LA Fete Cultural 2010, New Orleans

Stooges Brass Band / Big Chief Little Charles Taylor / Big Sam’s Funky Nation
Terrance Simien and the Zydeco Experience / Tab Benoit’s Swampland Jam

Se esiste una città con il diritto e la voglia di auto-celebrarsi questa è New Orleans, e New Orleans lo fa ogni volta in cui si presenta l’occasione. In questo caso l’ha offerta LCEF nell’organizzare un evento benefico – LA Fête Cultural, (1) A Celebration of Culture – per supportare i cultural worker colpiti dal disastro Deepwater Horizon, cioè coloro che sono coinvolti in quella che chiamano “industria culturale”, in Louisiana rappresentante una buona fetta dell’economia fondata sul turismo e sulla preservazione dell’identità. La fondazione non pensa solo agli artisti in senso stretto, ma a tutti i lavoratori del settore creativo, come artigiani, tecnici, camerieri, cuochi, e agli indiani del Mardi Gras.
L’evento ha festeggiato i 5 anni di attività (LCEF è nata infatti dopo la devastazione di Katrina e Rita) e s’è svolto il 25 agosto nel Contemporary Arts Center in due momenti differenti.

Il primo, dalle 18.00 alle 19.30 presso le sale della galleria, è stato un Patron Party a base di cibo locale, un’asta silenziosa di opere donate dagli artisti e la musica del Shannon Powell Trio, con David Torkanowsky, Roland Guerin (visto nel concerto di Allen Toussaint) e come ospiti la cantante e pianista Carol Fran più celebrità sconosciute da noi, gli attori Faith Ford e Michael Cerveris.
A seguire, il concerto nel Warehouse del museo con musicisti altrettanto attivi in città e rappresentanti, in modi diversi, della cultura musicale di N’awlins.
Ho glissato il Patron Party perché essendo una raccolta fondi il prezzo era esclusivo (soprattutto moltiplicato per tre), anche se con lo stesso biglietto naturalmente si poteva assistere a entrambi gli avvenimenti, mentre il concerto ha avuto un ingresso decisamente più accessibile.
Il luogo è un open space in cui sono stati allestiti diversi stand, soprattutto di cibo preparato da noti chef della città, un bar, una lotteria il cui premio è stato estratto durante il concerto, ed esposizioni varie, come il costume da Big Chief qui a lato.
Quando entriamo ci sono già diversi fotografi, poi arriverà anche la televisione; si respira aria radical chic, però il line-up della serata è interessante. Poco dopo dei suoni provenienti da fuori si avvicinano sempre più: l’ingresso spettacolare della Stooges Brass Band avviene dalla strada con tanto di second line (in questo caso, il pubblico del Patron Party condotto a suon di musica e danze), insieme a Big Chief Little Charles Taylor della tribù dei Yellow Jackets nel suo sontuoso costume da indiano (foto sotto il titolo).

