Indianola, Mississippi

e dintorni: Moorhead e Blue Lake (Berclair)

Indianola, Mississippi

Indianola, città adottiva di B.B. King. Uno che invece diceva d’esserci nato è Albert King, il 25 aprile 1923, mentre Charlie Patton qui è morto il 28 aprile 1934, in una casa al 350 Heathman Ave che non esiste più. Albert King affermò anche d’esser fratellastro di B.B. (stimolato dal fatto che il padre di quest’ultimo si chiamava Albert King), ma è falso, e poi il suo vero nome era Albert Nelson. Del collega prese in prestito anche il soprannome, ‘Blues Boy’, e chiamò la sua chitarra Lucy in riferimento alla Lucille di B.B.

Indianola, Mississippi

I motivi per cui A. King qui non è celebrato come B.B. sono almeno due. Uno è che da bambino si trasferì in Arkansas, ed è lì che cominciò a suonare (la città di Helena lo annovera tra i musicisti dello Stato, il cui lato est, vicino al confine con il Mississippi, è tradizionalmente blues), un altro è che forse nacque molto distante da qui, ad Aberdeen. In ogni caso il suo marker è all’angolo di Front Ave con Second Street, poco più avanti c’è un murale che lo rappresenta, e i suoi ritorni occasionali al Club Ebony (v. sotto) erano considerati homecoming. Da sua dichiarazione, per un periodo visse con la famiglia ad Arcola, piccola città appesa alla Old Highway 61, a sud di Leland, non lontano da qui.

Indianola, Mississippi

Cilindri per lo stoccaggio, credo di grano, arrugginiti e in disuso. B.B. invece qui s’è formato, ed è nato poco distante con il nome Riley B. King (la B non significa nulla) il 16 settembre 1925, in campagna, sulle rive del fiume Bear Creek nei pressi del bellissimo Blue Lake a Berclair (v. in fondo), sotto Itta Bena.

Indianola, Mississippi
I suoi si separano e a 4/5 anni si trasferisce con la madre a Kilmichael (a est, vicino a Winona), ma lei muore giovane – nell’autobiografia dichiara che aveva solo 25 anni, però i suoi ricordi sono confusi riguardo le date, era solo un bambino in effetti – seguita dalla nonna materna. Nello stesso libro dice di aver vissuto da solo dai 10 ai 13 anni, non volendosi allontanare dalla baracca della piantagione del Sig. Flake dove aveva vissuto con le due donne, prima dell’arrivo di suo padre che lo porta a vivere con la sua nuova famiglia a Lexington, un po’ più a sud.

B.B. King's grave

Tomba di B.B. King negli spazi esterni del museo a lui dedicato, sullo sfondo alcune sue immagini; è tutto recente essendo scomparso da poco. È forse l’unico bluesman afroamericano ad avere una tomba così (e uno dei pochi a esser vissuto così a lungo), e un museo a suo nome: segno del suo successo e di quanto abbia lavorato duro per esser riconosciuto internazionalmente e, cosa spesso più difficile, in patria. Gli c’è voluto una lunga vita intera; se fosse scomparso negli anni 1970/80, pur già famoso, non credo che avrebbe avuto tutto questo.

B.B. King's grave

Riley B. King, 1925 – 2015. Don’t know why I was made to wander / I’ve seen the light, Lord, I’ve felt the thunder / Someday I’ll go home again / And I know they’ll take me in / And take it home
Da Take it Home, dall’omonimo album del 1979.

B.B. King Museum

B.B. King Museum, dal 2008. È in stile moderno, con spazi ampi e ben curati. Lo sforzo economico milionario è stato ed è ambizioso per una città come Indianola. Un vero gioiello di cui si spera porti turismo, come ha fatto finora pur senza esagerazioni. Non ricordo d’aver visto altre persone (OK, il caldo…), ed è un peccato. È anche sede del Delta Interpretive Center.

B.B. King Museum

All’entrata stiamo stati gentilmente accolti da una signora che ci ha spiegato il percorso autoguidato, iniziante in un’impeccabile saletta-teatro (deserta) in cui è proiettato un filmato introduttivo – modalità comune a molti musei americani di questo tipo – e terminante nel gift shop.
Pannellature sugli aspetti lavorativi e religiosi nel Delta rurale:
“La terra era perfettamente pianeggiante e livellata, ma brillava come l’ala di una libellula illuminata. Sembrava vibrare, come fosse uno strumento e qualcosa l’avesse toccata.” – Da Delta Wedding di Eudora Welty.
L’altra è una strofa di uno spiritual del ministro di chiesa inglese Dr. Isaac Watts, molto popolare tra le congregazioni afroamericane dopo la pubblicazione di Hymns and Spiritual Songs (1707) grazie proprio a testi semplici e d’effetto come questo:
“Padre distendo la mia mano verso te / non conosco altro aiuto / Se ti allontani da me / dove altro andrò?”

