New Orleans 2010 – pt 2

America’s Most Haunted City

A New Orleans il culto del Voodoo assunse una variante specifica per l’operato di Marie Laveau, che cambiò la finalità stessa delle credenze religiose. Tra i suoi strumenti e poteri figurava anche un grosso serpente, Zombi, tenuto dentro un vaso di alabastro. L’animale impersonava le entità maligne, le stesse che Laveau dava l’impressione di poter controllare, per questo molta gente dipendeva da lei, convinta che avesse connessioni dirette con il mondo degli spiriti, e che fosse in grado di proteggere dal male.
Tuttavia ciò che rende unica questa città è la presenza di altri, importanti spiriti che ancora oggi fanno sentire la loro influenza, anche se alcuni di questi sono stati quasi dimenticati. Parlano attraverso la loro musica: questi sono gli spiriti con cui entrare in contatto.
Torniamo nella Jefferson Parish, a Metairie, in cerca del cimitero dove riposa James Booker, il Providence Memorial Park. Sia per questo che per quello di Professor Longhair, da tutt’altra parte, ho il nome del luogo, ma non l’indirizzo. Dopo aver vagato un po’ in un sobborgo residenziale di casette modeste ma ordinate, con l’immancabile pratino ben curato, e in un altro quartiere più elegante, mi rivolgo a un funeral home davanti al quale passiamo per caso. La gentile impiegata, dopo una telefonata, ottiene gli indirizzi; 8200 Airline Drive quello di Booker.

James Booker's graveyard

Il cimitero è di forma quadrangolare, con viale interno per le automobili; nell’ufficio m’indicano il luogo, la lapide di Booker si trova “on the wall”.
James Carroll Booker III, the Piano Prince: solo tre parole per descrivere il Music Magnifico, il più espressivo pianista di New Orleans, insieme a Professor Longhair. Tecnicamente superiore a Longhair, ugualmente particolare, inarrivabile e carismatico, ma con meno successo e affidabilità a causa dei suoi problemi di salute mentale. Booker introspettivo, solista e con una vasta cultura musicale, Longhair estroverso e divertente, sempre accompagnato da favolose rhythm ‘n’ blues band e nemmeno a conoscenza dei Beatles.
Genio sensibile e sottovalutato, J.C. Booker ha condotto una vita erratica da un angolo all’altro degli USA, lasciando qualche singolo per le maggiori indie degli anni 1950 (Imperial [scritturato da Dave Bartholomew ad appena 14 anni], Ace, Chess, Duke/Peacock) e in seguito sprecandosi come accompagnatore nei dischi altrui, prima di una tardiva, breve e folgorante carriera solista plagiata dall’eroina tra la fine degli anni 1970 e i primi anni 1980. Un eccentrico nero omosessuale orbo da un occhio, zoppo, dotato di un’intelligenza creativa lucida come poche.

James Booker's grave

Proveniente da una famiglia di musicisti e artisti, formato con studi musicali classici, studente brillante in matematica e musica, a dieci anni, nel 1949, fu investito da un’autoambulanza e trascinato per nove metri, rimanendo con una gamba rotta in ben otto punti. Come raccontò lui stesso nelle note di copertina di Classified, il suo ultimo disco (Rounder Records, 1982), fu allora che sperimentò l’euforia artificiale data dalla morfina somministratagli per il dolore.
Membro della house band di Cosimo Matassa, influente su Dr John e Allen Toussaint, formò la sua prima band con Art Neville, conosciuto a scuola. Più in là negli anni soggiornò ad Angola, la nota prigione della Louisiana, a causa di una sentenza per droga per la quale doveva prestare servizio un paio d’anni. Inserito in un progetto di musica, fu fuori dopo solo sei mesi sul merito dei risultati ottenuti; disse d’aver avuto dentro la prigione il suo primo, vero pubblico.
A causa delle sue capacità imitative fece il pianista fantasma per altre due grandi figure della Crescent City: Fats Domino e Huey ‘Piano’ Smith. Dato che “The Fat Man” sull’onda del successo era sempre in tour, Bartholomew usò Booker in studio per registrare le parti di Domino, di modo che al suo ritorno egli dovesse incidere solo la voce, tanto per non rallentare la macchina da soldi. Huey Smith invece considerava le tournée come dei calvari e sottraendosi spesso e volentieri fu J.C. a esibirsi dal vivo al posto suo, suonando con la band e il nome del collega.
Il suo stile e repertorio si formarono con Tchaikovsky, Rachmaninoff, Mozart, Bach, Chopin, Errol Garner, Art Tatum, Liberace, Meade ‘Lux’ Lewis, Jelly Roll Morton, Archibald, Tuts Washington, ma fu influenzato anche dai contemporanei Professor Longhair, Ray Charles, Charles Brown.
Seguì i suoi demoni a soli 43 anni morendo per overdose durante l’attesa al Pronto Soccorso del Charity Hospital, lo stesso in cui era nato.

Fats Domino's House

E se Booker era un principe, o maraja, Fats Domino era uno sceicco e questa la sua casa, 1208 Caffin Ave, angolo con Marais, nell’area compresa tra North Claiborne e St Claude. Si trova nel Lower 9th Ward, la parte bassa del distretto più esteso di New Orleans e quello più devastato da Katrina.
Domino è stato recuperato da una barca insieme alla famiglia dal tetto della casa allagata in cui ha perso tutto; è stata riparata grazie a un fondo del Tipitina’s raccolto nel 2007. Cancelli chiusi da catene, e la speranza di salutarlo rimasta una speranza. Sotto la stella, un neon con la scritta “Fats Domino Publishing” denota che qui c’è il suo ufficio.
Antoine Domino, nato di lingua francese, è stato un poderoso e influente pianista boogie. Quando Lew Chudd di Imperial Records lo sentì ne rimase impressionato e chiese al musicista, arrangiatore e A&R man Bartholomew di registrarlo. Nel dicembre 1949 Domino entrò per la prima volta negli studi di Cosimo Matassa, J&M (v. sotto), angolo di Rampart con Dumaine: fu l’inizio di una carriera da hit maker. Nelle formazioni dello studio e tra gli uomini di Bartholomew figuravano nomi come Frank Fields, Earl Palmer, Joe Harris, Herbert Hardesty, Alvin ‘Red’ Tyler, Walter ‘Papoose’ Nelson, Clarence Hall, Billy Diamond. Allora Matassa non aveva un registratore a nastro, ma una specie di tornio primitivo che letteralmente tagliava un master (l’espressione to cut a record per “registrare un disco” è nata da questa procedura) incidendo la gommalacca. Ciò che ne usciva, dopo ore di agonia per la messa a punto, era un disco in ceralacca.

