Tuckers’ Blues e Mardi Gras Cafe, Dallas 14.8.2010

Tuckers Blues Club

Tuckers’ Blues, bringing the blues back home

Trovarsi a Deep Ellum è stata una scelta, ma entrare al Tuckers’ ha avuto a che fare con il caso, come un filo invisibile a tirarmi dentro. Certo è che trovare quel filo non è così difficile a Deep Ellum.
Mezzo blocco a est da dove Commerce incontra Good Latimer ogni fine settimana prende forma il tributo a nomi fondamentali del blues e R&B, ma sono i protagonisti sul palco e l’ambiente semplice e accogliente i punti di forza del locale gestito dalle sorelle Tucker, aperto da poco al posto del Blue Cat Blues.
Tocca a Texas Slim scaldare il pubblico e dal punto di vista sonoro ci riesce bene nel senso che invade con un rock-blues aggressivo, meno ci riesce dal punto di vista emozionale. Nonostante il batterista, Steven Richardson, e il bassista, Carl ‘General’ Bush, poi dimostreranno d’essere di stampo blues (credo siano la sezione ritmica della casa), qui s’adattano alle sonorità da power trio nelle vene del suddetto chitarrista e cantante. Esegue brani suoi, ma anche Further Up On The Road.

L’atmosfera s’addolcisce con l’arrivo di Tamara Peterson, versatile cantante soul/jazz/blues, presentata da un’esperta emcee che individuo come una delle due sorelle Tucker (l’altra dirige la sala), la quale con ottima dizione e voce sensuale riassume la storia di B.B. King.
Everyday I Have The Blues è un tributo ben riuscito di Tamara a King, ma poi purtroppo per la maggior parte esegue soul moderno e patinato. Solo più tardi scopro che in casa c’è Lucky Peterson e che Tamara è sua moglie; sarà lei stessa a dirlo invitandolo sul palco, non prima di lasciare Texas Slim in qualità di leader, che poi rimarrà come accompagnatore fino all’arrivo di Peterson.
Probabilmente non avete mai sentito parlare di Sheran Keyton come non ne avevo mai sentito io, però già solo quando la vedo apparire m’illumino perché immagino ciò che potrebbe essere. Non sarà solo la voce strepitosa di Sheran a far piazza pulita, ma anche il suo personaggio: la classica big fat mama tutta-carne-che-si-scuote-sulle-ossa cattura il pubblico e il palcoscenico, catalizzati da questa figura di cantante, attrice e entertainer.
Sheran Keyton, clicca per ingrandire Introdotta con la storia di Etta James, Sheran esordisce con At Last e già qui si nota come tutto il contorno è inutile e potrebbe ben stare da sola, perché tanto si guarda e si sente solo lei.
Se poi il contorno è quello che è, un intimo locale afroamericano istintivamente blues con accompagnatori molto bravi, anche se vicino a lei sembrano sparire, potete capire come sia facile essere coinvolti stando nelle vicinanze della portentosa aura di Sheran. Scordatevi le transenne, gli artisti stanchi dal volo transoceanico e a decine di metri di distanza da voi, con il sonoro che si perde e si sporca prima di trovare la strada alle vostre orecchie. Tiene il microfono a 30 cm. da tanto la sua emissione è dinamica e potente, ed è emozione pura, che lei trasmette facendo un minimo sforzo. Quando arriva su Mustang Sally è l’apoteosi, e tutto il locale canta ride, Sally, ride!.

Una breve pausa non spezza le buone vibrazioni ancora nell’aria. Anzi, per quanto mi riguarda posso metabolizzare il fatto d’esser dentro qualcosa che in Italia, non fosse altro per l’interazione con il pubblico, difficilmente accade.
Il ritorno della blues diva è preceduto dalla presentatrice, la quale ora racconta di Sam Cooke e, come per le precedenti storie, riesce a commuovere perfino me che conosco già le trame dei personaggi, sarà forse merito dell’inflessione suadente, e di parole semplici e dirette.
In una situazione così è evidente che se dalle corde di Sheran arriva A Change Is Gonna Come, una delle più belle canzoni mai scritte, sarà difficile contenere qualche brivido, e infatti piovono a cascata, si sentono tutt’attorno. Non so che mestiere faccia Malcolm per vivere e neppure Mike, entrambi fratelli della cantante chiamati per un paio di canzoni, ma la sorpresa nel sentire le loro voci calde e soulful è grande, anche se dopo l’annuncio della familiarità me lo potevo aspettare.
Emozioni e divertimento, questo è il succo dell’intero set, come quando Sheran inscena una competizione con Malcolm su un brano gospel, simulando la parte della perdente, enfatizzando i vocalizzi del fratello e ridicolizzando i propri.
È tempo che Ms. Peterson torni su per un duetto con Sheran e, nonostante quest’ultima l’adombri anche per il fisique du role, Tamara fa finalmente notare la sua parte blues, compensando l’irruenza e il registro tonante dell’altra con fermezza e un controcanto caldo e armonioso, insinuantesi nelle pieghe della big mama su un repertorio classic blues.
La parte di Sheran è speziata da pose navigate e battute maliziose, interagendo con il pubblico e invitando, con il sostegno dell’altra, a versare quanti più possibili dollari dentro la custodia aperta della chitarra. Scende dal palco, s’infila banconote nella scollatura e si prevede voglia ringraziare a modo suo un ammiratore che per la seconda volta sta donando e, infatti, appena costui s’avvicina lei lo branca e appoggia la testa dell’uomo sul suo grosso petto (sorte che sarà riservata anche a qualcuno di mia vecchia conoscenza!).
Il pubblico esulta, mio figlio è in delirio. Ecco cosa capita a essere direttamente sotto la scena di una blues mama. Accanto al nostro tavolo c’è un’elegante coppia afroamericana che come noi ha un minore al seguito, una ragazzina. La donna, sicuramente una habitué, ci sorride e partecipa attivamente, ballando e lanciando commenti come tradizione vuole.