B.B. King Museum

Scena da un vecchio juke joint, e connubio tra sacro e mondano nel noto Stormy Monday di T-Bone Walker: paga di venerdì, divertimento al sabato e chiesa la domenica.

B.B. King Museum

(Questa foto mi ricorda molto quella che ho fatto al campo di cotone di Stovall, dove lavorò Muddy Waters.)
“Sono tornata / In un campo di cotone, terra santa / Come leggenda vuole, ogni fiocco / Conserva il fantasma di generazioni: / Coloro che hanno valutato i loro giorni / Col peso dei sacchi e la lunghezza / Delle file, il cui sudore ha raccolto il cotone / Ancora cucito nei nostri vestiti”
– Da South, della poetessa Natasha Trethewey.

B.B. King Museum

Il giovanissimo B.B., dopo solo sei mesi di vita a Lexington, nonostante la buona accoglienza e le condizioni relativamente agiate, si sente a disagio nella nuova famiglia e così monta in sella alla sua bici, una dello stesso modello Western Flyer anni 1930 esposto qui, e torna a Kilmichael: nel suo libro dice che era l’autunno del 1938, ma nelle varie biografie le date degli eventi da lui citati come minimo sono spostate di un paio d’anni avanti. Qui scopre che non c’è più posto per lui (traggo ancora dall’autobiografia), così vi rimane solo il tempo di guadagnare i soldi per un bus fino a Indianola, dove si stabilisce (a ca. 12 km dalla città) insieme a parenti, lavorando nei campi e diventando trattorista: probabilmente erano i primi anni 1940.

B.B. King Museum

L’influenza della chiesa su Riley, in particolare quella del pastore Archie Fair. A Indianola comincia la sua vita adulta precoce, com’era comune ai tempi e soprattutto tra gli afroamericani. Si arruola nell’esercito nel 1943, a 18 anni, e nel 1944 è ad Hattiesburg per l’addestramento, ma non va in guerra; dopodiché si sposa (’44-’45), si esibisce cantando in un quartetto gospel e si diletta a suonare il blues.

B.B. King Museum

Gibson acustica del tipo spesso usato dai bluesman. King ha collaborato con il museo donando chitarre, premi, diari della vita sulla strada e altri oggetti.

B.B. King Museum

Harmony Stratotone. Sotto, Guild a 12 corde di Robert Jr Lockwood, una delle prime influenze di B.B. King (Lonnie Johnson un’altra). Verso la fine degli anni 1940 si stabilisce a Memphis in cerca di fortuna, e la trova. Ho già parlato di WDIA in generale e in relazione a B.B. (qui ad es.), e della sua carriera che prese il via con il successo di Three O’Clock Blues nel 1952 (nella recensione a Bobby Bland).

Lockwood's 12-string guitar

B.B. King Museum

B.B. King Museum

Una sua resofonica, tipo quella del cugino Bukka White.

Victor Talking Machine

Grammofono a manovella della Victor Talking Machine Co., strumento essenziale per la diffusione del blues registrato nelle comunità rurali, insieme alla radio.

Little Milton's guitar

Gibson ES-445 Sunburst del 1959 nelle mani di Little Milton per molti anni, e suo abito di scena. Spartito originale di Pledging My Love, registrato per Duke Records da Johnny Ace, e dischi di Little Milton, Bobby ‘Blue’ Bland e Rosco Gordon, tutti musicisti appartenenti alla stessa scena di B.B. a Memphis.

