Otis Spann – Sessioni soliste 1967-1970

Otis Spann, Live The LifeOtis Spann, The bottom of the blues

Mentre Chess con l’inizio del 1967 s’apre alla moda delle super-sessioni (dischi Super Blues e Super Super Blues Band), occasioni che cito perché Otis Spann era tra gli accompagnatori, è ancora Testament a registrare più da vicino il pianista, questa volta dal vivo insieme alla MWB.
La data e il luogo sono ignoti; nella discografia di Muddy è il 1967, in quella di Spann il 1968. (1) Tra i bandmate l’unico certo è Muddy Waters, che canta quattro su sette brani, e solo in uno suona. Gli altri potrebbero essere i chitarristi Sammy Lawhorn e ‘Pee Wee’ Madison, l’armonicista Paul Oscher, i bassisti Sonny Wimberley o Calvin Jones, i batteristi S.P. Leary, Francis Clay o Willie Smith.
Gli episodi sono usciti nel 1997 sul CD LIVE THE LIFE (Testament 6001) insieme ad altri registrati in momenti diversi, per un totale di sedici inediti. Un bel disco nonostante l’audio non sia il massimo, ma accettabile, e nonostante i brani appartengano a ben quattro diverse occasioni dal 1963 al 1968; è un disco di completamento, non adatto ad un neofita.
La parte centrale vede la band in un live in cui Spann canta solo due brani (più un terzo, corale), Kansas City e Tin Pan Alley, ma il suo apporto pianistico è come sempre sensibile ovunque, tra un audio altalenante e una batteria forse mal microfonata. Equilibrati sono invece i rumori naturali, le voci sul e attorno al palco, gli applausi – questi ultimi arrivano copiosi ma non con volume invadente, ad esempio dopo il celebre e partecipato anthem di Little Willie Littlefield. C’è una calda atmosfera live, come nel bellissimo di Bob Geddins, quel Tin Pan Alley che da San Francisco ha fatto strada godendo di valide interpretazioni anche a Chicago, ad esempio quella di Big Walter Horton. Down tempo per eccellenza, accompagnato solo da basso e batteria, fa meraviglia la vicinanza della voce e del piano.
Otis Spann, Martin Luther KingIl debito verso Eddie Boyd si manifesta apertamente, anche se attraverso Muddy, con Five Long Years (già ripreso in The Blues Is Where It’s At come Steel Mill Blues); l’introduzione pianistica richiama il Third Degree, tema a lui caro, ma poi varia e s’acquieta lasciando entrare la possente e recitante voce di Muddy, che colpisce come una sferzata. Ciò che succede dopo è misterioso e intrigante; Muddy chiama il fratello per il solo, ma Spann dialoga, sottrae, gioca, mentre chitarra e armonica danno l’impressione d’esser pronte a intervenire qualora il pianista lasciasse, marcando la loro discreta presenza con piccole, taglienti note: è il trionfo del less is more in un intreccio di suoni delicati e potenti.
Muddy continua con i suoi successi, Live the Life I Love, tipica struttura dixoniana e pregevole accompagnamento di armonica, la corale I Wanna Go Home, in cui spicca la voce del pianista, e l’esemplare Can’t Lose What You Ain’t Never Had in cui invece risaltano gli strali elettrici di Muddy associati ad un canto formidabile, e nel frattempo l’audio è migliorato. Dopo il saluto del leader al pubblico la band conclude con High Rising, strumentale jazzy con brevi solo di chitarre, batteria e piano, scaldato dall’approvazione della platea.
Le note riferiscono di due duetti Spann-Charles Morganfield (figlio di Muddy), forse Came Home This Morning e One of These Days I Ain’t Gonna Love You No More, ma non sono presenti.

Lo stesso disco apre alla grande con cinque titoli da un concerto acustico del 1968 prodotto da Pete Welding, forse tenuto alla Disciples of Christ Church, in tributo a Martin Luther King, con Muddy all’acustica accompagnante Spann. Ancora qualche difetto audio che però non vanifica questa rara occasione in cui poter godere di Muddy e Spann in primo piano, immersi in un’atmosfera particolare dovuta alla sentita circostanza, in un ambiente carico d’eco e con ascoltatori attenti e silenziosi.
A partire dalla sua sublime Been A Long, Long Time è la calma, il pianismo elegante e la voce di Spann a caratterizzare questo gruppetto che da solo vale tutto il disco, esaltato da Muddy che lo segue come un’ombra. Otis presenta i brani uno ad uno, ad esempio il sempre persuasivo stomp Look Under My Bed (diversa versione di Boots and Shoes AKA Meet Me in the Bottom) con percussiva dal segnale debole e bagnato, forse il battito del piede, seguito dal Tribute to Martin Luther King.
Quest’ultimo era stato prodotto e registrato da Norman Dayron poco prima (8 aprile), negli stessi momenti delle rivolte nazionali seguite all’assassinio di MLK. La registrazione, fatta per beneficenza, avvenne in un storefront church (2) e il brano uscì su 45 giri Cry Records, la piccola etichetta di Dayron. Il retro avrebbe dovuto essere il sequel fatto nella stessa occasione, Hotel Lorraine, ma fu sostituito da un brano di Big Joe Williams (The Reverend Martin Luther King); oggi i due originali di Spann (il primo rinominato Blues for Martin Luther King) si trovano su Rare Chicago Blues 1962-1968 (Rounder/Bullseye CD 9530).
Qui Otis lo presenta come “a tribute to a wonderful man”, aggiungendo “this man was a man amongst men” per sottolineare la speciale caratura dell’uomo.

