Memphis, Tennessee – pt 1

(Beale Street, Sun Studio, The Peabody)

Ecco il primo di una lunga serie di articoli ambientati da quelle parti là, e non posso non cominciare da Memphis, inizio e fine di 2.200 miglia attraverso il Mississippi, che è come dire 3.500 chilometri, con una media di 194 al giorno.
Spazi sconfinati, piccole comunità, backroads, rovine, lotti vuoti, persone, suoni, silenzi, acque, non so bene come raccontarli; ciò che ha presenza tangibile porta un carico di storia sottilmente o platealmente percepibile, arricchendosi di spirito, voci, musica, e ciò che è invisibile si può materializzare, come se in un filmino all’indietro si vedesse scorrere il moto perpetuo che cambia i fatti, i luoghi, le persone.

Le immagini mi aiuteranno a ricordare e a seguire il tracciato. Ho molto materiale su Memphis: anche potando e ri-potando dovrò suddividere in diverse puntate, poi sarà solo Mississippi, a parte Helena, Arkansas, che è anche la cittadina più blues che ho visto. In qualche punto (forse) integrerò con brevi filmati; in mezzo a riprese sparse, improvvisate e non sempre ben riuscite, qualcosa di decente c’è.
L’ultima nota riguarda l’utile libro di Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues. La sua importanza per il ritrovamento di certi luoghi, con indirizzo o con indicazioni a vista, è stata fondamentale, perciò sarà citato come minimo alla fine di ogni articolo.
Tanto per cominciare, dove va ogni turista, blues o no, appena arriva nella città omonima dell’antica fondazione egiziana sul Nilo? Va nel distretto storico di Beale Street, downtown Memphis.

Beale Street, Memphis, Tennessee

Apparentemente questa via, nella sua parte più turistica zona pedonale dalle 11 di mattina, quando i negozi, i ristoranti e i locali riaprono, non è molto diversa rispetto alle “vie dei divertimenti” di altre città americane, se non fosse che nel corso del Novecento è stata il fulcro della vita economica e culturale degli afroamericani di tutta la regione, il luogo più noto di tutto il Sud e quindi mecca dei musicisti.

Beale Street

Inaugurata alla fine dell’Ottocento, è negli anni Venti del 1900 che comincia a esser frequentata da coppie come Memphis Minnie e Kansas Joe McCoy, Frank Stokes e Dan Sane (Beale Street Sheiks), Garfield Akers e Joe Callicott, jug bands come Will Shade & the Memphis Jug Band e Gus Cannon’s Jug Stompers, e artisti solisti o con la propria band come Alberta Hunter, Ma Rainey, Jim Jackson, Robert Wilkins, Furry Lewis, W.C. Handy.

Pee Wee's Saloon former site

Anche Robert Johnson naturalmente, che a Memphis è cresciuto, batté il suo selciato, mentre Bukka White (come Memphis Slim e Memphis Minnie), suonava regolarmente al Pee Wee’s Saloon e al Mitchell’s Hotel.
Del Pee Wee’s non è rimasto nulla e il suo sito è occupato da questo edificio moderno che attualmente ospita il Tin Roof al 315 (Pee Wee era al 317). Il cornicione bianco è uguale a quello originale del saloon.

Pee Wee Saloon marker

Come dice l’historic marker non vi si faceva solo musica. Era anche casa da gioco, punto di ritrovo, scambio di messaggi e informazioni. Qui avvenne l’incontro tra Will Shade e Charlie Burse dal quale nacque la Memphis Jug Band. Era sempre aperto e, appellandosi alla discreta dose di omicidi in Beale Street, il suo motto era: “We can’t close yet, no one has been killed”.

Club Handy, Beale St.

Sopra, il Club Handy, adiacente all’Handy Park, qui sotto, con la statua di W.C. Handy (ho la foto anche da vicino, ma qui ce ne sono già abbastanza quindi andrà in un’altra puntata di Beale St., tanto l’avete già vista tutti).

Handy Park, Beale St.

All’Handy Park ci si può imbattere in musica dal vivo, ma a me non è successo. Forse in altre stagioni, in agosto fa un caldo bestiale.

No firearms

Evidentemente, nonostante oggi Beale Street sia tutt’altro che pericolosa, per alcuni permane la necessità di specificare il divieto all’ingresso con armi. Ho visto altri avvisi di questo tipo in Mississippi, e non ho capito se è semplicemente un ricordino di un divieto già esistente per legge, o se invece in generale è permesso a chi ha il porto d’armi entrare nei locali con la pistola, e il divieto a discrezione del proprietario.
Da quel che c’è scritto, pare l’ultima ipotesi.