Lucky Peterson, clicca per ingrandire Sheran s’allontana, rimane Tamara ed entra Lucky Peterson, disinvolto, sciolto e con bella voce in un siparietto con la moglie, mimando una disputa di coppia ancora prima di salire sul palco: è I Don’t Like You But I Love You, dal loro disco uscito da poco.
Lucky, anche organista, sale e imbraccia la chitarra come un attore consumato, e già dalle prime note esce un gradevole distillato blues suonato con parsimonia ed enfasi, molto diverso da come di solito fa quando gioca fuori casa.
Ricordo una bella Dust My Broom ma soprattutto una splendida Tin Pan Alley, e mai situazione m’è sembrata più adatta per sentire dal vivo una delle mie preferite, anche se Deep Ellum non è the roughest place I’ve ever been (nonostante la fama, testimoniata anche dal tradizionale Deep Elem Blues), ma uno dei posti più tranquilli in cui sono stata; di notte c’è d’aver più paura a vagare a Roma o a Milano.
S’avvicina il finale e tutti sono schierati per un medley condotto da Lucky con classici del blues, del gospel e del soul, e brani ruffiani come Superstitious e Pride and Joy; quando finisce rimaniamo tutti esilarati ancora per un po’.
Tamara è seduta su uno sgabello, dall’altra parte c’è il batterista, grosso e abbracciato alla sua ragazza, entrambi con la schiena al muro. Faccio due chiacchiere con Tamara, lei è molto gentile, ma il volume della musica è molto alto e ci urliamo nelle orecchie. Lucky arriva per comunicarle che sta andando fuori un attimo… che bluesman premuroso.
Vorrei salutare Carl Bush (il primo che ho conosciuto fuori dal locale, è stato lui a intercedere per farci entrare con il figlio minorenne) e la proprietaria, l’emcee, Sheran, ma nel buio non riesco a individuare nessuno, così usciamo. Fuori m’attardo per fare una foto, non riesco a lasciare quel posto!
Non siamo ancora lontani e ci sentiamo chiamare: è la signora Tucker che ci vuole salutare, e scopro che oltre a gestire il locale è anche flight attendant per Delta. Che combinazione, mi torna in mente Harlem, perché anche la direttrice di sala di Sylvia’s mi disse una cosa simile.
Ci ringrazia tanto, solo per essere stati lì. È solo la mia seconda notte a Dallas, ed ecco qui.

Mardi Gras Club

Mardi Gras Café, James ‘Sweet James’ Bryant Benefit

Il Mardi Gras Café è sotto un grattacielo in una zona di palazzi e di uffici, un po’ nascosto.
A prima vista sembra solo un bar, poi scopro che è anche un ristorante cajun dal buon nome a Dallas, frequentato durante la settimana come dopolavoro e con esibizioni dei talenti della zona di solito comincianti non più tardi delle 19-19,30, orario comune a molti locali tranne che al venerdì e al sabato, quando i live act iniziano dopo le 21,00. La domenica in genere è giornata di riposo, oppure i locali chiudono entro le nove di sera.
In questo caso è proprio domenica 15 agosto, e infatti non c’è tanto movimento in giro. Sono passate da non molto le cinque del pomeriggio ma stanno già suonando, anche se c’è poca gente.
L’occasione è un jam di raccolta fondi per James ‘Sweet James’ Bryant, un artista noto ai musicisti di DFW, occasionalmente chitarrista ma più volentieri blues supporter e poeta con l’hobby di costruire suggestivi dream catchers.
Al bancone del bar ci sono due file di sgabelli con lo schienale, rivolti verso la scena, e a riscaldare l’ambiente c’è Leo Hull che accompagna un chitarrista-cantante che non conosco (forse James Bryant stesso), alla batteria una donna. Stanno suonando una versione un po’ country di Polk Salad Annie, ed è molto piacevole; siamo circa una ventina di persone compresa la barista e il gruppo, più qualche altro musicista che sta arrivando. È a offerta libera, ma purtroppo il contenitore delle mance alla fine non sarà molto pieno.
L’atmosfera è da private party e anche quando arriverà un po’ di gente permarrà l’ambiente intimo e familiare, sarà che tutti ci sorridiamo come se ci conoscessimo. Oppure forse perché, di lato, ci sono un paio di divani che paiono dismessi da un appartamento, sui quali sono sedute due donne, una anziana e una più giovane, tipo madre e figlia, e più in là altre persone più simili a parenti che ad avventori, o forse sono i gestori del ristorante. Anche quando non sono rivolte verso la scena, stanche di stare girate, le teste delle due donne sembrano seguire la musica, gli occhi guardano nel vuoto per non fissare noi che siamo di fronte, e i piedi battono il tempo. Quest’immagine mi dà emozioni contrastanti; se ne fossi capace la disegnerei, è un insieme di mestizia e serenità.

