Marcia Ball @ Lucerne Blues Festival 15.11.2009

Blues Brunch con Marcia Ball

Accolta da applausi referenziali “sua altezza” Marcia Ball entra in scena all’Hotel Schweizerhof di Lucerna, nella sala stile Impero riservata alle conferenze e ai banchetti. Ai tavoli siedono uomini in giacca e cravatta, e donne con abiti fin troppo eleganti, ma lei non è una solista della Filarmonica di Vienna e non siamo ad una soirée post-convegno di bancari.
È ora di pranzo, il cartellone è quello del Blues Festival e Marcia Ball è una figlia gentile e per bene del sud degli Stati Uniti. Non di quel gallant south “pastorale” evocato in Strange Fruit, ma di un sud bianco che ha avuto la possibilità di riscattare gli errori degli antenati anche attraverso la musica.
Prende il palco schioccando le dita e cantando sul tappeto rosso swing che un chitarrista, Mike Schermer, un sassofonista, Thad Scott, un batterista, Corey Keller (fratello di Mike) e un bassista, Don Bennett (con lei da una vita), le stanno stendendo. Albert King non pensava a lei quando intonava Let’s Have a Natural Ball (semmai a Louis Jordan), ma questo brano è molto adatto a presentarla, non solo per il richiamo al cognome: è un preludio alla sua musicalità innata e alla sua naturalezza.

Spero che dopo tanta attività musicale dagli anni 1970, Marcia oggi sia libera dalle definizioni che spesso e volentieri s’appioppano alle donne che s’occupano di materie generalmente trattate da uomini, come “Dr John in gonnella”. È inaccettabile, non importa quanto il riferimento sia importante, a meno non si decida di chiamare anche Dr John un “Marcia Ball in pantaloni”, il che parrebbe assurdo a chiunque.
Lei ha la sua personalità, e sono molto diversi. Pescano dalla stessa tradizione, ma non dalla stessa formazione, sono della Louisiana, hanno lavorato insieme e sono entrambi pianisti, la loro fratellanza finisce qui.
Il loro bagaglio s’è riempito della molteplice tradizione della regione, ma Ball è meno strutturata e più immediata, e il suo stile maggiormente derivato dal barrelhouse (honky-tonk), dallo stride piano e dal boogie-woogie. Naturalmente lo stesso discorso vale anche per i possibili paragoni con Jerry Lee Lewis, che qualcosa le ha passato, ma di cui non può essere considerata la versione femminile.
Di peso furono il successo e l’influenza, quando era ancora bambina, dei primi due pianisti rock ‘n’ roll, Little Richard e Fats Domino, e Professor Longhair. Poi c’erano i virus nazionali Ray Charles e Charles Brown, oltre a Amos Milburn, pianisti contagiosi per tutta l’area sud-occidentale, ma anche per New Orleans.
Marcia Ball musicalmente ricorda un po’ anche Katie Webster, artista sottovalutata e mal prodotta (a parte il periodo con J.D. Miller e qualcosa con Arhoolie), blues diva e animale da palcoscenico che se n’è andata da dimenticata: in particolare il boogie, lo swamp e certi spunti strumentali; mentre il personaggio, con la sua forte dose d’autoironia, era altra cosa.
Certamente la sua prima e naturale influenza le derivò dalla famiglia oltre che dall’eredità del territorio: i Mouton, clan originario di Lafayette, (1) erano musicisti (il nonno, la nonna, il padre, zie).
Marcia Mouton è di Vinton, Louisiana, ma è nata il 20 marzo 1949 a Orange (East Texas) perché l’ospedale più vicino era oltre il confine dello Stato. È cresciuta quindi sul border line, all’estremo sud, tra due Stati entrambi già culturalmente meticci di per sé e amalgamati musicalmente fra loro. Posso immaginare l’ambiente musicale e letterario in cui Marcia, che oggi vive ad Austin, ha sguazzato fin dalla tenera età: da una parte l’East Texas con le sue tradizioni blues e country, dall’altra città musicali come Baton Rouge e New Orleans a portata di mano (cioè d’autostop, come da suoi racconti), e nel mezzo il Golden Triangle, Beaumont-Port Arthur-Orange, (2) ricco di locali in cui ascoltare e fare musica.

