Lucerne Blues Festival, 11.11.2016

JW-Jones / Lazy Lester & The Moeller Brothers / Bettye LaVette / Carl Weathersby / Nett | Bislin & BurroBeat / Otis Grand & The American All-Star Big Band feat. Brian Templeton & Bruce Katz

Esordisce davanti alla platea fredda e sobria degli inizi, nella Panoramasaal del Grand Casino di Lucerna, Joshua Wynne Jones, chitarrista, cantante e autore canadese che si fa chiamare JW-Jones e conduce un power trio con la bassista Laura Greenberg e il batterista Mathieu Lapensée.
Innamorato del west coast style, è uscito con la prima pubblicazione nel 2000 già con il supporto morale dei veterani del genere, da Rick Holmstrom a Little Charlie Baty (a cui ha persino dedicato un brano, Batyology), da Anson Funderburgh ad Alex Schultz, da Lynwood Slim a Otis Grand e Rod Piazza.
Da allora ha emesso ogni nuovo disco con singolare regolarità – ogni due anni esatti – arrivando oggi a quota nove, forse rispondendo più a esigenze di mercato che artistiche, ma di sicuro adora la sua immagine dato che non ha mancato una copertina. L’atteggiamento guitar-hero-wannabe si manifesta più sul palco, nel tipico nucleo rock a tre, che nei solchi incisi, in cui si è avvalso di formazioni classiche o complete e della presenza di notabili quali Kim Wilson, che gli ha prodotto il terzo disco, Gene Taylor, David Fathead Newman, Charlie Baty, Junior Watson, Richard Innes, Larry Taylor, Hubert Sumlin, Charlie Musselwhite.

Se nei primi dischi gli imperativi erano bei toni blues roventi e sonorità old school, in buon equilibrio con materiale autografo certamente non innovativo ma coerente, dalla riuscita anche sorprendente se si pensa che all’esordio aveva 19 anni (e ancor più sorprendente l’armonicista Southside Steve, allora quindicenne), e in quelli di mezzo (penso a Bluelisted e a Kissing in 29 Days, ma anche al buon soul/blues di Midnight Memphis Sun) s’apprezza pure l’accresciuta confidenza e maturità (anche se un po’ imitativo di SRV), negli ultimi tre dischi, due dei quali partoriti a Nashville, le sonorità più variegate e standardizzate aumentano l’impressione di scarsa originalità, minando una personalità già poco definita.
Non quindi una salvezza al momento giusto dalla routine in cui il west coast blues, soprattutto nel nuovo millennio, rischia facilmente di cadere, e meno ancora un’evoluzione naturale apprezzabile per urgenza e sostanza – piuttosto il distacco da una forma cristallizzata per scivolare in un’altra indice di omologazione, dagli esiti incerti. Invece di acquisire man mano la sua cifra ora è ancor più uno che non si fa ricordare, uno che non riconosci al volo nonostante i nove dischi.

Uno a cui piace buttar giù una montagna di note, in questo caso a partire soprattutto dall’esecuzione massiva di I’m So Glad (B.B. King) per scaldare la platea, riuscendoci perché è quello che il pubblico di bocca buona vuole, dopo l’apprezzamento tiepido ottenuto con i brani iniziali: il pur coinvolgente strumentale Wham a base di riff senza fiato tra surf music e R&B, il mid-tempo rock-americana Price You Pay, e High Temperature, tutti tre dal disco appena uscito prodotto da Colin Linden, e di cui il brano di Little Walter è title track.
Più originale e apprezzabile è How Many Hearts, in cui la bassista armonizza alla voce e buon motivo orecchiabile, tanto che potrebbe essere il suo singolo di successo, e un po’ anche il rock-blues Murder in My Heart for the Judge, che mi ricorda Steve Miller, il tutto condito da cascate chitarristiche che evidenziano facilità di fraseggio, ma anche scarsa comunicativa, pochissima spontaneità, gestualità calcolate.
Buono il Whatch Your Step di Bobby Parker, mentre West Side Magic Boogie, anche se il nucleo è ben fatto, non mantiene nulla del fascino dell’originale di Magic Sam (Magic Sam’s Boogie): Jones cerca diluizione, non concede niente di compatto. Della “semi-ballata” rock da FM Same Mistakes apprezzo solo il testo, prima di un momento in teoria più intenso dedicato a Buddy Guy, ricordandolo nel suo Checkerboard Lounge (che ha chiuso i battenti l’anno scorso) con What’s Inside of You, ma in pratica pretesto per altre insignificanti scariche elettriche.