Record Shop, Beale St.Solo la Depressione del ’29 e le riforme di E.H. Crump misero in crisi la vitalità di Beale Street, ma negli anni Quaranta e Cinquanta, sulle frequenze della neonata WDIA e del nuovo rhythm and blues, tornò più vivace che mai.
I nomi di Rufus Thomas, Gatemouth Moore, B.B. King, Bobby Bland, Rosco Gordon, Junior Parker, Little Milton, Gene ‘Bowlegs’ Miller, Ike Turner e tanti altri sono per sempre legati a Beale Street e a Memphis, come quelli di Albert King, Howlin’ Wolf, James Cotton, i pianisti Booker T. Laury, Mose Vinson e il già citato Memphis Slim.
Il negozio di dischi qui a fianco (a sin. nella foto) non è particolarmente interessante, ma vale una visita – nei negozi turistici come questo magari si trovano quei pochi dischi d’annata dimenticati dai titolari e ignorati dalla maggior parte dei clienti. Una volta mi è capitato di non trovare il disco dentro il CD acquistato, qui invece una cosa ancora più strana; la custodia del disco era sigillata, con le due parti del tutto fuse insieme, e in effetti il davanti era leggermente curvo. Me ne sono accorta solo una volta scartato. L’ho riportato in negozio, e le due insipide commesse hanno convenuto che non c’era altro da fare che rompere il contenitore per togliere il disco, che s’è rivelato buono. Il caso può esser simbolico, se si vuole; forse è stato lasciato a languire dagli anni Novanta in un magazzino o un retrobottega afoso.

Love & Happiness

L’escursione guidata nella storia musicale della città di Backbeat Tours non l’ho fatta, ma il frontespizio del loro bus attira. Probabile il riferimento al brano di Al Green più che agli hippie. Un fatto da notare è che il tour prevede musicisti che suonano e accompagnano nel giro.

Nat D. Williams marker

Marker dedicato a Nat D. Williams.
Le note d’ottone sui marciapiedi (Brass Notes Walk of Fame), in totale credo 150, non riescono per numero a onorare tutti i personaggi, non solo musicisti, ma anche dj, produttori, discografici e altre personalità che hanno fatto di Memphis il crocevia culturale del Delta del Mississippi e l’eponimo di uno stile di blues, oltre che luogo di partenza del rock ‘n’ roll e del soul; sono molte le persone da ricordare anche solo dietro a Sun, Stax, e ai meno citati Royal Studios di Willie Mitchell e American Studio di Chips Moman.

Gallina Exchange Building, Beale St.

Del secolare Gallina Exchange Building è rimasta solo la facciata, stabilizzata da una vistosa impalcatura.
Lo spazio è occupato da Silky O’Sullivan’s, locale a suo modo storico (1992), anche perché il proprietario, Silky, che oggi non c’è più, l’aveva già aperto in altra sede. L’edificio originariamente ospitava un saloon sempre aperto e un hotel in cui in ogni camera c’era un camino di marmo; il saloon era una sala da gioco, bar, ristorante.

Rufus Thomas marker

Rufus Thomas MonumentMarker e monumento dedicati a Rufus Thomas, the funkiest chicken of the South… Out spoken and outta sight.
Memphis ha fornito anche la splendida colonna sonora alle battaglie di Martin Luther King, con gli indimenticati Staple Singers.
Tra i più celebrati rimangono comunque Elvis, J.L. Lewis, Johnny Cash e Carl Perkins, il quartetto Sun Records da un milione di dollari, ma è Elvis da solo a tirare la carretta del turismo di Memphis (e soprattutto di Tupelo, Mississippi), in cui tra l’altro siamo per caso proprio nei giorni dell’annuale Elvis week. Chissà che rabbia prova il Colonnello Parker, ovunque egli sia, per non poter sfruttare il lucroso commercio attorno al suo protetto.
Gli anni Sessanta e Settanta furono tristi per Beale Street. Con la chiusura di molte attività e un pessimo vento di rinnovamento urbano che colpì molti centri e periferie, diversi edifici storici finirono sotto le ruspe.
Nel 1966 la sezione dalla Main alla Fourth fu dichiarata National Historic Area; un provvedimento necessario che però non restituì la vita di una comunità, piuttosto si tradusse in una forma di congelamento che tramutò Beale in una via fantasma, mentre attorno avvenivano demolizioni o restauri invasivi.
Nel 1977 Beale Street diventò ufficialmente “Home of the Blues” con un atto del Congresso, ma a ridarle vita furono il blues revival degli anni Ottanta e i primi locali che cominciarono a riaprire, in particolare diede nuovo vigore nel 1991 il B.B. King’s Club.

Hooks Brothers, King's Palace Cafe

Il King’s Palace Cafe. Al piano superiore una volta c’era lo studio fotografico afroamericano Hooks Brothers.

Hooks Brothers, King's Palace Cafe

Hooks Brothers marker

Il marker non lo dice perché non è certo, ma pare che la famosa foto di Robert Johnson in gessato sia stata fatta qui. Anche Tommy Johnson ha posato qui, nel 1928, per la sua immagine più nota.

King's Palace Cafe

Interni del King’s Palace Cafe. Qui abbiamo pranzato e lo consiglio, non perché sia particolare ma perché il menu e il servizio rientrano nello standard americano, generalmente uniforme, però buono quando non soddisfacente, o in qualche caso addirittura sorprendente (per le aspettative di noi italiani), soprattutto nei posti non per turisti.

