Otis Spann – Is the Blues & Walking the Blues

Otis Spann Is the BluesOtis Spann, Walking the Blues

Otis Spann ha avuto una carriera discografica solista relativamente breve, ma dal 1960 molto di suo è stato messo sul mercato, e a guardare tra ristampe con aggiunte, riedizioni con strani missaggi, compilazioni, rarità, introvabili e roba varia, non è facile districarsi.
Inoltre, e questa è una curiosità, più di un’etichetta ha adottato titoli che s’assomigliano comprendendo sempre la parola “blues” su dischi usciti nel giro di pochi anni, confondendo le idee; per puro caso in quei dischi con “blues” nel titolo troviamo anche i più belli.
Ho deciso di parlare della seduta di registrazione che ha ufficialmente aperto la sua carriera solista (preceduta da piccole occasioni che rimasero isolate, come vedremo), in seguito allargherò la panoramica per fare un po’ di chiarezza e lasciare spunti a chi volesse approfondire la produzione personale di questo pianista superlativo che, pur non essendo stato un innovatore nel senso comune del termine, occupa una posizione unica nella storia del piano blues e del blues in generale, rimanendo insostituito.
Non approfondirò la sua attività di sessionman, svolta sia nel decennio precedente a quella di solista che in contemporanea (anni 1960), soprattutto presso Chess per molti artisti e per 17 anni come parte fondamentale della prima vera blues band di Chicago, la Muddy Waters Band.

Molte biografie dicono le stesse, discordanti cose, e qualcuna reitera ancora consanguineità con Muddy Waters, half-brother. Dichiarare questa falsa parentela dimostra una non-conoscenza del legame umano e musicale tra i due e, per estensione, una non-conoscenza della band di Muddy.
La pecca non è tanto nel pensare che i due fossero davvero fratellastri, (1) ma è non tenere in conto che quando uno accennava all’altro come ad un fratello lo faceva in virtù del rapporto umano oltre che artistico: Spann il bandmate più adattabile, sensibile e duraturo che Muddy abbia mai avuto. Inoltre, è uso comune tra gli afroamericani definirsi “fratelli” anche con persone lontane o sconosciute, quando provano affinità e condivisione, complice lo stesso destino che nei tempi più duri legava la razza. Non aiuta che non esista un’autentica biografia di Spann e che le sue non del tutto veritiere notizie – per la maggior parte fornite da lui stesso e diverse a seconda delle occasioni – siano sparse in decine di pubblicazioni.
Fin dall’inizio la storia è confusa e persino la nascita a Jackson, Mississippi, il 21 marzo 1930, è incerta, tanto che nel testo della Mississippi Blues Commission sul marker storico dedicato a Spann e Little Johnny Jones (leggibile sul sito della fondazione Mississippi Blues Trail) è riportato che “diversi documenti e molti musicisti suggeriscono che era più vecchio”. (2) Inoltre, Spann disse a Paul Oliver di provenire da Belzoni, dove da bambino imparò a suonare da Friday Ford, pianista locale che secondo Little ‘Brother’ Montgomery – di casa a Jackson negli anni 1930/40 e mentore sia di Spann che di Johnnie Jones – ne era il vero padre.

I genitori ufficiali sono però Josephine Erby (o Ervin), chitarrista che registrò con Memphis Minnie, e Frank Houston Spann, pianista, falegname, predicatore, e i due crescono altri quattro figli.
La concomitanza con Little Johnny Jones (1924/1964) va oltre ‘Brother’ Montgomery. I due, infatti, sono cugini di primo grado e crescono insieme suonando in chiesa a Jackson dov’è pianista la madre di Jones, Mary, mentre il patrigno George Jones fa il camionista, ma si diletta di chitarra e armonica. Spann a volte sembra indirettamente contraddire la sua dichiarazione dell’anno di nascita, ad esempio quando dopo la morte di Jones dice di lui:

My favorite piano player – I hate to say it, he was my first cousin, dead now and gone, we were two sisters’ children – is Johnnie Jones. I wind up teaching him, but he beat me at my own game. (3)

