Dr. John @ House of Blues, Houston 20.8.2010

Dr. John Creux

Se per molti europei assistere ad un concerto ha ancora qualcosa di sacro, non è così per certi americani, escludendo le eccezioni del caso (musica colta, evento ufficiale, artista straniero, ecc.), forse perché hanno tanti di quei tesori musicali da non riuscire a onorarli come si deve, un po’ come facciamo noi con le nostre opere d’arte. Limitando la generalizzazione a quest’affermazione e scendendo nel dettaglio, posso dire che non si trovano tracce di riverenza in un House of Blues, sia per l’impostazione commerciale e multipurpose del luogo, sia per il genere di pubblico che vi accorre.
Rimane che nel nostro triste panorama italiano non abbiamo neppure questo tipo di locali “per tutti” in cui occasionalmente trovare nomi di rilievo, e quindi anche una catena come HOB andrebbe e va bene, mentre nello scenario di venue americane non è nient’altro che una scelta. E se quella sera a Houston il pubblico non ha dato il meglio di sé, colui che ha titolato l’evento come “Dr. John & The Lower 911 with Greyhounds” non ha brillato per chiarezza e pertinenza.
Dato per scontato che Lower 9/11 è la band che da qualche anno accompagna il Dottore anche in studio, rimaneva da scoprire chi fossero i Greyhounds. Ebbene, se i Greyhounds sono quelli che si sono esibiti prima di Dr. John (non saprei chi, altrimenti) non vedo il perché di quel “with”, ma soprattutto non capisco come mai abbiano potuto metterli lì e il motivo della loro esistenza come gruppo musicale, che normalmente penso sia un trio.

Quando si presenta il cantante-chitarrista insieme ad un tastierista, e lo vedo trafficare attorno ad un piccolo arnese collegato all’amplificatore e poi lo sento annunciare che, data l’assenza del batterista, la ritmica è registrata, spero d’aver capito male, e penso che non sia possibile. Invece sarà possibile, purtroppo: la batteria è registrata e loro ci suonano sopra, con un risultato che lascio immaginare, e mi domando se era proprio necessario. Per l’ascoltatore no di certo, forse per loro, il che non è un buon segno. Non solo, la musica è brutta e il chitarrista sembra uno che si sta esercitando, tra sbagli e tentennamenti: questo è quanto, per dovere di cronaca.
Non resta che consolarsi guardandosi intorno e attendere l’arrivo di Malcolm John (detto Mac) Rebennack Jr., calato nel personaggio di Dr. John Creux, The Night Tripper da quando negli anni 1960 scomparve colui che è stato ispiratore del suo stile scenico, Prince La La (Lawrence Nelson), autore e cantante R&B fermatosi a soli 27 anni, figlio di Louis Nelson, leggendario chitarrista della città e fratello minore di Walter ‘Papoose’ Nelson, chitarrista per Professor Longhair, Fats Domino, Dave Bartholomew, e maestro di Dr. John prima del suo passaggio al pianoforte (un’immagine pittoresca di Prince La La si trova sulla copertina del primo volume Gumbo Stew, serie Ace Records dedicata alla produzione AFO).
HOB, Dr. John's stage Sul palco attirano l’attenzione un possente set di batteria, un pianoforte a coda e un organo B3, entrambi apparecchiati con i consueti velluti, teschi, oggetti magici, ma anche un meno esoterico orologio. In mezzo ai due strumenti un unico seggiolino, segno che saranno suonati solo dal Dottore.
All’arrivo del viaggiatore notturno è l’organo a essere suonato per primo, e l’esordio con Keep That Music Simple carica subito il pubblico stipato sotto, ma è meglio quando continua con l’intramontabile It Don’t Mean A Thing, irriconoscibile come spesso accade quando Mac tratta brani altrui, con lungo assolo di piano (nel disco è d’organo): una delle poche occasioni della serata per sentire il suono del suo strumento non coperto dagli altri, o forse io sono troppo lontana per riuscire a isolarlo.