Lower 9th Ward

Sopra, Caffin Ave nel nono distretto, dove il pianista è cresciuto e vissuto. È un quartiere povero, ma anche quando fece fortuna Fats non l’ha mai abbandonato, fino al giorno dell’alluvione.
In quelle incisioni degli anni 1950 Domino cominciò a usare le sue tipiche terzine martellate, sentite nei dischi di Little Willie Littlefield, Amos Milburn, Fats Waller, e raggiunse la classifica con brani come Fat Man, Every Night about This Time, Goin’ Home, esplodendo sulla scena rock ‘n’ roll del 1955 con Ain’t That a Shame, quando la canzone fu ripresa da Pat Boone. Fornì il background a grandi cantanti come Big Joe Turner e Lloyd Price, e altri suoi successi furono I’m in Love Again, Blueberry Hill, Blue Monday, I’m Walking, Whole Lotta Loving, I Want to Walk You Home, Be My Guest. Sotto, casa del nono distretto abbandonata.

Lower 9th Ward post-Katrina, New Orleans

Sotto, casa dell’infanzia di Jelly Roll Morton, 1443 Frenchman Street, angolo con North Robertson, nel 7th Ward. Sapendo la via, ma non il numero civico, chiedo a un gruppetto in mezzo alla strada. Non faccio in tempo a finire la frase: sono abituati a sentirselo chiedere. Non c’è nessuna segnalazione, però c’è la foto del celebre compositore a una finestra. La casa è abitata date le due biciclette e il fatto che è abbastanza mantenuta, l’aspetto è quello originale; credo appartenga ancora a Jack Stewart, cornettista e storico del jazz.
Ferdinand Joseph La Menthe, o La Mothe, nato alla fine del 1800, diceva di essere figlio di un francese e di una creola. Il padre se ne andò, la madre si risposò con un certo Morton, o forse Mouton, da qui l’uso di Morton come cognome, volendosi sentire cittadino americano. All’inizio suonava il piano nei bordelli di Storyville. Guadagnava molto, era ambizioso, egocentrico, disprezzava i neri e mirava a frequentare la borghesia creola.

Jelly Roll Morton's house

Jelly Roll nacque qui, ma abitò pochi anni consecutivi in città, girando l’America. Morton ammirava Tony Jackson perché suonava ragtime a una velocità incredibile, e in seguito rivelò che il proprio stile, fra ragtime e jazz, lo inventò per differenziarsi da Jackson.
Il fatto di parlare solo di sé e di proclamarsi l’inventore del jazz gli attirò l’antipatia dei colleghi (nessuno tra i grandi jazzisti andò al suo funerale), e i posteri lo videro attraverso un alone folclorico oscurante i suoi reali meriti: Morton fu tra gli artefici del passaggio dal ragtime, uno degli stili precedenti al jazz e forma ritmicamente brillante ma rigida, alla libertà d’improvvisazione propria del jazz.
Diverso destino per la casa di Sidney Bechet qui sotto, 1716 Marais, ancora Seventh Ward, in stato di abbandono. Ho guardato oltre la soglia, ma non ho fotografato per pudore da tanto male era messa. Qualche mese dopo è stata demolita; era quasi di fronte alla Chiesa Battista israeliana, un edificio bianco all’angolo con Annette Street.

Sidney Bechet's home, New Orleans

Clarinettista e sassofonista di grande talento, creolo come Honoré Dutrey e Barney Bigard, Sidney Bechet nacque a New Orleans nel 1897 in una famiglia di musicisti, e fu uno di quei jazzisti che dopo la chiusura di Storyville si trasferirono a Chicago. Tra i primi grandi solisti (insieme a Louis Armstrong), rimase indietro sulla scena americana per aver inciso poco durante l’esplosione del fenomeno jazz negli anni 1920, ed essere stato in Europa per un periodo; per questo ai tempi non gli fu riconosciuto il suo ruolo. In compenso ebbe molto successo nella Parigi degli anni 1940/50, dove fu nominato “Re del clarinetto”. Già negli anni 1930 Bechet aveva portato il jazz nell’allora capitale mondiale dell’arte e della cultura, suonando per Joséphine Baker.

Professor Longhair's last home, New OrleansUna double shotgun house anche quella in cui visse Professor Longhair nel 1979 (qui a fianco), il suo ultimo anno di vita. Aveva 62 anni e stava godendo della rinnovata fama. Si trova al 1738-40 di Terpsichore Street a Central City, non lontano dai ponti della Highway 90 e nella stessa area delle abitazioni di Kid Ory, (1) Buddy Bolden (2) e Joe ‘King’ Oliver, (3) il mentore di Louis Armstrong. (4)
Central City è un quartiere di notevole interesse storico, ma la casa non pare in buone condizioni, anche se un cartello di un’impresa idraulica fa pensare a lavori in corso.
Nei primi anni 1970, secondo la testimonianza di Mike Leadbitter, abitava al 1522 South Rampart, non lontano da qui, in seguito anche al 1517 in una casa-studio affittata dal produttore Quint Davis per Longhair e i Wild Magnolias, che purtroppo bruciò totalmente nel 1974.
Nato Henry Roeland Byrd nel 1918, detto ‘Fess, Professor Longhair è stato uno dei musicisti più influenti del R&B di New Orleans (e tra i più significativi pianisti blues) dai tempi di Smiley Lewis a quelli dei Radiators e oltre, tuttora molto amato in città anche da chi non l’ha conosciuto personalmente.
Il suo particolare stile, da lui definito come un miscuglio di rumba, mambo e calypso, non gli offriva tante possibilità di diversificazione, tuttavia era esemplare in quanto a unicità e combinazioni di suono, anche per merito di una vocalità caratteristica. Professor Longhair's last home, New Orleans
La fusione include elementi di barrelhouse, boogie, gospel, blues naturalmente, ritmi da street parade e rock. Per me, è il cantante R&B più tipicamente rock di qualsiasi rocker e i suoi ghirigori vocali, yodel e fischiettii aggiungono carattere a esecuzioni già potenti. Si ascolti ad esempio lo scat della tardiva e fantastica Whole Lotta Loving da Crawfish Fiesta, un disco esilarante, l’ultimo, registrato ai Sea-Saint Studios.

Da ragazzino ballava il tip-tap su Bourbon e Rampart Street, e fu introdotto ai primi rudimenti musicali dalla madre, Ella Mae Byrd, polistrumentista. Iniziò con la chitarra, poi messa da parte perché gli causava ulcere alle dita.
Cominciò a frequentare club come Delpee’s durante la metà degli anni Trenta e, guardando pianisti leggendari come Kid Stormy Weather, Drive ‘Em Down, Little Brother Montgomery, Sullivan Rock e Tuts Washington, fu introdotto al barrelhouse e allo stride, e per un po’ suonò anche la batteria.
Diventato ballerino provetto trovò lavoro in un medicine show, ma lasciò dopo un mese perché il suo ruolo era anche farsi tirare torte in faccia; nel frattempo acquisì fama di esperto giocatore di coon-can (conquian), un gioco di carte. Per fortuna queste attività non lo distolsero dalla musica e Fess continuò a crescere, anche se bisogna dire che il cooncan gli permise di mantenere se stesso e la sua famiglia meglio e più a lungo di quanto non abbia fatto la musica.
Il suo primo impegno professionale fu con Champion Jack Dupree al Cotton Club di Rampart Street, e pare che Byrd insegnò a Champion qualche trucco sul piano, nonostante quest’ultimo fosse più vecchio di otto anni, in cambio di lezioni di canto, ma Roy fu impressionato anche dallo stile di scrittura di Dupree.
Sotto, il Mount Olivet Cemetery and Mausoleum, 4000 Norman Mayer, a nord della città, poco distante dal Lago Pontchartrain. Un impiegato ci conduce sul luogo: troppo difficile trovarlo tra il labirinto di gallerie in cui è nascosto. Quando vedo il posto e solo quella targhetta, ci rimango male, non diversamente dalla tomba di Booker.