Qui Spann ritiene d’aver insegnato a Jones e si considera sorpassato da lui, ma è abbastanza improbabile che tra due pianisti di pari talento e formazione sia quello con sei anni d’età e d’esperienza in meno a insegnare all’altro, quindi forse Spann aveva più o meno la stessa età. (4)
Jones arriva a Chicago giovane, ma già formato, nel 1945 o ’46 (almeno un anno prima di Otis), acquisendo ottima reputazione; è nota la sua liason con Elmore James da Sylvio’s, ma anche con Howlin’ Wolf, Magic Sam e con Muddy Waters prima di Spann.
Soprattutto però entrambi sono molto influenzati da Big Maceo Merriweather, ma anche qui Jones arriva prima e, se con lo sguardo di poi è Spann ad aver sostituito idealmente la figura e continuato la tradizione pianistica di Big Maceo, con il quale c’è anche assonanza vocale, di fatto è Little Johnny Jones a prendere il posto sul seggiolino vicino a Tampa Red, anche prima della definitiva uscita di scena del grande e sfortunato pianista georgiano, colpito da un infarto pesantemente invalidante.
La famiglia Spann vive in Roach Street a Jackson, e da ragazzino Otis vince una gara di talenti sponsorizzata da un politico locale all’Alamo Theatre. (Forse) s’esibisce con Backwater Blues di Bessie Smith e Four O’Clock Blues di Coot Davis (5) aggiudicandosi i 25 dollari del premio, e nella vincita è compreso ciò che il pianista riferisce a Peter Guralnick: «Mr. Alamo mi faceva suonare negli spettacoli di vaudeville. Ragazzi, avevo un piccolo smoking e un cappello, non era male», (6) dopodiché a 14 anni comincia a esibirsi con una band nella zona di Jackson. Tra le influenze del periodo rientrano anche Leroy Carr e Sunnyland Slim, ma dalle registrazioni soliste degli anni 1960 è evidente che in lui ci sono tutti i pianisti precedenti e nessuno in particolare.

I played my own style. People were wondering at first, because I have short fingers. They figured I couldn’t physically play that much piano. But you can make an instrument do what you want it to do. (7)

Di nuovo sul marker si legge poi che si sposa nel 1945 e vive a Plain (dov’è?), e nelle altre fonti tutto ciò che segue fino all’inizio delle registrazioni a Chicago è poco credibile.
Spann, infatti, ha dichiarato d’essersi arruolato nell’Esercito a 16 anni, rimanendoci ben 5 anni, 7 mesi e 11 giorni, per la maggior parte passati in Giappone e per poco in Germania, uscendone con il grado di second lieutenant; nelle note di Neil Slaven al vinile inglese The Blues of Otis Spann si riportano perfino le sigle dei campi militari. Dal certificato di morte però risulta che ha servito in Corea, “dettaglio” forse suggerito da un parente; in ogni caso negli archivi della U.S. Army non c’è alcuna traccia della sua lunga attività militare, come riferisce Alan Balfour nella ricerca citata nelle fonti.
Se tutto ciò fosse vero, allora c’è da chiedersi dove collocare le sue dichiarate attività di giocatore “semi-professionista” di football e quella “professionista” di pugile (il grado di professionismo cambia da intervista a intervista), aumentate da un contemporaneo piano di studi per diventare medico, al Jackson’s Campbell College.

Little Johnny Jones, Otis Spann, Mojo Buford
Little Johnny Jones, Otis Spann, George ‘Mojo’ Buford a Chicago, anni 1950, da Living Blues 42 (1979), p. 24
(Courtesy Letha Jones)

Ancora le note di Neil Slaven sono molto specifiche, dicendo che per un breve periodo gioca professionalmente per il Bells Football Team, dopo esser stato quarterback per i Jackson Pioneers e i The Bees, e per quanto riguarda il pugilato afferma che anche in questo campo riesce bene, “rimanendo imbattuto per ventuno combattimenti, ma uscendone con entrambe le mani rotte”.
Durante gli stessi cinque-sei anni di militare/atleta/aspirante medico (tripla proiezione dell’americano di successo di allora?) lo troviamo però anche a Chicago, dato che un’altra sua dichiarazione afferma di esservi arrivato nel 1947, raggiungendo il padre e una zia che già vivevano là dopo la morte di sua madre, e la sua presenza nella Windy City è confermata da colleghi musicisti.
A Chicago è imbianchino di giorno e pianista e gran bevitore nei club del West Side di notte, e «verso la fine degli anni Quaranta ottiene un ingaggio regolare al Tick Tock Lounge, all’angolo tra la 37^ e State Street, alla guida di una grande band che comprendeva una sezione fiati», come confermato da Billy Boy Arnold che ha ricordato d’averlo visto suonare “in piedi come Little Richard” e d’esserne rimasto molto impressionato, e quindi per niente sorpreso quando “pochi mesi dopo” entrò nella band di Muddy Waters. (8)