Purtroppo la magia di That’s All Right di Jimmy Rogers è annullata, non solo per il canto insipido o per la mossa di usare una bacchetta di batteria come slide.
Il finale è caratterizzato da un intermezzo strumentale chiamato French Toast, utilizzato per giochetti che credo abbia copiato (v. foto) da Deke Dickerson (il contrario è improbabile) o da qualcun altro, cioè il passaggio di mano degli strumenti continuando a suonare, lui alla batteria (che maneggia discretamente), il batterista al basso e la bassista alla chitarra, e in seguito anche la chitarra a più mani.
Entrambe le cose le ho già viste fare meglio appunto da Dickerson e se là è stato un po’ più divertente in quanto la prima volta per me, e Dickerson e Crazy Joe Tritschler personaggi più sciolti e ironici che si prendono meno sul serio, qui è stato noioso. Chiude con un rock ‘n’ roll sfociante in un medley, dal tema di Goldfinger ad una serie di riff celebri, dai Beatles agli Stones, da Hendrix a Dick Dale.
Alla fine il solito rito: il direttore Martin Bründler sale sul palco e indirettamente sollecita la richiesta di bis da parte del pubblico, che avviene con Rock with Me dei T-Birds, in cui il nostro inserisce altre appendici sotto forma di riff. Valanga di suoni e narcisistico solismo per un set freddo, che lascia poco o nulla.

Si rivede dalle nostre parti Leslie Johnson, conosciuto come Lazy Lester, in modo simile al suo ritorno in scena alla fine degli anni 1980, quando fu resuscitato (grazie a Fred Reif, articolista, discografico e altro) da esponenti del blues texano che lo chiamarono a esibirsi da Antone’s.
È, infatti, supportato da altri due T-Birds, i fratelli Moeller, Johnny alla chitarra e Jay alla batteria, e dal chitarrista di New Orleans espatriato ad Austin Grady Pinkerton, usuale accompagnatore di Lester in Texas. Niente basso quindi, ma in teoria avrebbe dovuto esserci Scott Nelson, formando così la stessa band che ha accompagnato Lou Ann Barton la sera prima.
Sono passati ormai dieci anni dall’altra volta e ora è quasi cieco, come dichiarato da lui stesso per incitare il pubblico a farsi sentire: “I can’t see you but I can hear you”, anche se poi nota perfettamente un tipo in prima fila indossante un cappello tipo il suo (“nice hat!”, commenta), o riesce ad arrivare senza problemi alla bottiglietta d’acqua.

Eccolo di nuovo, Lazy Lester, con i suoi modi da gatto sornione, a soffiare ancora nell’armonica, certo non più con molta energia (oddio, “energia” in senso classico nel caso di Lester è da sempre termine non appropriato, non è lì il suo potere), ma con sonorità, melodia e poesia intatte, a cantare versi indolenti, con sorrisetti maliziosi evidenzianti la fessura tra i denti, la perenne voglia di scherzare, e quel modo spensierato e leggero di portarsi dietro una storia importante. Unico superstite del blues delle paludi, persona comune amante della vita semplice, tutto in lui evoca un mondo perduto, la cui colonna sonora è ancora in grado di far sognare.
Sì perché quando attacca con qualcuna tra quelle che più lo rappresentano, come Blues Stop Knockin’ (del boppin’ billie Al Ferrier) e Sugar Coated Love, il tempo sembra ondeggiare e frenare, non solo musicalmente, in quanto i colleghi lo sostengono in ralenti, ma anche perché sono investita da un’ondata di immagini sbiadite di dischi Excello volanti, sciabordio di acque, dello studio di J.D. Miller a Crowley, di coccodrilli ancheggianti, alberi frondosi e qualsivoglia scena rimandante alla tranquilla e afosa southern life: l’immaginario di chi è rimasto invischiato dai suoni dello swamp blues.

