Jesus on a Tortilla – Gone to Main Street

Jesus on a Tortilla, Gone to Main StreetUn disco per iniziati fatto da giovani leve è forse quanto di più fisiologico oggi possa capitare in ambito blues. Di norma avrei detto “inconsueto”, ma dato che ritengo inevitabile che dopo il caos s’intraveda un ordine, mi vien da pensare che l’apparizione di questi ragazzi abbia più a che fare con la necessità che non con il caso.
Come dire, se non ci fossero bisognerebbe inventarli.
Per fortuna nel 2011 si sono inventati da soli, definendosi poi nel quartetto attuale con costanti apparizioni sulla scena milanese (e oltre), e avventurandosi in una ricerca tra suoni e metodiche del primo blues elettrico che li ha portati a riproporre in pieno carattere old school un pugno di incisioni degli anni Cinquanta, tra le tante lasciate dai fautori del Chicago blues.
Il frutto di questa circostanza che unisce passione e qualità è stato registrato in mono e dal vivo in due giorni in uno studio di Varese riproducendo fedelmente le sonorità di quei tempi là, piazzando ad arte qualche microfono, non amplificando contrabbasso e batteria, sfruttando solo il riverbero naturale della stanza e non effettuando post-produzione.
Per la maggior parte provenienti da Saronno, tutti al di sotto dei 30 anni, Lorenzo ‘Mumbles’ Albai, armonica e voce, Kevin ‘Blind Lemon’ Clementi, chitarra, Massimiliano ‘Ximi’ Chiara, contrabbasso e Matteo ‘Evans’ Ferrario, batteria, per gli aspetti più pratici si sono avvalsi dei consigli di musicisti più navigati (italiani e stranieri), ma per il resto si sono auto-prodotti completamente (e senza fonici) mettendoci tutta la loro bravura e il coraggio di calarsi senza alcuna concessione moderna nello spirito e nelle modalità originali con cui questi brani sono nati, non temendo di risultare troppo scarni alle orecchie di oggi, abituate a suoni molto più elaborati.

Il materiale proviene quasi tutto da Chess e il più celebrato è bisnonno Muddy, presente con tre brani come Little Walter, ma il suo Gone to Main Street è stato consacrato anche come title track. Sia l’armonica che la chitarra colpiscono, non solo per il suono. Anzi, metto già da parte il discorso “suono” perché c’è poco altro da dire oltre che è fedelissimo. Piuttosto, quelle due stanno molto bene insieme, disdegnano il superfluo ed è notevole la motivazione che sta dietro ad entrambe, si sente senza sforzo.
Le altre sono Standin’ around Crying e Baby Please Don’t Go, e vorrei dire qualcosa su tutte e tre. Fare paragoni è fuori luogo e scorretto (non si fanno con i pari livello, figuriamoci con i maestri), ma dato che l’impronta generale pare quella di una quanto più fedele vicinanza agli originali è importante ricordare come la magia non stia solo nel suono in senso sonoro, ma anche in quello che c’è dentro e nel come si muove.
L’originale Main Street di Muddy Waters & Co. danza – ha swing – e si avverte nettamente. Non voglio infierire (e soprattutto non con ragazzi così in gamba e meritevoli, come detto, da inventare), ma bisognerebbe tener bene a mente questa che è più di una parola: swing. Nell’estrema attenzione ad un certo rigore c’è il rischio di appiattire il movimento (il sentimento), e questo vale un po’ per tutto il disco. È sicuramente un discorso collettivo, però in particolare qui è il contrabbasso a remare contro o, più che contro, a non esser in partita. Sarebbe più corretto dire in “ballo”.
Crying. Manca un po’ di intensità, di quella piccola scheggia amara e sprezzante; in fin dei conti c’è qualcuno che se ne sta in giro piangente. Non sto parlando solo del canto. So che è un discorso difficile e può essere frainteso; non intendo dire caricare o esasperare, semmai il contrario. Per quanto riguarda l’ultima invece capisco come sia attribuita a Muddy essendo fonte di questa versione, ma non è sua, Big Joe Williams l’incise prima.

Anche lo spirito di Little Walter esce onesto e chiaro nell’eco naturale delle ruvide vibrazioni delle ance di Albai, che in Can’t Hold Much Longer conferma bel tono e padronanza discorsiva, in buon interplay con la chitarra.
Gli strumentali sono shuffle piuttosto impegnativi e di nuovo l’armonicista ne esce in piedi: il moderato That’s It (apprezzabile scelta al posto del più sfruttato Juke) e il dinamico Off the Wall sono convincenti, grazie anche al supporto della chitarra di Clementi, credo il più giovane (solo 22 a.), ma con idee limpide e apprezzabili; si sentono stralci di Muddy, Leroy Foster, Jimmy Rogers.
Esemplare ovunque è il drumming di Ferrario, credo il più “anziano” in campo, e colui che sembra essere il vero epicentro della formazione, la guida e il cuore pulsante di questo ensemble in cui non si può che riporre le più ardite speranze.
A questi s’aggiunge un altro strumentale d’armonica che ha fatto scuola, da un tema del texano Ivory Joe Hunter, inciso a Memphis e diventato icona a Chicago con Big Walter Horton, Easy, dolce-amaro slow blues che si nutre di vibrato basandosi sulla melodia di I Almost Lost My Mind. Il rendimento è ineccepibile, con ottimo controllo del respiro e cura del dettaglio (due cose necessarie per fare Horton), sopra l’accompagnamento acustico.