I know you had heard the news, happened down in Memphis, Tennessee, yesterday
Fellows, I know you had heard the news, it happened down in Memphis, Tennessee, yesterday
There come, Lord, a sniper, put Dr. Luther King away

La sua voce è pastosa e toccante come sempre, il pianoforte ha un suono corposo, limpido, vibrante, e mentre le corde scandiscono il passo funereo Otis investe con un’emozionante, intricata cascata di note esprimente lo sgomento e la drammaticità del momento in un’esplosione di trilli e tremoli.
Gli altri sono due suoi classici: uno di fatto, il ricorrente Sarah Street, (3) che mai come qui rivela la sua bellezza e in cui il break è per Muddy, e l’altro di diritto, dato che mai Worried Life Blues di Merriweather è stato in mani più appropriate, anticipato da presentazione (“A great friend of mine, Big Maceo (…) was an astounding, an astounding great piano player down on his days”).
Le ultime quattro del disco appartengono a occasioni precedenti, le prime due del 1965, varianti dello stesso brano, Everything’s Gonna Be Alright e What’s on Your Worried Mind.
Le altre risalgono a due sessioni con Johnny Young e Charles ‘Harmonica Slim’ Willis, prodotte a Chicago sempre da Welding e Dayron, con buon audio. La prima è forse del novembre 1963, per il downhome blues Mean Old Train (sarebbe Number 12 and 10 Train), con voce e mandolino di Young, piano e armonica acustica, la seconda è del maggio 1964, My Baby Left Me, con Young alla chitarra elettrica e il canto di ‘Slim’ Willis. Qui c’è la batteria di Robert Whitehead, esemplare nella sua essenzialità.

Muddy, Spann, McGhee, Terry

Spann e Muddy con Brownie McGhee e Sonny Terry
Backstage durante un tour, 1964 c.
Courtesy of John ‘Hoppy’ Hopkins

Nel luglio del 1967 Spann torna al Festival di Newport con la band di Muddy, in settembre a New York partecipa ad un album intestato a Luther ‘Georgia Boy Snake’ Johnson e alla MWB (Douglas LP 781) e il 18-19 dello stesso mese a Chicago alla prima estesa sessione solista di Buddy Guy che sarà il suo album di debutto A Man & the Blues, prodotto da Samuel Charters per Vanguard.
Durante un tour in Canada la mattina del 18 ottobre il musicologo Michael Nerenberg, con un registratore portatile a bobine e un unico microfono, cattura Muddy e la band, la stessa di The Bottom of the Blues senza basso e batteria, a Montreal in un salotto con cucina attigua (al 624 Prince Arthur Street Rooming House, dov’erano alloggiati).
La particolarità, oltre alla situazione casalinga e rilassata, è che tutto è a base di chitarre acustiche e armonica in stile downhome, e perfino Spann suona la chitarra in due brani.
A parte questa unicità, il disco Muddy Waters & Friends, GOIN’ WAY BACK (CD Collectors’ Classics Series, Just a Memory Jam 9130-2) testimonia non solo le radici di questi musicisti, ma anche la loro disponibilità a suonare in una situazione privata, pur avendo suonato magari la sera prima o dovendo farlo la sera stessa. L’audio è fin troppo buono visti i mezzi, ma è roba per seri appassionati (completa di colpo di tosse e squilli di telefono), da ascoltare come se si fosse lì senza alcun’altra pretesa se non quella di sentire i nostri beniamini in un contesto extra. E in effetti sembra d’esser lì, sentendo la musica, le loro voci e leggendo le note che descrivono l’entrata di Muddy nella stanza piena di fumo ed effluvi di caffè, annunciato dal suo portamento regale maggiorato dalla vestaglia da camera color porpora, per niente sminuito dalle pantofole e dalla retina nei capelli.
I primi cinque brani sono per Muddy accompagnato da Lawhorn, seguono tre di ‘Snake Georgia Boy’ e i due di Spann, Bad Lovin’ Trouble e Nothin’ Bother Me. Nonostante gli anni accanto a Muddy, Spann alla chitarra ricorda Johnny Young, compresa l’impostazione vocale, accompagnato da ‘Mojo’ Buford, che mette il sigillo con un suo brano.

Come accennato nel precedente articolo in questo periodo Spann sposa Mahalia Lucille Jenkins, (4) aspirante cantante che comincia a esser presente nelle registrazioni del pianista, purtroppo con risultati mediocri nonostante la voce dalla natura blues e la precedente attività gospel.
S’inizia a notare nell’album THE BOTTOM OF THE BLUES (Bluesway BLS 6013, CD BGO Records, 1990) con nove tracce prodotte da Bob Thiele registrate a New York il 20 novembre 1967.
In questa ultima sessione Bluesway, ancora di buona qualità, c’è di nuovo la formazione con Muddy, ‘Snake’ Johnson, Sammy Lawhorn, George ‘Mojo’ Buford, ‘Lil Sonny’ Wimberley e il fido S.P. Leary, tutti in assetto orchestrale, nel senso che ci sono pochi solismi, ma tutti sono ben distinguibili.
Lucille & SpannIl disco apre implacabile con l’invasivo mid-tempo Heart Loaded with Trouble. È incredibile come anche da avvezzi al blues possa ancora colpire un attacco così, senza preamboli, andando subito al dunque sia musicalmente che testualmente: “Don’t wanna commit no murder”, esclama, e si è coinvolti tout court.
È un omaggio a James Oden in cui Otis dimostra come il suo canto, adatto a tempi lenti a rarefatti, dall’espressione più colloquiale a quella più melodica, sia efficace anche nello shouting e nei tempi più veloci avendo un’inflessione soulful perpetua; è un dono equiparabile alla sua sempre intelligente tessitura pianistica. Notevole anche la sonorità dell’armonica gemente, urlante.
Bene anche il vibrante slow Diving Duck, con un wandering rhyme forse inaugurato dal Rollin’ and Tumblin’ di Hambone Willie Newbern:

If the river was whiskey, people, and I was a diving duck
You know I would dive to the bottom, little girl, will never come up

Tutto è tenuto dalla fitta trama di chitarra, armonica e piano, quest’ultimo concedendo un solo con le sue specialità: trilli, tremoli, glissato (più raro) ed escursione sulle note basse.
Altri due accreditati al pianista sono il duetto Down to Earth, trainante mid-tempo chicagoano con Lucille, e Doctor Blues, up-tempo raccontante di nuovo l’inconcludente approccio alla medicina ufficiale (v. lo splendido T.B. Blues) ma in altro modo, poi ripreso nelle incisioni Blue Horizon con il titolo Can’t Do Me No Good (là attribuito a Muddy Waters).

