock Dinner Club, e da squattrinato giocatore d’azzardo diventò uno dei più grandi e influenti produttori. Fu aiutato da una donna di nome Evelyn Johnson, che lo indirizzò in tutte le sue varie attività.
Sto là a pensare che se ci fosse la macchina del tempo mi farei trasportare al 1946, quando entrando in abito da sera da quella porta si potevano vedere personaggi come Ruth Brown, Louis Jordan, Lionel Hampton, T-Bone Walker, Johnny Otis, e tanti altri. Il posto diventò un fenomeno in tutto il sud e un centro alla moda nella Houston black high society, e presto fu frequentato anche dai bianchi.
Il marchio Peacock divenne etichetta indirettamente per merito di Clarence ‘Gatemouth’ Brown. Appena arrivato da San Antonio, una sera salì da sconosciuto su quel palco a sostituire T-Bone Walker malato, e ne scese con la folla impazzita, le tasche piene di bigliettoni e un ingaggio; Gatemouth Boogie, il suo primo disco, nacque proprio quella sera.
Robey gli comprò la macchina, una bella chitarra, dei vestiti eleganti, gli fece da personal manager e andò a Los Angeles a firmare un contratto con Aladdin. Insoddisfatto dalla mancata promozione e dalla tardiva uscita delle registrazioni, Robey, pur non avendo esperienza nel campo, decise di registrare e distribuire lui stesso Gatemouth, dando inizio a Peacock Records, che in seguito acquistò Duke Records di Memphis e diventò la più grande indie del sud. Altre foto della periferia nord.

North Houston neighborhood
Charity Baptist Church
Texas BBQ House
We rent everything
North Houston neighborhood
Suburban houses

Case di periferia

Suburban houses
Suburban houses

Foto prese in corsa verso Downtown

Suburban houses
Still works
Houston skyline
Downtown

Prima di questo giro, la ricerca della sepoltura di Lightnin’ Hopkins al Forest Park Cemetery, 6900 Lawndale, lungo la direttiva della I-45, a est della città.
È un cimitero grande, con ufficio e ingresso tipo hall d’albergo. Luci basse, marmi, piante, fontanelle ed eleganza. Alla reception due signore, una delle quali è vecchia con tanti capelli bianchi, camicia bianca e faccia così bianca che sembra un fantasma se non fosse che parla, con inglese perfetto.
Sto per chiedere notizie di un cadavere ad un altro cadavere, penso, e decido di sfoggiare un linguaggio il più possibile corretto: Would you please tell me where can I find Sam Hopkins’ grave?, cercando di star seria. Lei guarda in uno schedario: Oh, Sam LIGHTNIN’ Hopkins? – è buffo sentire questa precisazione, ma è giusto. Tira fuori un modulo e mi dice di compilarlo; sopra ci sono domande personali sul defunto, e se sapessi le risposte probabilmente saprei anche dov’è sepolto. Capisce al volo il mio sgomento e mi dice d’inserire solo il nome completo, firmare e poi aspettare sul divano, specificando i minuti esatti in cui avrei avuto la risposta.
Dopo gli esatti minuti, arriva trafelato un signore grasso in giacca e cravatta anche lui in là negli anni, con due mappe in mano. Negli States non ci sono impiegati fantasiosi e “multitasking” come da noi; là ogni persona ha una determinata competenza dalla quale non può o non sa uscire: i compiti sono rigorosamente suddivisi.
In una mappa c’è la panoramica dell’immenso cimitero, in cui ha evidenziato la strada dall’ufficio alla zona che m’interessa, nell’altra un ingrandimento del giardino specifico, con i numeri delle tombe e l’evidenziazione, con due colori diversi, della tomba di Hopkins e quella davanti, di Zuchowski.

Forest Park Cemetery

Sta piovendo, Zuchowski non è proprio esattamente davanti e quella di Hopkins è piena di pioggia e non si legge bene. Aspettiamo che smetta, trovo della carta e l’asciugo.