Hadacol & Pep-Ti-KonIn alto, reperti del famigerato “medicinale” liquoroso Hadacol: scatola, bottiglia, volantino pubblicitario dell’Hadacol Caravan Show e, sotto a sinistra, gadget promozionali, come il gettone da 25 cent (sul retro il ritratto del fautore di tutto ciò, il senatore della Louisiana LeBlanc), il ditale e il fumetto di Captain Hadacol. La storia del successo e del declino del liquore e, per esteso, la storia del Sen. Dudley J. LeBlanc, è una classica vicenda americana.
Per farla molto breve, LeBlanc nel 1943 si trovò afflitto da diversi disturbi, probabilmente dati da gotta o artrite. Dopo cure vane, e un ricovero in un ospedale di New Orleans, incontrò casualmente un vecchio amico, un dottore, il quale si offrì di curarlo con una serie di iniezioni. Effettivamente ne trasse immediato giovamento e così, incuriosito su cosa potesse essere quel preparato, e in seguito alla reticenza del dottore, un giorno, in assenza del medico, riesce a portar via il flacone e a interpretare l’etichetta con l’aiuto di qualche libro. Comincia quindi una sua produzione in proprio, usando remi da barca per mescolare il liquido dentro grandi barili, in un fienile dietro casa sua ad Abbeville, Louisiana, fino a mettere il prodotto in vendita riscuotendo grande successo.
Un farmacista di Lafayette ha ricordato: “They came in to buy Hadacol, when they didn’t have money to buy food. They had holes in their shoes and they paid $3.50 for a bottle of Hadacol”. (1)

Leggo gli ingredienti sulla scatola: complesso di vitamine del gruppo B, ferro (106 mg), manganese (90 mg), calcio (250 mg), fosforo (250 mg), alcool (spero etilico) al 12% come “conservante”, acido cloridrico diluito e miele. Il tonico, o elisir, spacciato come panacea per molti mali (ufficialmente come “dietary supplement”), trovò subito un mercato favorevole, soprattutto grazie all’alcool contenuto nel prodotto, nelle dry counties del sud, cioè le contee con il divieto governativo di vendita alcolici.
L’Hadacol Caravan Show era uno spettacolo promozionale itinerante che comprendeva musica e intrattenimenti vari, l’ultimo grande medicine show tra la fine degli anni 1940 e le soglie degli anni 1950. LeBlanc ingaggiava importanti personalità musicali (come Hank Williams e Roy Acuff) e celebrità di Hollywood, e sponsorizzava anche un tour separato per gli afroamericani, sempre con musicisti scelti tra i più famosi. Il riferimento a conservare il box top (la parte superiore della scatola) era perché valeva come prova d’acquisto, da mostrare per poter accedere allo show. Considerato che un flacone costava 3,50 $ e che occorrevano due prove d’acquisto per un adulto e una per un bambino, l’ingresso era piuttosto caro per la gente del sud rurale. Ciononostante gli spettacoli erano sempre affollati, nell’ordine di migliaia di persone.
L’Hadacol entrò così tanto nella vita sociale da poterne trovare traccia nell’R&B dei tempi (citato da Wynonie Harris, Prof. Longhair [brano di Bill Nettles], Joe Lutcher, Little Willie Littlefield, e dal cajun Harry Choates).
A destra il Pep-Ti-Kon, anch’esso con i suoi gettoni, distribuito da una compagnia di Memphis. Costava 1,25 $: non riesco a leggere gli ingredienti, tranne l’alcool al 10%, ma suppongo fosse simile all’Hadacol. “Blood-Building Tonic for All the Family”, recita l’etichetta.

B.B. King Museum

Il Peptikon fu importante per B.B. in quanto sponsor del suo programma radio WDIA, dove ottenne il posto proprio grazie al jingle da lui prontamente proposto (Pep-Ti-Kon sure is good / Pep-Ti-Kon sure is good / Pep-Ti-Kon sure is good / You can get it anywhere in your neighborhood) quando vi si recò per chiedere lavoro.

WDIA's turntable

Giradischi usato alla WDIA e messaggio pubblicitario da leggere in radio del Dipsy Doodle, ristorante in Third Street a Clarksdale che faceva anche consegne a domicilio.

B.B. King Museum

Uguale a quella usata da King durante le trasmissioni WDIA

B.B. King Museum

Oggetti promozionali WROX di Clarksdale: accendino e scatola, una specie di tesserino sanitario, clip per banconote e supporto, biglietto da visita. Due pagine di programmazione del 1952 e registratore Webcor/Webster Chicago usato dal dj WROX Early Wright.

B.B. King Museum

Notebook personale di B.B. King

B.B. King Museum

Hammond B-3 usato per decenni da James Toney nella band di B.B. King

B.B. King's home studio

Ricostruzione del suo studio casalingo, come appariva nel 2007.