Well I went to the doctor
You know ‘long the other day
Know my doctor he throw the book away
Say that he couldn’t do me no good
Yes, he couldn’t do me no good
Say, if anybody can help you son
Take somebody in your neighborhood

Lo shuffle medio-veloce I’m a Fool è attribuito a Lucille, che vi prende parte con un parlato in risposta, mentre nell’altro suo, il lento torch-song My Man, è solista. Nonostante il bel vibrato e il timbro marcatamente blues, Lucille non convince, forse a causa dello scarso controllo e del carente dinamismo, o semplicemente perché urla troppo. Lucille appare anche in Shimmy Baby di Muddy, duettando con Spann su un’intrigante rumba fornita da S.P. Leary.
Spann torna alle vette espressive con lo straziante slow Looks Like Twins di Muddy, che va ringraziato insieme all’armonica di Buford, calzante e persuasiva in tutto il disco, per tessere insieme al pianista un’aria rarefatta e quietamente sofferente: è un’associazione a delinquere. Completa l’opera il lento di Walter Davis Nobody Knows già affrontato nelle incisioni Testament (Otis Spann’s Chicago Blues), ma ritrovato qui con piacere dato che là l’audio non è buono.
Nel complesso un disco in cui il pianismo e la vocalità di Spann sono esaltati a dovere, all’interno di una band di solisti coi fiocchi a sua disposizione.

Il giorno dopo, sempre a New York, è uno degli accompagnatori di Sippie Wallace in quattro brani su nastri che saranno pubblicati solo vent’anni dopo da Reprise, parte di una sessione più estesa della Wallace insieme ad un sestetto che comprende Geoff e Maria Muldaur, cioè Jim Kweskin & The Jug Band (Mountain Railroad MR-52672, e su CD Drive Archive DE2-41043).
Otis Spann, Cryin' TimeNel 1968 ha un’altra sessione di accompagnamento per Luther ‘Snake’ Johnson, nella stessa città e prodotta ancora da Bob Messinger, con Muddy, Oscher, Madison, Wimberley e Leary (Luther Johnson with The Muddy Waters Blues Band, Come on Home, 1969 Douglas Records LP 789).
C’è poi un acetato (Ebony 1000) in possesso di Jim O’Neal, credo mai pubblicato, in cui Otis è al piano elettrico in due brani (Night Time Is the Right Time e Going Down Slow), in duetto con Lucille nel primo e con la sola voce di St. Louis Jimmy Oden nel secondo.
La prima vera occasione solista dell’anno è di nuovo offerta da Sam Charters per Vanguard il 7, 20 e 21 marzo agli Universal Studios di Chicago, ed escono dieci brani su CRYIN’ TIME (LP VSD 6514, CD VMD 6514).
Il disco apre l’ultima fase della sua carriera discografica, quella che lo vedrà a contatto con giovani musicisti bianchi e/o non appartenenti alla scena blues di Chicago e qui, a parte il sempreverde bandmate Luther ‘Snake’ Johnson, (5) appaiono il chitarrista Barry Melton (Country Joe & The Fish), il bassista Jos Davidson (Siegel/Schwall Band) e il batterista Lonnie Taylor.
A parte la vaga aria progressive un po’ dovuta allo stesso Spann che in qualche episodio suona l’Hammond, i tre riescono abbastanza bene accompagnando il pianista con discrezione e aderenza, non coprendolo, anche se si è investiti dalle nuove sonorità, ad esempio Home to Mississippi, che prende spunto da Kansas City e sembra voler attrarre il nuovo pubblico rock. Le tracce sono quasi tutte autografe e vedono la partecipazione di Lucille; apparentemente sembra meno presente rispetto al disco precedente e tra le pubblicate in effetti è così, però ascoltando anche le inedite lo è altrettanto: non voglio dire che rovina i suoi dischi (o sì?), ma sinceramente, in vista di un imminente allontanamento dalla MWB, Spann rischia di sprecarsi come suo accompagnatore, e i loro duetti non sempre rendono.

Il meglio riuscito con Lucille credo sia Blind Man, traditional dal sapore gospel con bel sottofondo d’organo, ma non del tutto convincente per la batteria troppo avanti – peccato perché qua lei si controlla più del solito, mentre in Someday, blues ballad con piano brillante, malinconico, e piccoli lick di chitarre, anche se la cantante arriva solo verso il finale mi pare comunque di troppo.
Cryin’ Time è un blues strumentale d’organo mostrante come il pianista abbia visione e padronanza anche sul nuovo strumento, come nel breve The New Boogaloo, stracciato e tirato avanti e indietro con maestria. Entrambi sono molto validi, e se da un lato si possono considerare chicche (ha già usato l’organo nelle incisioni Testament, ma là non si può apprezzare per via dell’audio pessimo), dall’altro però non mi dicono molto, perché so chi c’è dietro. Spann è fatto per il pianoforte e per cantare, per il blues, così raggiunge la massima espressività, abbellita dal suo tipico sapore agrodolce; questi invece fanno lo stesso effetto straniante di quelli con il prepared piano di The Blues Of.
Per questo forse se subito dopo si passa ai brani di pianoforte questi appaiono splendidi, come Blues Is a Botheration, rammentante le sue qualità come solista e come partner, qui con ‘Snake’ Johnson, che altrettanto conferma la sua efficacia nell’incrociarsi con Spann. Stessa cosa per l’altro slow del disco, You Said You’d Be on Time, con tonici e speculari lick dei due chitarristi in sottofondo e il canto di Otis che, anche se leggermente opacizzato, rimane ancora suo valido alleato.
Twisted Snake è uno strumentale che avrebbe dovuto esser lasciato nelle mani del solo pianista perché il basso e la batteria paiono del tutto inutili, oltretutto è da un po’ che non lo si sente in un bouquet rigoglioso di boogie, ragtime e foxtrot tutti insieme, addirittura speziato dal sapore di New Orleans. Il suo calibrato senso armonico, ritmico e melodico è ben in grado di esprimersi in libertà, e questa cadenza fissa degli accompagnatori limita la percezione dell’offerta stilistica.
Chiudono due brani di Muddy, omaggio dopo ormai quindici anni di fratellanza. Uno è Green Flowers, nutritivo mid-tempo in cui le chitarre s’intrecciano con il piano, l’altro è l’up-tempo Mule Kicking in My Stall dal tipico carattere testuale del bluesman di Rolling Fork (If I find that doggone mule there won’t be no mule at all), ma dalla scansione funky-soul: gli accompagnatori trovano pane per i loro denti e fanno un lavoro eccellente.
Nel 1999 Vanguard fa uscire il CD BEST OF THE VANGUARD YEARS, con diciotto brani che riassumono la sua esperienza con l’etichetta, vale a dire i cinque pregevoli di Chicago/The Blues/Today! visti nell’articolo precedente, i dieci appena descritti e tre inediti dalle stesse ultime sessioni. Si tratta di Blues Jam, strumentale jazz pregiato che di nuovo denota la completezza di Spann – qua si stenta a riconoscerlo (ricorda Nina Simone) anche se in quei brillanti trilli e tremoli c’è la sua firma – e di due gospel con Lucille e l’organo, He’s Got the Whole World in His Hands e My God. Il primo è ben portato da Lucille (da qui mi pare che esprima meglio il gospel del blues, peccato che nel blues assuma quel tono aspro e fuori controllo), viceversa il controcanto di Spann non è molto efficace, il secondo invece non mi convince, sarà anche per l’effetto melenso.