A me interessano poco le notizie biografiche o le libertà che Otis Spann s’è preso nel rispondere alle domande, perché tutto ciò non aggiunge e non toglie nulla al suo talento artistico. Annaspo più volentieri nella reale materia musicale, ma per completare il quadro posso dire che è confuso anche come e quando Otis incontra o comincia a lavorare con Muddy. Qualcuno dice dopo un’audizione nel 1947, altri dicono più tardi perché Spann in quel periodo è nella band di Morris Pejoe, lasciata quando Pejoe abbandona la carriera, oppure Muddy ad un certo punto gli chiede di suonare occasionalmente in qualche data, finendo poi per rimanere a partire dal 1952/53; quest’ultima teoria forse parte dal fatto che le registrazioni insieme cominciano nel 1953. (9)
Neil Slaven riporta le parole di Muddy, il quale interrogato sulla questione risponde che quando seppe che Otis era “tornato” in città lo andò a sentire al “Lounge” e gli offrì di lavorare con la band, lasciando intendere che lo conosceva perché avevano suonato insieme in Mississippi, aggiungendo: «Non lo darei via per tutto l’oro del mondo, ma se un giorno vorrà andarsene per conto suo gli auguro tutta la fortuna possibile, perché è uno dei pianisti blues più grandi del mondo – e dico sul serio».
Un’altra fonte è Jimmy Rogers, il quale vuole inserire un pianista nella band nonostante il capo non sia d’accordo, o semplicemente non interessato. Rogers dice che fu Little Johnny Jones (10) a parlargli di Spann, e quando finalmente Otis ottiene un’audizione poi è preso. Robert Gordon in Hoochie Coochie Man fa risalire l’evento al 1951, e riporta che in quel periodo Spann è senza band e se la passa male, dormendo in macchina. Se poi trascorrono due anni prima che il pianista metta piede alla Chess è solo perché Leonard Chess non vuole l’intera band in studio, non avendo intenzione di rischiare con un suono nuovo. Sta vendendo troppo bene quei dischi al sapor di Delta con, oltre a Muddy, solo armonica acustica (Little Walter) e un accompagnamento ritmico di basso (Ernest ‘Big’ Crawford) di base e/o batteria (Elga Edmonds), e dalla fine del ’51 anche con la chitarra di Jimmy Rogers. Comunque, l’abbia scelto Muddy o no, una volta dentro quest’ultimo s’accorge che il contributo di Spann è diventato irrinunciabile:

C’è stata una grande differenza dopo che lui è entrato nel gruppo, la nostra musica è diventata più corposa. Quel suono di pianoforte ha veramente sistemato ogni cosa. Vedete, i miei blues non sono così semplici da suonare come pensa molta gente. Faccio i miei blues in misure diverse, a volte tredici, quindici, quattordici battute: come mi viene. Spann, ecco com’era. Non gli importava sapere che tempo tenevi, lui riusciva sempre a tenerlo con te. (11)

Nella band di Muddy, Spann è molto più che semplice membro. A parte ciò che fa strumentalmente, legando insieme i suoni di tutti in modo discreto e perfetto, dietro le quinte svolge funzioni extra. Accoglie e istruisce i nuovi ingressi, mette insieme i pezzi e spiega come accompagnare l’anarchico leader, conoscendo a menadito i suoi brani e il modo di eseguirli; è come un direttore artistico, mentre Jimmy Rogers è colui che fa rispettare la disciplina e, come Muddy, tiene un atteggiamento piuttosto distaccato con gli altri musicisti.
James Cotton ricorda che «(Muddy, ndr) Doveva imparare le canzoni e io e Spann gliele cantavamo. Spann era quello che le componeva, ma i crediti li prendeva Muddy. A Spann non importava. Spann era un pianista innamorato del whisky. Gli interessava solo suonare». (12)
Preferisce non essere leader per evitare responsabilità e per esser libero di bere: ciò non influisce sul suo rendimento, ma se avesse fatto il capo avrebbe dovuto rimanere sobrio.
Da Chess è accompagnatore non solo per Muddy, ma anche per S.B. Williamson, Howlin’ Wolf, Jimmy Rogers, Little Walter, Lowell Fulson, Junior Wells, Buddy Guy, Bo Diddley.
È da negare però la sua presenza come accompagnatore di Diddley in tre brani (Bo Diddley, Hey Bo Diddley, Mona), come invece riportato da Michel Ruppli in “The Chess Labels: a Discography”; è Bill Rowe a smentirla nell’introduzione alla sua “Otis Spann Career Discography” (dopo la prematura scomparsa di Rowe nel 1997 è completata dai discografici Chris Smith e Howard Rye e pubblicata nel 2000 come “The Half Ain’t Been Told: an Otis Spann Career Discography”), gentilmente inviatami da Alan Balfour. In effetti, a orecchio non si sente neppure il suono di un pianoforte. È curioso, nota ancora Rowe, che invece per quanto riguarda I’m a Man (sessione di Diddley del 2 marzo 1955), la discografia di Ruppli sia l’unica a individuare Henry Gray al piano, quando è unanimemente attribuito a Spann.
Rowe mette anche in dubbio la presenza di Spann nella sessione Chess di Chuck Berry del dicembre 1955, tuttavia la include nella discografia perché la maggioranza delle fonti, a parte Berry, dice così. Anche se, come precisato all’inizio, con questi articoli mi limiterò all’attività solista di Spann, m’è parso appropriato aggiungere quanto sopra avendo ricevuto il documento di Rowe.

