Luciano Federighi – Blues on My Mind

Casa Editrice: L'EPOS Società Editrice, Palermo, 2001, Collana I Suoni del Mondo diretta da Luca Cerchiari
Prefazione: Al Young

Blues on My Mind, Luciano FederighiDopo vent’anni esatti dalla pubblicazione del suo primo libro, (1) Luciano Federighi fa uscire nel 2001 questa doverosa rivisitazione. Doverosa non solo per perfezionare quegli aspetti propriamente stilistici, letterari e storiografici cari a tutti i saggisti e attaccabili dal trascorrere del tempo, ma anche per rimettere sul mercato uno dei pochi testi italiani fondamentali della materia, introvabile da anni.
Fin dall’introduzione, già ricca di personaggi e allegorie evocative, l’autore ci fa piombare dentro il mondo testuale e caratteriale del blues, reale, onirico, simbolico, o tutte e tre le cose insieme, in poche parole la sua poesia.
Preceduto da un corposo capitolo che offre uno scenario generale, ma allo stesso tempo ben circostanziato, sulla storia, la struttura, i personaggi, i luoghi, le epoche, i generi, la tematica e la poesia, la parte maggiore del libro si concentra sugli argomenti letterari del blues, tramite una disamina testuale che prende in considerazione ogni indivisibile aspetto: musicale, storico, linguistico, cronologico, sociologico, artistico.
Due tra le peculiarità più importanti della musica blues sono anche quelle che all’autore preme maggiormente rilevare, e cioè il sottile ma netto, inscindibile e intimo legame tra versi e musica, e l’interpretazione distinta e personale che di quell’insieme il cantante sa dare, il tramite orale che dà vita a qualcosa di inanimato come la parola scritta.

La lettura particolare dell’interprete è il momento in cui il blues si concretizza poesia, diventa corpo, riverbera emozioni, anche solo attraverso la modulazione vocale e il modo di porgere un contenuto che può già essere stato cantato da altri, ma che diventa qualcosa di diverso a seconda di come l’artista lo propone. Qualcosa di più del concetto d’interpretazione, e che coinvolge aspetti aldilà di quelli stilistico-musicali, in primis il rapporto comunicativo tra cantante e pubblico soprattutto quando si svolge nel suo contesto più naturale, dove l’ascoltatore non solo è partecipe e comprende il significato delle parole e dei richiami, ma anche ne diventa parte attiva stimolando il cantante, quasi una spalla che s’introduce nei giusti spazi di tempo e lo sostiene. Come se l’artista fosse il rappresentante di una realtà comune, fino a far assumere alla performance valori di cerimonia, rito comunitario, catarsi liberatoria collettiva; lo stesso meccanismo che scatta negli incontri religiosi, in pieno dualismo afroamericano tra sacro e profano.
Tutto ciò però non deve far pensare ad un processo a casaccio, per quanto istintivo e orale il blues ha una «precisa identità strofica, compositiva, regolata da sue leggi interne, da un suo senso della misura e delle proporzioni, e contenuta entro determinati confini espressivi e tematici»; poco importa che le frasi di un blues siano parlate o totalmente strumentali, poiché l’espressione e il senso della misura sono di pari valore in entrambi i casi, e lo strumento deve comunque avere un profondo respiro vocale.

Mentre le forme strofiche possono cambiare, ciò che il blues rivela nella sua essenza più intima passa principalmente attraverso l’io individuale, che si può leggere anche come il noi dell’esperienza comune di un popolo, ma anche solo di un genere, maschile o femminile, con dialettica di varia natura tra il soggetto e la realtà circostante (una figura in carne e ossa o l’incarnazione immaginaria di una presenza tanto evanescente quanto incombente), quasi sempre familiare o quotidiana. C’è poi il black english, il linguaggio, che non è solo musicale, tonico, vivido, ma anche identifica la comunità dal quale scaturisce, il vocabolario comune, adattando il vernacolo parlato e attingendo da esso restituendo un vasto repertorio di espressioni e significati.
In sostanza, ciò che Federighi indaga sono proprio queste precise identità stilistiche e gli evidenti limiti formali in cui il bluesman è costretto ad agire – limiti che sembrano solo apparenti grazie alle capacità individuali dell’artista di destreggiarsi tra spontaneità e rigore – senza dimenticare lo spessore poetico di un particolare aspetto che può assumere rilievo all’interno di un testo.
L’analisi dell’autore si compie attraverso capitoli suddivisi per comodità in grandi linee tematiche, ma per loro natura spesso intrecciate, ponendo l’accento sulla singolarità di varie personalità, e sulla continuità e omogeneità anche negli sviluppi moderni, prova evidente di un’unica, solida tradizione.

Abbiamo così gli aspetti più malinconici e dolorosi, come l’abbandono, l’incubo, la prigione, la morte, la calamità naturale, la solitudine, il tradimento, la costante ricerca d’amore e il conflitto amoroso, il disagio urbano, la lontananza dal proprio paese, la sfortuna e anche la riflessione economica e sociale (ma sempre volta verso un’ottica personale – e a questo proposito tornano in mente le parole di Percy Mayfield, esemplari sotto questo punto di vista: Heaven please send to all mankind / Understanding and peace of mind / But, if it’s not asking too much / Please send me someone to love), e quelli invece dell’esultanza e dell’appagamento nel blues erotico, con una vasta gamma di double entendre e di invenzioni azzeccate, sottili o al contrario esplicite e rozze, originali e potenti o deboli e trite, ma sempre espresse con naturalezza dentro le regole del gioco e sovente cariche di vanteria esagerata (la tipica tall tale, la frottola) e/o di humour e ironia, esaltate anche attraverso due altri temi ricorrenti nel blues: il ballo comunitario, la festa, o il più intimo ricorso alla magia.

Per estensione, entrambi gli aspetti – il dolore e la gioia – possono essere rimarcati e definiti da un linguaggio simbolico del tutto particolare, e le idee della fuga e del sogno ricorrere sotto forma di miraggio o di metafora iperbolica, ma sono anche reali, dichiarati, appartenenti ad un mondo tutt’altro che immaginario o fine a se stesso.
La fantasia pungente e derisoria, la visione lucida spesso auto-ironica, la costante ricerca di una vita migliore o la quieta rassegnazione, il vagabondare come necessità, l’ansia visionaria e l’urgenza di movimento, la disillusione amara o la speranza più cieca, il realismo e il simbolismo, l’allusione o l’illusione, l’alternanza di umori. Quale che sia il tipo di espressione che si presenta Federighi ci ricorda che i versi del blues non vanno letti, ma ascoltati, perché solo così acquistano quello spessore vitale e quella dinamica irrinunciabile che sono propri della comunicazione afroamericana.
Infine, per quanto cupe e tristi possano apparire certe tematiche, quasi mai il blues sfocia in dramma, e quasi mai fa piangere, semmai commuove ed emoziona, perché il tono fluido e cangiante delle sue note e il sapore agrodolce del suo messaggio portano inevitabilmente a sorridere chi vorrà e saprà ascoltarlo.


Note:
  1. Blues nel mio animo, Mondadori Editore, 1981, con introduzione di Arrigo Polillo. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Libri // 4 febbraio 2011
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