Quell’esperienza lontana e irripetibile continua a esser richiamata da altre piccole memorie che, se non gli hanno permesso di scalare le classifiche (forse a causa del suo canto, non in grado di competere con quello dei solisti dell’epoca), ci hanno però allietato, costruito il suo personaggio e l’hanno tenuto vivo tanto quanto la pesca o l’attività di camionista, portandolo più vicino a noi anche umanamente, in carne e ossa, cosa che ad altri suoi colleghi non è purtroppo toccata, ancora lieto di fornirci un tramite tra quella epopea e noi, che si tratti di The Same Thing Could Happen to You, dell’amara You Got Me Where You Want Me o di uno degli ultimi vagiti degli anni 1950, lo scarno rockabilly I Hear You Knockin’ (“do you remember that one?”).
Il ruolo ritmico è coperto dai due chitarristi alternativamente, e i loro interventi solistici sono sempre calzanti e concisi, Lester dirige a sguardi o a piccoli gesti e i tre lo sostengono a dovere, non lo perdono di vista, non lo sovrastano, e tutto è leggermente rallentato per adeguarsi ai suoi tempi; semplice e arduo allo stesso tempo, non scontato anche se prevedibile conoscendo gli accompagnatori. Non sono lì per farsi notare ma per quell’uomo tutto in nero, abbigliato alla texana e ancora dritto di schiena, che mentre loro nascevano era già entrato nella storia.
Nessuna diavoleria, nessun trucco, nessuna dispersione, buona dose di coolness e quello di cui tutti abbiamo bisogno: musica dal cuore, non dall’ego. Non illusori fuochi d’artificio o prestazioni da super eroe.

Per la seconda volta quella sera arriva That’s All Right di J. Rogers, ma con tutt’altra attitudine, e deve per forza lasciare indietro molti classici del suo repertorio, favorendo If You Don’t Want Me Baby e la celeberrima Scratch My Back di Harpo. Il suo canto va meglio in queste rispetto a dov’è necessario più impegno melodico, tipo l’ultima parte, quando imbraccia la chitarra acustica e s’allontana dalla sua discografia. Non una rarità negli ultimi anni, ma è meno comune associarlo a ballate country, tuttavia è la musica con cui è cresciuto; qualcosa che sul palco di Lucerna forse non s’è mai sentito.
Ha un piccolo vuoto di memoria nel presentare “una canzone di … Rose”, non ricordandosi il nome dell’autore, ma poi gli sovviene e sta ovviamente parlando di Fred Rose, e della sua Blue Eyes Crying in the Rain, portata al successo da Willie Nelson. Mentre il silenzio cala tra il pubblico, io penso che mi piacerebbe uscire da lì con lui, per sentirlo suonare così in un luogo appartato e tranquillo. Magari davanti al fuoco.
Lirico e nostalgico, come con I’m a Lonesome Fugitive del grande Merle Haggard (RIP), profonda e selvaggia America, anche se Lester ammanta di dolcezza tutto ciò che tocca, prima del divertissement lasciato alla chiusura, Darlin’ You Can’t Love One, vecchio tradizionale country-bluegrass (il cui titolo ufficiale credo sia New River Train), filastrocca che il nostro porta bene per ironia.
Al momento dell’encore mentre parlottano fra loro suggerisco senza troppa convinzione “lover not a fighter!”, perché mi pare ci stia bene a quel punto (…), non mi sente, ma è proprio I’m a Lover Not a Fighter la prescelta e quindi evviva, che voglio di più?