Otis Spann, It Must Have Been the DevilAlla Chess il suo potenziale solista non è altrettanto considerato.
Il suo primo singolo, It Must Have Been the Devil e lo strumentale Five Spot, nasce il 25 ottobre 1954 con la particolarità della presenza di B.B. King, pubblicato sulla sussidiaria Checker: il suo canto non ha niente a che vedere con quello di poi, e il chitarrismo è preminente, ma almeno i brani sono originali. La discografia di Rowe indica George Smith all’armonica, Dixon al basso, Earl Philips alla batteria e due altri chitarristi: Jody Williams e Hubert Sumlin, ma io distinguo solo due chitarre.
Al 1954 risale anche una sessione per JOB, etichetta di Joe Brown e ‘St. Louis’ Jimmy Oden, accompagnato da J.T. Brown e altri non definiti in sette brani di cui quattro pubblicati su due singoli (T99 / Love – Job 1111, The Bible Don’t Lie / Los Angeles Midnite Groove (st.) – Job 1110 e gli inediti Can’t Get Along, I’m Just a Lonely Man e Somebody Is Knocking on My Door).
Due anni dopo ne arrivano altri due da Chess, I’m in Love with You Baby e I’m Leaving You (con Big Walter Horton, Robert Jr Lockwood, Dixon e Fred Below), che però rimangono sugli scaffali e sono pubblicati solo nel 1986 dalla giapponese P-Vine in una compilazione. Qui il canto è meglio, ma gli episodi non sembrano molto originali, nell’esecuzione (il primo ricorda Little Walter) come nella forma (il secondo pare prendere dal Tee Nah Nah di Smiley Lewis). Potrebbe sorprendere un po’ che da Chicago guardino la scena di New Orleans, ma dopotutto quel brano è un hit per Lewis su Imperial, e guarda caso vende bene anche a Chicago. Mi sono convinta che si tratta di quello quando ho ricordato d’aver sentito Spann rifarlo anni dopo, in modo molto più evidente, su The Blues Of, e dal titolo direi che anche il T99 di JOB si riferisce a quello, pur non avendolo sentito.
Otis Spann, The Bible Don't LiePare incredibile, ma dopo questa sessione del 1956 non ce ne sono altre a suo nome alla Chess fino al 1963, rimasta ugualmente inedita. Forse, se non fosse stato per ciò che mostrò al Newport Jazz Festival il 3 luglio 1960 ad una diversa platea e soprattutto agli addetti ai lavori, non ce ne sarebbero state altre in assoluto, data anche la sua mancanza di ambizione.
La storia è nota. Dopo i disordini causati da migliaia di fan agguerriti all’esterno dell’area concerti, quell’anno gli organizzatori decidono di chiudere il festival annullando la programmazione dei due giorni successivi, mantenendo però le esibizioni della domenica pomeriggio dedicate al blues, con la partecipazione del poeta Langston Hughes, poiché c’è già un accordo stipulato per delle registrazioni video.
Alla fine della giornata tutti i musicisti salgono sul palco per un medley di classici, alternandosi alla voce. Hughes, colpito dalle parole di Willis Conover annuncianti la chiusura del festival (allora presagita come definitiva, ma il festival tornò dopo due anni), commosso da tutte quelle personalità riunite e pensando che una situazione simile non si sarebbe più vista, compone una poesia estemporanea, Goodbye Newport Blues, “sul retro di un modulo per telegrammi della Western Union” (13) e la dà a Spann perché Muddy non sa leggere.

Otis “thought for a while, then played a brief introduction and began to sing” (14) seguito da una band estesa (comprendente anche ‘Butch’ Cage al violino e Willie Thomas alla chitarra, che però quasi non si sentono), mettendo in luce il suo canto caldo ed espressivo, dal timbro piacevolmente granoso.
Otis Spann, Rarest RecordingsLa settimana seguente entra nel progetto di interviste e registrazioni sul campo di Paul Oliver sfociato in Conversation with the Blues, incidendo a suo nome un paio di brani (Poor Country Boy e People Calls Me Lucky) in una sessione improvvisata, mentre Chess nel far uscire l’album Muddy Waters at Newport 1960 (con nove brani compreso Goodbye Newport Blues) omette il suo set – comunque impostato come una dimostrazione di piano blues e con valenza più storica che commerciale (si sente anche un tuono) – con quattro strumentali commentati da Hughes (Boogie Woogie, Slow Blues, Jump Blues e St. Louis Blues) e accompagnati da James Cotton, Pat Hare, Andrew Stephens e Francis Clay. Il set è pubblicato in Inghilterra solo nel 1984, su Otis Spann feat. Muddy Waters & James Cotton, Rarest Recordings (JSP 1070), più un quinto brano cantato da Muddy omesso dal disco Chess, Catfish Blues, e l’aggiunta di cinque tracce provenienti da un tour europeo di metà anni Sessanta. Queste sono Everything Gonna Be Alright, Love Me or Leave Me, Spann Boogie, Why Did She Have to Go e Why Should I Cry.

