Egidio Juke Ingala & The Jacknives – Tired of Beggin’

Egidio Juke Ingala & The JacknivesÈ fresco di stampa ma carico di vissuto questo dischetto che segna il ritorno discografico di Egidio ‘Juke’ Ingala, tra i più distintivi armonicisti italiani, accompagnato da un trio potente e swingante come pochi, i Jacknives.
Per la prima volta insieme su disco, anche se da tempo in scena nei club e nei festival italiani ed europei, hanno messo giù con dimestichezza e coerenza 14 tracce equamente divise tra originali e cover, scegliendo questi ultimi tra gli artisti o gli episodi meno sfruttati, rientranti nel vasto e allo stesso tempo circoscritto vitale humus della migliore tradizione blues e rhythm and blues.
È il caso dell’asciutta e aderente riscrittura in chiave Chicago blues di un tipico R&B di New Orleans degli anni 1950 prodotto da Bartholomew, Winehead Baby di Little Sonny Jones, cantante e autore che ha ispirato anche i T-Birds (ricordate Pretty Baby? È la sua Ride with Me). Sopra la pastosa scansione ritmica Ingala mostra le sue virtù da entertainer, in controllo tonale sullo strumento e canto con spunti ironici, mentre la chitarra infila lick corroboranti.

Oppure della breve tirata I’m Tired of Beggin’, rispolverante un brano prodotto a casa di Ike Turner nel 1954 e messo su un disco intestato a The Sly Fox, cioè il sassofonista Eugene Fox costretto a cantare (più che di canto si tratta di parlato) da Turner a causa del suo vocione rozzo e rauco, ideale per rappresentare una breve serie stravagante di brani R&B novelty. Questo e altri due uscirono sulla volatile etichetta Spark di Leiber e Stoller (altri su Checker) con sorpresa di Fox, convinto che stessero solo provando. Pezzi di storia misconosciuta ai più, campioni di creatività nera degni d’essere riportati in luce con il rispetto e il coolness necessari.
Marco Gisfredi, guidato dal grande Ike, fornisce un taglio di chitarra blues-rockabilly, mentre gli altri due Jacknives, Massimo Pitardi, basso, e Enrico Soverini, batteria, sono un infallibile motore sotto il canto di Ingala in eco.
Hey Little Lee accompagna nel mondo evanescente di Slim Harpo. Credo sia uno dei brani più belli di James Moore, dotato di suono e di eco perfetti (forse ottenuti per caso) e del concetto di swamp blues contratto al massimo, esemplare direi.
Ingala mostra affinità con quel concetto sia al canto che all’armonica, per quest’ultima non solo ha un bel tono, ma anche proprietà di fraseggio insieme ad un atteggiamento di massimo rispetto; anche la chitarra ha bellissima voce ed un eco controllato nel piccolo solo, in combinazione con effetti ritmici e un ottimo lavoro di basso.

I cover continuano con Come Back Baby di Jimmy Liggins (Specialty 1954), un altrettanto ben riuscito tributo al blues orchestrale della costa ovest, con armonica cromatica e chitarra jazz che insieme sostituiscono i fiati dell’originale reinventando solo e parti armoniche, e Don’t Say a Word di Lonesome Sundown, dove di nuovo Ingala e Gisfredi si confermano bravi solisti dai discorsi essenziali e ben rifiniti, padroni di una tecnica strumentale non fine a se stessa.
L’immenso Howlin’ Wolf è anche lui evocato molto bene con I’m Leaving You, tempo medio a stop chorus conservante il profondo swing/shuffle dell’originale, con il basso sempre ben udibile in linee incisive a tener compatto ogni brano assieme al drumming preciso e pulito.
Si muovono ovunque così bene che sembrano più di quattro persone e anche qui la chitarra è efficace, tra solismo e ritmica, con brevi riff sincopati usciti dalla premiata scuola Hubert Sumlin.
L’ultimo cover è Back Track, che in finale vola in degno omaggio alla maestria di Little Walter, e Ingala può appoggiarsi in tutta comodità al robusto sostegno dei Jacknives, gli Aces nostrani.

I brani autografi iniziano con Cool It di Gisfredi (che si può anche considerare una risposta alla seguente She’s Hot, o viceversa), strumentale dall’umore californiano che fornisce tappeto swing al solismo della cromatica, e Last Words di Ingala, jump-shuffle con chitarra pungente e discorsiva su un tempo medio soffice e ricco, mentre canto e armonica sono laid-back.
Fallen Teardrops (a Tribute to George Smith) è un lento contemplativo dedicato al maestro, richiamato nel bel tono e fraseggio di Ingala non solo quando è alla cromatica (ma si sente anche il timing e l’approccio melodico di Walter Horton), non mancando il contributo solistico e l’accompagnamento della chitarra: tutto a regola d’arte.
Il bassista Pitardi oltre al costante e corposo groove fornisce anche By My Side, andante mosso da leggero funk di carattere sul quale Ingala distribuisce eque dosi di parole e suoni riverberati, mentre She’s Hot è un serrato swing a firma dell’armonicista che pare divertirsi molto nel cantarlo, con la chitarra in diluvio controllato di stile ed energia, in omaggio a Oscar Moore e T-Bone Walker, prima di chiudere i brani originali con due rispettivamente di Gisfredi e di Ingala.
Il primo è Pocket Knife, scioltissimo strumentale up-tempo per chitarra, ed ecco che rifanno capolino Myers & Co. e gli echi hillbilly, l’altro è Too Good to Be True, rilassato jump con le voci della band e impeccabile intelaiatura ritmica, il basso in dichiarato appoggio all’armonica del leader sempre a tempo, mentre la chitarra condiziona l’ambiente con echi hawaiani.
 