Bettye LaVette, cresciuta a Detroit come Betty Jo Haskins, non annovera un passato in chiesa, ma la scuola l’ha avuta in casa, con un salotto frequentato da gruppi gospel di passaggio in città, come Soul Stirrers e The Blind Boys of Mississippi, con il jukebox di suo padre, ripieno di R&B, blues, country & western, e nei club del suo quartiere nella Motor City.
La sua prima carriera è minata da disattenzione da parte dei discografici, dopo aver cominciato bene nel 1962 con il suo primo singolo Atlantic, My Man, He’s a Loving Man, nei top ten R&B, e un altro successo per Calla, Let Me Down Easy, che le procurano tour nazionali con i grandi del tempo.
Tornata a Detroit incide per etichette minori, poi tra la fine degli anni 1960 e i primi anni 1970 è a Memphis per Silver Fox grazie a Kenny Rogers (l’autore di What My Condition My Condition Was In, da lei ripresa) e registra una serie di brani con un gruppo da studio di tutto rispetto, i Dixie Flyers di Jim Dickinson e Charlie Freeman (che poi, dalla gestazione agli studi Sounds of Memphis di Stan Kesler diventeranno noti, sempre in qualità di session men, ai Criteria Studios a Miami, per Atlantic). Alle sessioni partecipano anche i Memphis Horns ma, nonostante l’ottima qualità del materiale, vedono la luce solo le bellissime He Made a Woman Out of Me e Do Your Duty (entrambe nella classifica R&B e dalle stesse atmosfere e inflessioni di Dusty in Memphis), e qualche altro singolo, perché il previsto LP salta. Eccellente southern soul da una cantante del Michigan senza background religioso. (1)

Nel 1972 è di nuovo presso Atlantic che la spedisce a Muscle Shoals per registrare con la nota sezione, prodotta da Brad Shapiro, il suo primo album.
Anche in questo caso il materiale è buono, pur con le sovra-incisioni (ma ben fatte) dei Memphis Horns e di violini presso gli studi Criteria, e un vinile chiamato Child of the Seventies è pronto per la pubblicazione, insieme ad un tour promozionale. All’ultimo momento però il progetto svanisce, e a Bettye sono chiesti indietro i biglietti aereo. Una faccenda devastante, senza alcuna spiegazione, e LaVette, a parte piccole cose e il culto di un gruppo di aficionados europei, cade nel dimenticatoio.
Dal 1979 al 1982 è parte fondamentale di un musical di successo di Broadway con Cab Calloway, imparando così a ballare e affinando le tecniche da palcoscenico, arte che s’è resa evidente anche venerdì sera a Lucerna, mentre trascurabile a mio parere è la produzione Motown (pop-soul, disco), che stranamente s’accorge di lei solo in quegli anni e anche in questo caso il prodotto, pur uscendo, è scarsamente pubblicizzato.
A volte i frutti della semina si raccolgono molto tardi, e nel suo caso succede nel 2000 quando il collezionista e discografico francese Gilles Petard scopre i nastri di Child of the Seventies, l’album inedito di Muscle Shoals di quasi trent’anni prima, e lo pubblica in Francia sulla sua etichetta Art & Soul con il titolo Souvenirs, maggiorato da un’altra, contemporanea pubblicazione europea, Let Me Down Easy, In Concert, un concerto registrato in Olanda. Fortuita combinazione che da una parte mostra un glorioso passato, dall’altra evidenzia che quella stessa cantante dopo tanti anni è ancora pregevole.