La sua prima, estesa sessione solista si realizza il 23 agosto 1960 ai Fine Studios di New York per Candid Records, con Robert Jr Lockwood e James ‘St. Louis Jimmy’ Oden, e il tecnico del suono George Piros. L’etichetta vive solo due anni allo scopo di registrare jazz, e il suo A&R man e produttore Nat Hentoff, noto attivista e scrittore di musica, è quindi il primo a cogliere le potenzialità soliste di Spann, probabilmente stimolato dall’esposizione di Newport.
Da questa florida sessione il primo album che esce è IS THE BLUES, quasi equamente diviso con Lockwood che su dieci brani ne presenta quattro suoi. In tutti gli episodi tranne uno i due s’accompagnano a vicenda, stabilendosi soprattutto su tempi medio-lenti. Quarantadue minuti da ascoltare di seguito, fin dai primi, originali battiti di The Hard Way con le loro personali impronte: l’avvolgente introduzione in chiave blues di Spann e il primo singulto della chitarra di Lockwood, e a seguire un profondo scambio di emozioni. Un ruscello vitale che scorre seguendo un percorso naturale a zig-zag, e il canto irresistibile di Otis che con la sua bellissima voce non ancora troppo impastata di gin Seagram’s dice con dignitosa amarezza

I came up the hard way / I just about raised myself
I’ve been in and out of trouble / But I’ve never begged no one for help
I don’t speak educated / ‘Cause my people they all have none
But I’ve done just about good as people / People who have some

prima di trascinare in piccoli vortici di suoni caldi e avvolgenti intrecciati con quelli di Lockwood, che qui mi piace particolarmente, fino ad una piccola cascatella di note provenienti da lontano, capricciose e piene di personalità.
“Un’esperienza misteriosa sentire tutta quella passione martellata fuori dal buio”, dice Hentoff a proposito di Otis in the Dark – infatti per questo solo strumentale Spann vuole le luci spente, magari per tuffarsi in pieno in un’epoca senza corrente elettrica. In una eco naturale srotola note alla Boogie Woogie Trio (Ammons, Lewis, Johnson) caricandole e facendole roteare su un classico mid-tempo chicagoano: passione, ritmo e swing che cadono dalle dita alla tastiera, dal geniale Scott Joplin in poi.
Sento invece Roosevelt Sykes in Country Boy, che come la potentissima Beat-Up Team racconta di origini contadine, ma in quest’ultima c’è anche un senso d’orgoglio e di superiorità nei confronti del cittadino. Il suo canto arrochito e vissuto è ancora più bello già dall’apertura epigrafica, You know, the blues ain’t nothing but a botheration of your mind, sempre efficace nel sussurro come nel “grido” in un duetto strumentale intenso con “brother Robert” Lockwood, che però pare non riuscire sempre a saltare sullo stesso carro di Spann.
Il travolgente e lussureggiante strumentale Great Northern Stomp (perché gli studi di registrazione sono al Great Northern Hotel, bellissimo albergo d’epoca poi demolito) è un fiume in piena controllata sceso dalla notte dei tempi. Dentro vi si può leggere la storia del pianismo blues, dal foxtrot all’Harlem stride di James P. Johson, anche se si tratta di un boogie-woogie implacabile ed elastico sviluppato sul Cow Cow Blues inciso per Brunswick nel 1928 da ‘Cow Cow’ Davenport.
Nella raccolta completa di queste incisioni, e anche in una raccolta minore chiamata Otis Spann, Blues Classics, questo stesso brano si chiama appunto Cow Cow Blues, mentre il Great Northern Stomp in realtà è un altro, uguale a Spann and Bob. È un duetto strumentale in cui Lockwood dà una tinta jazz, ma appare un po’ rigido e come se tagliasse la corsa fluida di Spann, fino a che in finale cambia sonorità e la sua chitarra “galoppa” su un registro basso.