New CD Release Party

L’uscita del disco è stata festeggiata il 13 aprile 2013 al Milwaukee, diner stile America anni 1950 a Varedo, nord di Milano. La serata, organizzata dal Vintage Roots Festival di Inzago (MI), associazione che celebra i fasti degli anni 1940/1950 americani, è stata un’anteprima del V festival annuale che si tiene alla fine di giugno, e ha compreso anche le esibizioni tra rock ‘n’ roll e R&B d’annata di The Mad Tubes & Miss T e di Howlin’ Lou, due formazioni tra le migliori sul campo.
A vantaggio delle loro iniziative, richiamanti fan del genere da tutta Italia, c’è l’inclusione di una buona fetta del patrimonio musicale americano, non solo rock ‘n’ roll quindi ma anche country/hillbilly, rockabilly e naturalmente R&B, presentato ad un tipo di pubblico che, pur essendo attratto da certe sonorità (e più spesso da quel certo look), spesso ignora il contesto dal quale quei suoni così incalzanti e ballabili hanno avuto origine.

Dopo le lezioni pomeridiane di ballo jive di Kav Kavanagh, e bella musica dagli altoparlanti con diversi bellissimi hit del rhythm and blues nero anni 1940, ad aprire le danze, anzi a continuarle in un locale affollato non solo ai tavoli ma anche sulla pista da ballo, c’è l’elegante (in tutti i sensi) chitarrista Mark Slim con un breve set di alcuni classici e brani autografi, come Katrina.
Pur essendo ispirato soprattutto dalla tradizione blues texana e dalle sonorità west-coast (in particolare T-Bone Walker), adeguato perfettamente nel suono come nello stile tanto da sembrare innate in lui, sarebbe un errore rinchiuderlo in un determinato ambito. Con la sua semi-acustica ha dimostrato di saper trattare il blues tradizionale, dei tempi in cui s’affacciava alle soglie dell’elettrico, alla dovuta maniera e con buon volume di suono, e di poter favorire qualsiasi contesto serio trattante la musica afroamericana con il massimo rispetto.
Un chitarrista, autore e interprete da coltivare, uno su cui possiamo e dobbiamo fare affidamento per il proseguimento della scena presente e futura del blues proposto con sincerità, motivazione, passione e, soprattutto, suonato con competenza sapendo come mettere le mani sullo strumento.
Ad accompagnarlo ci sono i 2/3 dei Jacknives, la chitarra di Marco Gisfredi e la batteria di Enrico Soverini, lasciati in panne da Massimo Pitardi, assente giustificato che ha fatto mancare il sostanziale apporto del suo ficcante basso blues.
Per fortuna è stato ben sostituito da Davide Bianchi (aka DiceDado), direttore artistico del Vintage Roots e parte del sopra citato gruppo The Mad Tubes, affabile ed esperto contrabbassista rock ‘n’ roll old school con l’aspetto di un attore da film degli anni Quaranta, partecipando a dovere anche al turno di Egidio Ingala.

Tutto è in tema, dall’emcee inglese con la pronuncia di Mal dei Primitives e gli abiti in bianco e nero dei musicisti, ai rimbalzi del contrabbasso in primo piano come in quei combo rock ‘n’ roll/R&B anni Cinquanta che avevano davanti il sassofono a condurre set energetici e divertenti per il ballo.
Qui non c’è bisogno di sassofono perché Ingala soffia a tutto vapore nelle sue armoniche, presentando per la maggior parte brani tratti dal disco ma non solo, esibendo un repertorio adatto all’occasione senza rinnegare la natura blues.
Tra hamburger, donne in gonnellone e scarpette basse, coda di cavallo o messa in piega, e uomini con camicia americana e ciuffettone, l’ottimo frontman e i suoi vigorosi Jacknives hanno coinvolto il pubblico, per la maggior parte fanatici del rock ‘n’ roll che sembravano prendere vita con i ritmi boogie, conducendo con dinamismo e tempistica serrata un set a base di rhythm and blues ballabile senza sbavature.
Il motore e il respiro del quartetto è potente e diretto come un Eurocity, e Ingala s’esprime al canto e all’armonica con un controllo e un savoir faire acquisiti in anni di studio dei maestri ed esperienza sul campo, trovando supporto ideale nella ritmica portante e asciutta di batteria e basso, e nell’abbacinante (sic) e caratterizzante suono della chitarra di Gisfredi sempre a suo agio, dai riff alla Hubert Sumlin ai riverberi rockabilly, sia alla ritmica che nei gustosi interventi solisti, gomito a gomito con il contrabbasso. Buona inoltre la complicità tra loro, che ha permesso di intersecare i suoni al servizio dell’insieme.
Quando si dice rock the house!

Sito web

* * *
QUI la galleria fotografica con le didascalie
HERE the complete photo gallery with captions

Pubblicato da Sugarbluz in MADE IN ITALY // 16 aprile 2013
È vietata la riproduzione anche parziale di questo articolo senza l'autorizzazione dell'autrice
, , , , , , , , , , , ,
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.