Luciano Federighi – By the Lonely Lights of the Blues

By the Lonely Lights of the Blues, Luciano FederighiNon è certo nuovo alle uscite discografiche, Federighi (potrei sbagliarmi ma credo che questo sia il nono disco, il secondo per Appaloosa), che nel lontano 1979 ha apertamente svelato il suo sentirsi autore e interprete, a volte accompagnandosi alla tastiera, e associando questa veste alla più nota attività di scrittore e articolista di musica nordamericana in ambito blues e jazz vocale (esempio), oltre a quella di romanziere sempre e comunque ispirato alla società, ai paesaggi e ai suoni d’America che ben conosce.
Confesso la mia ignoranza sulla sua produzione musicale precedente (ho solo assistito anni fa ad un concerto recensito su queste pagine, non apprezzato aldilà dei gravi difetti audio), vasta almeno quanto la mia ammirazione per i suoi influenti scritti sulla musica, potenzialmente capaci d’indottrinare un’intera generazione di bluesofili e rilevanti anche gli aspetti culturali, sociali e letterari di quel particolare “filone” alla base della storia statunitense (musicale e non) del Novecento.
Lo ha fatto in modo personale e lucido, a volte forse un po’ forbito, ma non mancando di restituire con tratti netti, appassionati e lirici, l’anima e l’esperienza di un’umanità in perenne disequilibrio, il soffio vitale di un mondo artistico affascinante e rivelante sempre più di quel che dice apertamente, in quei panorami di ingiustizia, solitudine e amarezza che tutti, più o meno, sperimentiamo.

Ora posso dire che il suo approccio alla musica è speculare a quello della scrittura e il precedente periodo, pensato per il letterato, può corrispondere in simmetria il carattere del musicista o, semplicemente, ben s’adatta alle impressioni avute dal suo linguaggio musicale.
Federighi è un narratore dalle tinte baritonali, lo è quando scrive e lo è quanto canta – un canto parlato, da crooner affabulatore – dotato di una fervida vena immaginifica evocante ritratti umani sullo sfondo di paesaggi desolati, che siano di viaggio o dell’anima poco importa, come usciti da un disegno a carboncino o come le fotografie in bianco e nero nell’involucro del disco, tanto per sottolineare come la scrittura e la musica possano sconfinare nel contiguo territorio poetico delle arti visive.
All’ascolto, il lascito dei grandi ai quali s’ispira pare evidente, e sicuramente c’è più di quanto si possa elencare o di cui lui stesso ne sia consapevole, oltre a coloro che sono “tributati” nel libretto. Farei omissione se non dicessi che le atmosfere liriche e la sua vocalità mi hanno fatto pensare agli umori e alla poetica di Percy Mayfield, al noir urbano di Tom Waits, anche se le tinte qui sono chiaroscurali e non così maledette, alle sofisticazioni di Charles Brown, all’ironia e alla colloquialità di Randy Newman (o perfino, anche se agli antipodi per carnalità e potenza, di Screamin’ Jay Hawkins), ma devo anche dire che questo carico importante può diventare ingombrante se non torna in un’estetica immediata e fruibile, soprattutto quando l’ascoltatore si affidi esclusivamente a sensi che non siano quelli del pensiero.

Sì, sono canzoni per adulti, ma forse a causa delle sonorità cocktail blues e della ricercatezza non sono così dotate di comunicativa istantanea, nonostante la loro scaltra loquacità. Non si possono apprezzare, perlomeno non di primo acchito, se non si presta attenzione ai testi (bene ha fatto ad allegarli) – altrimenti recependone distrattamente i suoni si potrebbe pensare d’esser ad un lounge-act di un Mario Biondi in versione intellettuale.
Accanto ad un frasario tutt’altro che banale, a partire già da certi titoli da racconti brevi (On the Banks of the Old Choctaw, Trapped in a City Haunted by the Blues, A Humble Hero [of the Western Hemisfere], Moanin’ the Blues to the Ghosts…) e, quale in effetti è, da panorama cantautorale d’oltreoceano ovviamente bianco (sono titoli quasi dylaniani, anche cooderiani, non invece il contenuto, più coheniano) – il meglio azzeccato, parlando ancora di titoli, è An Alternate Take of a Life – ci sono però anche certe sonorità neutre, inoffensive, qualche momento di noia e un canto per natura melodicamente poco agile; tuttavia il timbro vocale scuro e fibroso, dotato di una vena energica e graffiante, è efficace nella narrazione. I testi sono tutti molto belli e credo siano la cosa migliore, mentre ciò che mi piace meno, in linea di massima, sono alcune scelte stilistiche e gli arrangiamenti, con qualche eccezione.