Strali di Big Walter tornano anche nell’omaggio diretto a Johnny Young, Tighten up on It, l’unico qui a non esser stato originariamente inciso negli anni 1950. Resa decente e scelta coraggiosa; l’originale per me è in cima ad una ipotetica lista delle espressioni più impossibili da avvicinare.
Little Walter invece è ancora richiamato nei due brani di Jimmy Rogers (e in quello di Brim), That’s All Right, suo primo disco solista Chess tanto come You Don’t Know appartiene alla sua ultima sessione per l’etichetta (ai tempi non pubblicato). L’andamento un po’ spinoso (che fa il contrabbasso?) ostacola una fruizione serena del primo, mentre il secondo perde il ritmo second-line dell’originale per diventare quasi rockabilly, ma (se è intenzionale) va bene, anche se non scorre liscio come dovrebbe è comunque apprezzabile.
È un gioiellino di John Brim Be Careful, classico stop-time che i nostri offrono rovente al punto giusto, mentre la parte cantata di You Upset My Mind (Jimmy Reed) mi lascia perplessa. Non conta quanto l’umore e l’andamento siano lontani da Reed (anzi penso che la riproposizione pedissequa andrebbe rivista nel loro prossimo lavoro), piuttosto è il passo pesante e staccato a ostacolare una pur minima attrazione sensoriale. Inoltre avrebbero potuto pescare qualcosa meno comune tra la sterminata discografia di Reed.

Tirando le somme, sono due gli aspetti principali che minano la altrimenti considerevole ispirazione concettuale ed esecutiva di quest’opera prima. Beninteso che gli scogli già riportati hanno buon margine di revisione, c’è da rilevare come l’approccio troppo filologico possa essere insidioso per l’aspetto creativo e la deriva emozionale (quest’ultima, ovviamente anche dell’ascoltatore) mentre, parlando di emozioni, s’arriva all’altro aspetto: la voce, il canto.
È il lato meno soddisfacente dal punto di vista timbrico e per il rendimento ritmico-melodico. Non so se ci sono particolari effetti sulla voce, ma forse quel microfono vintage in questa situazione sottrae o limita la vocalità, la filtra e la caratterizza oltremodo; non sapendo com’è al naturale incolpo principalmente quello. La voce così risulta piatta e poco espressiva, accentuando inoltre l’uniformità delle proposte mettendo a dura prova l’attenzione e il piacere musicale. In altre parole è un disco che, ascoltato tutto di seguito, può diventare pesante perfino per un appassionato.
La tanto auspicata sottrazione non deve equivalere ad un eccessivo prosciugamento, e il metodo old school non deve irrigidire o limitare l’espressività e la creatività. È una cosa nuova per me, abituata a predicare sull’estetica della semplicità e dell’approccio tradizionale, ma il rischio d’eccesso è da mettere in conto anche in questo senso.
Tuttavia ci sono diverse parti strumentali, collettive e solistiche, molto godibili quando non entusiasmanti, la ricercata atmosfera alla Parkway e Chess è credibile, c’è attitudine, spirito di gruppo, energia, freschezza e una sorprendente preparazione sui fondamentali del blues.
Per questi motivi auguro ai ragazzi di continuare a lavorare con questa sensibilità, di sciogliersi un po’ e di sbirciare oltre un orizzonte più vasto, come repertorio e visione. Rimane ancora molto da imparare dal blues di Chicago, ma anche altri luoghi e tempi hanno fornito grandi lezioni esistenziali e musicali.

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Pubblicato da Sugarbluz in MADE IN ITALY // 29 gennaio 2015
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2 commenti per “Jesus on a Tortilla – Gone to Main Street

  1. Lorenzo ha detto:

    Bella recensione, complimenti per i riferimenti e le argomentazione per spiegare l’analisi del disco!

    Grazie di cuore! Lorenzo

  2. Simone Cuccagno ha detto:

    Gran bel gruppo li ho sentitit live a genova qualche tempo fa, il disco l’ho comprato e mi ha dato soddisfazione, probabilmente la ricerca dell’originalità non é il loro punto fondamentale e andrebbe apprezzata la volontà di riscoprire le radici del vero blues, che a volte non deve essere originale. Da apprezzare molto e consiglio vivamente l’ascolto. Ciao Simone

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