Da qui il comeback album, A Woman Like Me, per Blues Express, e poi il provvidenziale farsi avanti di Anti-, etichetta che ha riportato alla luce anche Mavis Staples, dove il produttore Joe Henry le consiglia un album di canzoni (non inedite) tutte composte da donne della scena rock o country contemporanea, che esce intitolato I’ve Got My Own Hell to Raise.
Sempre per Anti- seguono The Scene of the Crime, in cui la scena del crimine sono gli studi di Muscle Shoals e gli accompagnatori i Drive-By Truckers, ancora con materiale edito di artisti rock e country, Interpretations: The British Rock Songbook, in cui Bettye interpreta, come suo solito in modo molto personale, brani inglesi storici (che nemmeno conosceva) ispirati all’R&B americano, e un quarto disco, Thankful ‘n Thoughtful, del 2012, in cui riprende altre contemporaneità, come Neil Young e i Pogues.
Dischi con sonorità moderne e crossover, ma di buona fattura. Il British Songbook a mio parere non è del tutto riuscito, a parte il bonus track registrato precedentemente dal vivo alla cerimonia Kennedy Center Honors del 2008, in onore ad uno dei nomi premiati, gli Who, con la sua emozionante interpretazione, tanto più in un contesto ufficiale, del capolavoro del gruppo Love Reign O’er Me, che le dà maggior visibilità e nei produttori fa appunto nascere l’idea del disco “inglese”. Ma Bettye va proprio sentita dal vivo, più che su disco.
Raggiunge ancor più pubblico, praticamente tutta America e oltre, nel gennaio 2009 al concerto inaugurale per Obama al Lincoln Memorial, con l’eterno A Change Is Gonna Come in duetto con Bon Jovi.

La sua ultima pubblicazione, Worthy, risale al 2015 per Cherry Red, ma di questa ha proposto solo Unbelievable di Dylan, con la grinta e la profondità di cui è ricca, e che la fa sembrare un incrocio tra Tina Turner e Mavis Staples.
Lei è fantastica, ma già dall’inizio non mi piace la band, composta da Brett Lucas alla chitarra, Alan Hill alle tastiere, James Simonson al basso e Darryl Pierce alla batteria, perché è troppo muscolare e suona molto forte coprendo la sua voce che, ancora graffiante e in forma come il suo fisico, è pur sempre quella di una settantenne e abbisogna di maggior riguardo. È ancora potente, dinamica, ma a livello più di intensità che di volume.
Anche per il resto non ha offerto niente del vecchio materiale, prendendo soprattutto da Scene of the Crime (il crimine del titolo si riferisce appunto al ritorno moderno negli studi di MS, luogo delle vecchie registrazioni non emesse), tipo I Still Want to Be Your Baby, bel soul/blues marcato Eddie Hinton, e il lento I Guess We Shouldn’t Talk about That Now.
Accenna a George Jones, già interprete di Choices, altro lento che mostra come LaVette abbia un approccio mistico, o viscerale, verso qualsiasi materiale sonoro che le capita tra le corde, non da meno con They Call It Love, già di Ray Charles, mid-tempo R&B che la band rende con sonorità funk e in cui il chitarrista purtroppo inserisce un intervento in eco e distorsione, entrambi ancora da Scene che, tiene a precisare, è stato nominato al Grammy. Il finale del brano è focoso, con lei a ripetere veemente “I don’t know, I don’t know…” appoggiandosi all’organo Hammond (usato solo dal tastierista di Carl Weathersby).

“I’m a song stylist” dice, perché le sue interpretazioni si distaccano nettamente dall’originale, prima di arrivare ad uno dei momenti migliori: Joy di Lucinda Williams, episodio che adoro, insieme alla sua autrice e a come lo ripropone Bettye, animale da palcoscenico; viene dal sopracitato album al femminile comprendente brani anche di Aimee Mann, Joan Armatrading, Sinead O’Connor, Rosanne Cash, Dolly Parton, Fiona Apple.
Presenta quasi sempre le canzoni, dice che è in attività da 55 anni e, da seduta, con enfasi e coinvolgimento propone Souvenirs di John Prine (title track del citato disco francese con le prime registrazioni Muscle Shoals), mini-dramma che precede il funky You Don’t Know Me at All, ancora da Scene, in cui LaVette si scatena e offre un balletto con il chitarrista.
Chiude con il lungo lento atmosferico Close as I’ll Get to Heaven, non risparmiandosi in un crescendo finale.
All’encore offre Sleep To Dream di Fiona Apple (il disco I’ve Got My Own Hell to Raise prende il titolo proprio da una frase di questo brano), poi la band se ne va e, a cappella, ci lascia con I Do Not Want What I Haven’t Got di O’Connor, che pare una preghiera. Piuttosto teatrale tutta la sua performance, ma lei è sincera, emozionante, e ha tanto da dare.