Il 10 giugno 1968 va agli studi Ter-Mar di Chess con Johnny Shines, Walter Horton, Willie Dixon e Clifton James per delle sessioni Blue Horizon organizzate da Mike Vernon e Dixon con il supporto dei nuovi partner americani di Sire Records; il progetto prevede sufficiente materiale di Shines e Sunnyland Slim per un album a testa, e un singolo di Spann, tutto in un unico giorno. I dieci brani di Shines escono su Blues Masters Vol. 7 (Blue Horizon BM 4607); Spann è presente solo in uno, Pipeline Blues, e a sua volta è accompagnato dagli stessi musicisti per i suoi episodi, Can’t Do Me No Good e Bloody Murder, usciti sul singolo Blue Horizon (57-3142).
Otis SpannIl primo è già in The Bottom of the Blues come Doctor Blues, qui con sottofondo ritmico aggiunto da Big Walter Horton, il secondo è il rifacimento di Bloodstains on the Wall di Frank Patt, avvolgente dramma in cui Horton contribuisce con lunghi e leggeri vibrati, Dixon con note cupissime, Spann con trilli e tremoli sui bassi.
In settembre/ottobre la MWB (Muddy, Spann, Johnson, Wimberley, Leary più Luther Allison e il chitarrista di George Smith, Marshall Hooks) è a Los Angeles all’University of California per le sessioni del disco di George ‘Harmonica’ Smith in tributo a Little Walter, George Smith & The Chicago Blues Band, Blues with a Feeling, con la produzione di Steve LaVere e Pete Welding; in quest’occasione anche Lucille registra un brano, Love Me with a Feeling (a L.A. Lucille registra a suo nome anche qualche giorno prima, per Capitol, in una sessione con Shakey Jake, accompagnata da Spann, Luther Allison, ‘Big Mojo’ Elem e Francis Clay).
La band (Muddy, Spann, Oscher, Madison, Johnson, Wimberly e Leary) poco dopo torna in Inghilterra per partecipare al Jazz Expo ’68 di Londra, ma con l’occasione arrivano altri ingaggi, uno di questi è ripreso il 21 ottobre dalla BBC (6) al Maltings Theatre di Snape (nel Norfolk) e successivamente pubblicato su Muddy Waters: Rare Live Recordings Volume 2; qui il pianista reinterpreta Bloodstains on the Wall. Il 2 novembre sono al festival di Montreux (esce un solo brano di Muddy, Country Boy, su un LP Chess), mentre il 4 sono registrati ancora live presso la Salle Pleyel di Parigi (France’s Concert LP 121) e qui Spann ne ha due, Ring Up e Worried Life Blues.

Nel frattempo l’inglese Mike Vernon dopo la sessione di giugno aspetta l’occasione giusta per registrare ancora Spann, e quella giusta secondo lui arriva con il tour americano dei Fleetwood Mac (Peter Green, Danny Kirwan, Jeremy Spencer, John McVie e Mick Fleetwood) tra la fine del ’68 e l’inizio del ’69. Blue Horizon aveva già in progetto di registrare Green & Co. a Chicago insieme a qualche bluesman della città, così Marshall Chess offre lo studio Ter Mar e Willie Dixon raduna i solisti nella “wish list” di Vernon. Tra quelli disponibili, Buddy Guy, Walter Horton, J.T. Brown, Honeyboy Edwards, S.P. Leary, e Spann che quel giorno, 4 gennaio 1969, partecipa a dieci brani tra cui tre come solista.
Il risultato è pubblicato in due volumi, BLUES JAM AT CHESS (Blues Jam in Chicago per il mercato americano, e Fleetwood Mac in Chicago), dischi di cui ho già parlato nella bio-discografia di Big Walter Horton, forse anche troppo benevolmente.
Cambia a seconda del lato da cui si considera. Se si prendono queste registrazioni come materiale dei Fleetwood Mac allora va bene; sono giovani musicisti inglesi che amano il blues, e il risultato è blues/rock onesto con buoni momenti, specie quando loro non cantano o è impreziosito dai bluesman americani, anche se non esenti da errori (in particolare Horton).
Comunque Spann accompagna Walter Horton insieme ai Mac, e poi senza Horton e con S.P Leary al posto di Mick Fleetwood accompagna i due Mac Green e Kirwan. Come solista esegue in modo sublime il bel lento Someday Soon Baby, dichiarazione per Lucille lì presente, con introduzione e solo di Green (si sente Spann dargli indicazioni dicendo di cominciare a suonare da solo in stile B.B. King fino al secondo chorus, quando entrano lui e il batterista), e Hungry Country Girl, che inizia parlata e prosegue a tempo di marcia; ricorda Roosevelt Sykes. Questo sarà il suo unico hit, purtroppo per lui postumo, uscito nel 1972 su singolo Polydor (BH 304) e nella classifica Contemporary di Cash Box alla 52^ posizione. Un terzo brano, Ain’t Nobody Business, rimane inedito.