King's Palace Cafe

Devo anche dire che noi pranzavamo sempre dalle 15/16 in poi in ristoranti semi vuoti, quindi sbagliare il servizio sarebbe stato troppo (ma in un caso è successo).

King's Palace Cafe

È più classico, elegante e con meno memorabilia appesa (e niente neon) rispetto al tipico ristorante americano con musica live. In compenso ha il suo Tap Room (si vede l’accesso interno), live bar più semplice e rozzo in cui poi siamo entrati in altra occasione.

King's Palace Cafe

Beale Street oggi non se la passa male, però tutta la zona attorno è stata ricostruita e il distretto è accerchiato e sovrastato da uffici commerciali, banche, grandi parcheggi a pagamento, e dall’imponenza del Fed-Ex Forum. Anche l’insegna dell’Orpheum Theater è imponente. Se si arriva dal lato sud della Main è una delle prime cose che si nota.

Orpheum Theater

Sullo sfondo a sinistra il defunto Hotel Chisca, da cui il fenomenale dj Dewey Phillips (no parentela con Sam) negli anni 1950 trasmetteva il programma Red, Hot and Blue, altamente influente, forse anche su Sam Phillips, coinvolto da note e parole travolgenti a iniziare la sua attività discografica. Dal cuore della segregata Memphis musica nera e bianca su cui l’incontenibile Dewey, con accento hillbilly, spesso cantava e commentava, rinforzando la potenza del messaggio. Ne riparlerò dopo.
(Intanto ascoltate sul sito Memphis Music Hall of Fame una sua trasmissione.)

Orpheum Theater

Dal 1928 l’Orpheum occupa lo spazio che una volta era della Grand Opera House, distrutta da un incendio.

Monarch Club's former site

Ex Monarch Club. Prosperò dal 1902 al 1920, periodo in cui era chiamato the castle of missing men perché le vittime da arma da fuoco sparivano direttamente nelle mani del becchino, che aveva l’ufficio di pompe funebri nel vicolo posteriore. Il proprietario era Jim Kinnane, politico e presunto gangster, ed è sicuramente a quel posto che si riferisce il concittadino Robert Wilkins nel suo Old Jim Canans.
È citato anche dalla pianista Louise Johnson: I’m going to Memphis, gon’ stop at Jim Kinnane’s / I’m going to show them women how to treat a man.

Old Daisy Theater

L’Old Daisy è un cinema/teatro che risale al 1913, rinnovato negli anni Ottanta. Era una tappa del chitlin’ circuit negli anni 1930/1960 (insieme al New Daisy e al più noto Palace Theater). Nel 1929 fu qui la prima mondiale del cortometraggio con Bessie Smith, St. Louis Blues, e Bessie c’era.

New Daisy Theater

Il New Daisy è stato costruito negli anni Trenta, è alla stessa altezza ma dalla parte opposta e ospita soprattutto concerti.

Rum Boogie's Blues Hall, Beale St.

Entrata al Blues Hall del Rum Boogie Cafe. Data l’insegna, che sembra originale, forse ai tempi c’era un pawn shop.

Rum Boogie Cafe

Esterni del Rum Boogie Cafe, live music bar e ristorante pieno di reperti musicali. Mostrerò gli interni in un’altra puntata.

A. Schwab

A. SchwabA. Schwab risale al 1876 ed è l’unica attività originale di Beale ancora in funzione.
Vende un po’ di tutto, ma ai tempi gloriosi attirava soprattutto per i 78 giri blues e i suoi mojo.
Oggi vi si trova anche oggettistica di Sun, Stax, Hi e naturalmente di Elvis.
I blues fan europei e del resto d’America l’hanno visto forse la prima volta negli anni Novanta nel documentario di Robert Palmer Deep Blues, quando Abe (Abram) Schwab, nipote del fondatore Abraham, c’era ancora. È stato gestito dalla famiglia Schwab per cinque generazioni.
Vendevano tre dischi a un dollaro, attraendo clienti con la musica emessa dagli altoparlanti; quando il negozio diventava troppo affollato, mandavano musica da chiesa per sfoltire un po’.
È sempre stato in Beale Street, ma agli inizi era poco più in là. Questa sede comunque è la stessa dal 1911 e da allora è stata ingrandita.
Il commercio dei mojo, delle candele, pozioni e polverine magiche arrivò più tardi, quando i proprietari si accorsero che gli acquirenti dei dischi blues spesso erano interessati al voodoo.

A. Schwab, old records

Preziosi 78 giri in mostra al secondo piano. Come poi mi capiterà di pensare in altri luoghi vedendo vari reperti storici legati alla musica, mi è parso sorprendente che non stiano in un vero museo, per il loro valore. Ne hanno in abbondanza, come noi abbiamo anfore e vasi.