Del set di Carl Weathersby ho visto solo una piccola parte, un po’ perché sono andata in cerca di Lazy Lester e un po’ perché dopo cinque ore filate senza mollare la postazione una “sgranchita” si rende necessaria.
A dirla tutta, anche perché non mi interessava moltissimo.
Il sessantatreenne di Jackson, Mississippi, solo negli anni Novanta ha iniziato una carriera solista dopo un periodo trascorso come seconda chitarra per il suo mentore Albert King, del quale conserva l’impronta e la diretta fascinazione subita da ragazzino, e parecchi anni nei Sons of Blues di Billy Branch come primo chitarrista.
Non mi convince del tutto non rilevando un suo proprio spessore nell’ispirarsi a modelli tra cui Albert King e B.B. King sono i più evidenti, e in una discografia di tipo derivativo generalmente basata sullo stile e sulle sonorità del Chicago soul/blues moderno, che non amo.
Tuttavia dal vivo non sarebbe male, dopotutto ha presenza, voce e, volendo, potrebbe selezionare un repertorio più specifico e personale, se però evitasse di scivolare, come altri, in inutili attività rituali (suonare con i denti, passeggiare tra il pubblico, ecc.) e in lunghe tirate che dopo un po’ perdono di senso, come lo strumentale chicagoano con cui esordisce, sulla falsariga di un Albert King accelerato e con molte più note.
La band però è buona, con Ron Moten alle tastiere, Jeremiah Thomas alla batteria e Russell Jackson al basso (che poi grazie a Otis Grand scopro esser stato bassista per B.B. King), perlomeno hanno fornito supporto concreto e non aggressivo.
È quindi con le modalità sopra descritte che propone un lento dalla lunga introduzione strumentale, che poi sembra Reconsider Baby, Why Are You So Mean to Me di Albert King e How Blue Can You Get di B.B. King, prima di un classico, lento soul-blues credo autografo, Somebody Help Me.

Intanto al Casineum stanno suonando Nett, Bislin & BurroBeat, che vado a sentire un attimo solo per curiosità e senza aspettative, perché trattasi di due a me sconosciuti, maturi chitarristi svizzeri tedeschi dalle separate carriere soliste, Cla Nett e Kurt Bislin, associati in una formazione che propone blues elettrico di Chicago in un modo, per quel poco che ho sentito, comunque onesto e rispettoso.
Non so se è così solo perché arrivo poco prima di un’ospitata di Bob Stroger, ormai fisso al festival – quest’anno parte di un revue denominato Muddy Waters 101 Tribute, con John Primer e Billy Flynn, esibitosi in altre serate – il quale, nella sola veste di cantante, esegue uno slow blues, Sweet So Sweet, con l’usuale garbo e anche un po’ soporifero vista l’ora, scendendo dal palco e rivolgendosi alle donne davanti.
Torno a vedere che fa Weathersby, e lo trovo impegnato con un’altra del maestro Albert King, Born under a Bad Sign. Salirà sul suo palco anche John Primer e l’armonicista Steve ‘Bell’ Harrington, quest’ultimo sicuramente imparentato con Lurrie e Carey ma non so in che modo (credo sia fratello di Lurrie), per attimi di buon e partecipativo Chicago slow blues.

