Amiri Baraka – Il popolo del blues
| 2 agosto 2010 | Pubblicato da Sugarbluz in Libri, RECENSIONI |
Lo scopo principale di questo testo è l’analisi dei vari stadi nel percorso del nero da africano ad americano, dalla schiavitù alla cittadinanza, attraverso la musica a lui più intimamente legata, il blues, il jazz e, in epoca schiavile, i canti di lavoro e quelli religiosi.
Il peso del blues nell’anima dei suoi creatori si è alterato, o riposizionato, nel passaggio da schiavo africano a nero americano, differendo radicalmente e segnalando all’esterno i cambiamenti delle reazioni del nero all’America.
Sono questi cambiamenti il materiale oggettivo del libro di Amiri Baraka (all’anagrafe, LeRoi Jones), analizzati mediante un metodo sociologico e antropologico il cui tramite, la musica afroamericana, è l’elemento scatenante non solo in quanto creazione nera americana, ma anche per la possibilità di leggervi più chiaramente tali cambiamenti.
In un breve excursus storico l’autore arriva dove più gli preme: il particolare momento in cui emerse il nero americano, (1) e le “strane vie sotterranee” che ne hanno formato le linee ereditarie e gli atteggiamenti. Per Baraka, l’origine del blues rappresenta soprattutto questo momento.
È come se il blues fosse l’atto di nascita ufficiale dei neri americani, in quanto persone che accettano l’idea di far parte di un paese e le cui reazioni-relazioni dell’esperienza in quella terra sono espresse nella lingua di quel paese, l’inglese, sia pure in una forma gergale con trucchi e ambiguità, ma mezzo formale per tramandare quel vissuto.
A caratterizzare la particolare sorte dello schiavo africano in America furono principalmente la condizione di non-umanità e la sua totale estraneità al Nuovo Mondo, mondo con un tipo di cultura e società in completa antitesi con la sua propria concezione di vita sulla terra, fatto quest’ultimo ritenuto dall’autore come il più estraniante e il più doloroso, capace di amplificare la condizione di schiavitù e di cambiarne, come mai avvenuto prima, ogni aspetto già di per sé negativo. Questi due importanti fattori fissano fin dal principio la posizione dell’africano nella società americana, ma anche dell’afroamericano e dell’ex-schiavo poi.
Baraka analizza il processo di occidentalizzazione e di “acculturazione” degli africani negli Stati Uniti, processo più veloce di quello che avvenne in luoghi come Haiti, Brasile, Cuba, Guiana, paesi dove tanti africanismi sono sopravvissuti. Negli Stati Uniti dopo solo poche generazioni nacque un individuo quasi completamente differente, il nero americano, e quasi ogni aspetto materiale della cultura africana assunse forme marginali o si estinse del tutto: soltanto la religione (o magia) e le arti non furono completamente sommerse dai concetti euro-americani.
Nella prima parte l’autore analizza come il blues, il jazz e l’adattamento nero della religione cristiana si collegano alla cultura africana, in capitoli che, a grandi linee, esaminano la musica degli schiavi, l’interpretazione delle esperienze, l’indottrinamento cristiano e la religione afrocristiana, (2) le superstizioni, la situazione post-schiavitù, fino alle origini del blues, derivato soprattutto dallo shout e dallo spiritual.
In campo sociale, e quindi in campo musicale, la fine della schiavitù fu determinante, con dirette conseguenze quali il mutamento dei modelli linguistici, la fine dell’egemonia della chiesa cristiana sull’organizzazione del tempo libero dello schiavo, la liberà di condurre (e spesso rovinare) la vita secondo i propri criteri e la nuova libertà di movimento, non solo per la ricerca di lavoro ma anche per la necessità di vagabondare, cominciando così il nero a farsi un’idea di ciò che era l’America oltre i confini della piantagione, insieme all’impellente bisogno di denaro, bisogno totalmente sconosciuto in schiavitù. Nonostante i sottili legami che lo univano alle vicende storico-culturali della massa dei neri americani, il blues diventò l’espressione più evidente dell’individualità dell’afroamericano, della sua vita e storia personale all’interno della società americana.
Il libro è un condensato del tessuto sociale, storico e umano che diede vita a diverse forme musicali nere, sempre legate e condizionate, quando non direttamente scaturite, dal tempo in cui sono nate, e dai cambiamenti in esso contenuti. Insieme al racconto della nascita e dello sviluppo della musica afroamericana nelle sue svariate espressioni, riunite sotto un’unica grande intenzione artistica chiamata Blues, viene quindi esaminato il come e il perché, e la diversa importanza che ebbero eventi epocali come la Guerra Civile, la fine della schiavitù, il trasferimento di massa nelle città del Nord, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, la Grande Depressione: eventi che hanno cambiato e completato la visione dell’America, condizionandone quindi anche il decorso musicale.
