M for Mississippi

A Road Trip through the Birthplace of the Blues

M for Mississippi DVDAnche se risalgono al 2008 e sono quindi precedenti, queste riprese si possono considerare un completamento visivo al libro di Stolle, dato che riguardano la stessa materia negli stessi termini e più o meno gli stessi bluesman superstiti nell’odierno Mississippi.
In origine c’era un progetto vago ma poi, presa consapevolezza della volontà di registrare dal vivo situazioni e uomini di blues nel loro ambiente, è stato portato avanti in modo sistematico e in poco tempo avendo ben presente che la scena legata al blues tradizionale s’impoverisce sempre più.
Un’urgenza giustificata se si pensa che nel frattempo tra i bluesman qui presenti ci hanno lasciato T-Model Ford, Robert Belfour, Mr. Tater, Wesley ‘Junebug’ Jefferson e The Mississippi Marvel.
Per circoscrivere gli sforzi (anche economici) di un progetto non amatoriale che doveva attuarsi in modo continuativo dall’inizio alla fine, i produttori Roger Stolle (titolare del negozio-ufficio del turismo blues Cat Head Delta Blues & Folk Art di Clarksdale) e Jeff Konkel (titolare di Broke and Hungry Records) dopo la pre-produzione hanno concentrato la durata effettiva delle riprese in una sola settimana, caricando il lavoro su una troupe ridotta che oltre a loro ha compreso altri due produttori, cioè il regista e operatore Damien Blaylock, e Kari Jones, proprietaria di Mudpuppy Recordings.
La registrazione della musica, dal film alla discografia tratta dal progetto, è invece opera di Bill Abel, one man band che di tanto in tanto presta il fianco a vecchi bluesman come ‘Cadillac’ John Nolden, ma qui soprattutto nelle veci di tecnico del suono, catturato in modo superbo con uno studio portatile installato dentro un Volvo station wagon (“passo la vita a districare cavi”), il suo Big Toe Porta-Studio.

Anche se attraversano il Mississippi in lungo e in largo non è un viaggio vero e proprio, dato che si ha l’impressione che alla fine della giornata ognuno torni a casa o al quartier generale (da dove i due, Stolle e Konkel, intrattengono con intermezzi comici), e non è nemmeno un’avventura in senso stretto perché per loro quei luoghi e personaggi sono tutt’altro che sconosciuti. Il poco tempo a disposizione giustifica la pianificazione, arma che inevitabilmente in qualche caso si inceppa nelle mani dei due produttori “protagonisti” (sì, tendono ad apparire troppo), uno un ex-pubblicitario di successo un po’ rigido e dall’aspetto di eterno studente, l’altro, più simpatico e sciolto, quasi un attore (che ho incontrato a Correggio in occasione del concerto di Jimmy ‘Duck’ Holmes, quest’ultimo ripreso nel suo Blue Front Cafe a Bentonia, il juke-joint più vecchio del Mississippi che porta avanti da più di quarant’anni, ereditato dai suoi).
Tra le visite più interessanti quella a casa di ‘T-Model’ Ford, che racconta i suoi trascorsi da cattivo (accoltellò un uomo a morte e scontò la pena a Parchman lavorando in una chain gang, come tutti a Parchman) e conclude la sua performance – forse rivolgendosi al nipotino Stud che l’ha accompagnato alla batteria, ma sicuramente tutti dovremmo ascoltarlo – con “Look what you can get if you don’t clown. But if you clown, you don’t get a doggone thing”, e quella da L.C. Ulmer (“Life is what you make of it. You wanna make it bad, you can make it bad. You wanna make it good, you can make it good. […] Don’t ever be in a hurry, hurry kills […] If you get in a hurry, you get ready to die”.)

Anche gli altri uomini di blues ritratti danno il meglio di sé (ma in un quadro musicale generalmente mediocre) oltre ad aver una filosofia da tramandare, pur negli esigui spazi – a parte il monologo di ‘Bilbo’ Walker – concessi da un montaggio che non indugia, oscillando tra chi sta materialmente facendo il documentario e coloro che ne dovrebbero essere gli unici protagonisti.
Pittoresche e tipiche le situazioni del party casalingo di R.L. Boyce a Como nelle Hills, come quelle fuori e dentro il Do Drop Inn a Shelby.
Ci sono piccole scene che non meritano di stare nel filmato principale, ad esempio quelle di loro due (mi riferisco sempre a Stolle e Konkel) che giocano a biliardo, conversano, o fanno gag nel loro ritiro, e che potevano andare nel “dietro le quinte”. Viceversa, ve ne sono alcune nei contenuti speciali che essendo performance credo avrebbero dovuto stare nel film, come quella acustica di ‘T-Model’, o Big George Brock (mancante nella parte principale) davanti al Cat Head con M for Mississippi, il suo brano che dà il titolo al film, o il minuto in più di Robert Belfour. Non una questione di tempo dato che tutte insieme durano pochissimo e destano, o dovrebbero destare, più interesse rispetto alle scenette dei due produttori.
In generale comunque è un lavoro ben fatto e forse anche utile, la visione è scorrevole e piacevole tanto da poter attrarre l’interesse delle giovani generazioni, di eventuali sponsor, di turisti (la città di Clarksdale da qualche anno è molto attiva sul fronte turismo del blues) e non ultimo, almeno, provocare il sorriso dell’appassionato. In parte però ho avuto la stessa sensazione causata dal libro di Stolle sull’attitudine allo spot autoreferenziale e il video clip e, come là, si notano molti loghi del Cat Head – anche se per questo aspetto Stolle nelle note interne si scusa dicendo che è casuale, dovuto al fatto che ha abbondantemente distribuito il suo materiale tra i bluesman.

L’impressione più emotiva invece vacilla tra due opposti sentimenti.
Uno è quello che, in fin dei conti, pare miracoloso che negli anni Duemila in Mississippi ci sia un humus potenzialmente ancora abbastanza fertile per il blues tradizionale – pur suonato da pochi, con pochi spettatori e nella quasi totale estinzione del juke-joint – perché gli scampoli sono tuttora ancorati ad uno stile di vita e di musica semplice e a suo modo genuino, rifiutando le diavolerie moderne e l’ansia del successo commerciale. Senza retorica, anzi con estremo realismo, il blues è un bisogno prima di tutto, un mezzo di sostentamento dell’anima, non economico. È sempre stato così e a maggior ragione oggi che non scala le classifiche, ed è proprio questo il motivo per cui ha avuto lunga vita. (Anche se qualcuno ha ancora le idee confuse a riguardo.)
L’altro è la consapevolezza che, se il filmato può inconsciamente dar l’impressione che girando in Mississippi da turisti in una sola settimana si possa vivere qualcosa di simile, incontrando diversi locali sempre aperti con quella musica dal vivo o capitare in un party a casa di un bluesman, in realtà non è così, perché ovviamente quelli del film sono eventi programmati appositamente e anche molto sparsi sul territorio.
Sappiamo che quel blues, quella storia, quella fascinazione e quella cultura possono esistere e passare solo attraverso chi ce l’ha, dalle persone, non dai musei, dai libri o dalla scuola, ma da chi è vissuto su quel campo, quindi tutto ciò è destinato a terminare con la scomparsa dell’ultima tra quelle persone.
Rimarrà il genere, lo scheletro inanimato, e non molto altro credo.


Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dvd // 21 ottobre 2015
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