Prof. Longhair's grave

Gli unici segni distintivi sono un biglietto da visita di Alfred ‘Uganda’ Roberts, percussionista calypso (appare, ad esempio, in Rock ‘n’ Roll Gumbo e in Crawfish Fiesta), ormai leggenda vivente in città e affascinato dalla figura di Byrd, e una carta da gioco, un asso naturalmente. L’impiegato, un afroamericano imponente, prima di andarsene sistema l’asso un po’ curvato, piegandolo dalla parte opposta per farlo stare più dritto. È un gesto veloce che a me appare tenero e affettuoso, anche se forse dettato solo dal suo dovere di presentarcelo al meglio, in quel modo gentile e risoluto tipico degli impiegati americani aventi a che fare con il pubblico. Ha un che di dolce e servile in contrasto con la stazza dell’uomo: come un dignitoso segno di rispetto.

Prof. Longhair's grave

Questo non è un fienile d’epoca ma il Tipitina’s originale, detto Tips, 501 Napoleon Ave incrocio con Tchoupitoulas Street, nella zona bassa del quartiere Uptown vicino alle rive del Mississippi. L’edificio è del 1912 e da allora ha avuto diversi usi, tra cui quello di postribolo.

Tipitina's

Nacque nel 1977 dalle ceneri del vecchio 501 Club grazie a un nutrito gruppo di giovani fan del Professore noti come i Fabulous Fo’teen (14), delusi che egli non avesse un posto fisso e decente dove suonare, e gli diedero il nome del popolare numero di Fess del 1953. Dato che morì dopo poco non sono tanti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo esibirsi qua. Il 30 gennaio 1980, meno di ventiquattr’ore prima che uscisse il suo ultimo disco, si spense per un attacco di cuore davanti alla moglie Alice Walton Byrd.

Tipitina's

Una volta gli studi WWOZ (v. più sotto) erano qui, al piano superiore. Il locale fu chiuso nel 1984 e riaprì dopo alcuni interventi migliorativi. Qui è anche la sede della Tipitina’s Foundation, nata per aiutare i musicisti locali in difficoltà. Ha organizzato concerti, alcuni per il New Orleans Jazz & Heritage Festival, qualche edizione della Piano Night, raccoglie ogni anno centinaia di strumenti da donare alle scuole, e tiene workshop musicali.

Tipitina's

All’interno c’è una scultura di Fess fatta dal musicista Coco Robicheaux, un busto di ottone, mentre di fronte c’è una piazza/parco che porta il suo nome e una scultura in bronzo di David Tureau, rappresentante Byrd in due pose, una delle quali, quella in piedi di fronte al piano (visibile sul lato dx), è ispirata da una celebre foto. Non è una zona molto sicura, di sera meglio parcheggiare vicino. Il Tips ha un fratello più giovane e patinato, il Tipitina’s French Quarter, 233 North Peter’s Street, nato come ritrovo musicale fisso ma al momento destinato solo a eventi isolati o privati.

Prof. Longhair

Imperdibile anche il regno surreale dell'”Imperatore dell’Universo”. Al 1500 North Clairborne nel quartiere Tremé, quasi sotto il passaggio della I-10, c’è l’Ernie K-Doe’s Mother-in-Law Lounge, nome che perpetua il suo hit del 1961, Mother-in-Law, uno dei tanti successi prodotti da Allen Toussaint, proveniente anch’egli da Tremé. Qui The Emperor è ritratto con la moglie Antoniette, e il Krewe du Vieux (Krewe du Vieux Carré) è una parata in occasione dei festeggiamenti del Mardi Gras, la più storica e particolare, volta a fare satira sull’attualità. Nella bella serie HBO “Treme” c’è una scena registrata dentro il locale in occasione di un incontro per organizzare, appunto, il Krewe du Vieux.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

I dipinti ricoprono l’edificio in toto, qui sotto K-Doe canta Here Comes the Girls e Toussaint lo accompagna. Entertainer nato, Ernest Kador vide la luce al Charity Hospital il 22 febbraio 1936, nono di undici figli di un predicatore battista. Cresciuto a Uptown, tra i suoi amichetti d’infanzia c’erano Art e Aaron Neville, che abitavano vicino a lui nelle case del Calliope Project. Durante l’adolescenza canta il gospel nella chiesa del padre dalle parti di Baton Rouge, e il suo più grande ispiratore è Brother Archie Brown Lee (dei Five Blind Boys of Mississippi), cantante gospel da lui ritenuto più grande di Mahalia Jackson, la regina del gospel nata a New Orleans.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Dopo essere stato a Chicago e aver inciso per United torna a New Orleans nel 1954, forma il suo gruppo vocale, The Blue Diamonds, e registra per Savoy dischi che non avranno promozione, ma la sua reputazione cresce in città grazie alle elettrizzanti esibizioni in locali come il Dew Drop Inn (5) e guadagnandosi una seduta da Specialty, dove però il suo disco viene eclissato da un altro inciso poche ore prima, Tutti Frutti di Little Richard, niente meno che la definizione del rock ‘n’ roll. Fu con la piccola Minit, dove trovò gli arrangiamenti di successo di Toussaint, che K-Doe si sistemò, dapprima con un disco che ottenne buon riscontro locale, e un secondo, Hello My Lover, che non arrivò nelle classifiche nazionali, ma ebbe la distribuzione di Imperial e vendette decine di migliaia di copie.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Facevano le prove a casa dei genitori di Toussaint a Gert Town, con Benny Spellman, Irma Thomas, Willie Harper e Calvin Lee alle armonie vocali, e quando erano pronti andavano a registrare da Matassa. Mother-in-Law fu il suo terzo singolo Minit, e raggiunse il primo posto nelle classifiche pop e R&B vincendo un disco d’oro. Fu il primo disco di New Orleans (strano, ma vero) a raggiungere il n° 1 nelle classifiche Hot 100 di Billboard.
Già intitolare a una suocera incuriosì, ma l’ironia (da qualche dj bianco considerata offensiva), la bella voce di K-Doe, il caratteristico chorus di basso di Benny Spellmann e la ritmica pianistica di Toussaint fecero il resto.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Sotto, l’altarino dell’Imperatore continua anche nel giardinetto, e in questo c’è qualcosa di africano.
Con sua grande gioia fu gettato all’istante nel mulinello dei tour, in cartellone con James Brown, Sam Cooke e Little Willie John; girava con una cremagliera di abiti da scena e aveva assistenti per aiutarlo a cambiarsi. Le sue danze, le acrobazie con la stanga del microfono, i suoi repentini cambi di mise anche più volte durante la stessa canzone, rendevano i suoi show tra i più richiesti da costa a costa.