B.B. King Museum

Vecchio cotonificio rimesso a nuovo e facente parte del museo, utilizzato per piccoli concerti o altri eventi.

B.B. King Museum

Altri nativi di Indianola sono Jazz Gillum (1904-1966), Little Arthur Duncan (1934-2008), i fratelli Louis (1932-1995) e Mac Collins (1929-1997), attivi sulla scena blues di Detroit, e Earl Randle (1947), noto autore a Memphis per artisti Hi Records di Willie Mitchell.

B.B. King's bus

Bus di B.B. King parcheggiato davanti al museo

B.B. King's favorite corner

Estremità di Church Ave, all’altezza di Second Street. A destra, l’angolo in cui il giovane King si piazzava a suonare, raccogliendo mance.

B.B. King's favorite corner

Church Street era piena di club; il Jones Nite Spot forse fu il primo e Riley vi sbirciava dentro, non potendovi entrare. Così prese l’abitudine di portarsi dietro la chitarra e di cantare gospel in questo che divenne il suo angolo preferito.

B.B. King's favorite corner

Presto si accorse che cantando il blues riceveva più mance, e da allora non smise più.

B.B. King's favorite corner

Il 5 giugno 1980 ha lasciato la sua firma e le impronte di mani e piedi sul selciato. Il dipinto di Lucille è di Bobby Whalen, musicista di Indianola.

Church Ave blues marker

La sezione nera era a sud, oltre la ferrovia, e Church Street la via principale dei divertimenti e dei juke joint negli anni 1940/1960. Il più famoso era il sopra citato Jones Night Spot di Johnny Jones che poi, quando si trasferì in Hanna Street, divenne il tuttora esistente Club Ebony (più sotto).

Church Ave, Indianola

Cozy Corner Cafe, o Wilton’s Diner, con i suoi dipinti e le sue scritte su ogni lato, in Church Street.

Cozy Corner Cafe, Church Street

Vi si legge anche un terzo nome, Blues Corner Cafe. È un ristorante con cucina tipica del sud.

Cozy Corner Cafe, Church Street

Attorno a Church Street c’era un affollato microcosmo in grado di soddisfare i bisogni dei lavoratori delle piantagioni circostanti, quando giungevano in città nei week end: ambulatori medici, sarti, lustrascarpe, gelaterie, ristoranti, negozi di liquori, blues al sabato sera e gospel la domenica mattina.

Church Street

Nei club di Church Street hanno suonato molti grandi, come Robert Nighthawk, Robert Jr Lockwood, Louis Jordan, Count Basie, Duke Ellington, Pete Johnson, S.B. Williamson II, la band di Jay McShann con Charlie Parker.

Church Street

Parlando di Church Street Cheseborough dice: “There are some colorful buildings and some colorful characters hanging out and drinking in front of them”.

George's Lounge, Church St.

Io ne ho incontrato uno, di questi “colorful characters”, in Church Street: Michael. Mi vede in giro con la macchina fotografica, e mi avvicina. Chiacchieriamo (io soprattutto ascolto) per qualche minuto, fino a che una voce di donna proveniente da questo ristorante, George’s Lounge, lo chiama in tono perentorio. La cosa mi fa sorridere e lui, come qualsiasi uomo richiamato sull’attenti da una donna, saluta sommariamente e fa per andarsene, poi ci ripensa e mi invita dentro il ristorante, prima però mi chiede se voglio fotografarlo.

George's Lounge, Church St.

Mi accompagna dentro presentandomi, di sua totale iniziativa, come “historian”. La donna che lo ha chiamato è la proprietaria, Pearlean.

George's Lounge, Church St.

C’è un’altra donna, Sheryl, se ho capito bene. È molto timida, si nasconde perché dice d’esser brutta e mal vestita. Io le dico che ha un bel sorriso, ma abbasso la macchina – al che lei agguanta le cuffie, finge d’ascoltar musica e si mette in posa: così si sente più a suo agio ed è come un invito a lasciarsi fotografare.

George's Lounge, Church St.

Pearlean davanti al suo ristorante con cucina soul food, George’s Lounge.