Nella sua prima occasione seria ed estesa non può mancare il tributo a Big Maceo, a quei tempi scomparso da sette anni, con il suo signature song Worried Life Blues svolto in un continuo fiorire di sensazioni. L’audio è bilanciato e brillante, mentre il rollio ficcante e ricco di Otis è corroborato dagli arpeggi jazzy di Lockwood uscenti da un canale pulito, tanto che sembra vicino a noi; però non sempre è nella stessa modalità del pianista, che tra l’altro già di suo è intenso e vibrante e non avrebbe bisogno di divagazioni. Lockwood qui pare basso rispetto a Spann, ma ciò non inficia la genuinità dell’improvvisazione, il carattere umanamente blues, la bellezza delle proposte, l’atmosfera trasudante intimità, la conferma del valore e dell’integrità di Spann, e l’accento carismatico e personale del chitarrista.
Quest’ultimo fa bene nelle sue tracce, accompagnato magistralmente da Spann, e se il disco finisce con l’omaggio di Otis al suo ispiratore, il contributo di Lockwood inizia con la sua Take a Little Walk with Me, personalizzazione della celeberrima Sweet Home Chicago del mentore Robert Johnson. Robert Junior canta con il suo tono declamatorio e graffiante, determinando il ritmo e l’umore della camminata, mentre Otis è libero di colorare e riempire il divenire scarno traghettando il Delta in una dimensione urbana.
D’assoluto rilievo l’adattamento di Lockwood di un vecchio nursery rhyme, Little Boy Blue, filastrocca inglese di almeno due secoli prima, in cui la sua anima vocale e strumentale risalta netta e ineguagliabile, come nella drammatica My Daily Wish, dove la tessitura tra i due sembra toccare il picco e Lockwood trascina Spann in un mondo a parte.
Infine, su un ideale ritmo medio pulsante e risonante torna lo spirito di R.J. con I Got Rambling on My Mind, adatto a simboleggiare il senso d’impermanenza che il blues traduce così bene.
È un disco delicato e potente, un gustoso antipasto di un’altra portata nutriente che sarebbe stata servita su un secondo volume nel 1962 se Candid non fosse fallita, e che invece è pubblicata dieci anni dopo, quando Otis se n’è già andato.

Se subito dopo si ascolta anche WALKING THE BLUES, stupisce che tutto ciò (anzi di più dato che qualche altro brano inedito è poi uscito a parte) sia stato fatto in un solo giorno.
L’apertura disco con il perfezionamento del suo It Must Have Been the Devil continua a stendermi ogni volta, e in questa versione non c’è nulla che possa evitarlo nonostante l’apporto di Lockwood sia monotono, riscattato solo nel breve, bellissimo break, prima di tornare impassibile a marcare forse in modo superfluo la strada dell’altro, viceversa lanciato in un irresistibile shouting vigoroso con una potenza espressiva vocale e strumentale pari ad un fuoco incrociato. Una cosa che però mi piace di ciò che fa il chitarrista qui è che pare aggiungere un accento ironico.
In questo volume non ci sono brani di Lockwood e il suo contributo come accompagnatore è ridotto, in compenso qui a frenare la fluidità c’è ‘St. Louis Jimmy’ Oden, (15) pianista più anziano che dopo un incidente stradale di qualche anno prima non prosegue la carriera solista, continuando però a scrivere per altri. Il fatto che Spann lo voglia in studio è esempio della grandezza anche umana di questi personaggi, pronti ad aiutare i colleghi in difficoltà.

Otis SpannLa sua grandeur continua quando appoggia le “dita corte” sulla tastiera e lascia che si muovano come spinte da qualcosa che risiede altrove, una forza misteriosa che convoglia tutta la storia in quel momento attraverso solo strumentali immacolati e rigogliosi. Come l’esemplare Otis Blues, barrelhouse boogie con a sinistra una ritmica eight to the bar e a destra un impressionante lavoro di veloci glissandi e tremoli, This Is the Blues, attaccante come un gospel e subito dopo fluente ragtime a stupendo effetto piano roll e Walking the Blues, splendido, maestoso e intricato walkin‘ che lascia udire il battito del piede, fortemente evocativo e discorsivo.
Come nei filmati dell’AFBF lo immagino rilassato, sorridente o intenso comunque sempre rilassato, senza nessuna apparente fatica, come tutti i migliori rimanendo naturale: è anche dall’atteggiamento e dalla postura che si determina il valore di un pianista (e di un chitarrista, ecc.).
Penso anche a James Booker, Professor Longhair, Fats Waller, Fats Domino, Ray Charles, James P. Johnson, Allen Toussaint, Art Tatum, e ad altri grandi pianisti blues. A Willie ‘The Lion’ Smith e Roosevelt Sykes, con il cappello in testa e grandi sigari in bocca, eleganti e spettacolari all’udito come alla vista senza bisogno di muovere nessun muscolo oltre i necessari, al massimo alzando un sopracciglio o accennando un sorriso beffardo. Ai dimenticati, disinvolti talenti fuori dal comune di Hazel Scott e Martha Davis, e alla testimonianza di ‘Sweet’ Emma Barrett, mai troppo considerata.