A. Schwab

A. Schwab

Mentre il primo piano ha varia oggettistica ed è più per il turista medio, il secondo offre appunto queste e altre vecchie visioni. Qui si trovano anche libri, strumenti, dischi (CD e qualche vinile nuovo di qualità) e artigianato locale. C’è anche un’altra teca chiusa con album originali registrati a Memphis negli anni Sessanta, tipo il noto Dusty in Memphis di Dusty Springfield uscito per Atlantic dall’American Studio.

A. Schwab

A parte le pareti, il negozio è tutto in legno e le assi scricchiolano deliziosamente al passaggio. Vien da muoversi come in un museo, in silenzio e con rispetto, e in effetti al mezzanino c’è una piccola esposizione di oggetti e mobili d’epoca.

A. Schwab, photo booth

A. Schwab, counter

Una stanza piena di luce e cappelli

A. Schwab

A. Schwab, bottle treePiccolo bottle tree, tradizione piuttosta diffusa nelle zone rurali del Mississippi, ma non solo.
Tra gli edifici demoliti negli anni Sessanta, il leggendario Palace Theater. Fu il primo cinema/teatro afroamericano di Memphis e il più grande del sud – afroamericano non nel senso di proprietà (era di italoamericani), ma perché il programma era rivolto a quel pubblico, tranne il Midnight Rambles al giovedì sera, in cui anche i bianchi entravano; era comunque segregato, tra platea e balconata.
Originariamente si chiamava Pastime e, affiliato al duro circuito TOBA, proponeva spettacoli di vaudeville con i grandi nomi del periodo, come Bessie Smith, Alberta Hunter, Ma Rainey, Butterbeans and Susie. Finita quell’epoca continuò a presentare spettacoli con i più grandi nomi del jazz, ma si può dire che tutti, fino a James Brown, hanno suonato lì.
Il lotto in cui sorgeva è esattamente tra i marker di Rufus Thomas e Nat D. Williams, non a caso dato che fu Nat Williams a cominciare l’Amateur Night nel 1935, e Rufus Thomas, che si esibiva come comico e ballerino, a continuarla negli anni Quaranta come presentatore.
È l’Amateur Night del mercoledì sera il motivo per cui il Palace è citato spesso, perché molti vi mossero i primi passi; il caso più noto è B.B. King, che grazie a Thomas poté esibirsi lì tutte le settimane. Anche alcuni artisti affermati, nei momenti duri, partecipavano alla gara – i premi erano modesti, ma se per alcuni c’era la possibilità di farsi conoscere, per tutti c’era prendere il dollaro di paga.
Tra i concorrenti vi furono Bukka White, Robert Nighthawk, Earl Hooker, Frank Stokes, Big Mama Thornton, Bobby Bland, Al Hibbler, Johnny Ace, Rosco Gordon, Walter Horton, e un bianco che forse non cantava come un nero, ma neanche come un bianco dei tempi, Elvis Presley.
Un altro edificio leggendario invece è sopravvissuto, ed è fuori Beale Street: il Sun Studio di Sam Phillips.

Sun Studio, Memphis

Ho provato un’emozione indicibile appena l’ho intravisto da lontano: quanta grandezza è passata per quella porta bianca.

Sun Studio, Memphis

Questa parte, la vecchia entrata, ovviamente escluso il marker, è rimasta com’era nei primi anni 1950.
Arrivano grappoli di turisti, soprattutto per Elvis. Qui registrò i suoi primi cinque dischi tra cui quello più importante che nel 1954 lanciò la sua carriera, il rock ‘n’ roll a livello nazionale e quindi il viraggio della musica moderna, con una meravigliosa, sfacciata quanto improvvisata versione di That’s All Right di Arthur Crudup, con i suoi compari Scotty Moore e Bill Black.
Essendo in piena Elvis week c’è gente soprattutto per il Re, ma neppure tanta perché i tour sono scaglionati e veloci, a piccoli gruppi dati gli spazi esigui. Solo mezz’ora e pochi metri quadri per assaporare la leggenda.

Sun Studio, Memphis
Sun Studio, MemphisL’inesperto Elvis, con giovane irruenza e quel suo particolare mix di blues, country e gospel, diede fortuitamente il via ad una rivoluzione che stimolò i suoi contemporanei ed altre future leggende, influenzando fortemente il decorso della musica. Subito dopo arrivarono Carl Perkins, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, Warren Smith, Billy Lee Riley, Charlie Rich, e molti altri.
A quella rivoluzione però Sam Phillips stava già inconsapevolmente lavorando da quando nel 1950 aveva aperto il Memphis Recording Service, poi Sun Studio, e aveva cominciato a registrare quel tipo di musica che aveva un “qualcosa che la gente avrebbe dovuto sentire”, cioè il blues, il rhythm and blues, il gospel, il country, musica che era “a real true story, unadulterated life as it was”. (1)
Agli inizi del 1951 furono Ike Turner, allora dj WROX nella sua nativa Clarksdale, e la sua band a portare su a Memphis un prototipo di rock ‘n’ roll, un’energia primitiva e contagiosa, non più contenuta, che faceva presagire ciò che sarebbe stato tanto come vi si leggeva il passato. Rocket 88 fu registrato con l’amplificatore del chitarrista Willie Kizart caduto durante il viaggio e pressapoco riparato rivestendo di carta il cono danneggiato, Phillips sovramplificando i riff distorti della chitarra, Ike tintinnante il piano all’unisono, Raymond Hill con stridenti assolo di sax, e Jackie Brenston con parlantina hipster descrivente un quadretto che è l’immagine stessa del rock ‘n’ roll: move on out boozing’ and cruisin’ along, nelle vie cittadine su una macchina ultimo modello. Fu mandato a Chess quella stessa notte e pubblicato poco dopo.