Arrivano Hash Brown e Miss Marcy, il primo accompagna alla chitarra e la seconda esegue standard come Big Boss Man, ma anche altre meno scontate oltre a classici femminili come Ball And Chain, See See Rider e l’affascinante Why Don’t You Do Right, che ascolto sempre volentieri nonostante l’interpretazione di Jessica Rabbit/Amy Irving sia quella che preferisco. Non dettaglio la scaletta perché ho visto diverse esibizioni in un breve periodo, quasi tutte con più set, e la mia memoria ha scartato ciò che meno l’ha colpita, e poi è valsa la pena anche socializzare, oltre che fotografare.
Tornando a Miss Marcy, buona interprete devota alla tradizione blues, la sento raccontare che il loro amico ‘Sweet James’ è in grande difficoltà perché il residence dove abitava è stato distrutto dalle fiamme, cogliendolo nel sonno. È riuscito a salvarsi “… immaginate che state dormendo, e vi svegliate con i piedi in fiamme e tutto attorno il fuoco…”, ma ha perso ogni cosa, oltre all’appartamento. Come se non bastasse non ha più nemmeno il lavoro, perché faceva il custode nello stesso condominio.
Hash Brown, Mike Morgan, clicca per ingrandire È il turno di Mike Morgan con un bassista, un batterista e l’armonica di Hash Brown, per un set di Chicago blues ispirato principalmente a Junior Wells, con le intramontabili Early in the Morning, Snatch It Back And Hold It e Hoodoo Man.
Il loro atteggiamento da anti-eroi potrebbe tranne in inganno: in realtà entrambi sono ottimi strumentisti prima che cantanti e, pur essendo solisti, non disdegnano di accompagnare altri artisti. È gente che suona senza orpelli, con serietà, che vive di musica ed è molto rispettata in zona. Sono concentrati, diretti, nient’altro che blues, ma sembrano delusi per il poco pubblico e di conseguenza per lo scarso raccolto.
Durante il successivo “cambio palco” (non avviene nessuna modifica sostanziale) ci sono saluti e chiacchiere, poi Hash Brown e Miss Marcy abbandonano perché quella stessa sera suonano al Key’s Lounge di Fort Worth, dove alla domenica si svolge la Diva Night, in cui Marcy inviterà a cantare altre “dive” della scena di DFW.

Dave & Nicole, clicca per ingrandire Torna Mike Morgan con il suo trio a onorare Magic Sam e Lazy Lester (di quest’ultimo, A Word About Women e Sugar Coated Love), buon blues suonato bene, e a seguire riappare Leo Hull con i suoi Texas Blues Machine, virando su vibrazioni più aggressive, decisamente texan rock alla ZZ Top, con brani propri.
Non manca tanto alle nove, orario di chiusura previsto, e mentre m’affliggo della mancanza di Aaron Burton e di Andrea Dawson, la gente comincia ad andarsene. Di Aaron Burton vengo a sapere che è impegnato da Obzeet, altro posticino di Dallas interessante per mangiare e ascoltare buona musica.
Piccola delusione quindi (non se ne ha mai abbastanza), mitigata dall’aver conosciuto una coppia interessante e simpatica, Dave e Nicole Lyles, pittori-decoratori appassionati di blues che passano il tempo libero con i musicisti della zona e ballando.
È lei a esordire dicendo che le ricordo qualcuno di familiare… strano, rispondo, dato che vengo da molto lontano! Lui indossa una maglietta con un ritratto di Joe Jonas, recentemente ricoverato per infarto e che ora sta meglio. Accenno alla serata al Tuckers’ con Lucky Peterson e gli altri, che naturalmente conoscono, e mi dicono che hanno dipinto un murale di Hash Brown a Deep Ellum, poco distante dal Tuckers’.
Da poco mi hanno scritto dicendo che hanno “letto con attenzione” il mio resoconto degli hot spot di DFW, approvandolo, e mandandomi la foto del dipinto, che pubblico insieme ad uno scatto che gli ho fatto mentre ballavano. Non ho resistito, erano così blues.
Hash Brown's portrait

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was last modified: 25 marzo 2015 by Sugarbluz
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