I preziosi costumi fatti a mano dei Mardi Gras Indians, ricchi di perline e piume, sono rinnovati ogni anno in occasione delle sfilate del carnevale, quando i membri delle varie tribù provano la loro parata a base di ritmo, canti anti-fonali e danze nei ritrovi abituali del loro quartiere, in uno stile che mischia le tradizioni celebrative africane e dei nativi americani.
E se la tradizione delle colorate e vivaci parate è ciò che caratterizza New Orleans più di qualsiasi altra cosa – gioia dei turisti e rituale irrinunciabile di chi le segue a ritmo sventolando fazzoletti o portando ombrellini, anche nel caso di un funerale – The Stooges è una delle bande più giovani e popolari in città, la più agguerrita nel contendersi il titolo di migliore nelle competizioni tra brass band. In particolare c’è un’accesa rivalità musicale con un’istituzione più datata e tradizionale, Rebirth Brass Band. I componenti della Stooges mischiano standard classici e R&B con musica più moderna tra funk, jazz e hip-hop, e il loro leader è Walter Ramsey, alla tuba, seminascosto dietro.
Data la loro fama di musicisti esuberanti può stupire la loro compostezza sul palco, ma qui non sono in competizione, non devono accattivarsi preferenze e premi. La musica è un flusso continuo senza interruzioni, tra balli e canti sopra e sotto il palco e una scenografia piena di colore e movimento, con la maestosità e l’orgoglio del Big Chief nel suo imponente costume di piume gialle assumente le varie tinte delle luci, e la banda schierata in doppia fila.
Il costante ritmo percussivo batte nello stomaco e nella testa, e il rituale call and response è scandito con il pubblico, chiamando inni più o meno noti. L’atmosfera è euforica e stare là sotto è come rendersi conto improvvisamente d’essere nella Big Easy, ma è anche rilassata e cordiale, nessuno cerca di invadere lo spazio altrui e davanti siamo quasi tutte donne.
L’arrivo di un agilissimo dancing man cattura l’attenzione sia quando s’esibisce da solo su e giù dal palco, sia quando assolve alla sua funzione: passare tra il pubblico e far ballare la persona alla quale s’accosta. Come alla House of Blues di Houston anche qui qualcuno mi chiede se sono fotografa, credo perché sono l’unica che non conosce (alla HOB invece un ragazzo che, dopo essersi educatamente presentato, era curioso di sapere come mai m’avessero fatto entrare con la fotocamera mentre a lui non l’avevano permesso – per caso o per fortuna, immagino).

Nel frattempo arriva l’emcee della serata, volto noto in America ma a me sconosciuto, Mario Cantone. Abile a intrattenere durante il cambio palco e a introdurre Big Sam’s Funky Nation, poi s’esibisce con loro cantando Route 66.
Quando la scena passa tutta a Big Sam Williams, trombonista della nuova generazione che vanta trascorsi nella Dirty Dozen Brass Band, comincia un altro ciclo di musica non-stop con Sam che canta, balla, incita il pubblico, inframezzando riff di trombone in perfetto sincronismo con la tromba di Andrew Baham o in call and response su una base ritmica funk. È musica da parata moderna, urban funk e party music che fonde elementi di soul, rock e jazz contemporaneo. Non è la mia preferita, però l’atmosfera è festosa e il fatto che sia nel proprio ambiente naturale contribuisce a renderla divertente e coinvolgente, come sopra.
Anche Big Sam, come tanti altri musicisti della città, è apparso in Treme, la splendida serie TV di HBO, e ha partecipato al disco di Toussaint con Costello (pure loro nella serie), River in Reverse, stando nella sezione fiati anche durante il tour promozionale durato circa due anni.
Intanto sotto il palco si sta consolidando il gruppo di scatenate nel quale sono stata ammessa prima solo a sguardi e sorrisi, poi a parole: mi chiedono come mi chiamo, da dove vengo e altre amenità, probabilmente si nota che non sono di New Orleans anche prima di sentirmi parlare.
Sebbene Stooges e Funky Nation si differenzino il passaggio da una all’altra è consequenziale, ma la presenza scenica di Sam Williams con il suo slide trombone e la sua musica aggressiva esaltano l’ambiente ancora di più.