Sun Studio Cafe
Oggi Sun Studio Cafe, allora Taylor’s Restaurant, adiacente allo studio. Luogo di ristoro per musicisti e personale, ma anche ufficio per Phillips, e quindi appendice altrettanto storica. A suoi tavolini furono firmati contratti, svolte discussioni, trovati accordi.
Sopra il soda fountain il famoso ritratto della sessione improvvisata tra J.L. Lewis, Carl Perkins, Elvis e Johnny Cash, tutti già famosi (1956), immortalati da un fotografo prontamente chiamato da Phillips, che fece pubblicare la foto sul giornale del giorno dopo intitolandola “Million Dollar Quartet”.

Sun Studio Cafe

Fu B.B. King a raccomandare lo studio di Phillips ad Ike Turner. Le registrazioni di King, come quelle di Turner, Jackie Brenston, Howlin’ Wolf e in parte quelle di Joe Hill Louis, Rosco Gordon, Dr. Isaiah Ross, Rufus Thomas, e altri, appartengono al primo periodo, quando non esisteva l’etichetta Sun e Phillips produceva per Chess e i fratelli Bihari. Prima dell’avvento di Elvis e del rockabilly, su Sun uscirono anche James Cotton, Junior Parker, Little Milton, Frank Ballard, Billy The Kid Emerson, Sleepy John Estes.
Il primo disco Sun (#174) però fu di Big Walter Horton (allora ancora ‘Little’ Walter) con Jack Kelly, ma una volta stampato non fu pubblicato.
Il Cafe, piacevole sala d’attesa per il tour, è già museo di per sé. Alle pareti, reperti e dischi in vendita.

Sun Studio Cafe

Sopra, a destra, poster della battaglia tra Howlin’ Wolf e Muddy Waters, il 24 ottobre 1964 a Memphis, al centro il miglior supporto che Elvis abbia mai avuto, i compagni di merende Scotty Moore (sempre riconoscibile dal nasone) e Bill Black, e a sinistra Elvis diciannovenne impugnante la pistola di servizio di un poliziotto, Kenneth McKee. Scotty è dietro Elvis e Black a fianco di McKee, mentre quello con gli occhiali è Doug Ward, un dj locale. La foto è stata scattata nel 1955 al Coley’s Truck Stop a Dermott, Arkansas, ed erano là per suonare in un liceo.

Sun Studio Cafe

Entrata al piccolo negozio di dischi e altre immagini, tra cui l’edificio quando c’era Taylor’s. A fianco, Elvis con Dewey Phillips e Joe Cuoghi, uno dei suoi più grandi supporter dei primi tempi, nel noto negozio di dischi di quest’ultimo, Poplar Tunes. Sotto a destra, scatto di gruppo con Johnny Cash, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins e Sam Phillips.

Sun Studio Cafe

Rufus Thomas, B.B. King e Howlin’ Wolf, tra le pietre grezze più importanti di Sun. Sam Phillips conservò ricordi nitidi di Wolf mentre registrava nello studio. Del resto, poteva dimenticarlo? Un’esperienza sconvolgente, come minimo. Credo si sia pentito di aver ceduto a Chess, o di averlo fatto così presto, il contratto con il portentoso bluesman.

Sun Studio Records Shop

Nel piccolo negozio di dischi c’erano molte belle e costose ristampe viniliche di Johnny Cash. In centro, riproduzione di un brano inerente a Sun dal lungo discorso di Bob Dylan alla cerimonia 2015 di MusiCares Person of the Year a Los Angeles. La prima frase si riferisce ad Atlantic Records (avrebbero dovuto ometterla perché estrapolata così non si capisce): “There were some great records in there, no question about it. But Sam Phillips, he recorded Elvis and Jerry Lee, Carl Perkins and Johnny Cash. Radical eyes that shook the very essence of humanity. Revolution in style and scope. Heavy shape and color. Radical to the bone. Songs that cut you to the bone. Renegades in all degrees, doing songs that would never decay, and still resound to this day. Oh, yeah, I’d rather have Sam Phillips’ blessing any day.”
Nell’opuscolo dello studio c’è scritto che quando Dylan venne in visita baciò il pavimento.