Lightnin' Hopkins' grave

Ancora nella zona sud-est ma dall’altra parte della I-45, sotto l’Old Spanish Trail (U.S. Highway 90), si trova l’indirizzo degli ex Gold Star Studios (da non confondere con i Gold Star Recording Studios di Los Angeles), 5628 Brock Street, nati nel 1941 come studio di registrazione e poi etichetta discografica, dapprima con il nome di Quinn Recording Company.Downtown Houston
Fino al 1950 lo studio fu in un altro edificio che ora non c’è più, al 3104 Telephone Rd, non lontano da Brock.
Sapevo di dovermi aspettare una casa privata, quella che era di Bill Quinn, il fondatore che costruì da sé lo studio al piano terra al posto del salotto, ma pensavo di trovare accanto anche gli studi attuali.
Non l’ho fotografata perché si tratta appunto di una casa normale che ora appartiene a qualcun altro, tanto più che è in un vicolo cieco, in una zona poco raccomandabile in cui c’è il rischio di forare una gomma, e temevo d’irritare qualcuno. Purtroppo, l’uso del navigatore e il fatto che in questo tratto la via sia chiusa hanno giocato un brutto scherzo, a volte bisognerebbe usare ancora una cartina come ai vecchi tempi.
Infatti, gli studi attuali, SugarHill Recording Studios, sono molto vicini, al 5626 sempre di Brock, ma non li ho visti per via della strada interrotta, e non sapevo dell’altro numero civico. Saremmo dovuti uscire da quella via tornando su in direzione della 90, e poi infilarci in una delle vie che portano all’altro capo di Brock. Peccato averlo scoperto poi, un’occasione persa per visitare degli studi attivi con un gran passato, tra i più vecchi ancora in funzione.

Downtown HoustonGold Star Records e Gold Star Studios, due entità separate ma entrambe di Quinn (nell’era di Brock St. l’attività come etichetta cessò), sono frutti tipici del Texas del sud-est, produttori di generi musicali tradizionali che caratterizzano questa parte d’America: il country e l’hillbilly, il blues, lo zydeco e il cajun.
Questa musica è ancora così viva che non è difficile trovare locali in cui la suonano, più difficile trovare lo zydeco, soprattutto in Louisiana il cajun la fa da padrone, ma in Texas qualche locale zydeco/blues si trova.
Gli studi Gold Star / SugarHill hanno riflesso la natura della città, per questo forse oggi sono ancora attivi e l’eredità del marchio sempre presente.
Bill Quinn s’inventò Gold Star per produrre musica hillbilly, ma ebbe il primo successo con il rifacimento del tradizionale Jole Blon (storpiatura di Jolie Blonde), valzer in lingua francese della Louisiana e unico brano cajun a finire nei top five di Billboard in ogni categoria.
Suonato dal leggendario violinista acadiano Harry Choates, è considerato l’inno della cultura cajun; anche Bruce Springsteen, tra tanti, l’ha ripreso.

Downtown HoustonQuinn fu il primo in Texas a registrare indifferentemente il blues e il gospel dei neri, il country dei bianchi e la musica messicana, i generi più amati dai numerosi blue collar impiegati nell’industria petrolifera di Houston e di tutta la regione del Golfo: piccolo esempio houstoniano che si riflette nell’eterogenea cultura di frontiera del Texas.
Il ruolo di Quinn fu più quello di tecnico del suono e degli impianti, in parte autocostruiti, che quello di barone della musica (alla Don Robey), e nel suo studio produsse anche alcune sessioni Peacock.
Lightnin’ Hopkins ebbe con Quinn un rapporto duraturo e redditizio (anche se Hopkins non gli fu fedele), e in Telephone Road, insieme ad un centinaio di altre registrazioni, nacque anche Zolo Go, uno dei primi brani che sdoganò il termine zydeco, pur scritto erroneamente da Quinn, e il genere stesso, con Hopkins all’organo richiamante il suono della fisarmonica, anticipante di più di dieci anni il Re e definitore dello zydeco, Clifton Chenier.
E a proposito di Chenier, negli studi di Brock St. furono registrate le sue sessioni per Arhoolie, ma anche quelle di Lil’ Son Jackson, L.C. Williams e di una lunga lista di artisti locali. Anche personalità country poi famose passarono da là, come Willie Nelson, che vi registrò i primi successi, e George Jones.
Nonostante le pagine gialle di Houston nel 1952 elencassero i numeri di ben dodici compagnie sotto la categoria “Recording Service”, l’unico altro studio che facesse vera concorrenza a Quinn era l’ACA Recording Studios di Bill Holford, allora al 1022 Washington Avenue. ACA diventò lo studio principale delle tante etichette presenti nella zona, come Peacock, Macy’s, Freedom, Trumpet, per centinaia di musicisti.
Tornando a Gold Star, agli inizi degli anni 1970 Huey P. Meaux diventò il nuovo proprietario degli studi (1) li rinominò SugarHill e seguì la corrente texana outlaw, producendo il country/tejano/blues/rock del Sir Douglas Quintet (il gruppo di Doug Sahm che Meaux lanciò scegliendo un nome che richiamasse il beat inglese di moda negli anni 1960), di Freddy Fender, Marcia Ball e il suo primo gruppo (Freda and the Firedogs), Asleep At The Wheel, Lucinda Williams, Ted Nugent, Janis Joplin, Billy Gibbons, e altri. (2)