The Biggest Thing Since ColossusMike Vernon, notando che tra i Mac e Spann è scattata l’intesa, cinque giorni più tardi (9 gennaio 1969) produce un’altra sessione ai Tempo Sound Studios di New York per un album a nome di Spann, con Peter Green, Danny Kirwan e John McVie, senza Mick Fleetwood perché il pianista vuole ancora S.P. Leary.
Sono diversi gli alt. take in una registrazione (di Warren Slaten) dal vivo in studio, dodici i master eletti di cui dieci escono nella primavera 1969 su vinile Blue Horizon THE BIGGEST THING SINCE COLOSSUS, disco più di chitarre che di piano.
Non posso non dir bene dello slow blues My Love Depends on You. Le sonorità risentono della stagione hippie, ed è un gran attacco di disco. La chitarra con quel volume ed eco ruba un po’ la scena, ma Green la suona con economia e passione, misurando le note (in particolare al minuto 2:45 piazza un bending molto efficace), (7) mentre Spann enfatizza tremoli e trilli, come al solito bilanciando il suo timing tra piano e voce con rilassata eleganza.
Il psichedelico Walkin’, che sarà retro di Hungry Country Girl sul singolo postumo sopra detto, ha un beat selvaggio mostrante l’arte di S.P. Leary, qui caratterizzato da accenti off-beat, ma la batteria e una chitarra coprono Spann, cosa che per poco non succede anche in It Was a Big Thing, che comunque alle mie orecchie risulta sovraccarico.
A ristabilire un clima più blues e più consono a Spann, è un altro lento, Temperature Is Rising (100.2° F), probabilmente ispirato da Cold, Cold Feeling di J.M. Robinson. Dolce e pieno di vibrato (l’influenza di B.B. King è evidente), piano e chitarre discendono le scale amorevolmente insieme in poco più di sei minuti che volano via. La prima chitarra dovrebbe essere Kirwan e stranamente esce a destra, da dove di solito esce Green (ma nella raccolta completa con i remix è il contrario).
Dig You è uno strumentale (Spann interviene in parlato) che sinceramente capisco poco. La batteria mi pare ancora sopra e l’effetto è quello di un Tip on In (Slim Harpo) mal riuscito, troppo muscolare. Il piano fa la ritmica, mentre Green esce a destra, più caldo rispetto a Kirwan a sinistra, alto e acido (anche qui ci sono diversità nella raccolta completa).

No More Doggin’, il classico R&B di Rosco Gordon, ha un bel bounce fornito da Leary e Green, ma la batteria copre ancora la voce e il walking dei bassi, e la chitarra (rock) durante il solo sottrae lo swing creato nella parte ritmica insieme alla batteria.
La ripresa di Ain’t Nobody’s Business è bella, ma non supera le precedenti, con un solo di Green e uno di Spann, mentre She Needs Some Loving è molto cantata e ha tendenza rock, con un riff basso costante di Green e un solo per Kirwan, entrambi dal timbro wah.
Il non ancora diciannovenne Kirwan riappare a destra (a sinistra nella raccolta) ed è messo alla prova con un altro lento potente, I Need Some Air, occasione in cui però il canto di Spann è di nuovo sotto, e infatti scopro che nella versione remix la voce è alzata notevolmente. Il piano invece si sente bene e sostiene fino alla fine il brano e il chitarrista, che è tutto un vibrato e s’ispira a Otis Rush; Spann sostiene Kirwan anche a voce perché durante il solo di chitarra lo si sente dire: “Tell it like it is!”.
Green torna leader con buona attività melodica per un blues swing, o jump blues, dal carattere determinato, Someday Baby, dove Spann finalmente si sente bene, mentre McVie qua osa di più o semplicemente si sente di più: un finale degno dell’inizio. È un disco dove le sonorità blues/rock di matrice bianca prevalgono, ma sborda di autentica passione e di affascinanti sonorità anni Sessanta.

Nel 2006 Columbia ha fatto uscire il doppio THE COMPLETE BLUE HORIZON SESSIONS.
Il primo dischetto contiene i due brani del giugno ’68, i due del 4 gennaio ’69 e i dieci “Colossus” nello stesso ordine, come accennato alcuni in versione estesa perché con false partenze incluse e tutti missati di nuovo, con qualche differenza audio rispetto al disco originale.
Nel secondo ci sono i due esclusi, il lungo Blues for Hippies da BMI accreditato a lui e Muddy, con batteria ancora sopra e accenno biblico (incontro con Daniele nella fossa dei leoni), pubblicato insieme a Bloody Murder su un singolo per il mercato americano (Excello 2329), e She’s out of Sight, lento non superiore a quelli del disco originale.
Il resto sono tutti alternate take (Someday Baby ne ha molti, ma alcuni sono solo false partenze, quella di “Colossus” è la versione 8), tra cui il primo Temperature Is Rising, che qui si chiama Temperature Is Rising (98.8° F); tra questi si sente anche il retroscena.
Nel gennaio-febbraio ’69 ci sono le registrazioni di After the Rain di Muddy, proseguenti la svolta rock/psichedelica iniziata da Marshall Chess con Electric Mud, e infatti i musicisti sono gli stessi; Spann vi partecipa marginalmente, solo in un paio di brani e si sente pochissimo.
In aprile (21/23) invece è la volta di Fathers and Sons: sono le ultime sessioni con Muddy e prima della fine dell’anno il suo posto sarà di William ‘Pinetop’ Perkins; le tre giornate in studio sono suggellate il 24 con il Cosmic Joy-Scout Super-Jamboree, benefit e insieme promozione dell’album all’Auditorium Theatre di Chicago. Il clou è rappresentato dal gruppo del disco (Muddy, Spann, M. Bloomfield, P. Butterfield, ‘Duck’ Dunn, Sam Lay, ‘Buddy’ Miles), ma partecipa anche qualche nome della scena psichedelica di Frisco, come i Quicksilver Messenger Service e le Ace of Cups.
Spann-Spivey, Up in the Queen's PadIl 6 aprile è co-produttore (insieme a Bart Friedman) e accompagnatore nella sessione di Johnny Young per Blue Horizon agli studi O.D.O. di New York, con Paul Oscher, Sammy Lawhorn e S.P. Leary. Dodici brani escono sul vinile Johnny Young, Blues Masters Vol. 9 / Fat Mandolin, disco che poi avrà lo stesso trattamento delle sue incisioni BH, con remix, aggiunta di false partenze, alt. takes, inediti e trasferimento su CD Sony (Johnny Young, The Complete Blue Horizon Session).
Con gli stessi musicisti e sempre per BH accompagna anche Victoria Spivey in una sessione (forse prodotta da lui e Spivey) a Chicago il 5 maggio in almeno undici brani, a quanto ne so ancora inediti; Mike Vernon nelle note alla raccolta del 2006 lascia intendere che saranno pubblicati appena saranno ritrovati.
Come anticipato nel precedente articolo, tra le molte sessioni per l’etichetta Spivey ce n’è anche una a suo nome, il 9-10 aprile, come le altre effettuata nell’appartamento della “Regina” a Brooklyn, e il risultato esce in UP IN THE QUEEN’S PAD I (A Musical Parlor Social Deluxe II), Otis Spann with Sammy Lawhorn & Queen Victoria Spivey (LP 1031); purtroppo non ho mai sentito nulla di queste sessioni.
I brani sono: I Just Want a Little Bit, I’m Accused, Vicksburg Blues, Five Long Years, Let’s Look after Each Other (quest’ultimo con la nota che si tratta di un “walking blues for vocal duet, piano and kazoo”), Help Me Somebody (voce di Spivey) e If I Could Hear My Mother. L’ultimo è in un altro disco (LP 1017, Spivey’s Blues Showcase, 1975), e si legge che si tratta di “an 8-minute tribute by Otis to his mother with a vocal chorus from Victoria. Otis’ and Victoria’s chanting are highlights”.
Dalle copertine i dischi Spivey danno l’impressione, pur con titoli altisonanti e un gusto già retro all’epoca, d’essere prodotti casalinghi, per la grafica precaria in b/n e per le note scritte a macchina e appiccicate sulle copertine. Queste qui attribuiscono a Spann “vocal and piano and percussive foot stomping”, a Lawhorn la chitarra e alla Spivey “vocal, incidental chatter and piano frets”, segnalando inoltre due personaggi di contorno, Guess Who (Len Kunstadt, marito di Spivey e socio d’etichetta) e l’incognito Parakeets, il primo al kazoo, il secondo al “tweet and chirp”. In un brano Lawhorn non c’è perché sta “schiacciando un pisolino”. La Master Discography (v. fonti) segnala altri titoli di Spann, inediti: I’ve Been so Sick People, Baby What You Want Me to Do, e un senza titolo.