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Ma il successo non durò a lungo e gli anni 1970 furono abbastanza frustranti per lui; si sfogava su Toussaint e Marshall Sehorn, rei, secondo lui, della sua caduta di popolarità dato che in quegli anni lo produssero sporadicamente. Nel 1982 K-Doe cominciò un programma radiofonico alla WWOZ: buffonate e monologhi stravaganti causarono un putiferio mai visto prima attorno a un dj, confermando la sua fama di off-the-wall. Fino all’ultimo show però Ernie K-Doe fu in grado di incendiare la platea, così come si proponeva lui stesso: Burn, K-Doe, Burn!

Ernie K-Doe's Mother-In-Law Lounge

Cosimo Matassa, plateA fianco la targa davanti alla sede del primo studio di Cosimo Matassa, J&M Music Shop, (6) 838-40 North Rampart, la grande arteria che divide a nord il French Quarter dal Louis Armstrong Park.
In un biglietto da visita dei tempi c’è scritto: J.&M. Music Shop, Automatic Phonographs, Electrical Appliances, Records and Recordings, Radio and Television, Installations and Repairs.
Il passaggio di Matassa nella storia musicale è dovuto a quel “Recordings”: potenzialmente, dalla fine del 1940 ai primi 1970, ogni disco R&B di New Orleans uscì da uno dei suoi quattro studi.
Earl King, in I Hear You Knockin’ di Jeff Hannusch, ricorda che […]when those cats from out of town came here to record, they came to see Cosimo. They literally had guys lined up around the block tryin’ to get an audition for days. It was like a lineup to get into a theatre.
Inizialmente Cosimo, detto Coz, avrebbe dovuto specializzarsi in chimica, ma dopo essersi reso conto che non gli piaceva dopo la seconda guerra s’unì all’attività famigliare in questo negozio, una ex-drogheria su North Rampart angolo con Dumaine a due passi da Congo Square, per vendere soprattutto apparecchi elettrici, e come extra qualche vecchio disco tolto da certi juke-box di proprietà del padre.
Come successe a J.D. Miller a Crowley, i clienti cominciarono a chiedergli dischi nuovi. In città non c’erano molti negozi che ne avevano, così in poco tempo il suo diventò popolare perché tramite un amico che lavorava sulla west-coast riusciva ad avere i prodotti dell’area losangelena, a quei tempi ai vertici dell’industria discografica statunitense.J&M Music Shop
Prosperò così fino al 1946 quando Coz realizzò che, paradossalmente, in una città così musicale mancava un vero studio di registrazione, al di là di quello di due ingegneri della radio WWL in Canal Street, che però offriva un servizio limitato.
Avendo fatto una scuola tecnica decise di provare e inaugurò il Recording Service posizionando un “Duo-Press disc cutter” nel retro di uno dei due locali. Il disco veniva tagliato direttamente durante la registrazione, e i trucioli di plastica dovevano essere tolti man mano che si producevano. Quando qualcosa non andava l’acetato era da buttare, e si ricominciava da capo.
Le prime major a usare lo studio furono RCA e Decca in cerca di musica dixieland, ma l’anno di svolta fu il 1947 quando arrivò Deluxe Records dal New Jersey, interessata a Dave Bartholomew, Paul Gayten e Annie Laurie. La compagnia tornò alla fine dell’anno intenzionata a fare scorta di incisioni in previsione dello sciopero indetto nel 1948 dal sindacato musicisti.
Registrarono Smiley Lewis, Al Russell, Papa Celestin, e tre canzoni che diventarono successi nazionali: di Annie Laurie Since I Fell for You, classico ancor oggi ripreso, di Bartholomew Country Boy e di Roy Brown Good Rockin’ Tonight, brano d’importanza e influenza epocali.
L’ingresso con il marchio sul selciato è l’unica cosa originale rimasta, non ho fotografato il negozio perché ora è una lavanderia a gettoni. La vetrina mostra l’interno e si vedono solo lavatrici, asciugatrici e cose del genere, però c’è anche qualche foto d’epoca.
Sotto, veduta di North Rampart di fronte allo studio Matassa, che sta nella fila dei negozi a sinistra.
A destra la strada è costeggiata dal Louis Armstrong Park, sullo sfondo i palazzi del CBD.

N Rampart, 1st Matassa studio

Dopo quei successi altre compagnie indipendenti vollero usare lo studio di New Orleans in cerca di quello che qualcuno prontamente definì “Cosimo Sound”; eppure, anche per lo standard di quegli anni, il luogo non era proprio allo stato dell’arte. Era una bottega di cinque metri per sei quasi tutti occupati da un pianoforte a coda, ma believe it or not, I recorded a 17-piece orchestra in there. I never had any trouble with sound separation […] it was just a matter of sticking the microphone in the right place and setting the group up around it…, ha rivelato Matassa.
Nel 1949 uno dei primi registratori a nastro Ampeg fu suo, un portatile di centotrentasei chili, e adesso aveva quattro microfoni, ma ancora solo una traccia. Inaugurò la nuova attrezzatura con Fats Domino via The Fat Man per Imperial: niente trucchi, niente inganni.
Coz’ was the master of one track, conferma Earl King. Le parole di Tommy Ridgley sono significative dell’atmosfera in studio: There was always plenty of food, booze, loose… (fonti citate in fondo) mentre Cosimo correva qua e là per spostare i microfoni prima di tornare nella sua piccola cabina. Non sempre, però, le cose andavano lisce.

Ad esempio con Guitar Slim che ripetè sessanta volte lo stesso brano, con Fats Domino che ogni tanto non si rendeva conto di registrare e s’interrompeva nel bel mezzo per chiedere come sto andando?, o Prof. Longhair che, abituato al piano verticale, era a disagio con quello a coda perché senza il frontale che amava prendere a pedate, tanto che dovettero inchiodarvi un asse di modo che così avesse qualcosa da calciare.
Come dice la targa lo studio fu quello fino al 1956 e lì arrivarono anche altre importanti firme, come Chess, Aladdin, Atlantic, Savoy, Specialty, tutte alla ricerca del particolare suono di New Orleans. Il secondo studio dapprima fu al 523 Governor Nicholls, nel French Quarter per poco tempo, poi passò al 525, più grande, il Cosimo’s Studio; qui cominciò a usare per la prima volta un paio di registratori a tre tracce e un riverbero a piastra EMT.

Cosimo's Studio, New Orleans

Sopra, questo edificio dovrebbe essere il 525; non avevo ancora letto il libro di Hannusch (che ho comprato là), quindi non ricordo se ho cercato il numero giusto, e non c’è nessuna targa. La zona è certo molto più elegante di North Rampart e là capisco che, comunque, il luogo dev’essere questo perché mi torna in mente quello che Toussaint disse a proposito dei profumi che sentiva dallo studio, provenienti dal mercato francese. Stava quindi forse parlando di questo, perché a pochi metri la via incrocia Decatur e finisce al French Market, come si intravede nella foto sotto, in fondo.