Finalmente un buon finale di serata, cominciato “all’una e trentacinque circa”, dopo che due anni fa ci hanno mandato a letto con la cacofonia di Sugaray Rayford & Band.
Otis Grand, Brian Templeton, Bruce Katz e una band completa di fiati hanno offerto un bel set, perlopiù ballabile, a base di blues orchestrale, con jump blues, R&B e slow blues (ispirato allo stile dei concerti di B.B. King, per intenderci, ma non a quel livello di qualità e classe), anche se un po’ distratto dai cambi di turno al microfono della voce e ospitate varie agli strumenti. In particolare sono rimasta delusa perché m’aspettavo che cantasse soprattutto (anzi, solo) Templeton, unico vero cantante lì in mezzo, e non immaginavo lo facesse Grand, che tra l’altro sembrava un po’ alticcio, e almeno il canto lo poteva, anzi lo doveva a mio parere, lasciare a Templeton.
Otis Grand è quello con lo stile più tradizionale e il più americano tra i chitarristi inglesi dediti al blues, ha una buona discografia incentrata sulla gloriosa epoca musicale degli anni 1950/60, e una passata, estesa collaborazione con Ike Turner. È discreto autore, e nei dischi non usando la sua voce e amando il suono delle big band ha sempre avuto cantanti e strumentisti ospiti, come Darrel Nulisch, Brother Roy Oakley, Toni Lynn Washington, Jimmy T99 Nelson, Rosco Gordon, Kim Wilson, Curtis Salgado, Sugar Ray Norcia, Philip Walker, Joe Louis Walker, Joe Houston, Anson Funderburgh, Little Charlie Baty, Pee Wee Ellis, Greg Piccolo, Monster Mike Welch, Sax Gordon, e altri.

Brian Templeton è un sottovalutato cantante, armonicista e autore della scena di Boston, dall’incredibile somiglianza con Kim Wilson, sia vocalmente che per il resto, più naturale che costruita, o perlomeno non pare esserci mera imitazione. In ogni caso negli anni Novanta con i Radio Kings, i suoi personali T-Birds, con Michael Dinallo e Bob Christina, ha emesso pochi ma buoni dischi, diretti, senza fronzoli e ben suonati. Dal 2000 è solista, ancora dalla rada ma valida discografia, e ha girato con Otis Grand, Sonny Rhodes, la band di James Cotton, e Kid Bangham.
Bruce Katz, anche lui appartenente alla scena del New England, è un pianista, organista e bassista noto per la sua residenza con Ronnie Earl & The Broadcasters, ma anche come session man di molti. È titolare di una sua band con una discografia quasi interamente strumentale, ed è membro di Gregg Allman and Friends.
La sezione fiati è composta da Paul Ahlstrand, sax tenore, Doc Chanonhouse, tromba, Carl Querfurth, trombone, Tom Mahfood, sax baritono, esibitosi anche al canto da solista, e alla batteria Marty Richards. Completano l’organico due relative stranezze: il bassista David Hull, in passato sul libro paga degli Aerosmith, e alla chitarra ritmica Ray Scona, nome che mi ha fatto pensare, realizzando che si tratta dell’italiano Guitar Ray (di Guitar Ray & The Gamblers), cioè Renato Scognamiglio (comunque non nuovo con Otis Grand), poi anche lui in un turno solista alla voce con il rock ‘n’ roll Pretend di Don Williams.

L’offerta si alterna quindi tra ritmi swing sostenuti e lenti del blues urbano, come Got to Be Some Changes Made di Otis Rush, un bel e lungo medley in omaggio a B.B. King con Sweet Litte Angel, Sweet Sixteen e It’s My Own Fault, diviso a metà dalle voci di Grand e Templeton, un boogie di Kansas City per Bruce Katz sfociante nell’Honey Hush di Big Joe Turner, e qualche strumentale R&B movimentato dai fiati che fa ballare il non più compassato pubblico. In un episodio sale ospite al basso colui che Grand saluta come “Sir” Jackson (Russell Jackson), mentre dal duttile baritono di Templeton mi sono rimasti impressi il mid-tempo jump blues Please Let Me Explain e il bel lento Let Me Down Easy.
Il finale si concentra su Money, Marbles and Chalk di Jimmy Rogers, ma poi comincia la consuetudine della jam-tutti-sul-palco, tra cui JW-Jones, così andiamo via prima di arrivare a quel punto in cui non ci si capisce più nulla.

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  1. Per i brani Silver Fox di Bettye LaVette consiglio la raccolta Charly 276 del 1991, Nearer to You, ma dovrebbero anche esserci edizioni più recenti. Consiglio anche The Complete Calla, Port e Roulette Recordings, Bluesoul Belles di Stateside del 2005 perché, anche se di Bettye ce ne sono solo otto, il resto è di Carol Fran ed è quindi buona occasione per risentire un’altra artista trascurata e meritevole. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 26 novembre 2016
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