Otis Spann, Sweet Giant of the bluesIn questo periodo, metà 1969, il pianista ha lasciato Muddy per screzi forse imputabili a Lucille (Muddy non la vuole nella band) e Otis, tornando in Inghilterra da solo in luglio per un breve tour (registrato dalla BBC, mandato in onda, ma non pubblicato), matura l’idea di formare una sua band.
In realtà una sua band non ci sarà (8) perché gli è rimasto pochissimo tempo e intanto collabora con musicisti estranei al blues, in particolare il 13 agosto vede la registrazione di un disco che a mio parere è il peggiore tra quelli della nuova era e quindi in assoluto ma, ancora, la colpa non è sua quanto della produzione.
Esce con il titolo SWEET GIANT OF THE BLUES (Flying Dutchman/Bluestime, BT29006) prodotto da Bob Thiele a Los Angeles con musicisti da studio attivi nell’area, per la maggior parte bianchi e poi noti in ambito jazz, rock, soul, pop, funk, come Mike Anthony (banjo e chitarra), Max Bennett (basso), Louie Shelton (chitarra), Tom Scott (flauto, sax tenore) e Paul Humphrey (batteria). (9)
Nei crediti sono specificati gli orari: dalle 2 alle 5 del pomeriggio e dalle 7 alle 10 di sera. Questa esatta divisione di brani e orari – due turni da tre ore per quattro brani ciascuno, e la “pausa pranzo” in mezzo – sembra confermare la sensazione di un disco suonato da professionisti che timbrano il cartellino. Niente a che vedere con i visi pallidi dei Mac che, pur venendo da un altro mondo, in “Colossus” lo accompagnano con devozione e passione.
Questi invece sono turnisti, sono sì ottimi strumentisti, ma non hanno niente a che fare con il blues e con la musica di Spann (che in qualche caso suona un piano elettrico, ad es. nel gospel Make a Way), immettendo sonorità moderne e molto scontate.
Il più adeguato è il batterista, per il resto è un fluire di linee e assolo di chitarra fuzz tone e sassofono (Got My Mojo Working, più banjo, Bird in a Cage), wah-wah (I Wonder Why), e qualche occasione persa tipo Sellin’ My Thing, attribuita a Spann ma che ricorda tanto la splendida She Wants to Sell My Monkey di Tampa Red e Big Maceo Merriweather. Questa avrebbe potuto esser notevole se non fosse per i suoni degli accompagnatori e per i loro (doppi) assolo di sax e chitarra. Segnalo inoltre Moon Blues (Thiele, Weiss) perché sull’avvenente melodia di Looks Like Twins Spann immette parole amare e poco entusiaste riguardo le recenti conquiste spaziali (I saw a flag on the moon, and I was just as proud as I could be / I saw a flag on the moon, oh Lord and I was just as proud as I could be / Well you know I love my country, baby, but my country don’t love me), peccato però che il supporto intervenga con altro fuzz tone accademico e flauto alla Ian Anderson.