Sun Studio Records Shop

45 giri vintage in vendita a 65/70 dollari, condizioni “very good” e senza copertina. Con copertina originale Sun e “near mint” arrivano a 100 dollari. L’escursione prevede solo due stanze (zona espositiva e naturalmente lo studio) e comincia al piano superiore, su per una stretta scala con pareti piene di dischi d’oro che porta in una non molto grande sala-museo con oggetti dentro a bacheche di vetro. Come al solito c’è poco tempo per leggere e guardare tutto bene perché è piacevole anche ascoltare la vivace guida che nel frattempo, con parlantina sciolta, battute, curiosità e carattere rock ‘n’ roll, fa un monologo di diversi minuti sugli inizi dello studio e commenta i brani mandati dagli altoparlanti. Le guide che si alternano nei tour sono giovani musicisti, o appassionati preparati sull’argomento, che non è certo trattato in modo distaccato.
In questi spazi c’era la Taylor Boarding Home, dove alcuni degli artisti bianchi stavano a pensione nel periodo in cui registravano. Il pianista Mose Vinson ci lavorò come custode, e Phillips ogni tanto lo reclutava in studio come accompagnatore; da Sun registrò qualcosa anche come solista, ma ai tempi non fu pubblicato.

Sun Studio, Memphis

Scotty Moore's Gibson ES-295

Il disco che finalmente diede il via al marchio Sun nacque una settimana dopo la sessione di Horton e Kelly, suonato da un sedicenne alto sassofonista di nome Johnny London (foto sopra).
Registrò due strumentali nel pomeriggio del 1° marzo 1952, e il migliore risultò Drivin’ Slow. Phillips fece copie per il dj Dewey Phillips per testare la reazione, mandate su WHBQ la notte stessa. Ne furono inviate anche a Chess, che le rifiutò.
Una settimana dopo Phillips chiamò London in studio per registrare ancora il brano, facendo un altro set di copie per i dj locali e spedendo i master all’impianto di Cincinnati insieme ai brani di “Jackie Boy & Little Walter” (come furono chiamati Jack Kelly e Walter Horton sull’etichetta di Blues in My Condition / Selling My Whiskey), ma quando ebbe i dischi pronti aveva già deciso di concentrarsi solo su Drivin’ Slow.
Il primo disco in vendita con etichetta Sun (#175, retro Flat Tire) uscì quella primavera, mostrando la forte personalità e unicità sonora che avevano già caratterizzato le precedenti registrazioni di Phillips.
Con suono grezzo e tessitura notturna, il meditabondo e umido Drivin’ Slow ha in primo piano il sinuoso riverbero del sassofono alto di London, con effetto come se provenisse dal fondo di un androne, introdotto dal piano stile barrelhouse di Joe Hill Hall, (2) mentre il tenore di Charles Keel rimane sullo sfondo.

Sun Studio, RCA 73-B Lathe Recorder

73-b Lathe Recorder RCA del 1950, usato da Sam Phillips. Più sopra, ES-295 Gibson color oro, uguale a quella di Scotty Moore nei dischi Sun (quasi uguale, nella foto dell’originale si vede chiaramente un ponticello diverso), ufficializzata come la “prima chitarra del rock ‘n’ roll”. Al Rock ‘n’ Soul Museum invece c’è il modello presentato a Moore in suo onore nel 1999 dal presidente di Gibson.

Sun Studio, Elvis' guitar case
Custodia con interni simil-pelo di mucca appartenuta a Elvis e altri reperti della sua partecipazione al Dorsey Brothers Stage Show andato in onda il 28 gennaio 1956. Vicino c’è anche la giacca indossata.

Dewey Phillips' booth

Un’acquisizione recente la cabina originale da cui ‘Daddy-O’ Dewey Phillips trasmise il programma Red, Hot and Blue dal 1953 al 1959, dagli studi WHBQ all’Hotel Chisca. Dewey fu il primo a trasmettere il debutto di Elvis, That’s All Right / Blue Moon of Kentucky, e dopo le telefonate entusiaste che arrivarono lo chiamò in studio per un’intervista, la prima del giovane rocker, il quale rivelò indirettamente che era bianco rispondendo alla domanda su che scuola frequentasse.
La postazione è stata recuperata dall’abbandonato Hotel Chisca nel 2013. Le piastrelle acustiche sul muro e sul soffitto, la porta dello studio, le finiture in legno, il termostato e le vetrate delle finestre dello studio sono stati cautamente rimossi dall’albergo e ricostruiti qua nel gennaio 2014. La frase ricorrente di Dewey, Tell ‘em Phillips sencha!, divenne un tormentone a tutti i livelli. Era lo slang per “Tell them Phillips sent you”, in riferimento alla visita al negozio di dischi.
(Notare la foto di Gina Lollobrigida in alto a destra. Quel genere di cosa che scopro solo poi, a casa, vedendo la foto a tutta grandezza.)

Sun Studio, Memphis
Altra attrezzatura. La macchina portatile a destra fu usata da Phillips per fare ciò che faceva agli inizi, cioè registrazioni in loco di matrimoni, servizi chiesastici, recital, concerti e talent show.