Infatti, nonostante l’interruzione dei presentatori (oltre a Cantone, Lisa Picone e Michael Cerveris), quando arrivano Terrance Simien and the Zydeco Experience il clima è cotto a puntino e il fronte delle persone danzanti sotto il palco s’ingrossa al ritmo di una calda fusione di cajun, zydeco e caraibica.
È un aspetto della Louisiana del sud che non si può trascurare da queste parti: la musica del Bayou, detta anche La La music, che conta Simien come uno dei più attivi tradizionalisti e allo stesso tempo un innovatore che sa diffondere un genere da sempre relegato nel folklore locale. Perfetto rappresentante della joie de vivre, è instancabile e a piedi scalzi balla, canta con voce armoniosa, suona la fisarmonica e comunica con il pubblico.
Il batterista è pressoché eccezionale, il bassista pure e insieme all’immancabile timbro secco e distinto del rubboard creano un ritmo irresistibile, al quale s’aggiungono i suoni di un tastierista nano e un chitarrista, che a volte addolciscono a volte tirano il piacevole amalgama.
Simien è entrato nel soundtrack di una pellicola di tanti anni fa, The Big Easy, capace di far innamorare di New Orleans. Il film non è granché, però è uno dei primi che io ricordi ambientato là per esigenze di copione, cioè in cui la città non fa solo da sfondo ma entra nella trama, e anche la colonna sonora (non originale) era rappresentativa del folklore locale, di un tipo probabilmente mai usato in una produzione nazionale.
Intanto io e le mie “amiche”, che chiedono di essere fotografate mentre ballano, ci divertiamo con Ehi, Là Bas! e Dance Everyday, ma non siamo le sole a divertirci, soprattutto durante la celeberrima The Weight (apparentemente outsider se non fosse che Simien conta The Band tra i suoi primi amori), con tutta la platea che intona il chorus. Lo spazio sotto la scena si riduce quando arriva sul palco un grosso pacco di collane del Mardi Gras e Simien comincia a lanciarle due, tre alla volta verso i gruppi più partecipativi, e lo fa anche mentre suona la fisarmonica prendendole con i piedi!
Dalla nostra parte ne arrivano parecchie, tanto che riesco ad acchiapparne senza sforzo almeno tre, più qualcun’altra che cedo: tutti vogliono indossare le Mardi Gras beads.

Durante il cambio palco più lungo, in cui i presentatori annunciano i progetti LCEF e il vincitore della lotteria, il pubblico rompe le fila e io riguadagno la posizione precedente per la Tab Benoit’s Swampland Jam, all stars che il chitarrista di Houma (ma nato a Baton Rouge) raduna spesso in occasioni live con amici come Cyril Neville, cantante e percussionista che non necessita presentazioni, il chitarrista scandinavo Anders Osborne da anni cittadino di New Orleans, l’armonicista e fisarmonicista Jumpin’ Johnny Sansone e il capo della tribù Golden Eagles Big Chief Monk Boudreaux al canto e controcanto.
Come dice il titolo di una sua canzone, When a Cajun Man Gets the Blues (che non è né cajun né blues, ma un soul ballad alla Otis Redding), Benoit è fortemente attaccato alle sue radici – anche se Baton Rouge e New Orleans non fanno parte della regione acadiana le tradizioni cajun sono diffuse in tutta la Louisiana del sud – ma musicalmente i suoi riferimenti sono legati ai chitarristi texani (in particolare Albert Collins), al soul sudista e al blues di Chicago. Tab Benoit rappresenta l’uomo comune, il bravo ragazzo che non si monta la testa, e proprio il profondo attaccamento al suo Country Bayou, oltre al buon senso e al gusto, ha fatto sì che sfuggisse all’idea di guitar hero.
Per fortuna Benoit, da simple southern man, ha preferito barattare la via facile con il poter fare ciò che più gli piace: scrivere canzoni o riprendere quelle di altri sempre con gusto, suonare la Telecaster come si deve, cantare con voce calda e, assente da manie di protagonismo, dividere il palco o lo studio con colleghi dalla visione musicale simile; probabilmente si trasferirebbe da Houma o dalla Louisiana solo nel malaugurato caso in cui sprofondasse nel Bayou.
Un set all’insegna della buona musica con interventi distribuiti tra i protagonisti, tutti anche cantanti, dal sapore cajun infuso da Johnny Sansone con la fisarmonica e subito dopo Chicago blues con l’armonica (però con il volume troppo alto), il retrogusto di New Orleans con i canti e le percussioni di Cyril Neville e Monk Boudreaux, il buon old school rock di Osborne e il collante fornito da Benoit, che da solo assume in parte le caratteristiche degli altri in modo pulito, con attitudine soul nella voce e una chitarra dalle note blues lancinanti o dai brevi e veloci riff di ritmica swamp, ciò che contraddistingue il suo stile.