Oden entra con il suo grande signature song, quello che tutti sembrano aver ripreso, Going Down Slow, e il suo passo teso è sostenuto benissimo da Spann e Lockwood, diluenti la sua scansione spezzata con onde di suono elastiche, mentre in Monkey Woman (AKA Monkey Face Woman, uscita come lato A del disco originale di Goin’ Down Slow) il cantato di Oden è ancor più staccato, ma il risultato è comunque affascinante, carico di blues nel timbro e nell’umore.
Anche in Come Day Go Day l’accompagnamento rimesta un terreno lasco e nostalgico stemperando gli slegati di Oden, mentre si possono cogliere perfettamente le parole, come nel recitato di Bad Condition, variazione di Going Down Slow.
I’m gonna take my trouble, take my trouble to the Lord. Spann torna al canto con Half Ain’t Been Told ed è ancora meraviglia. Una pioggia ominosa ci cade addosso, evocata con ciò che di meglio ha a disposizione: note vive e vibranti sul pianoforte e voce rotta, emozionante e melodiosa. Il tema sembra ripreso dal Goodbye Newport Blues (direi lo stesso del Third Degree di Eddie Boyd), qui pienamente sviluppato e magnificamente sussultante. Con Lockwood, dallo stesso umore e meglio insonorizzato rispetto all’altro disco, Otis canta per Oden la sua (Can’t Stand Your) Evil Ways, bell’andante di classicissimo piano blues, trillante e carico d’eco, prima che il disco concluda con la minimale quanto splendida My Home Is in the Delta. Il suo pianismo è così ricco e risonante che tutto il resto sembra in più, ma l’intera sessione è comunque tra le migliori che ha avuto possibilità di fare, e una valida “prova” che lo apre ad altre occasioni soliste.

Otis Spann, Take Me Back HomeIs the Blues è ripubblicato tale e quale nel novembre 1970, Walking the Blues è pubblicato la prima volta nel giugno 1972, entrambi su Barnaby Records fondata da Andy Williams, acquirente dell’intero catalogo Cadence, etichetta liquidata nel 1964 e di cui Candid era sussidiaria.
Sei tracce inedite della sessione sono invece piazzate nel 1984 sul lato B di un vinile, Take Me Back Home, di un’etichetta olandese (Black Magic Records); tra queste risalta Woman Leave Me Alone, fosco duetto in cui Lockwood di nuovo contrasta le tonalità minori di Spann, creando effetti e umori altalenanti. Stranamente, nella raccolta completa di Mosaic (v. sotto), questa prende il titolo di Beat-Up Team (first version). Sul lato A, altri inediti di Spann tratti dalla sessione Decca del 4 maggio 1964.
I due dischi Candid sono stati trasferiti su vari CD non sempre completi (e con qualche titolo diverso), come ad esempio il volume My Home in the Delta (titolo sbagliato), della mediocre serie inglese The Blues Collection rivolta ai neofiti, edita in Italia da De Agostini, che contiene solo dodici brani, scelti non so con quale criterio dato che non predilige quelli da solista.
Per avere l’intera sessione (con qualche alt. take) bisogna dirigersi sul box di Mosaic Records del 1992, The Complete Candid Otis Spann / Lightnin’ Hopkins Sessions, che su uno dei tre dischetti ha la sessione di Lightnin’ Hopkins del 1960.
Segnalo infine, per chiudere il discorso delle registrazioni fino al 1960 con il suo nome in copertina, un altro vinile dei primi anni ’80, poi pubblicato in CD (Tomato Records e Rhino), anche questo come il set di Newport con valore storico più che commerciale. Il disco ha un titolo criptico, Collaboration, e contiene uno dei concerti tenuti durante il primo tour di Muddy Waters in Inghilterra nell’autunno 1958, in cui va solo con Otis Spann.
Il debutto è tragico dato che i due bluesman sono inseriti all’interno del Leeds Triennial Music Festival, evento di musica classica sponsorizzato da un cugino della regina, tra l’altro senza una presentazione che possa preparare la platea, e accompagnati da 7-8 jazzisti che non colgono il significato della loro musica, e non sanno come suonarla. Muddy con sé ha il suo amplificatore e Spann, e fa ciò che sa fare e per cui vive: suonare blues elettrico ad alto volume.
Il giorno dopo sono stroncati dalla critica: “screaming guitar and howling piano” – parole che oggi sembrano un complimento, ma allora non lo erano affatto (nel libro di Gordon si traduce con “chitarra stridente e pianoforte assordante”).
Muddy Waters & Otis Spann, CollaborationIl resto del tour è organizzato dalla National Jazz Federation e la Blues and Ballads Association e ha più successo, anche se sono accompagnati dalla Chris Barber’s Jazz Band, gruppo inglese di jazz tradizionale, ma almeno questi hanno già avuto esperienze con gli americani (Sister Rosetta Tharpe, Modern Jazz Quartet, Sonny Terry & Brownie McGhee).
Il disco testimonia il concerto tenuto alla Free Trade Hall di Manchester, purtroppo però l’audio è pessimo altrimenti sarebbe una bella e prima testimonianza live per entrambi. La chitarra si sente poco e male (man mano che i concerti proseguono Muddy abbassa il volume dell’amplificatore sempre più vedendo che gli inglesi non gradiscono) e per la maggior parte si sente solo la voce di Muddy e il piano di Spann, però molto male. Le canzoni sono introdotte una ad una, e a partire da I Can’t Be Satisfied si sente il pubblico approvare, mentre in Walking thru the Park c’è anche la band di Barber e l’effetto è parecchio strano: Muddy come non ci si immagina di sentirlo, con accompagnamento dixieland e il pubblico in delirio.
La storia continua.

