Peaches Staten @ Black & Blue Festival, Varese 8.7.2012

Peaches Staten ha il background che ci s’aspetta, a torto o no, da chiunque suoni il blues, se è di pelle nera e arriva dagli States. È nata in pieno Delta del Mississippi, a Doddsville nella contea di Sunflower, ed è cresciuta a Chicago a suon di gospel, blues e soul. Ha poi allargato i suoi orizzonti facendo parte di una band zydeco, passione musicale che non ha dimenticato di mostrare anche in questa occasione, e ha fatto addirittura parte di un gruppo afro-brasiliano di samba.
Dotata di un contralto potente e ghiaioso, in cui si riconosce un po’ Koko Taylor e un po’ Mavis Staples, dal vivo è un’ottima entertainer, dote che ha affinato in anni di concerti (precisamente, dal 1997) in giro per il mondo, tanto che in studio, da quel che mi risulta, ha lasciato davvero poco fino adesso. Sulla carta quindi si sarebbe pronti per festeggiare l’esistenza di una relativamente nuova blueswoman, l’erede di questa o quell’altra come spesso e volentieri non tarda a decretare certa stampa.
Di fatto, però, è nata fuori tempo, in un tempo in cui il blues non vende o, per vendere, dev’essere adulterato con altre forme, vedi il sempreverde rock, o con ritmiche pompate. Anche Peaches allora, pur essendo votata per il blues, e possedendo un buon controllo della voce (non credo abbia usato tutta quella che ha a disposizione, data la strumentazione e l’ambiente piccolo) purtroppo non sfugge alla schiavitù del suono vuoto e banale che oggi arriva a vangate, dalla città ventosa e no, e da band più o meno improvvisate a cui musicisti itineranti come Peaches senza una “storia dietro” sono costretti ad accompagnarsi, non potendosene permettere una propria nei viaggi oltreoceano e a volte neppure a casa.

Per questo quando all’ora dell’aperitivo sono entrata al Twiggy Café, un accogliente bar-ristorante nello stile spartano dei dopolavoro ferroviari anni 1970, in cui si svolgono alcuni eventi pomeridiani nell’ambito del Black & Blue Festival di Varese, sono rimasta un po’ sorpresa ma non delusa nel vedere l’angolo della band senza batteria. Ho pensato che ciò poteva mettere al riparo da suoni troppo pesanti, se non da eccessivi volumi.
Diciamo che quella speranza s’è avverata (no spaccate di timpani e no pesantezza), ma d’altra parte sono di certo sufficienti anche solo una chitarra, il francese Fred PG, e un basso, Lucio Omar Falco, per avere quelle sonorità “fuorvianti” di cui sopra. Arriva così So Long Baby, un classico brano d’apertura concerto, e Peaches dimostra già la sua grinta, che deve prepararsi a gestire da sola per tutto il tempo, dato che non può (e per fortuna non l’ha fatto) chiedere interventi solisti al chitarrista ad ogni brano, anche perché il chitarrista in questione è parso non all’altezza né come accompagnatore, né come solista.
È una specie di presentazione anche I Sing the Blues, direi una sua versione di I’ll Play the Blues for You di Albert King. Se è vero che nomen omen, allora ho la conferma anche dagli antichi latini che Fred PG – la cui sigla nasconde il nome di Pierre Gustave – non è nato per suonare il blues.
Rimane sui suoni della Chicago odierna con I Know You Love Me, che vagamente s’appella alla ritmica di Howlin’ for My Baby di Howlin’ Wolf, prima di chiedere al pubblico se qualcuno sia mai stato a New Orleans e se conosce la musica zydeco.

Lo scopo è invitare sul palco due persone a suonare tamburello e shakers (in mancanza del washboard), riuscendo a reclutare una ragazza e un uomo (un turista americano) per Gotta Find My Man, che invece riporta a Hot Tamale Baby di Clifton Chenier. Ad un certo punto chiederà anche l’eventuale presenza di un armonicista o di un sassofonista, senza successo: mentre per il primo aveva qualche possibilità, per il secondo era praticamente impossibile.
È quasi più parlata che cantata Rather Go Blind, la sua versione di I’d Rather Go Blind di Etta James, che cambia aggiungendo parole sue, mentre non è male il two-step di Keep on Keepin’ On preso da Alberta Adams, ottenuto con buon andamento swing.
Ricordo anche un altro bel boogie, Something’s Goin’ on in My Room, a tempo medio, e devo dire che la presenza di due soli accompagnatori ha in certi casi limitato, in altri invece ha favorito; in questi ultimi due ha vinto la seconda opzione. A proposito della formazione ridotta, Peaches dirà: “Non sono abituata a suonare in una situazione così, ma mi piace”.
È il momento del lento e della riflessione, con Can’t You See della Marshall Tucker Band. Inutile dire che Fred PG non ci ha azzeccato tanto anche se non è un blues, e forse sarà stata anche un po’ colpa di Peaches, che non m’è sembrata calarsi bene in questa ballad; un momento di quasi incomunicabilità.

Come si sarà capito PG non m’è piaciuto, sia per la scarsa qualità sonora e ritmica (c’è stato anche un attimo imbarazzante quando Peaches è stata costretta ad abbandonare l’esecuzione di un brano dopo due tentativi perché lui non riusciva a entrarvi, e a comunicare con il bassista), sia dal punto di vista dell’atteggiamento. Sembrava fuori dalla scena, tutto concentrato sulla sua chitarra come se fosse solo, tanto che in un caso la cantante ha dovuto toccarlo per chiamare la sua attenzione, nonostante fossero vicinissimi.
L’unico brano che ho trovato compatto e perfettamente eseguito da tutti, e che per questo motivo ho ascoltato con piacere diversamente dal solito perché viene suonato troppo spesso, è stato proprio l’abusato Got My Mojo Working, probabilmente perché PG l’ha studiato parecchio.
Il bassista, Lucio Omar Falco, ha fornito il collante necessario tra i due con qualità e dinamica; prova ne è stata anche quando per un momento è venuto a mancare e s’è potuta sentire una differenza sostanziale, un vuoto. Peccato che il suo suono sia stato tendenzialmente funk, anche se non pompato l’ho trovato fuori luogo. Insieme con Staten al canto poi ha eseguito If You Love Me like You Say di Albert Collins, in chiusura.
Dato che in un contesto del genere la richiesta del bis era prevedibile non capisco perché non abbiano concordato qualcosa di meno scontato, qualcosa che magari poteva riscattare un po’ dalla banalità (dei suoni più che della scaletta in sé), invece che rifugiarsi nel solito Sweet Home Chicago, con l’altrettanto scontata richiesta della collaborazione del pubblico.
L’ho perdonata solo perché viene da Chicago, ma non so se è una motivazione sufficiente.

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Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 12 luglio 2012
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