Governor Nicholls @ Decatur

E quindi sul molo, il Governor Nicholls Wharf. C’è appena stato un acquazzone e tutto sembra più pulito e luminoso, ma è pesantemente umido. A destra la passeggiata sul Mississippi, in mezzo, sullo sfondo, l’edificio rosso di WWOZ.
One more for Pappy, Richard, sono le parole di Bumps Blackwell che Cosimo sentiva dire spesso, rivolte a Little Richard, quando venivano giù a registrare mandati da Art Rupe di Specialty; Pappy era il soprannome di Rupe. Le sessioni di Little Richard erano sempre “altamente energetiche”. Matassa s’impegnò anche come manager di artisti, in particolare nel 1954 seguiva gli Spiders, noto gruppo vocale della città guidato dai fratelli Carbo, Chuck e Chic, e nel 1957 scoprì Jimmy Clanton, che poi sfondò con Just a Dream per Ace Records di Johnny Vincent, registrata nel suo studio con Toussaint al piano e Dr John alla chitarra.

Governor Nicholls Wharf

Nel 1958 Matassa fondò una propria etichetta, Rex Records, sussidiaria di Ace e trampolino di lancio per potenziali nuovi artisti locali. Uscirono con questa nuova piccola firma Lee Dorsey, The Emeralds, Earl King, Chuck Carbo e il primo disco di Dr John, Storm Warning, uno strumentale stile Bill Doggett con il dottore ancora chitarrista.
L’idea di Cosimo e di Vincent era buona, e se altri l’avessero supportata e allargata, compresi gli aspetti più commerciali, con tutto il talento presente New Orleans avrebbe potuto diventare un’industria musicale pari a Nashville, riscattandosi dalla nomea di città che vive alla giornata. Ma l’intraprendenza commerciale e la lungimiranza industriale non sono le doti più comuni da queste parti e, infatti, l’artistica macchina R&B della città agli inizi degli anni Sessanta cominciò a scricchiolare con l’avvento dei Beatles, di Motown Records, e con l’abbandono da parte dei distributori indipendenti come Fire, Fury, Ace, fino alla vendita di Imperial a Liberty Records.

Nel 1964 la scena era in mano a una miriade di piccole etichette locali mancanti di promozione e distribuzione; il motivo per cui Matassa aprì un impianto di stampaggio e fondò Dover Records era proprio quello di riunire le forze presenti in una specie di cooperativa che potesse aiutare la produzione e la distribuzione dei dischi, e una quarantina di etichette furono coinvolte. Ci furono diversi successi, come quelli di Robert Parker, Curley Moore, Willie Tee, Smokey Johnson, Aaron Neville, e Cosimo si trasferì di nuovo, in un magazzino rinominato “Jazz City”, 748 Camp Street (vicino a dove ho alloggiato e al warehouse dove ho visto La Fête Cultural). Ma non funzionò soprattutto per problemi di liquidità, con molti crediti mai riscossi e debiti a cui far fronte.
Chiuse i battenti e tutto l’equipaggiamento fu svenduto all’asta. Gli anni Settanta videro Cosimo impegnato ad aiutare il Sea-Saint Studio, e di nuovo coinvolto con un otto tracce in un garage vicino all’Industrial Canal, e gli anni Ottanta in un’altra collaborazione con Marshall Sehorn, prima di dedicarsi esclusivamente all’attività familiare, un negozio di alimentari, Matassa’s Market, 1001 Dauphine Street, ormai un’istituzione nel quartiere francese.

Sea-Saint Studios, New Orleans

L’ex Sea-Saint Recording Studio, 3809 Clematis Street, quartiere Gentilly. C’è l’insegna di un parrucchiere e la zona è particolarmente desolante; anche l’area di Gentilly ha subito gravi danni con Katrina, sommersa dall’acqua per giorni.
La collaborazione fra Marshall Sehorn e Allen Toussaint fu duratura e positiva; i due costruirono uno studio moderno, una casa editrice di successo (Mar-Saint), iniziarono diverse etichette indipendenti e riportarono l’attenzione sulla musica di New Orleans. Toussaint, pianista e arrangiatore, s’occupava del lato musicale, Sehorn di quello manageriale negli uffici di quella che si chiamò Sansu Enterprises. Proveniente dal North Carolina, modesto chitarrista rockabilly in un gruppo locale, Sehorn decise di dedicarsi all’aspetto affaristico della musica nel 1957. Partì per New York cercando di entrare nel circuito Tin Pan Alley senza successo, e non avendo ancora le idee chiare su cosa avrebbe potuto fare. Le cose cominciarono a girare quando conobbe Bobby Robinson, proprietario di Fire and Fury Records, diventando il suo promotion man al sud. Era il 1958 e, cito da Hannusch, gli ci vollero a lot of balls, essendo un bianco e dovendo dire, nel sud, che lavorava per una compagnia afroamericana.

Come talent scout ebbe successo promuovendo Wilbert Harrison, artista del North Carolina poi arrivato in classifica con Kansas City. Sehorn, durante una vacanza a casa sua, la sentì cantare da Harrison in un locale, e notò il successo riscosso tra il pubblico. Appena seppe che ancora non era stata incisa contattò Robinson e registrarono il demo nei pochi minuti rimasti liberi nello studio Beltone di Harlem, già affittato per una sessione gospel.
La compagnia (Fury) aveva così pochi fondi che Sehorn dovette rimandare a casa Harrison con i suoi soldi, e lui dormire sul divano del negozio di Robinson, sulla 125^ strada ad Harlem (Bobby’s Happy House, pellegrinaggio al link precedente). Girarono con una decina di demo da un dj all’altro per sentire i pareri; non fecero in tempo a tornare che il brano stava già andando forte a Cleveland e Chess era già in studio con Rocky Olsen, prima che loro riuscissero ad andare in stampa. Al loro ritorno trovarono una cinquantina di telegrammi con richieste per decine di migliaia di copie.
La versione di Wilbert andò al n° 1 delle classifiche pop e R&B grazie soprattutto allo storico programma radiofonico American Bandstand di Dick Clark e, più o meno nello stesso periodo, anche altre versioni ebbero successo, quella di Little Richard (Specialty), di Rocky Olsen (Chess) e Hank Ballard (King). Fu però Savoy Records a mettere sotto contratto esclusivo Harrison, mentre Leiber e Stoller rivendicavano la paternità della canzone.
Dopo questo la coppia Robinson-Sehorn mise a segno altri colpi, tipo Fanny Mae di Buster Brown, Mojo Hand di Lightnin’ Hopkins, Every Beat of My Heart di Gladys Knight, I Need Your Lovin’ di Don Gardner, There’s Something on Your Mind di Bobby Marchan, Soul Twist di King Curtis.