Ricordo la fantastica Her Mind Is Gone, dal ritmo mambo di Prof. Longhair, Travellin’ South, esempio dell’influsso di Collins, una lunga e devota versione della swampy e splendida Louisiana Rain, la altrettanto melodica Louisiana Style e la musica da parata portata da Boudreaux come Shallow Water, Oh Mama.
Boudreaux è apparso in una scena di Treme che documenta verosimilmente il primo ritrovo dopo Katrina di un gruppo di indiani del Mardi Gras, ed è ospite fisso anche dell’altro gruppo all-star, Voice of the Wetlands, nome dell’organizzazione fondata da Benoit per la salvaguardia delle zone a rischio del sud della Louisiana.
Non è chiaro quando ebbe origine la connessione tra gli afroamericani e i nativi, anche se qualche studioso la fa risalire al periodo della colonizzazione francese. Aldilà di qualche diretta discendenza pellerossa tra i neri anche nel periodo post-schiavista (un esempio è Screamin’ Jay Hawkins), specie in Mississippi ma non solo, una larga influenza e fascinazione delle tradizioni degli indiani d’America sugli afroamericani sembra sia avvenuta durante il periodo schiavista.
La resistenza dei nativi alla dominazione bianca, il loro orgoglio e la loro cultura basata sul rispetto altrui e sul concetto che nessun uomo può possedere un altro uomo (“Dare dignità all’uomo è all’origine di tutte le cose”), sono il centro dell’ammirazione per gli indiani celebrati dagli afroamericani durante il Mardi Gras.
Essere Big Chief è un onore e il ruolo deve essere rispettato durante tutto l’anno non solo rappresentando la comunità, ma anche con la capacità di tramandare l’arte di confezionare a mano i costumi e nel provare i canti, i ritmi e le danze con il gruppo, di modo che i componenti imparino a seguire i suoi comandi affinché l’esecuzione sia il più precisa possibile. Le tribù sono diverse, e sono in garbata competizione fra loro.
Intanto ho fatto altre conoscenze, un tale di Metairie che poi mi presenta la sua compagnia, due donne e un tizio che sta seduto sul bordo del palcoscenico di fronte a me, giusto sotto Tab Benoit, e dopo un po’ m’accorgo che il chitarrista, nel presentare una canzone che poi eseguirà da solo, si sta rivolgendo a costui indicandolo come autore del brano che sta per fare. Io sono tra i due e sono talmente distratta dalla situazione che ora, a distanza di mesi, non ricordo né il titolo né il nome dell’autore (anche se al momento li avevo capiti).
Oltretutto c’è la confusione di un live, il tipo mi parla forte per farsi sentire, Tab sta suonando a solo due metri di distanza mentre cerco di fare foto, e mi sembra di vivere una situazione di quelle che vorrei fermare. Sono di nuovo stupita della gentilezza e semplicità di certe persone, non importa chi sono o cosa fanno, e questa è una caratteristica americana.
Alla fine siamo tutti entusiasti e spossati, quattro ore di musica e la sensazione d’essere parte di qualcosa, mentre tutti si salutano come dopo una festa di paese.
Fuori ci attende la New Orleans notturna, colorata e decadente, piena di luci e di vita. C’è una brezza tiepida e profumata, camminiamo perché l’albergo non è lontano, degli operai stradali sono al lavoro. Da lì a qualche giorno, cinque anni prima, si scatenò l’inferno di Katrina, e ora la città si prepara a celebrare i vivi e a onorare i morti. Anche per questo non condivido del tutto lo slogan appioppato a New Orleans, uno dei tanti: The City that Care Forgot. Disincantata, accomodante sì, ma dimenticare è tutt’altra cosa.

* * *
QUI la galleria fotografica con le didascalie
HERE the complete photo gallery with captions


  1. Il titolo era scritto proprio così nella locandina ufficiale. Mentre “LA” in maiuscolo può riferirsi sia alla sigla dello Stato della Louisiana sia all’articolo francese, “fête” è sicuramente francese, mentre “cultural” è inglese. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 12 gennaio 2011
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