Superblack BluesIl giorno dopo, ancora a Los Angeles, Bob Thiele produce un altro disco strano, quasi casuale e molto più interessante, SUPER BLACK BLUES (Flying Dutchman/Bluestime, BT-29003, anche in CD dal 2006). Tra gli accompagnatori, l’unico del gruppo precedente, c’è il batterista Paul Humphrey, confermante la buona impressione.
Gli altri sono ancora sessionman tanto rispettabili quanto alieni: Arthur Wright (chitarra), Ernie Watts (sax tenore) e Ron Brown (basso). Questi sono meglio inseriti e qui mancano strumenti fuori luogo, ma il sax e il basso sono ancora estranei e con sonorità troppo moderne.
Il danno però rimane marginale grazie alla particolarità di questo disco che può fare la gioia dei collezionisti oltre che delle orecchie, perché tra gli accompagnatori spicca l’armonicista George ‘Harmonica’ Smith, e tutto ruota attorno a tre conduttori d’eccezione, oltre a Spann, T-Bone Walker e Big Joe Turner.
Che l’occasione sia casuale lo conferma Stanley Dance nelle note quando dice che Thiele aveva previsto di registrarli separatamente (come fece), e che ebbe l’idea di metterli insieme quando vide che questi si intromettevano nelle sessioni altrui, ma è già intuibile all’ascolto per la spontaneità che traspira e per gli arrangiamenti diluiti come in un live jam, le voci dei solisti entrando a turno anche nello stesso brano. Originariamente avrebbe dovuto esserci Eddie ‘Cleanhead’ Vinson al posto di George Smith (magari meglio al posto di Ernie Watts), ma Thiele dichiarò che “invece di mandare un biglietto aereo mandai soldi, e Cleanhead non arrivò mai”. (10)
Gli episodi quindi sono lunghi ma sono solo quattro, di cui tre di Walker (al ruolo guida), pregni di un’atmosfera calda e distesa lungo 37 minuti da ascoltare di fila. A partire da Paris Blues che di minuti ne dura 14, esordendo con T-Bone che si rivolge a Big Joe Turner, che poi interviene con il suo vocione, prima che sia il turno al canto di Spann, ancora meraviglioso, tutto con sottofondo a base di suoni sparsi di chitarre, piano e armonica, in lento crescendo. È un quadrumvirato autorevole e significante, con un carattere eterno che sopravvive alle scelte di modernità della produzione e al rischio di pochezza in cui spesso questi raduni all-star cadono, e in cui lo spettacolo principale sono la chitarra di T-Bone, il piano di Spann e i bellissimi interventi di Smith, e naturalmente le tre voci, diversamente fantastiche e ugualmente coinvolgenti; sentirle entrare una dopo l’altra ha un che di impossibile e magico.
Here Am I, Broken Hearted ha durata standard ed è tutta di Big Joe, con il supporto strumentale dei compari (Spann qui sembra al piano elettrico), peccato solo per quel maledetto sax da turisti in crociera.
Il vinile gira sui 19 minuti divisi tra Joe’s Blues e Blues Jam, il primo ancora alienato da un solo di sax, ma in cui il duetto T-Bone/Big Joe ripaga, il secondo un R&B mid-tempo in cui tutte le forze si uniscono ognuna con il proprio portamento, la caratteristica voce e chitarra di T-Bone, George Smith e gli splendidi fraseggi jazzy, Turner e il potente shouting declamatorio e Spann che stempera ad arte il suo pianismo e l’inconfondibile umore vocale.

La fine del 1969 lo ritrova a Chicago, in particolare il 30 dicembre e l’8 gennaio 1970 ai Sound Studios per un disco prodotto da Bob Koester, SOUTHSIDE BLUES JAM (Delmark DS-628) intestato a Junior Wells, Buddy Guy e Otis Spann: sarà l’ultima volta in cui mette piede in uno studio per registrare.
South Side Blues JamSono otto brani in cui Wells suona con parsimonia e canta in abbondanza liriche anche improvvisate e parlate (da ascoltare attentamente) in brani tendenzialmente lunghi e rilassati, con effetto live in un club di Chicago grazie anche ad una band che prosegue allentata, morbida e reattiva insieme a lui, come se si plasmasse nel divenire, senza fretta e al momento giusto.
Non deve stupire dato che il supporto è fornito da Fred Below e Earnest Johnson, con Spann sempre pronto a intrecciare e a sostenere i suoni di tutti, in quattro brani con Louis Myers e quattro con Buddy Guy.
Non li cito uno ad uno perché, anche se Spann vi ha parte importante, il solista è Wells, e oltretutto questo articolo ha passato il limite di lunghezza sostenibile, ma raccomando il disco di per sé e in antitesi a Hoodoo Man Blues di Wells, anche per sentire come si possa esser capaci di sfornare dischi dal carattere tanto serrato e preciso, come comandati da un disegno divino (Hoodoo Man), quanto sessioni “umane” e sciolte come queste in cui l’aspetto di coesione della band è altrettanto forte e importante, ma produce un effetto molto diverso, ugualmente valido.
Segnalo solo che in I Could Have Had Religion Wells cita l’infarto di Howlin’ Wolf, la morte di Magic Sam e l’ospedalizzazione di Muddy (dopo l’incidente stradale che lo costrinse a tre mesi di ricovero), cronaca che oggi è storia e segno di come il blues a Chicago con l’inizio degli anni Settanta stesse perdendo pezzi; nessuno sapeva che di lì a poco avrebbero perso anche Spann. E non solo, pochi giorni prima di lui sparisce un altro immenso talento coltivato in città: Earl Hooker.
In questa stessa occasione i soli Spann, Below e Earnest Johnson registrano Three in one Boogie come riscaldamento pre-sessione, poi inserito su Blues Piano Orgy (Delmark 626).