Si tratta di sedici ballate, tutte autografe tranne una, dall’indole blue e musicate in soft jazz da un piccolo, discretissimo combo senza batteria. Nel nutrito gruppo spiccano senz’altro I Shot My Lady (Dark Flowers Blues), noir dal growl rabbioso con liriche taglienti, scandito dall’incedere pianistico (Andrea Garibaldi) e da “percussioni umane”, stemperato da riff melodici di chitarra (Tiziano Montaresi) e armonica (Dave Moretti) accompagnanti con dolcezza sulla strada verso l’inferno – An Alternate Take of a Life, cool blues urbano per pianoforte a tempo medio-lento rievocante il clima di Charles Brown tra amarezza e realismo, e in cui Federighi appare in incognito all’armonica (direi sovra-incisa), ma come quasi sempre è il testo il punto forte (The same aimless rides, in the same wreck of a car / Same dreams tossed aside, same sad laughs at the same old bar / The same dull routine that once I called life / The same weary sensations / You could almost cut with a knife / […] It’s just an unappealing, alternate take of a life) – e, con mia stessa sorpresa (perché le sonorità smooth soul-jazz da pianobar mi lasciano indifferente), promuovo anche il duetto vocale con Michela Lombardi I’m Coming Back to You le cui parole, e anche il canto, mi hanno toccato nelle parti più vulnerabili è questo per me è sufficiente.

La migliore però, la maggiormente orecchiabile per melodia e ritmo più fluenti che altrove, è A Humble Hero, compiuta sotto tutti gli aspetti, e molto cooderiana. Il testo si fa notare, dedicato al suo “commesso viaggiatore di Hollywood preferito” (I sold a piece of desert to the Mayor of Yuma / I might have lost my soul but not my sense of humor / And in my wildest dreams I’ve sold the Pope in Rome / A recess in heaven and St. Peter’s dome / Once I’m gone, I’m gone, so what’s the score? / I’m just a traveling salesman goin’ from door to door / I’m a humble hero and the world’s nicest fellow / I could sell Laurel to Hardy and Abbott to Costello), ma anche il canto, l’arrangiamento, e nel refrain la voce dell’armonicista Moretti che aggiunge coloritura gospel, tanto che starebbe bene nel coro di Mavis Staples.
Ancora molto apprezzabili, e non solo per le liriche, due ballate dalla morale opposta tra loro, la breve In Sweet Eudora’s Arms, deliziata dal fluegelhorn (credo) di Alessio Bianchi, e I Should Have Been Wise, blues sarcastico ancorato, tra gli altri, dal contrabbasso di Mirco Capecchi, mentre di Trapped in a City bisogna citare il suono evocativo della cromatica di Moretti e gli originali effetti ritmici.
You Got Me Wrong, altro bel duetto con Michela Lombardi su ritmica soffusa dal classico jazz trio piano-contrabbasso-chitarra, è molto calzante in riferimento ai duetti di Dinah Washington e Brook Benton, (1) ma è anche buon pretesto per citazioni di Percy Mayfield, Otis Rush, Duke Ellington.

Ultime ma non ultime, segnalo Who’s Gonna Last, l’unica non autografa e omaggio al leggendario George Jones, di Al M. Leroy che però non so chi sia (It’s not me that is slow, it’s you that is fast / But we’ll see on the long run who’s gonna last), con contributo superlativo della tromba “muta” di Bianchi (idem nello swing On the Banks of the Old Choctaw), She’s Got Designs on Me, molto newmaniana (come Sweet Eudora), anzi forse la somiglianza con You’ve Got a Friend in Me è troppa, e Coast to Coast Medley, ancora con il contralto cristallino di Lombardi, altro piacevole momento orecchiabile (per me “orecchiabile” è componente di assoluto valore in presenza di contenuti validi, forse è inutile specificarlo ma è importante che non sia frainteso) e appunto unione tra due motivi, Let Me off at 4th & Market e 72 Hours on the Road, quest’ultimo originato dal bel tema della serie televisiva inglese Jeeves & Wooster in stile swing anni Trenta (di Anne Dudley, una delle poche compositrici femmine), con eccellente ritmica jazz di chitarra, piano e contrabbasso.
Tutti gli accompagnatori offrono contributi di buon gusto, eloquenti e produttivi (naturalmente ho dei preferiti ma non li dico per non fare sgarbi), mentre il credito ad un certo Lou Faithlines mi è parso strano da subito, giungendo alla conclusione che è un alter ego di Federighi: si pensi al nome e soprattutto al cognome.
Vero è che “Faithlines” potrebbe essere, ora come in passato, penalizzato dal pregiudizio che spesso perseguita chi, conosciuto e stimato in un certo campo, si cimenti in un’altra attività che richieda altrettanto ma diverso talento, però è ammissibile anche il contrario (Hugh Laurie venderebbe dischi se non fosse Hugh Laurie?), cioè che il suo status potrebbe permettergli più opportunità che ad altri.
Io dico che dobbiamo trattarlo come un qualsiasi altro musicista, nel bene e nel male.

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Note:
  1. I due ebbero un rapporto artistico litigioso. Soprattutto Dinah non stimava Brook, al quale non restò altro che far buon viso a cattivo gioco anche perché certi loro botta e risposta in studio, lasciati udibili nei dischi, fecero vendere meglio. Il pubblico credeva fosse finzione, ma era pura realtà. Dinah, una vera diva, era un bel caratterino e scattava sulla difensiva se credeva che un collega volesse rubarle la scena, e con Benton successe proprio questo. []

Pubblicato da Sugarbluz in MADE IN ITALY // 21 novembre 2015
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