Hard Rock Café, Houston
Willie NelsonSia che si arrivi a Houston venendo giù dalla I-45 sia da ovest con la I-10, la prima cosa che s’incontra è l’Hard Rock Café. Sopra il tetto gira una riproduzione alta più di 10 metri della Gibson Firebird di Stevie Ray Vaughan.
La cameriera, appena mi vede guardare in giro, m’informa che nella sala vicino “ci sono” Waylon Jennings, Willie Nelson e le Dixie Chicks.
Come Stevie Ray anche Willie Nelson è celebrato ovunque in Texas, soprattutto nella zona di Dallas e Austin (è nato vicino a Waco).
Nella sala, oltre ad una armonica appartenuta a Willie ed una Gibson acustica del 1911 da lui firmata nel 1986, ci sono una Fender rivestita in pelle di Waylon Jennings, due pistole appartenute a Tex Ritter (e da lui usate, come specificato), un manifesto di Antone’s per la notte di un capodanno in cui hanno suonato i Fabulous Thunderbirds, lo standup bass bianco di Preston Hubbard, una foto di S.R. Vaughan al telefono e un suo dipinto a olio per la copertina di Couldn’t Stand the Weather, gli abiti di scena e una chitarra delle Dixie Chicks.

Hard Rock Café, Houston

Quando si va all’Hard Rock Café è impossibile non notare lì accanto il Verizon Wireless Theater, 520 Texas Ave., teatro-sala da concerto moderno con programma crossover, comunque da tenere d’occhio.
Il 21 agosto c’era Natalie Merchant, il 25 Gordon Lightfoot, il 24 settembre The Black Crowes. Vedo sul giornale invece che è previsto per il 3 ottobre uno spettacolone retrò: reunion di otto vecchie glorie del doo-wop anni 1960, come David Somerville e The Diamonds, The Vogues, The Marcels (quelli di Blue Moon), The Spaniels, Jimmy Clanton, e altri.

HOB, Houston
HOB, HoustonÈ d’obbligo una visita alla House of Blues, 1204 Caroline St., anche per prendere i biglietti del concerto della sera: Dr John.
Ha due accessi, uno davanti sulla strada per il ristorante e il negozio (in cui ho visto un paio di scarpe coloratissime dedicate a Blind Willie Johnson), e uno di lato da cui s’accede al piano superiore, dove si trovano le sale da concerti, con bar.
L’entrata è ammessa per tutti, ai minori mettono un braccialetto di plastica di modo che i baristi sappiano di non servire alcolici. La sala in cui ha suonato Dr John è su due piani ed è utilizzata per i gruppi o per i personaggi più famosi perché è abbastanza grande.
Si può stare in piedi sotto il palco per una miglior visibilità e un prezzo più conveniente, o salire al piano superiore sul balcony, per una piccola arena in cui la visibilità è buona solo centralmente e nei posti davanti e ha un prezzo più elevato, ma è più tranquilla e la cameriera passa in continuazione. Dalla balconata c’è una bella visuale sull’insieme, ma se ci si tiene a vedere e a sentire bene non è l’ideale se non si è davanti.