Otis Spann, Last CallL’uscita di Muddy dall’ospedale coincide con le pessime notizie sulla salute di Spann, a cui è diagnosticato un tumore al fegato.
Tre settimane prima di morire, il 2 aprile 1970, fa il suo ultimo concerto in un locale di Boston: (11) registrato, perso, ritrovato e pubblicato trent’anni dopo su LAST CALL (Live at the Boston Teaparty) da Peter Malick, nel 2000 a capo di Mr. Cat Music, ma allora chitarrista nella band che accompagna il pianista.
È faticoso parlare di questo disco, per i suoi risvolti malinconici. Spann non canta perché non è più in grado e al piano è l’ombra di se stesso, con il tocco ancora finissimo e sapiente, ma debole e rado, come un maestro che suona il suo stesso requiem con tristezza e dignità. È quindi Lucille a dividere le parti vocali con Luther ‘Snake’ Johnson, supportati da una ritmica con Ted Parkins al basso, Richard Ponte alla batteria e appunto Malick alla seconda chitarra. Non lo considero un concerto di Spann, ma per Spann, anche se è proprio la sua presenza a determinare l’andamento dei brani e il clima.
Non mi piace quasi nulla di ciò che fa Lucille, in Country Girl urla e in My Baby (Sweet as an Apple) ancora di più (al suo attacco si può addirittura prendere paura), tuttavia il disco non risparmia momenti belli e intensi anche da parte sua, come quando prima di Chains of Love (Big Joe Turner) fa un annuncio carico di commozione malcelata: «So che molti di voi stasera si stanno chiedendo come mai Otis non canti. Otis ha un piccolo problema, comunemente chiamato laringite, così io cercherò di fare il mio meglio, di darvi il mio meglio… che ne dite?»
E qui il suo meglio lo dà essendo più mite, anche se sempre senza controllo, compensato però da un bel vibrato, dalla malinconia nella voce, dalla testualità, dal clima che raggiunge l’apice quando durante il solo Spann estrae poesia.
I Wonder Why e My Man sono portati ancora bene dalla band e da Spann, il primo a tempo medio e il secondo lento con bellissima chitarra, mentre lo strumentale jazzy Stomp with Spann è l’ultimo breve indizio di un’arte pianistica fine e brillante, qui mostrante la sua ossatura.
Molto apprezzabili gli episodi “disintossicanti” (da Lucille) di Luther ‘Snake’ Johnson, soprattutto l’aspro Get on Down to the Nitty Gritty, con il chitarrista a doppiare delicatamente il break di piano, anche inevitabilmente coprendolo (troppo debole è il segnale di Spann). Scelte scontate quelle dal repertorio di Muddy, la rarefatta Long Distance Call e la celeberrima I Got My Mojo Working, ma molto valide e nel segno del più canonico Chicago blues. La prima è lentamente diluita per dieci minuti e ‘Snake’, anche se imitante il canto di Muddy, mette comunque il suo proprio marchio coinvolgendo il pubblico, la seconda, aperta da Spann, è altrettanto ben riuscita, con belle chitarre e pubblico partecipante. Fa impressione pensare che, dopo aver fatto Mojo chissà quante volte insieme a Muddy, questa è proprio l’ultima. Il disco chiude con Blues for Otis, aggiunta registrata nel 1998 come tributo e saluto da parte di Malick.

Il 24 aprile 1970 Otis muore al Cook County Hospital di Chicago e il 30 aprile è sepolto al Burr Oak Cemetery ad Alsip, Illinois. Per molto tempo la sua tomba non ha lapide, solo una targa; Otis non era in pari con le quote sindacali e il denaro necessario non è versato.
Dopo quasi trent’anni Blues Revue lancia una campagna raccolta fondi per la lapide, finalmente posata il 6 giugno 1999 con l’iscrizione di Charlie Musselwhite:
Otis Played The Deepest Blues We Ever Heard. He’ll Play In Our Hearts Forever.

(Fonti: The Complete Muddy Waters Discography compiled by Phil Wight and Fred Rothwell; Wirz, varie discografie; Mike Vernon, note di copertina a Otis Spann, The Complete Blue Horizon Sessions; Otis Spann Discography at Discogs; Bill Rowe, The Half Ain’t Been Told: An Otis Spann Career Discography (rivista e aggiornata da Chris Smith e Howard Rye), Micrography, 2000).


Note:
  1. Per entrambe, v. fonti. []
  2. Dette così le chiese che occupano spazi dismessi da negozi o magazzini, a piano terra e contigue alle attività commerciali, specie nei grandi centri urbani del nord. Il nome deriva dalla facciata tipo negozio e all’epoca erano luoghi d’incontro molto diffusi nei quartieri neri. []
  3. Un’arteria di St. Louis, Missouri, nella zona di Greater Ville, ancora oggi quartiere nero. []
  4. Nelle note al disco The Bottom of the Blues, Lucille dichiara di chiamarsi Lucille Mahalia Wilson. In tutte le altre occorrenze ho sempre trovato Jenkins. []
  5. Nei crediti del disco c’è scritto solo “Luther Johnson”, e in rete si legge che si tratta di “Guitar Jr”. Tuttavia non ho dubbi sul fatto che sia “Snake”. []
  6. BBC TV Broadcast “Jazz at the Maltings”. []
  7. Nella versione estesa con falsa partenza sulla raccolta completa è al minuto 3:49. []
  8. Diciamo che la sua band si può considerare quella di Last Call, con Lucille, ‘Snake’ Johnson, Peter Malick. []
  9. Gli stessi accompagnatori nel disco Bluestime di T-Bone Walker, Every Day I Have the Blues. []
  10. Da Helen Oakley Dance, Stormy Monday, the T-Bone Walker Story, pag. 159. []
  11. Così dice la copertina, ma nella discografia di Bill Rowe c’è una dichiarazione di Malick affermante che ci furono tre serate, dal 2 al 4 aprile, e che la prima fu in un altro club, il 53 Berkely St., mentre le altre due furono al Boston Teaparty. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 12 marzo 2014
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4 commenti per “Otis Spann – Sessioni soliste 1967-1970

  1. Alan Balfour ha detto:

    Good to see such a comprehensive feature on Spann and his recordings.

    Nice to see the photo taken by Hoppy Hopkins who sadly died a few months ago.

  2. Sugarbluz ha detto:

    And I’m glad to see a comment by one of those writers whose notes have taught and accompanied me in listening to music.
    I mentioned you in the other two articles about Spann. Thanks.

  3. Alan Balfour ha detto:

    Sugarbluz sorry being so long in replying – computer problems which kept me “off line” for over a month.

    Did you know that two years ago Jim O’Neal and Eric LeBlanc discovered that Spann was actually born in 1924 not 1930

    There’s a complete Spann discography 2000 compiled by the late Bill Rowe in 2000. It is 76 pages (PDF) and if you give me your email I’ll send you this.

    AlanB

    http://ourblues.net/category/authors/alan-balfour/

  4. Sugarbluz ha detto:

    Did you know that two years ago Jim O’Neal and Eric LeBlanc discovered that Spann was actually born in 1924 not 1930

    I didn’t, but I had some reason to believe that he was older, more or less the same age as his cousin Johnny Jones, who was born in 1924.
    I discussed about that in my first Spann article. Thank you for pointing that out. I’m going to add a footnote on that.

    You can mail me at tittisant [at] gmail [dot] com, or use the contact form instead (only the name and a valid email are required, then attach the document where you see the button “Sfoglia”). Thanks.

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