Muddy & friends
Muddy Waters & Mildred McGhee (madre di Mud Morganfield) al 708 Club, Chicago, 1956
Sopra: Otis Spann, Bob Hadley, James Cotton
(Photo Courtesy of Mud Morganfield and Bob Corritore)

 

(Fonti: Alan Balfour, Our Blues, luglio 2000; Robert Gordon, Hoochie Coochie Man, La vita e i tempi di Muddy Waters, Fazi Editore s.r.l., Arcana Libri, Roma, 2005; Phil Wight, Fred Rothwell, The Complete Muddy Waters Discography; note di Nat Hentoff a Otis Spann Is the Blues, 1960, Candid Records; note di Neil Slaven a The Blues of Otis Spann, 1964, Decca Records; David Edwards e Mike Callahan, The Barnaby Label Album Discography; Bill Rowe, The Half Ain’t Been Told: an Otis Spann Career Discography (rivista e aggiornata da Chris Smith e Howard Rye), Micrography, 2000.)


Note:
  1. Otis, come altri musicisti, visse con la moglie Olga Marie e i tre figli a casa di Muddy, come riportato da Paul Oliver in Muddy Waters, a Personal Biography, Blues Unlimited, Collector’s Classics Booklet, marzo 1964. Nel libro di Robert Gordon, Hoochie Coochie Man, La vita e i tempi di Muddy Waters, pag. 368, si legge che Cookie, la nipote di Muddy, quand’era bambina credeva che i due fossero fratelli. Se ben ricordo, Gordon lascia invece intendere che Spann occupasse da solo la stanza frontale del seminterrato della casa di Muddy. []
  2. Successivamente alla scrittura di questo articolo, Alan Balfour mi ha segnalato che Jim O’Neal e Eric LeBlanc hanno stabilito che Spann era effettivamente nato nel 1924, non nel 1930. []
  3. Da Big Road Blues. []
  4. Questa ipotesi è stata confermata, v. nota n. 2. []
  5. Dev’essere lo stesso citato da Nat Hentoff nelle note di Otis Spann Is the Blues come Cose Davis, definito suo tutore musicale e colui che lo influenzò agli inizi. Di Davis dice inoltre che era un pianista locale che però incise per l’etichetta Bluebird negli anni Trenta. Nel libro di Jeff Hannusch I Hear You Knockin’, ‘Boogie’ Bill Webb, cugino di Spann, dice di aver conosciuto Davis a Jackson, e lo ricorda suonare con Little Brother Montgomery. []
  6. Da Robert Gordon, op. cit., ivi. []
  7. Da Nat Hentoff, note a Otis Spann Is the Blues. []
  8. L’ultimo periodo è da Robert Gordon, op. cit., ivi. []
  9. Il 24 settembre 1953. Esce il disco Chess 1550 di Muddy Waters Blow Wind Blow / Mad Love (I Want You to Love Me) con Little Walter, Jimmy Rogers ed Elga Edmonds. []
  10. Little Johnny Jones registra a suo nome accompagnato da Muddy nel 1949 l’epocale Big Town Playboy, e come accompagnatore di Muddy probabilmente nella stessa occasione, per Aristocrat. È presente anche Leroy Foster, l’amico con il quale Jones arriva a Chicago insieme a Little Walter. Leroy Foster è in studio come chitarrista di Muddy già nel 1946. []
  11. Da Robert Gordon, op. cit., pag. 136. []
  12. Da Robert Gordon, op. cit., pag. 172. []
  13. Da Robert Gordon, op. cit., pag. 203. []
  14. Neil Slaven, note a The Blues of Otis Spann. []
  15. Anche James Oden fu inquilino di Muddy. Paul Oliver si recò a Chicago una settimana dopo Newport per le interviste di Conversation with the Blues, e fu ospitato a casa di Muddy con la moglie; lo scrittore rimase colpito quando vide Oden raggomitolato in una stanza del seminterrato, con i tubi di scarico e le condutture passanti lungo i muri – Da Robert Gordon, op. cit., pag. 204. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 22 gennaio 2014
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