HOB, HoustonS’arriva alle sale del piano superiore percorrendo un lungo corridoio, il cui muro è affrescato con dipinti ispirati alle insegne e alle locandine di club, e uno dedicato a Mance Lipscomb.
La sala più piccola è invece intima ed è per concerti di proporzioni più modeste, con l’insegna The Bronze Peacock Room, tributo al locale di Don Robey, The Bronze Peacock Dinner Club.
Riporto dal libro di James M. Salem The late, great Johnny Ace and the transition from R&B to rock ‘n’ roll (University of Illinois Press, 2001), questa citazione in cui si spiega il significato del nome del leggendario club:
«Galen Gart suggests that “peacock” was slang for the well-dressed, up-scale beautiful people of black society and that “bronze” was a term to denote a lighter-skinned Negro of presumed urbanity or higher-class upbringing, in contrast to the darker complexion of his less sophisticated “country” cousin. Whatever the intentionality, Robey himself was a light-skinned African American frequently taken as a white man».

 

The Bronze Peacock Room
House of Blues Hallway
House of Blues Hallway
House of Blues HallwayPer quanto riguarda altri locali serali con musica dal vivo anche a Houston la scelta è vasta.
Del Big Easy Social and Pleasure Club, 5731 Kirby Drive, dico nella recensione del concerto (link anche a fondo pagina), uno dei pochi con serata fissa dedicata allo zydeco.
L’Anderson Fair, 2007 Grant St., risale agli anni 1960, è anche ristorante e si concentra su country, blues, folk e bluegrass, il Dan Electro’s Guitar Bar, 1031 East 24th St., è interessante, mentre il Cezanne, 4100 Montrose Blvd, è un club di jazz acustico.
Il Continental Club, 3700 Main St., è il fratello più giovane di quello di Austin: il 21 aveva Andre Williams e il 24 The Umbrella Man, gruppo locale che il giornale descrive come “Gulf Coast gumbo” perché mischiano su base swing elementi di soul, jazz, country, rockabilly e conjunto.
Boondocks, 1417 Westheimer, ha Little Joe Washington tutti i martedì e quindi va preso in considerazione, da Blanco’s, 3406 W. Alabama, il 20 agosto c’era Gary P. Nunn.
Ci sono poi l’Etta’s Lounge, 5120 Scott St., The Howling Coyote, 6536 FM 1960, Mr A’s, 3409 Cavalcade, Red Cat Jazz Café, 924 Congress, Sammy’s at 2016 Main, l’indirizzo lo dice il nome stesso, Scott Gertner’s Sky Bar, 3400 Montrose Blvd, raffinato locale jazz in cima ad un edificio di dieci piani, Fitzgerald’s, 2706 White Oak Dr., e The Shakespeare Pub, 14129 Memorial Dr., che nonostante il nome può avere blues o zydeco.

Houston

Si può anche scegliere dove andare in base alle programmazioni settimanali più o meno fisse. Ad esempio, la domenica allo Shakespeare Pub c’è la Houston’s Home of the Blues & Zydeco Jam, da Frank’s Pizza, 417 Travis at Prairie, c’è il Sunday Nite Blues, e da Mr Gino’s, 7306 Cullen, il Blues Show. Mr Gino’s e il Big Easy sono i locali più blues. Di giorno si può provare da Danton’s Gulf Coast Seafood Kitchen, 4611 Montrose Blvd, per lo Houston’s Only Live Blues Brunch.