Sehorn conobbe Toussaint nel 1960 quando andò a New Orleans per registrare Bobby Marchan, tornandovi nel 1961 per la favolosa Ya Ya dell’ex-pugile Lee Dorsey, con Toussaint ancora sotto contratto Minit.
Dopo problemi finanziari occorsi a Fire e Fury, e un breve sodalizio con un rappresentante di Vee-Jay, iniziò una collaborazione con Jake Freedman di Southland Record Distribution, tornando nella Big Easy e registrando Lee Dorsey e Toussaint in diversi brani, tra cui Ride Your Pony, ma Freedman morì poco dopo. Si rivolse allora ad Amy/Bell Records, diventò il manager personale di Dorsey portandolo anche all’Apollo Theatre (Toussaint direttore della band), e fu proprio a New York che il rapporto tra il mite arrangiatore e l’intraprendente manager si consolidò: un legame tra un bianco e un nero, e due opposte personalità. Toussaint aveva già ricevuto offerte da Motown e dalla west-coast, ma vi rinunciò perché voleva stare nella sua New Orleans; insieme formarono le etichette Tou-Sea, Deesu e Sansu, registrando l’R&B della città, all’inizio utilizzando il nuovo studio di Matassa in St Philip Street (il citato Jazz City Studio), e sfondando con l’interpretazione di Betty Harris di Near to You.
Continuarono i successi con Lee Dorsey, Working in the Coal Mine, e ancora con Betty Harris, Cry to Me, ma furono i Meters di Art Neville la loro grande scoperta, il gruppo di funk strumentale per eccellenza, dapprima usato solo come sezione ritmica. Con l’aiuto di investitori i due nel 1973 aprirono il Sea-Saint Studio, che in poco tempo divenne uno dei più richiesti del paese grazie soprattutto alla reputazione di Toussaint come produttore e autore, mentre nel retro Sehorn stringeva accordi con Warner Bros. Ospitarono sessioni molto diverse tra loro, da Dr John ad Albert King, dai Wings di Paul McCartney ai Neville Brothers e i Wild Tchoupitoulas, e uno dei più grandi successi universali di tutti i tempi andato ben oltre il 1975, Lady Marmalade dalle LaBelle, il cui refrain affondava nella New Orleans più evocativa essendo la frase Voulez vous coucher avec moi ce soir? tratta da “Un tram chiamato desiderio”.
Soprattutto negli anni Ottanta i due attirarono critiche e gelosie, accusati di privilegiare gente di fuori città e d’abbandonare gli artisti locali, fino al punto che un giorno qualcuno (un Meters) arrivò puntando una pistola e chiedendo d’essere risarcito di stratosferici quanto improbabili guadagni. Furono però annosi problemi respiratori a portare via Marshall Sehorn nel dicembre del 2006, a 72 anni.

Louis Armstrong Park

Non ho potuto far meglio con il Louis Armstrong Park nello storico quartiere Tremé, chiuso per lavori e con l’entrata occupata da materiale edile. Il parco si trova appena oltre le mura (ramparts) che una volta circondavano la città originale, cioè il quartiere francese, da qui Rampart Street.
Dentro si trovano la statua del grande Satchmo, la vecchia Congo Square, Perseverance Hall, dove s’esibirono i primi grandi nomi del jazz come il leggendario Buddy Bolden, e il Mahalia Jackson Theater of the Performing Arts, in onore della sublime gospel singer.
Se di Storyville si dice che fu il luogo ove il jazz si sviluppò, Congo Square è probabilmente quello dove nacque: durante l’Ottocento le danze degli schiavi erano il grande evento settimanale. Ogni domenica pomeriggio la musica degli africani creata con strumenti artigianali intratteneva, divertiva ed era fonte di sfogo nel loro unico giorno di libertà. I francesi e gli spagnoli proibivano ogni raduno di schiavi per paura di rivolte, al contrario gli americani ritenevano che incontri di questo tipo fossero un sistema di sicurezza per prevenirle. Le danze diventavano sempre più frenetiche man mano che i ritmi delle percussioni s’infittivano. Spesso cantavano in francese o, meglio, nel loro patois creolo, canzoni africane e caraibiche, queste ultime assimilate nelle West Indies, ma tra i neri non fu solo la “deriva” afroamericana a contribuire alla nascita del jazz.
Come già detto (nella prima parte), unicamente a New Orleans c’erano tante free person of color formanti la società creola, con uno stile di vita e una cultura totalmente separata da quella degli schiavi. Alcuni erano benestanti e mandavano i figli a scuola in Francia, qualcuno aveva la madre mulatta o quadroon e il padre bianco, altri discendevano da facoltose famiglie di Santo Domingo. Molti studiavano musica classica e suonavano professionalmente o insegnavano musica e danza.
Fu solo con la fine della Guerra Civile, con le nuove leggi segregazioniste, che non vi fu più distinzione tra queste due culture nere, forzate, loro malgrado, a convivere e a influenzarsi a vicenda. Durante il periodo della Ricostruzione il ragtime (di fatto, la versione nera della musica classica europea) e il primo “blues” (non nella forma che abbiamo conosciuto, cioè quella degli anni Venti) divennero generi molto popolari tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il Funky Butt at Congo Square, 714 North Rampart, ha preso il nome da un locale rozzo dei primi giorni del jazz, che però stava altrove. Oggi è un jazz club alla buona aperto con l’aiuto del pianista Henry Butler. Il posto è piccolo, a lume di candela, molto popolare, e vi si respira un’aria retrò.
La zona attorno a Congo Square può essere pericolosa di notte, ma i posti migliori per la musica sono proprio quelli più periferici, basta solo non girare troppo a piedi.
Poco distante, il Donna’s Bar and Grill, 800 North Rampart (sotto), fino a poco fa era uno dei migliori luoghi in cui cenare e ascoltare musica, soprattutto per le tradizionali brass band, le bande di ottoni come Rebirth Brass Band. M’avvicino per guardare il programma, c’è un foglietto scritto a mano: CLOSED – GONE FISHING.
Un modo di dire che ironicamente giustifica un allontanamento dal lavoro, o in generale dalla realtà quotidiana, per fare qualcosa di più interessante. Poi vengo a sapere che i proprietari e gestori, Charlie e Donna, sono in via di chiudere definitivamente il locale. Peccato, un altro posto di buona fama che se ne va.

Donna's Bar and Grill

Spero che almeno questo negozio qui sotto abbia ancora lunga vita. Louisiana Music Factory, 210 Decatur Street, French Quarter, è il Re dei negozi di dischi, fonte inesauribile di musica della Louisiana. Ho chiesto di mollarmi qui e di ripassare non prima di un’ora.

Louisiana Music Factory, New Orleans

Si trovano inoltre libri di musica che da noi non arrivano, e regolari esibizioni dal vivo (v. sotto) soprattutto durante il Jazz Fest, ma in ogni caso tutti i sabato; dal loro canale You Tube trasmettono gli ultimi concerti.

Louisiana Music Factory, New Orleans

CD, vinili, DVD, magliette, poster di concerti, molti dischi a prezzo ribassato; c’è anche un piano superiore.

Louisiana Music Factory, New Orleans

Come si vede qua sotto, il “genere New Orleans” è il genere principale, dal nuovo al vecchio. Non solo jazz, R&B, funk, ma anche zydeco, cajun, gospel, blues, e pubblicazioni di etichette locali, roba che difficilmente si trova al di fuori dell’area di New Orleans.