Sun Studio, Memphis
Foto grande: in piedi a sinistra Little Junior Parker, sotto di lui a sinistra Bobby Bland, e in piedi tutto a destra Pat Hare, ripresi in South Carolina nel 1952. A fianco, Little Walter e James Cotton, sotto Big Walter Horton.

Sun Studio, quartet

Finalmente l’epico studio, relativamente piccolo e pieno di strumenti all’aperto, che ovviamente non si possono toccare (ma con moderazione ci si può sedere al piano o alla batteria per farsi fotografare) essendo poi lo studio regolarmente funzionante; la disposizione infatti cambia a seconda del momento. Purtroppo non l’ho fotografato complessivamente ma solo a pezzi, essendoci circa una ventina di persone nella stanza.
Il pianoforte attualmente potrebbe essere nella stessa posizione in cui fu scattata la famosa foto con il quartetto, qui accanto ad un Jackie Brenston sorridente nella sua immagine ufficiale.

Sun Studio, guitars
Sun Studio, Cash's dollar techniqueChitarre, tra cui quella (qui a fianco) simil-Martin D-35 di Johnny Cash (questa è solo una Copley made in China) usata per illustrare la “Johnny Cash’s dollar tecnique”, con un dollaro infilato alternativamente sopra e sotto tra le corde e il collo. (In realtà, già Bill Carlisle lo faceva).
Parte I Walk the Line e la guida ci suona la chitarra sopra, evidenziando così l’effetto ritmico ottenuto suonando gli accordi, tipo rullante di batteria, per la gioia e la sorpresa del pubblico.
L’effetto si può sentire anche in Get Rhythm e altre, e aldilà di essere un buon espediente ritmico caratterizzò molto i primi dischi di Cash.
Sotto, microfoni, e più sotto, visuale dallo studio verso quello che era l’ufficio di Marion Keisker, la prima cosa che si vedeva appena entrati.
Keisker è stata spesso definita solo segretaria, ma come dice la guida fu importante anche dal punto di vista creativo, già solo per Elvis.
Fu lei, infatti, a spingere affinché tornasse in studio dopo una prima, insipida sessione fatta solo per sentire come suonava su disco; se non avesse convinto un non impressionato Phillips, Elvis non sarebbe tornato e non avrebbe registrato That’s Allright Mama, perlomeno non in quel momento e non in quel modo.

Sun Studio, microphones

Sun Studio, Memphis

Sun Studio, Elvis' microphone

Ecco il mitologico microfono attribuito a Elvis, che alla fine della visita guidata chiunque può toccare facendosi fotografare emulando il re del rock ‘n’ roll, o semplicemente se stessi in versione rockstar.
La X per terra indica il posto esatto in cui Elvis era, e ce ne sono altre due indicanti le posizioni di Scotty Moore e Bill Black.
Quella che si vede dietro credo sia l’attuale sala di controllo, chiusa ai turisti.
Alla fine si può stare nello studio o nell’ufficio a gingillare a tempo indefinito, almeno finché non cacciano fuori.
C’era un negozio di caloriferi quando Phillips prese questo posto per trasformarlo nel suo Memphis Recording Studio, cominciando a trattare una materia ancor più bollente. La gloria e lo spirito di Sun Records si materializzò qui in soli dieci anni, ma ha perdurato altrove bruciando per decenni e ancora lo farà, anche dovessero buttare tutto all’aria.
Bisognoso di un posto più grande, Phillips nel 1960 si spostò al 639 Madison Avenue, continuando là con l’etichetta Sun fino al 1968, ma senza la magia del luogo precedente, e di quei primi tempi inconsapevoli.
Suo figlio Knox guida ancora gli studi di Madison Ave come Sam Phillips Recording Service.
Questo invece come studio fu inutilizzato dal 1960 al 1985, quando riaprì di nuovo come sala di registrazione e attrazione turistica.

Sun Studio, Elvis' microphone

Che sia veramente quello usato da Elvis o no, è comunque un microfono che ne ha viste delle belle e che merita un primo piano per tutti coloro che negli anni 1950 ci hanno cantato dentro.

Sun Studio, Marion Keisker's desk

Sopra e sotto, postazione originale e ufficio di Marion Keisker: la visita si conclude qui. (Appoggiato alla scrivania è la nostra guida, credo che nessuno di noi avrebbe mai osato, anche se è solo una scrivania).

Sun Studio, Marion Keisker's office

The Mississippi Delta begins in the lobby of the Peabody Hotel in Memphis and ends on Catfish Row in Vicksburg. (3)
Cos’ha a che fare un albergo di lusso nella storia della musica afroamericana? Qualcosa, perché negli anni 1920/30 le grandi compagnie discografiche del nord usarono diffusamente stanze di grandi alberghi delle città del sud per registrare con apparecchiature portatili i talenti locali.