La sua musica ha carattere solare e difficilmente assume toni cupi, neppure nelle ballate tristi o nei torch-song, quest’ultimi peraltro poco presenti, e non rincorre le sperimentazioni; è festosa, positiva, popolare nel vero senso della parola. Anche nei dischi la sua comunicazione avviene d’emblée; non si riascolterà perché non s’è capito, ma perché è piaciuto.
E piace sempre più con il tempo, perché Marcia non è dinamite, non ha il carattere, né discografico, né live, che s’impone con irruenza, ma arriva timidamente e con classe, per rimanere come esperienza duratura. Non suona per mostrare cosa ha imparato in più di 50 anni sui tasti, né per fare virtuosismi: ho undici dischi suoi, e in nessuno c’è uno strumentale o un brano solistico.
La sua voce dolce, calda, confidenziale, non è potente, ma è unica, riconoscibile, e non s’attarda in abbellimenti che non siano quelli naturali; narra cantando quasi come se parlasse, con intonazione e dizione precise, e con musicalità già insita nel timbro di voce, efficace nei tempi lenti come in quelli veloci.
Tutto ciò non deve far pensare ad un’eccessiva dolcezza o tranquillità, di una donna che sembra serena: è piuttosto equilibrio, controllo, e quanto nella sua visione conti di più l’insieme, il gruppo, l’armonia; i suoi dischi sono comunitari, sono esperienze diverse che s’amalgamano, dove lei crea l’umore e il carattere, ma non sopravanza sugli altri.
Quando la si vede dal vivo con una banda R&B di 4 elementi come qua, senza il supporto di una sezione fiati o di qualche leggendario sassofono di New Orleans, senza percussioni, Hammond, fisarmonica o lap-steel, ci si rende conto della sua forza e della sua agilità, del suo protagonismo discreto ma incisivo.

Non fanno in tempo a disperdersi le note di King, e arriva l’intro di Red Beans, gustoso sketch gastronomico della Louisiana, inno alla vita di Longhair. La voce vellutata, femminile ed elegante è in accordo con il pianismo frizzante e senza fronzoli; al suo breve solo ne segue uno di sax, ma poi arriva il momento di frenare il ritmo creando intimità.
Succede con il brano Just Kiss Me di Robillard, un lento blues in cui Schermer ricama la melodia e un bel solo. Siamo passati da una festa nella Crescent City ad un club urbano pieno di fumo, tornando poi sugli istinti funky della Louisiana con il bell’andante, un po’ boogie paludoso un po’ swing, di Watermelon Time, nato in collaborazione con i musicisti presenti (a parte Schermer, presente nel gruppo solo da un paio di settimane), inno al dolce cocomero e prima estrazione dal suo ultimo CD Peace, Love & BBQ.
Paga tributo al soul Stax Peace, Love & BBQ (e l’inizio ricorda Cropper), brano che sarebbe stato bene cantato coralmente nei grandi happening degli anni 1960, magari dagli Staple Singers, pur non avendo carattere di protesta, anzi è una tranquilla storia familiare. Porta lo zampino di David Egan, autore che ho visto nei crediti di diversi dischi, e sempre bene. (3)
Married Life ha lo stesso effetto delle ultime due: la leggera tensione nel suo canto, come un invito quieto ma irrinunciabile, e il carattere della musica fan venire voglia di muoversi, di partecipare, e in quest’ultimo caso ancor più trattandosi di zydeco; se ci fosse anche la fisarmonica sarebbe sublime. Incita al movimento e un attimo dopo costringe all’ascolto.