Louisiana Music Factory, New Orleans

LMF ha aperto nel 1992 (prima era al 225 North Peters Street), e uno dei fondatori, Jerry Brock, è anche co-fondatore di WWOZ oltre che produttore musicale, ma da anni è uscito dalla comproprietà del negozio.

Louisiana Music Factory, New Orleans

«Improvvisamente stavamo correndo lungo le acque azzurre del Golfo, e nello stesso momento alla radio attaccò una formidabile pazzia: era il programma Chicken Jazz’n Gumbo da New Orleans, tutti indiavolati dischi di jazz, dischi di musica negra, con il presentatore che diceva: ‘Non preoccupatevi di niente!’» (7)

WWOZ

La sede di WWOZ, 1008 North Peters Street, sulla riva del Mississippi appena dietro Decatur Street. ‘OZ, com’è chiamata qui (pr.: ou-zsii), è la migliore stazione radio della regione, forse anche di fuori regione. Saliamo al secondo piano e, appena dico al “portiere” che veniamo dall’Italia e che li ascolto in streaming, s’alza subito e ci accoglie con grandi sorrisi, spalancando la porta.

WWOZ

Ci accompagna dentro e ci fa fare un giretto. C’è una riunione in corso, e sono tutti impegnati. Sotto, sala attrezzata per poter eseguire prove, concerti in diretta, registrazioni; oltre al pianoforte, anche un set di batteria.

WWOZ

In questo piccolo ufficio c’è l’attrezzatura automatizzata per caricare, copiare e digitalizzare i CD, di modo che le canzoni possano essere trasferite in un server che tengono qui. Per sicurezza s’appoggiano anche su un server esterno; si parla di centinaia di migliaia di canzoni.

WWOZ

Sotto, il main studio, e anche qui ci sono diversi ospiti tutte le settimane, che suonano e sono intervistati. Il personale è per la maggioranza volontario, tra i quali naturalmente anche qualche musicista, come David Torkanowsky (pianista R&B); basta che provino amore per la musica di New Orleans, del passato, presente, e futuro. Ognuno è libero di trasmettere ciò che desidera, e quindi la musica varia a seconda del programma; in genere la qualità è sempre buona. Il loro motto è “Bringing New Orleans music to the Universe”, cosa possibile attraverso il sistema di webcasting accessibile dal loro sito.

WWOZ
WWOZUna delle trasmissioni più adatte a promuovere la città oltre che attraverso la musica, è All the Way Live, un’ora settimanale dedicata al cibo, ai festival e alla cultura della Crescent City. Interviste con gli artisti, musica registrata nei club o a casa dei musicisti, e informazioni d’interesse generale. Credo sia l’unico programma registrato, altrimenti c’è la diretta ventiquattr’ore al giorno.
Con l’attrezzatura portatile trasmettono in diretta concerti, spesso dal Maple Leaf Bar (8) e lo Snug Harbor, dai festival locali o da eventi nazionali che coinvolgono la città.
La community radio (la definizione di WWOZ) sponsorizza inoltre l’ottima Piano Night, che di solito si tiene alla House of Blues durante il festival jazz.
A fianco, manifesto della nona Piano Night, aprile 1997, in onore di Professor Longhair, al Tipitina’s.
Line-up stellare: Marcia Ball, Clarence ‘Gatemouth’ Brown, Joe Krown, Henry Butler, Eddie Bo, Tommy Ridgley, Jon Cleary, Davell Crawford, Willie Tee, Red Tyler e tanti altri. Kermit Ruffins, spassoso e ottimo trombettista di jazz puro New-Orleans-style, era al barbecue.
Kermit in città è noto per entrambe le attività; in una scena di Treme dice addirittura che la sua vera attività è il BBQ, e che la musica “è un di più”. L’altro è il manifesto di un benefit party tenuto da Toussaint e band, più gli artisti di Nyno Records, in Bourbon Street.

WWOZ

Facciamo poi conoscenza del “capo delle operazioni”, Jorge Fuentes, e la prima cosa che mi chiede è se mi è piaciuto il concerto della sera prima (riferendosi alla Fête Cultural). Rimango stupita, ma chiarisce subito che c’era e mi ha visto. Parliamo un po’, segue scambio di biglietti da visita e qualche foto fatta dal nostro cicerone. Al momento dei saluti chiedo per l’acquisto della maglietta, così dalla riunione esce una donna che ci riempie di articoli, come borse con il logo della radio, adesivi, la maglietta e il volume 32 di una serie di loro CD per raccogliere fondi, con musica della città naturalmente, classica e moderna. Sotto, davanti a ‘OZ, The Market Café, cucina cajun-creola con musica.

The Market Café

In questo bel creole cottage ha sede lo Snug Harbor, 626 Frenchman Street nel Faubourg Marigny, quartiere a nord-est del Vieux Carré noto per essere residenza di tanti artisti, pieno di ristoranti e locali. L’atmosfera è bohemienne, rimanda al Montparnasse di Parigi della prima metà del Novecento, o al Vieux Carré dei bei tempi.

Snug Harbor

Marigny rappresenta, diciamo così, la “terza via” del divertimento (o joie de vivre) di New Orleans. Diversa dalla pittoresca, ma facilona e volgare vita notturna del French Quarter, piena di gente (=turisti) venuta a ubriacarsi fino al mattino e a vedere ballerine mezze nude, e diversa dalla molto più interessante, ma forse anche più pericolosa (sottolineo forse), proposta notturna di certi luoghi periferici (tipo Uptown, Central City, Mid City, Tremé, Algiers), che però in compenso possono offrire serate più movimentate e musica più genuina, popolare e godibile, anche se meno celebrata di quella di Marigny.

Snug Harbor

Marigny è per sentire buon jazz, rilassarsi (o annoiarsi, a seconda dei casi) in un ambiente frequentato da intellettuali e (immagino) radical chic; lo Snug Harbor ne è il centro. È comunque molto bello, sulla breccia da anni e dedicato alla musica odierna di qualità, come si vede dal programma di agosto. Ellis Marsalis è di casa almeno due venerdì al mese. Se si ha intenzione d’andarci nel fine settimana è meglio prendere i biglietti prima dato che è spesso tutto esaurito.

Snug Harbor

Palizzata piena di locandine di band, a Marigny

Marigny

Decatur Street, edificio con diversi negozi, in fondo il celebrato Café du Monde.

Decatur St.

Café du Monde, 800 Decatur Street, il più antico coffee stand del quartiere francese. Mi ha messo tristezza vedere questi musicisti, stanchi e accaldati, suonare svogliati sotto il sole atroce del primo pomeriggio estivo. Forse erano di passaggio, voglio credere che non siano stati ingaggiati dal caffè per suonare in quelle condizioni.
Meglio venire qui al mattino per una deliziosa colazione a base di café au lait e beignets, i tradizionali “beignets from Du Monde” (dal 1860), che non sono come i nostri bignè ripieni, piuttosto più simili ai bomboloni. La loro pasta è come quella del donut, la ciambella americana, ma hanno forma allungata e sono coperti da una montagna di zucchero a velo, e si possono trovare a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Café du Monde, New Orleans

Altre vedute di Decatur

Decatur Street, New Orleans
Decatur Street, New Orleans

Café Maspero, 601 Decatur Street, ristorante non costoso e accogliente in cui tra l’altro si servono fagioli rossi e riso. Detto così non suona bene da noi, ma là red beans and rice è uno dei piatti tipici, amato da Louis Armstrong e Prof. Longhair. La vera pietanza sono i fagioli rossi, serviti dentro una salsa densa e speziata, di solito con andouille (una specie di salsiccia), mentre il riso è di contorno. Come ovunque nel sud, e in generale nel continente americano, regnano i piatti unici.