The Peabody, Memphis
Al Peabody di Memphis dal 22 al 25 settembre 1929 Brunswick Records (sussidiaria di Vocalion), grazie al lavoro in avanscoperta di H.C. Speir, produsse un gruppo di sessioni di qualità eccellente, per varietà, bontà musicale e fedeltà sonora. Negli anni i brani sono stati ripubblicati in modo sparso, ma nel 2014 una nuova etichetta inglese, Nehi, ha fatto uscire una raccolta (quasi) completa di quelle registrazioni, Peabody Blues.
Presenti quei giorni (e nel disco) erano Furry Lewis (nella sua ultima sessione prima di smettere con la musica fino a quando Sam Charters lo riscoprì nel 1959), Walter Vinson (al suo debutto), Charlie McCoy, Speckled Red, Jenny Pope, Robert Wilkins (tra le sue la splendida That’s No Way To Get Along, ripresa benissimo dagli Stones come Prodigal Son), Garfield Akers, Jed Davenport (leader della Beale Street Jug Band), Big Joe Williams, Kid Bailey. Mancano Betty Perkins e il Last Time Blues di Charlie McCoy (sono in un secondo volume). Cheseborough nel suo libro dice che anche Jim Jackson e Joe Callicott registrarono nel 1929 al Peabody.
Purtroppo le tracce sono state ricavate dai 78 giri esistenti, scegliendo tra quelli in condizioni migliori, ma il risultato è buono comunque. Non si può dire siano un pieno ritratto della scena country blues di Memphis di quegli anni, dato che alcuni di quegli artisti proveniva da Jackson, città in cui operava Speir, ma per buona parte lo è.

The Peabody, Memphis

Chiunque può sostare per assistere alla tradizionale sfilata delle papere sul tappeto rosso. Escono dall’ascensore in fila indiana tutte le mattine alle 11 per tuffarsi nella fontana della lobby, scena che si ripete al contrario alle 5 del pomeriggio quando tornano indietro nel loro recinto sul tetto; una tradizione cominciata per scherzo nel 1932 e diventata segno distintivo dell’albergo.

The Peabody, Memphis
La direzione dell’hotel era all’oscuro dei trascorsi e dei legami dell’albergo con la storia musicale di Memphis. I tipi di Nehi speravano di trovare risposte alle loro domande, ma hanno realizzato che nessuno ne sapeva niente. Ciò  ha stimolato l’inizio di una ricerca interna negli archivi, probabilmente non ancora conclusa.
Il Peabody offriva anche lavoro alle jug band cittadine per suonare alle feste degli uomini d’affari bianchi, e all’epoca delle big band molte si sono esibite nello Skyway Ballroom (bellissimo salone all’ultimo piano) e al Plantation Roof, il tetto, su cui d’estate si tengono vari ricevimenti e feste.
Una recente scoperta riguarda Elvis (naturalmente), che se al Taylor’s Restaurant, oggi Sun Studio Cafe, firmò il contratto con Phillips, nella lobby del Peabody firmò quello RCA, e in una delle sue camere si prestò al suo primo servizio fotografico.

The Peabody, Memphis

L’insegna principale vista dal tetto. Ci sono legami anche con Sam Phillips, che qui lavorò alle trasmissioni dal vivo di alcune di quelle big band che si esibivano nello Skyway, come Glenn Miller e Tommy Dorsey, dal 1945 al 1950, mettendo da parte il denaro per aprire la sua attività.

The Peabody, Memphis

Chissà quante altre storie, musicali e non, il Peabody conserva. Vista di downtown e del Mississippi dal tetto.

Memphis Arkansas bridge from The Peabody

Memphis-Arkansas Bridge; Memphis è a un tiro dall’Arkansas e a due passi dal Mississippi.

view from The Peabody, Memphis

Al Peabody c’è anche uno dei negozi Lansky, il sarto dei musicisti… ma riparlerò anche di questo, prossimamente.

(Fonti: Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues, University Press of Mississippi, Jackson, 2009, third edition; sito 706 Union Avenue Sessions.)


Note:
  1. Parole di Sam Phillips, da Colin Escott, Martin Hawkins, Good Rockin’ Tonight. Sun Records and the Birth of Rock ‘n’ Roll, Open Road Media, 2011. []
  2. Così è attribuito nel sito 706 Union Avenue Sessions, che accredita lo stesso pianista nel Willie Mitchell’s Combo e nel primo successo di Hi Records, Smokey di Bill Black. Forse è solo una  svista sul nome – è Joe Lewis Hall infatti il pianista di Bill Black – ma ho qualche dubbio che sia la stessa persona. []
  3. David Lewis Cohn, Where I Was Born and Raised, University of Notre Dame Press, 1967. []

Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 26 settembre 2016
È vietata la riproduzione anche parziale di questo articolo senza l'autorizzazione dell'autrice
Tags , , , , , , , , , , , , , , ,
 

Un commento per “Memphis, Tennessee – pt 1

  1. Mark Slim ha detto:

    Brava Tiziana!!! Non hai trascurato nessun dettaglio, come sempre… 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *