Mavis Staples @ Lucerne Blues Festival 14.11.2010

Blues Brunch con Mavis Staples

Un set breve questo di Mavis Staples per il brunch della domenica all’Hotel Schweizerhof, appendice finale del rinomato festival blues di Lucerna. Mavis, reduce da un po’ di stanchezza dal concerto di venerdì e da giorni d’inevitabile PR, ha limitato la sua performance ad una decina di brani scelti fra i migliori del suo repertorio.
Prevedendo quindi un concerto non abbastanza lungo da dividere in due parti per un pranzo che vuol essere diluito nel tempo, gli organizzatori hanno pensato di doppiare con un set di apertura fuori programma, fornito da Guy Davis. Ottimo, peccato però che per noi Davis sia stato solo un cuscinetto fortuito che ci ha permesso di non perdere il concerto di Mavis, perché a due passi dalla Svizzera ci siamo sbagliati abbandonando la Como-Chiasso e finendo nella sperduta provincia di Varese. Siamo così tornati indietro verso Milano, perdendo molto tempo e arrivando con un ritardo notevole, tanto che se il suo set fosse cominciato come previsto, a mezzogiorno, lo avremmo perso per intero.
Giunti quindi nel momento di maggior confusione, cioè durante la pausa, dopo qualche minuto riesco a farmi recapitare ai nostri posti in uno dei tavoli sotto la scena. C’è molto caldo, le pietanze rimaste da servire sono attribuibili alla precaria qualità della cucina del Canton Lucerna e i nostri commensali sono piuttosto apatici, forse sono morti, ma ciò che più conta a quel punto è non essere andati lì per niente.

Dopo poco eccola apparire con la stessa formazione che l’ha accompagnata negli ultimi due bei dischi Anti (Live: Hope at the Hideout e You Are Not Alone), composta da nomi noti: Rick Holmstrom, chitarra, Jeff Turmes, basso, Stephen Hodges, batteria, e da un coro a tre voci, Yvonne Staples, Donny Gerrard e Vickie Randle.
Benché il suo ritorno discografico dopo anni di assenza sia stato su Alligator (Have a Little Faith, 2004), la sua vera resurrezione è avvenuta nel 2007 per l’etichetta californiana Anti con il bellissimo We’ll Never Turn Back prodotto da Ry Cooder, in cui la presenza del chitarrista è più che palpabile ma non invadente, com’era facile immaginare, mentre il profondo contralto e la personalità di Ms Staples sono enfatizzati a dovere grazie a nuovi arrangiamenti esaltanti la forza espressiva di un’artista che ha marciato a testa alta, non solo in senso figurato, nella storia americana degli anni 1960.
L’attacco è quanto di meglio si possa sperare con l’epocale For What It’s Worth di Stephen Stills, entrata nel repertorio degli Staple Singers e di una generazione intera, con Holmstrom che adotta fedelmente lo stile del patriarca Pop.
Anche Eyes on the Prize appartiene alla storia d’America e del gruppo vocale, melodicamente tratta dall’antico spiritual Keep Your Hand on the Plow (Hold On) e con liriche adattate negli anni Cinquanta da Alice Wine. Ripresa nel disco con Cooder, fu tra le canzoni della seconda fase degli Staples, quella che dai canti religiosi li portò a interpretare alcune delle più belle protest song del movimento per i diritti civili. Eyes on the Prize è stato adottato come titolo anche per quello che rimane come il miglior documentario (in 14 episodi) sulla lotta per l’integrazione, mandato in onda da PBS tra il 1987 e il 1990, e ritrasmesso ultimamente alla televisione americana (attualmente visibile in gran parte sul canale video di Yahoo U.K., non so per quanto). Qui, ancora bel suono da Holmstrom riproducente il riverbero di Roebuck ‘Pop’ Staples, rimandante al Mississippi più mistico; penso a quanto deve essere mancato alle figlie anche musicalmente.

Introdotta dalla voce maschile del coro, Donny Gerrard, Down in Mississippi è un’ulteriore perla tratta dalla produzione Cooder, di J.B. Lenoir, altro mississippiano DOC. La chitarra sferza dolorosa e l’intermezzo semi-parlato di Mavis commuove la platea quando narra della volta in cui, sotto lo spietato sole del profondo sud, la nonna le disse di poter bere solo alla fontana in cui c’era l’avviso for colored only, sperimentando così per la prima volta le leggi Jim Crow.
È ancora Gerrard a scandire un incipit, quello di Creep Along Moses, uno spiritual tradizionale innervato da un sano rock e inserito nell’ultimo disco, You Are Not Alone (2010), prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco. Tweedy ha fatto del suo meglio per stare a livello del precedente disco in studio e il risultato è un lavoro esemplare, registrato in condizioni ottimali e velato di trasparente familiarità, contemplante nuovi arrangiamenti di gospel tradizionali, tre brani di Pop, due scritti da Tweedy, e riprese di autori quali Randy Newman, Allen Toussaint, John Fogerty e Rev. Gary Davis.
E un altro episodio molto appagante del disco e del concerto arriva proprio dal leggendario reverendo cieco, a cui Mavis dedica un ricordo a parole (What a character!): I Belong to the Band (Hallelujah) è uno splendido, gaudente jubilee che fa venire voglia d’andare in chiesa.
Dall’ultimo disco propongono anche Too Close / On My Way to Heaven, medley che unisce Alex Bradford Jr (predicatore della Chicago musicale dei tempi d’oro, città in cui è nata e vive Mavis) a Roebuck Staples per un momento sublime senza tempo, tornando invece nell’America delle lotte civili durante The Weight (The Band) e Freedom Highway (Staples), capisaldi della famiglia. La seconda fu scritta per la storica marcia da Selma a Montgomery, ed è un cardine del supporto che gli Staple Singers diedero alle lotte di Martin Luther King.

Una breve pausa della cantante è l’occasione per far valere le doti della band, in un jam strumentale che vede dapprima il solido bassista blues Jeff Turmes alla slide, assistito dagli altri due, poi l’ammirevole Rick Holmstrom che non manca di affascinare riempiendo la sontuosa sala con cadenzate, morbide sonorità latine, confermando la sua classe e la sua misura, doti sempre auspicabili in uno stilista blues contemporaneo. Notevoli anche il gusto e il tatto del batterista Stephen Hodges, che di sottigliezze ritmiche s’intende parecchio.
Il gran finale risale a Stax mediante I’ll Take You There, call and response in cui è richiesta la partecipazione del pubblico, e che entra nel ciclo di canzoni degli Staples che lei chiama message songs (né strettamente religiose, né di protesta), ciclo che si può considerare la loro terza via, ciò che persegue tuttora come solista quando si tratta di interpretare un nuovo brano.
Prima d’andarsene, Mavis, dotata di un carisma e di un calore rassicuranti, semina auguri e sorrisi radiosi a tutti, e si china a stringere le mani di chi come me ha la fortuna d’esser là sotto.
Peccato aver saltato Guy Davis, che avrei rivisto volentieri, ma la sua presenza è stata una fortuna come dicevo perché all’arrivo, entrando nel salone in un’aria afosa e insopportabile da pranzo di matrimonio iniziato da un pezzo, quando ho visto i tecnici sul palco e un gran via vai di gente non ho potuto far altro che pensare d’aver perso il concerto.
A informarmi su cosa stava succedendo è stato lo stesso gentile signore dell’entourage di Mavis che ha abbandonato il suo banchetto vendita CD in cerca del mio contatto per la prenotazione, e al quale mi sono di nuovo rivolta alla fine per chiedere notizie della cantante, sparita subito dopo (probably she’s taking a shower now).
Comprensibilmente stanca, in scena e in studio dimostra però d’avere ancora lo spirito e la passione di quando, vicino a Cleotha, Yvonne, Pervis, e naturalmente Pop, contribuiva a dar voce ad un popolo che è stato capace di tramutare un profondo, centenario senso di frustrazione collettivo e personale in un patrimonio artistico universale senza eguali, caratterizzando la musica di un secolo intero.

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Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 7 febbraio 2011
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