Houston
Houston, poliziotti a cavalloAl lunedì, i Blue Mondays al Richmond Chill Bar & Grill, 4704 Richmond Avenue.
Al martedì il Dharma Café, 1718 Houston Ave., per il Dharma Blues Jam e da The Hideaway, 3122 Dunvale, il Big Ass Blues Jam.
Al mercoledì, serata di solito dedicata alle jam e agli open mic, c’è l’Open Blues Jam al già citato The Big Easy, e la Working Man’s Blues Jam al Crazy Frogs, 3939 West FM 1960.
Anche il giovedì è serata aperta a chi vuol suonare (mi raccomando, fatelo solo se siete decenti, e non attardatevi sul palco a meno che non sia il pubblico a volerlo): Open Mic Night al NJ’s Bar, 3815 Mangum Rd, Weekly Jam di southern rock al Rock, Wine & Blues, 18321 W. Lake Houston Parkway, Suite 140, Humble, paese a nord-est della città nei pressi del Lake Houston, The Oldest Blues Jam in Houston al Dan Electro’s Guitar Bar e il Think Tank Thursday da Frank’s Pizza. Questi e altri eventi si possono trovare sul sito della Houston Blues Society.
Il modo migliore però per sapere tutti gli spettacoli della settimana è procurarsi una copia del nuovo inserto 29-95 (latitudine e longitudine di Houston), che dal 19 agosto si trova dentro l’Houston Chronicle del giovedì.
Il Traders Village, 7979 N. Eldridge Rd., è un grosso mercato all’aperto che si svolge nei fine settimana ma è anche sede di festival di tutti i tipi, tra i quali naturalmente non mancano concerti.

Downtown Houston

Per le ricerche musicali, oltre alla divisione Texas Jazz Archives della Houston Public Library, 500 McKinney, c’è il Museum of American Music History, 1511 West 12th St.
Mentre sto fotografando i grattacieli s’affianca un poliziotto in bicicletta che m’informa che è vietato da una legge antiterrorismo fotografare o riprendere i grattacieli di Houston, in special modo mi indica la zona e quali, in pratica quelli più alti. Sa anche lui che è un provvedimento inutile, data la quantità d’informazioni e fotografie che si possono reperire ovunque, ma è così, e smetto subito di farne; qualcuna però la pubblico lo stesso.

Taqueria, Pasadena

In questa taqueria di Pasadena provo la mia prima T-bone steak da quando sono in Texas. Si mangia bene, ma in questo genere di ristoranti la pulizia non è al primo posto.
Per assaggiare la cucina locale a volte bisogna adattarsi, se non si vuole andare in una catena o in un ristorante di lusso, perché comunque la qualità è generalmente buona, aldilà delle porzioni esagerate e del miscuglio di ingredienti tipico delle popolazioni americane. Pasadena è una vera e propria città a sud-est di Houston, prima della Bay Area, abitata da ispanici.
Nella Bay Area nei pressi di Nassau Bay si trova lo Space Center (Johnson Space Center), un posto per famiglie in cui m’hanno “obbligato” ad andare. Non voglio dire che è una mezza giornata persa, ma quasi, a meno che non s’abbiano dei bambini o ragazzi in età scolare.
Le visite guidate non sono in inglese “facilitato”, bisogna essere ad un livello medio-alto con la comprensione della lingua parlata, e rimangono la cosa più interessante da fare per gli adulti, altrimenti si può andare per conto proprio, però non ovunque. In definitiva è un parco divertimenti nel sito degli uffici della NASA, in cui si gira con delle navette nei viali interni e si visitano alcuni capannoni. Naturalmente fanno vedere solo quello che possono, ma si possono prenotare visite più approfondite al di fuori del giro turistico.

Space Center

Tra le cose più interessanti c’è la sala di controllo vista in tanti film e nelle trasmissioni d’epoca, quella in cui echeggiò il famoso “Houston, abbiamo un problema” (si nota il telefono rosso in linea con il presidente degli Stati Uniti), e sicuramente il razzo Saturn V, il modello usato nelle missioni Apollo (ne furono lanciati 13), il pezzo grosso di tutta la faccenda.

Saturn V

Entrando nel capannone (con l’aria condizionata al massimo) devo ammettere che viene a mancare il fiato per l’emozione, data soprattutto dalla grandezza del mezzo. È diviso per stadi di lavorazione, e questi sono proprio quelli usati in una missione.
A questo punto della strada, si rende d’obbligo anche una visita alle marine e all’Isola di Galveston.


  1. Dal 1972 al 1986, ma ebbe l’ufficio lì fino a quando vi fu arrestato, nel 1996. []
  2. Alcuni dettagli sugli studi Gold Star riportati qui sono nel libro House of Hits: the Story of Houston’s Gold Star/SugarHill Recording Studios, di Andy Bradley, ingegnere capo degli studi SugarHill, e Roger Wood, University of Texas Press, 2010. []

Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 11 ottobre 2010
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