Club Ebony

Lo storico Club Ebony, night club / ristorante di discrete dimensioni situato in zona residenziale, al tempo con fama di uno dei migliori e più eleganti di tutto il sud. Costruito dall’impresario Johnny Jones e dalla moglie Josephine a partire dal 1945, fu finito nel 1948 ospitando grandi come Ray Charles, Count Basie, Albert King, Bobby Bland, Little Milton e naturalmente B.B. King. Il nome “Ebony” evocava un club afroamericano d’alto livello, come quello di Harlem aperto nel 1927.
Alla morte di Jones nel 1950 fu portato avanti dalla vedova, dal figlio e altri, ma la proprietà era di un contrabbandiere bianco di Leland, James B. Lee, poi a metà anni 1950 subentrò Ruby Edwards (la stessa del Ruby’s Nite Spot di Leland) che finì per acquistarlo nel 1958. Nello stesso anno Ruby diventò suocera di B.B., quando lui sposò (in seconde nozze) sua figlia, Sue Carol Hall, incontrata proprio al club nel 1955 durante un ritorno trionfale a Indianola dopo il successo nazionale. Le nozze furono celebrate dal noto Rev. C.L. Franklin (papà di Aretha) a Detroit, e i due comprarono casa a Los Angeles.

Club Ebony

Mary Shepard lo rilevò nel 1974 da Ruby continuando la lunga tradizione con i nomi del tempo, come James Brown, Ike Turner, Howlin’ Wolf, Syl Johnson, Clarence Carter, Denise LaSalle, Bobby Rush, Tyrone Davis, D. Lee Durham, Willie Clayton (alcuni di questi, anche nella storia recente), poi King lo comprò dalla Shepard nel 2008 solo per salvaguardarlo, donandolo poi al museo nel 2012.
Dagli anni 1980 King è costantemente tornato a Indianola e a suonare all’Ebony in occasione del suo homecoming annuale, tenuto nel primo venerdì di giugno (al B.B. King Park in Roosevelt Street) in memoria di Medgar Evers, attivista dei diritti civili assassinato. Attualmente credo vi sia musica live solo alla domenica sera, con band locali, ed eventi culturali promossi dal museo.

Gin Mill Restaurant

Il campus del museo include l’ex cotonificio Fletcher-Barnett, il vecchio cotton gin in cui B.B. lavorò, distrutto da un tornado nel 2006.

Gin Mill Restaurant

È stato ricostruito come ristorante (Gin Mill Mall Restaurant) e galleria d’arte del Mississippi (Gin Mill Galleries) dal proprietario Tom Bingham, che ne ha recuperato il legno, le colonne e la lamiera ondulata interna.

Gin Mill Restaurant

Entrata davanti ai vecchi cilindri

Gin Mill Restaurant

Abbiamo mangiato bene qui. Offre musica dal vivo nei weekend, e la galleria s’estende al piano superiore.

Gin Mill Restaurant

Tutta la proprietà in vendita; è un bel posto, speriamo non vada perso.

Gin Mill Restaurant

Gin Mill Restaurant

Il pannello bianco alla parete del bar è pieno di plettri lasciati da band che hanno suonato qui, provenienti da tutto il mondo. Idem per le bacchette di batteria appese alla trave, in alto; c’è anche qualche armonica. Tra le travi, firme di clienti.

Gin Mill Restaurant

Gift shop

Gin Mill Restaurant

Gin Mill Restaurant

Gin Mill Restaurant

Spazio esterno del ristorante, di fianco al B.B. King Museum.

Indianola, Gin Mill Restaurant

Indianola

Passaggio a livello in Pershing Ave

Moorhead

Cittadina blues, Moorhead, già solo per essere il luogo sottinteso in una frase rimasta nell’immaginario blues: “I’m going where the Southern cross the Dog”. La potenza suggestiva di un (altro) crocevia quale metafora di vita è ricaduta per forza su Moorhead, dove la linea ferroviaria Southern Railway (est-ovest) incrociava davvero la Yazoo Delta Railroad (nord-sud, poi denominata Yazoo & Mississippi Valley), detta Yellow Dog, e in modo esattamente perpendicolare (v. disegnino sul cartellone).
Il misterioso bluesman con slide che nel 1903 impressionò W.C. Handy alla stazione di Tutwiler, e che involontariamente rese nota la frase (via Handy), cantò la stessa tre volte, senza risposta conclusiva, come poi fece Charlie Patton in Green River Blues del 1929. Handy usò l’evocativo passaggio nella sua composizione del 1914 Yellow Dog Rag, in seguito rinominata Yellow Dog Blues, contribuendo a farne un verso errante dato che, prima di Patton, anche Sam Collins ne cantò in Yellow Dog Blues (non lo stesso di Handy) nel 1927 e Lucille Bogan nel 1928 in Pay Roll Blues. So solo di Big Bill Broonzy che nomina esplicitamente la città, in The Southern Blues del 1935, comprendendo anche il fischio di un treno: Said Southern cross the Dog at Moorhead, mama, Lord, and she keeps on through, evidenziando un diverso grado di consapevolezza.

Moorhead

Città blues quindi anche perché essendo snodo ferroviario era centro di passaggio, favorendo così l’attività dei musicisti nei juke joint o lungo le vie: al sabato sera, secondo le testimonianze di un residente (riportate sul retro del blues marker, più sotto), “le strade erano così affollate che non si riusciva a camminare”. Il sempre misterioso Willie Brown (perché non so mai a quale WB ci si riferisca, se ce n’era più di uno) è stato visto qui, e Howlin’ Wolf suonò insieme a Robert Johnson a Moorhead durante gli anni 1930 (anche a Greenwood e Itta Bena, non a caso tre città sulla stessa direttiva). L’economia di Moorhead, basata sul commercio del legname, alla fine dell’Ottocento si ritrovò fiorente e la Yazoo Delta fu annessa nel 1895 da Chester Pond (la cui casa originaria è ancora nei pressi della ferrovia) della Moorhead Improvement Company; Pond già possedeva una linea a scartamento ridotto usata per il trasporto dei tronchi e del legname da e per il suo impianto.

Moorhead

La YD nel 1897 era solo di circa 30 km, da Moorhead a Ruleville, ma nel 1900 fu integrata con la Yazoo & Mississippi Valley Railroad (sussidiaria della Illinois Central R.) allungando il tratto a nord fino a Tutwiler e a sud fino a Belzoni, e quindi Yazoo. Se sulla cartina si tira una riga tra Tutwiler e Yazoo ne risulta una verticale dritta, Moorhead a metà altezza. Pare che John Henry, il leggendario steel-driving man del folklore americano, sia stato tra coloro che costruirono la Yellow Dog.

Where the Southern cross the Dog

La Yellow Dog ebbe vita breve, pare fu dismessa nel 1900 (v. Mississippi Rails, in contrasto con ciò che dice il marker verde: “for decades it was the central Delta’s major rail link”), ma ancora fino a non molti anni fa le sue rotaie si intersecavano con quelle Southern, linea tuttora attiva, mentre il tracciato della Yazoo and Mississippi Valley ora è parte della Columbus and Greenville, o C&G. Nella foto, il punto in cui le due si incrociavano, sovrapponendosi e formando un quadrato. L’incrocio è stato rimosso, ma la Yellow Dog è evidenziata dal marker (all’ombra) in mezzo alle rotaie superstiti che si allungano verso il punto d’intersecazione. Incroci di questo tipo non erano affatto usuali, comprensibilmente per la loro pericolosità.

Where the Southern cross the Dog

Visuale verso sud della rimanente Yellow Dog; dalla parte opposta ne è stato salvaguardato un pezzo a mo’ di camminamento (v. sotto) che s’inoltra nel parco – anni fa era tutto incolto qui e per trovare l’incrocio si andava a vista partendo dal vicino ufficio postale, ora c’è anche un gazebo di legno per soste o picnic.
Qualcuno continua a chiedersi se il musicista udito da Handy a Tutwiler nel 1903 cantasse “going where the Southern cross the Dog” perché ci stava andando, e quindi una sua esternazione del momento, oppure se si trattasse di un verso standard.
A parte che la composizione poteva essere lo stesso sua anche se non stava andando a Moorhead in quel frangente, se è vero che la YD non fu più utilizzata a partire dal 1900 la questione non si pone. Anche parlare di standard è scivoloso, data la giovinezza del blues ma soprattutto, anche ammettendo l’appartenenza al folk o che il blues esistesse già da qualche decennio, data la giovinezza della Yellow Dog. Magari era un modo di dire comune in base al fatto che forse l’incrocio diventò popolare nelle zone interessate alla linea.

Where the Southern cross the Dog

Dietro il cartello dell’incrocio, il percorso della Yellow Dog. A fianco, il marker rosso del Country Music Trail di John Bright ‘Johnny’ Russell (1940-2001), nato e cresciuto a Moorhead, autore di un hit da venti milioni di copie (Act Naturally) e citato all’ingresso della città come stella del Grand Ole Opry.

Yellow Dog Walking Trail

Yellow Dog Walking Trail è un breve camminamento a circuito chiuso, che prosegue e chiude sull’altro blocco il percorso della ferrovia, circondando il vecchio deposito e l’acquedotto (sotto). Anche le vie passanti da qui richiamano le due linee ferroviarie: N e S Southern Ave in senso est-ovest, E e W Delta Ave in senso nord-sud.

Moorhead, old depot
Il deposito restaurato (in una foto del 1917 era grande almeno il doppio).
MoorheadSconosciuta l’origine dell’interpretazione della sigla Y.D. in Yellow Dog. Le ipotesi provengono da varie fonti, le riporto commentandole:
– La locomotiva o i vagoni, o entrambi, erano dipinti di giallo, oppure lo era la sigla Y.D.
– Un cane giallo che, all’arrivo della YD in città, inseguiva i vagoni abbaiando (riferito da locali all’autore inglese Paul Oliver); in questo modo, aggiungo, si presuppone quindi anche che il nomignolo sia nato a Moorhead.
– Derisione da parte di operai di linee rivali in quanto linea minore, short dog (idem, rif. da Oliver). Il carattere ferroviario di “cane” l’ho trovato ancora e, del resto, un altro ramo della stessa ferrovia era chiamato Black Dog. Inoltre so che, proprio a proposito della Southern Railway, Long Dog era il treno del mattino, con merci e passeggeri, Short Dog quello della sera, soprattutto passeggeri, quindi chiamare dog un treno o, per estensione, una ferrovia, era usuale e quale che sia l’origine non riguarda esclusivamente la YD.
– Connessione con il termine politico yellow-dog Democrat. Significa che se i soli candidati di un ballottaggio fossero un repubblicano e un “cane giallo”, si voterebbe per il cane pur di non votare repubblicano, in particolare riferimento ai molti elettori degli stati del Sud che votavano per il candidato democratico chiunque egli fosse. Esclusa l’implicazione politica, ché qui mi pare fuori luogo (inoltre questo modo di dire si diffuse più tardi rispetto al periodo di cui parliamo), può valere “yellow” come dispregiativo, senso più antico e appunto raccolto anche in questo uso politico; in altre parole, yellow-qualcosa è un’offesa, come nella
– Connessione con il lavoro non sindacalizzato, cioè un yellow-dog contract, e questo potrebbe riguardare più da vicino la ferrovia. Era un contratto che un lavoratore firmava impegnandosi a non far parte di un’unione sindacale, quindi
– “Yellow” è un’accusa generalizzata, vedi yellow journalism (giornalismo scandalistico); sul dizionario si legge il significato di “vile, codardo, vigliacco”.

Moorhead, Southern Railway

Percorso della Southern Railway verso ovest

Moorhead, Southern Railway

Verso est

Blue Lake @ Berclair

Non molto distante da Moorhead. Nonostante il caldo umido il luogo in cui è nato B.B. King pare un paradiso grazie all’incantevole Blue Lake, mezza luna lunga e stretta sotto la piccolissima Berclair, le cui case si contano su una mano.

Blue Lake @ Berclair

Attraversiamo Berclair Rd arrivando su un ponte su cui stanno alcuni pescatori. Incuriosita anche dall’improvviso materializzarsi di forme umane, chiedo a uno di loro cosa sta pescando. Crabs!, risponde.

Blue Lake @ Berclair

Something magic

Blue Lake @ Berclair

Tuonava mentre facevo queste foto

Blue Lake @ Berclair

Strada attorno al Blue Lake

Blue Lake @ Berclair

Blue Lake @ Berclair

Blue Lake @ Berclair

Blue Lake @ Berclair

Concludo qui; per la prossima puntata devo ancora decidere dove – a ovest, Greenville, o a est, Greenwood.
C’è ancora tanto, non ero che a metà del viaggio.

(Fonti: Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues, University Press of Mississippi, Jackson, 2009, III ed.; B.B. King, David Ritz, Il blues intorno a me, L’autobiografia di B.B. King, Feltrinelli Editore, 2003; Mississippi Blues Commission, Blues Trail Markers.)


Note:
  1. La storia è tratta da James Harvey Young, PhD, The Medical Messiahs: A Social History of Medical Quackery in 20th Century America, Princeton University Press, 1967 – Chapter 15: Medicine Show Impresario. []

Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 16 maggio 2017
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