A conferma, arriva il momento quieto con il lento di Don Nix, Same Old Blues, eseguito insieme a Irma Thomas nel disco di quest’ultima, Simply Grand, in cui è accompagnata da pianisti di vaglia, tra i quali figure ricorrenti nella discografia delle due, da Torkanowsky a Randy Newman, da Dr John a David Egan. È evidente quanto Irma sia stata influente su Marcia, risalta soprattutto nelle ballate come questa.
C’è anche una somiglianza naturale poiché, pur avendo Thomas un soprano più potente e tornito, hanno in comune una vena vellutata. Marcia riflette poi alcune soluzioni e gli umori della collega afroamericana, dello stesso suo mondo pur avendo avuto Irma una vita molto diversa (a vent’anni aveva già 4 figli). È cresciuta con i dischi della Thomas e per lei è stato un modello oltre che una partner artistica, e oggi sono entrambe due solidi punti di riferimento della musica della Louisiana.
Con That’s Enough of that Stuff, firmata da lei, si torna a passeggiare con un piede nel Bayou e uno nel French Quarter, con andamento second-line: importante è il colore del sassofono, mentre nell’accompagnamento e nel break di piano strizza l’occhio a Professor Longhair.
Torna l’ultimo disco con la sua Right Back in It, e quel rock ‘n’ roll accennato nella precedente qua diventa motivo rivelandosi in un boogie che non cerca velocità, ma volute sulle quali ondeggiare, tenendo ancorato tutto con la mano sinistra dal walkin’ bass spesso e colorito, fondamentale dato che Marcia suona molta ritmica.

Dopo tre quarti d’ora di pausa (tutti spesi per i fan, me compresa) torna sul seggiolino con un’altra sorpresa: uno swing-rock old-style, Rockin’ Is Our Business, per una seconda parte carica d’altrettanta energia, e a seguire la favolosa Sing It, che arriva dal profondo Bayou alle Alpi, dalla Costa del Golfo alle montagne svizzere. È una celebrazione, un ritorno a casa, una passeggiata sul fiume di sera when the work is done. Qui c’è tutto: R ‘n’ B, second line, swamp blues, funky, e il solo di Marcia è splendido; è la band a fare coro e controcanto, certo non è come avere le due cantanti Thomas e Nelson, ma è lo stesso evocativo. È una canzone viva, pulsante, aggregante.
Segue a ruota un’altra perla, di Joe Tex, I Want to Do Everything for You, piacevole R&B-swamp a tempo medio, con break di chitarra blues e controcanto, come in un gaudente gospel profano.
Di nuovo cambia l’aria per un altro R&B nel suo tipico stile, un po’ swamp boogie mediamente incalzante e un po’ ballata: The Right Tool for the Job, con citazioni ZZ Top, poi il soul-blues di I’m Coming Down with the Blues di Don Covay a continuare il felice excursus; ha materiale saporito a cui attingere.
È un resoconto dei suoi viaggi Down the Road, e si innesta sul percorso Louisiana-Texas che ben conosce: a fare la parte importante ci sono il suo boogie, il sax e l’usuale clima positivo.
Segue un altro “down”, più casalingo ma ancora autografo; è Down in the Neighborhood, meno solare, con sonorità funky alla Dr John. È dall’ultimo disco, prodotto da Stephen Bruton, purtroppo un’altra scomparsa del 2009 di artisti nati o bazzicanti nella regione, che s’aggiunge a quelle di Snooks Eaglin, Willie DeVille, Sam Butera e del leggendario Eddie Bo, che con lei e altri musicisti della città nel 2008 animò il WWOZ Piano Night Show alla New Orleans House of Blues, una delle rare occasioni in cui Ball suona da solista (lo spettacolo, a cadenza annuale, supporta l’ormai storica radio cittadina occupata nel mantenere viva l’eredità della Louisiana: in quell’occasione s’è avuta un’orchestra orleansiana completa, con due pianoforti a coda e un Hammond).