Non meno importanti sul piano della coscienza nera furono le situazioni territoriali, e non solo la visione e la distorsione della società bianca americana nei confronti della cultura afroamericana, ma anche i condizionamenti della borghesia nera (nata soprattutto dai predicatori di città), il “Rinascimento nero”, e quanto e perché il blues (nella sua accezione tradizionale) sia rimasto per molto tempo incomprensibile al bianco, a differenza del classic blues (3) e del jazz, i quali hanno fornito inconsapevolmente elementi e mezzi interpretativi tra le diverse caste sociali, tra sottocultura e cultura mainstream.
Le divisioni e le caste erano naturalmente non solo fra bianchi e neri, ma anche interne a entrambe le società, in quella nera con separazioni già presenti in epoca schiavile tra “negro dei campi” e “negro di casa”, tra creoli, mulatti, neri, schiavi, affrancati, Downtown e Uptown a New Orleans, poi tra cittadino e campagnolo, tra il borghese educato desideroso di frequentare gli stessi luoghi e perseguire gli stessi obiettivi dei bianchi e l’operaio analfabeta frequentatore dei rent party.
Se ci fu una sorta di comprensione e “riconoscimento culturale” da parte dei bianchi e degli stessi neri borghesi, e una spinta all’emancipazione, fu proprio grazie agli sviluppi della sottocultura, attraverso le sue forme musicali più genuine ed espressive, nonostante il rifiuto di esse da una parte (borghesia nera) e l’imitazione dall’altra (bianchi americani), involontariamente riuscendo in quell’intento di integrazione da sempre perseguito dalla borghesia nera (scimmiottante la cultura mainstream), anche se questo riconoscimento rimase solo teorico, dato che, nell’epoca del boom popolare del jazz e dello swing (anni 1920/1930, appena cioè i colleghi bianchi appresero la lezione), per i lavori fissi o meglio pagati i musicisti bianchi erano preferiti ai neri.
Il blues che s’ispirava alla tradizione, invece, compreso quello di città e quello suonato dalle big band del Southwest con i grandi shouter, rimase una musica underground, e quindi fondamentalmente nera e senza concorrenza bianca; ciò permise una buona e autentica continuità, un’esclusività, grazie soprattutto alla diffusione dei dischi (4) e della radio: chi faceva quella musica viveva nel ghetto come il suo pubblico. Le grandi case discografiche, disinteressate al blues, dopo la guerra persero il controllo del settore race e quindi nacquero tante indie, e questo fu un altro fattore che determinò il continuum del blues.
Il libro è completo dal punto di vista sociologico, o perlomeno scandaglia in modo appropriato, ma lo è meno dal punto di vista strettamente musicale (del resto il titolo richiama proprio alla “gente”), lasciando poi fuori, a causa dell’epoca in cui è stato scritto, i modelli sudisti di integrazione artistica, quali quelli avvenuti nella musica della Louisiana e nella soul music, e che avrebbero meritato una successiva (negli anni Ottanta-Novanta) integrazione all’opera.
Il blues, come già accennato, è qui trattato come tramite, come aspetto imprescindibile della musica nera e componente essenziale della creazione significativa, omnicomprensivo, non come “genere” musicale a sé stante, in finale focalizzando piuttosto la disamina critica sulla musica di cui l’autore è appassionato, il jazz, in particolare il bebop.
Baraka è bravo a legare insieme le contraddizioni e le utopie, i sogni e le speranze, gli elementi storico/sociali e le vicende umane e artistiche, e per ogni nuova evoluzione musicale nera rendere il substrato che ne vide lo sviluppo e il successo, dando una visione reale del vissuto culturale e umano del “popolo del blues”, visione in apparenza impercettibile e sottile, ma allo stesso tempo forte e chiaramente scritta nelle più belle testimonianze musicali del popolo afroamericano.
Note:
- Nel testo, scritto nel 1963, Baraka usa il termine “nero americano”. Attualmente negli Stati Uniti la definizione ritenuta più corretta è “africano americano” [↩]
- “Lo spirito non discenderà senza canti” è un vecchio detto africano che fu del tutto incorporato nel culto afrocristiano [↩]
- Il classic blues scandisce la nascita dell’esecutore di blues professionista, con Bessie Smith [↩]
- Dischi che non mostravano più la dicitura “race record” – collana spezzata dalla II Guerra ed etichetta non più gradita dai principali acquirenti, i neri – ma “rhythm & blues” [↩]

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