Café Maspero

Sotto, il soffitto coperto di bandiere di un altro ristorante. In tutti i luoghi pubblici grandi schermi trasmettono continuamente sport, soprattutto football, e notiziari. Nel 2010 i Saints, l’amata squadra di football della città, ha vinto per la prima volta il Super Bowl, e ho sentito particolare eccitazione per questa faccenda, anche se avvenuta mesi prima. Del resto, è la città dove i peccatori sono accettati e i Santi sono esaltati, ho letto da qualche parte. Una sera, nel quartiere francese, ho visto un gruppo uscire in strada esultante dopo un touchdown della squadra di casa trasmesso in TV in un locale.

New Orleans' restaurant

Un posto storico ma economico di Decatur (al 923) è Central Grocery Co., dove si dice sia stato inventato il sandwich muffuletta nel 1906, dai proprietari siciliani. Un po’ su di prezzo, ma abbordabile, è il Crescent City Brewhouse, 527 Decatur. Vivace, musica dal vivo, e quattro tipi di birra fatta in casa. Sempre su Decatur, al 320, il Louisiana Heritage Cafe (ex Gamay Bistro) sembra interessante ma, ancora meglio sulla stessa via, al 204, c’è Olivier’s, ottimo rapporto qualità-prezzo, con vera, tradizionale cucina creola, e molto più intimo.

Funky Pirate, New Orleans

Funky Pirate Blues Club, 727 Bourbon Street, che non consiglio particolarmente. O non lo consiglio prima di altri posti. È il classico locale di Bourbon, quindi ho già detto tutto. È un bar con tavolini minuscoli, c’è il menu ma non la cucina e il cibo arriva da non so dove, servizio al tavolo solo se la cameriera passa di lì, affollatissimo. L’unico motivo è che s’esibisce Big Al Carson, vigoroso cantante blues che da solo occupa quasi tutto lo spazio del minuscolo palco. Il chitarrista e il bassista sempre in ombra, e il batterista completamente nascosto da Big Al, sono i suoi Bluesmasters.

Big Al Carson, Funky Pirate, New Orleans

Devo dire che con il suo arrivo, e la scoperta della “bomba a mano” di Tropical Isle, poi doppiata, le cose hanno cominciato ad andare meglio. Non so se s’ordina come hand grenade (io l’ho ordinata come “that one over there” indicando quella su un altro tavolo). È riconoscibile perché l’alcolico miscuglio è servito dentro un bicchierone di plastica verde trasparente, a forma più o meno di bomba a mano. Quando sono uscita dal Funky Pirate ho visto che va alla grande in Bourbon Street, alcuni giravano con quel boccetto in mano. Il quartiere francese è forse l’unico posto negli States in cui si può camminare con alcolici in evidenza.

Big Al Carson, Funky Pirate, New Orleans

Tornando a 485 pounds of pure New Orleans blues (credo arrotondabili a 500), cioè Big Al Carson, posso dire che non si tratta di blues viscerale (il blues del Delta non rientra nella tradizione cittadina) e ha spiccate e ballabili sonorità funky-soul. Turn on Your Love Light di Bobby Bland, Down the Road I Go, Messin’ with the Kid, Happy Birthday Baby, i brani con cui esordisce.

Big Al Carson, Funky Pirate, New Orleans

Resce a catturare l’attenzione non solo per la mole, con canto, gesta e stile modellati da anni di serate, una dopo l’altra. Sono proprio davanti, e per un po’ ce l’ha con me; mi parla, mi rivolge le parole delle canzoni, e vuole che vada là da lui (ci andrò, ma solo alla fine).

Big Al Carson, Funky Pirate, New Orleans

Sembra non si possa fare a meno di Sweet Home Chicago neppure nella Big Easy; meglio quando va sulle “reddinghiane” My Girl e These Arms of Mine, regali per le coppie che ballano, ma certo non originale con The Blues Is All Right e Mustang Sally. Ha un repertorio vario, turistico, dato che canta più o meno tutte le sere; è quindi inevitabile che vada anche su canzoni abusate. Colloquia con il pubblico, combina coppie tra i single che ballano, ringrazia per le mance e, non muovendosi mai dal suo posto, alla fine riceve i fan, si presta per le foto, rilascia bigliettini, autografi e chiacchiere. Uno spettacolo divertente, ma non memorabile, un po’ routinario.

Big Al Carson, Funky Pirate, New Orleans

Il mio rammarico è quello d’aver perso per un solo giorno, la sera prima del mio arrivo, Kermit Ruffins and the BBQ Swingers, uno dei personaggi più genuini in uno dei posti meno raccomandabili, il Bullet’s Sports Bar, catapecchia al 2441 di A.P. Tureaud Ave, dalle parti di Mid-City, oltre la I-10, oltre Gert Town, probabilmente oltre tutto. Forse sarebbe valsa la pena perdere Baton Rouge, per un’accoppiata così vincente.

(Fonti: per Fats Domino: Rick Coleman, note a The Early Imperial Singles, 1950-52, Ace Records; per Jelly Roll Morton e Sidney Bechet: Autori non indicati, Jazz dagli anni Venti agli anni Cinquanta, Fabbri Editori, 2001; per Professor Longhair, Ernie K-Doe, Cosimo Matassa e Marshall Sehorn: Jeff Hannusch, I Hear You Knockin’, the Sound of New Orleans Rhythm and Blues, Swallow Publications, Ville Platte, 1985).


  1. Kid Ory, 2133-35 Jackson Ave, è stata messa a posto, dipinta di rosso e c’è una targa. []
  2. Buddy Bolden, 2309 First Street, una casa bianca. []
  3. ‘King’ Oliver, 2712 Dryades Street, una double shotgun house restaurata color verde-azzurro. []
  4. La casa in cui è cresciuto Armstrong, a Storyville in Jane Alley, è stata abbattuta negli anni 1960. []
  5. La struttura del Dew Drop Inn è ancora al 2836 di La Salle Street, Central City, a memoria di quel che fu. È stato aperto dal 1945 al 1970. []
  6. Le iniziali di suo padre, John Matassa, e del suo collega Joe Mancuso. []
  7. Jack Kerouac, Sulla Strada, Mondadori Editore, MI, 1959, pag. 188. []
  8. Maple Leaf Bar, 8316 Oak Street, Uptown, a ovest, forse il locale più lontano dal centro. Fondato nel 1974, fu casa per James Booker. []
Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 20 Marzo 2011
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