Piegando verso tristi pensieri, altra occasione la dà Where Do You Go, scritto insieme a Tracy Nelson e narrante di Katrina: Where do you go / When you can’t go home / What do you do / When things go wrong / Who do you know / When you are all alone?
Torna cautamente sulla party music con il tempo medio di Mama’s Cooking, composta insieme a Bruton, e poi decisamente con il boogie autografo di Louella.
Se in Peace, Love & BBQ usa I Wish You Well di Bill Withers per accomiatarsi, fare i ringraziamenti e gli auguri a chi ha collaborato al disco, agli amici, alla famiglia, ai fan e alla gente della Gulf-Coast colpita dagli uragani, qua ognuno può estendere la lista d’auguri a se stesso direttamente, trovandosela lì davanti.
Segue il carattere second-line di Party Town, con dita che saltellano sui tasti come farfalle sui fiori. Chiaro a quale città è dedicata; è ancora un atto d’amore e un inno alla vita, evocante i ritmi e i colori di N’awlins. (4)
Non mi stanco d’ascoltare Crawfishin’, boogie texano con la tinta e l’umidità del Bayou, solo di sax e piano, e qua le farfalle sono insidiose. Segue il capolavoro di Randy Newman Louisiana 1927, ed è come entrare in chiesa: si tace e s’ascolta. È emozionante, commovente, pura bellezza, speravo la facesse. L’interpreta con più passione rispetto all’autore (Newman non interpreta, è realista, racconta con accenni ed entra in altro modo, o forse ci fa entrare noi e lui rimane fuori). Hot Tamale Baby è sempre forte e non sente il peso degli anni, con bellissimo piano e ritmica imponente; è più che una festa, è un rito zydeco, basta dire che è Clifton Chenier. Alla fine esegue un altro rito: saluta, ringrazia, riceve i fiori e con eleganza se ne va.

Il pubblico reclama e lei torna da sola per suonare un’altra storia. È la sua personale Louisiana 1927, ma ambientata in Mississippi e riferita all’uragano Camilla del 1969.
Un’immagine risalta in questa Ride It Out: una casa galleggia intatta sul fiume in piena, per essere in seguito distrutta da un’altra tempesta, mentre il riferimento la fa sembrare animata, persona e, come dice nel testo, buona, forte e orgogliosa.
Riappare la band, e La Ti Da è davvero l’ultima. Penso ad altre belle (come Foreclose on the House of Love, Miracle in Knoxville, Fool in Love, Let Me Play with Your Poodle, The Facts of Life, Fingernails, Count the Days, Shake a Leg, Another Man’s Woman, Love Maker), ma mi devo accontentare dopo due ore di concerto.
Da Freda and The Firedogs a oggi di strada ne ha macinata per arrivare come buona songwriter, ottima musicista e interprete, ed efficace incarnatrice del what you hear is what you get.

Marcia Ball, So Many RiversThomas, Ball, Nelson - Sing It!

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Note:
  1. Più che originari: un antenato di Marcia, Jean Mouton, ricco coltivatore di cotone, fondò la comunità acadiana di Lafayette nel 1821, dandole il nome di Vermilionville, dal fiume sul quale sorge; il nome attuale risale al 1884. Fonte: Richard Knight, The Blues Highway, FBE Edizioni, MI, 2007, pag. 69. []
  2. “Triangolo d’oro” per lo sviluppo industriale che ebbe dai primi del 1900 dopo la scoperta del petrolio, e di conseguenza per la richiesta di manodopera afroamericana. []
  3. Ha scritto per Johnny Adams, Jimmy Witherspoon, Etta James, Irma Thomas, Solomon Burke, Tab Benoit, e sono sue tre perle nel bel disco Ball/Thomas/Nelson: Sing It, Please No More e People Will Be People, quest’ultima ripresa dai Fabulous Thunderbirds sul Live. []
  4. Come i turisti americani pronunciano “New Orleans”, diversamente dai locali che invece dicono “New Awlins”. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 12 luglio 2010
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