Provvede a una ritmica funky-jazz di qualità e al coro una band su misura, tarata da anni di collaborazione, soprattutto per quanto riguarda il bassista David Barard, nome meritatamente noto a N’Awlinz, e il batterista e maestro di cerimonia Herman ‘Roscoe’ Ernest III, (1) entrambi autentica spina dorsale delle sonorità del Dottore, decisamente tinte di fonk, poi il chitarrista non di primo pelo John Fohl, che non mi ha lasciato nessuna impressione, già da un po’ succeduto a Renard Poché (visto a Bologna nella band di Toussaint).
Continuano con Love For Sale di Cole Porter (da In A Sentimental Mood, disco con alcuni dei più bei classici americani interpretati classicamente), Qualified, la sua versione di Classified di James Booker, in questo caso rimasta identica (tanto il suo autore è inimitabile, anche se la particolare vocalità di Dr. John somiglia proprio a quella di Booker), Holdin’ Pattern da Creole Moon, e la super-funky Soulful Warrior.
Una cosa bella è che la scaletta non è scontata e non punta sui brani più noti, a parte un paio di ammesse concessioni come la ballabile Right Place, Wrong Time e la celeberrima Such A Night, tenuta per il finale: a Houston va periodicamente e quindi deve necessariamente variare.
Una cosa brutta invece è che ha così tanto e vario materiale da rendere vana la speranza di sentire le proprie preferite. (Sotto, il balletto del medicine man).
Dr. John, clicca per ingrandire Mac è arrivato ai 70 con una lunga carriera sulle spalle e negli anni Duemila, quando sarebbe normale considerare che dopo più di 50 anni potrebbe non avere più niente da dire, ci ha invece regalato un’altra felice vita musicale, più costante e positiva rispetto a quella degli anni passati, con buoni se non ottimi dischi, come Duke Elegant (tributo a Ellington), il piacevole Creole Moon, il sentito e dolorante Sippiana Hericane, uscito a caldo dopo Katrina, Mercenary, con la sua personalizzazione di alcune composizioni di Johnny Mercer, City That Care Forgot, un’altra riuscita dedica alla sua amatissima città post-Katrina, meno romantica e più di denuncia, ma soprattutto N’Awlinz: Dis Dat or d’Udda del 2004, disco corale e collaborativo che considero il suo capolavoro degli anni 2000, così come Goin’ Back To New Orleans lo è degli anni 1990 e Gumbo degli anni 1970.
Nel 2010 è invece uscito Tribal, altro disco ben riuscito e ben rappresentato in questa occasione con la lirica e bluesy Lissen At Our Prayer, la travolgente rumba jazzy di Only in Amerika, il miscuglio tra R&B e jazz di Feel Good Music, la title track, e la sinuosa Music Came, che ricorda certo buon jazz avant-garde dei 1960/1970, bellissima e con lo zampino dell’uomo a cui Dr. John deve molto, l’iniziatore delle produzioni AFO, Harold Battiste, e cantata con voce calda da David Barard.

Un’altra cosa buona è che la band conosce così bene la musica di Dr. John da tessere un perfetto accompagnamento, però anche qui c’è il rovescio della medaglia e cioè che l’effetto è un po’ quello di un compito ben fatto ma esente da emozioni e comunicativa, carico di routine, e Mac non ha brillato per partecipazione: non ha pronunciato una parola, ha tenuto la testa bassa come un impiegato sul lavoro desideroso di finire al più presto, e non ha alzato lo sguardo nemmeno una volta, neanche per un saluto prima d’andarsene; forse il fatto di vedere poco il volto ha giocato in questa mia sensazione di distacco.
Dr. John and Lower-911, clicca per ingrandire Nella foto a fianco sono visibili i simboli rappresentanti lo slogan delle House of Blues: “Unity in Diversity”. La posizione in balconata non è l’ideale, non ho una buona visuale e la lontananza non aiuta il coinvolgimento, tanto più che il suono arriva sporco, insieme al frastuono della gente di sotto e delle persone al bar, nonostante la faccenda qui potrebbe (e dovrebbe) essere tranquilla, dato anche il prezzo del biglietto.
All’inizio la balcony è piena, ma non stipata, poi diverse persone lasciano il posto. Tra gli abbandoni e la cameriera che gira in continuazione tra le poltrone la situazione peggiora sempre più e come se non bastasse in un paio di posti dietro, poco distanti dal mio, si piazzano due maleducati di mezz’età che non solo si stravaccano appoggiando i piedi sulle poltrone vuote davanti, come se fossero nel loro salotto già mezzi ubriachi e con in mano altre bevande, ma anche conversano tranquillamente tra loro, a voce altissima. Una signora bionda, madre di un’adolescente americana glamour, cerca di attirare la loro attenzione per dirgli di smetterla, ma questi nemmeno se ne accorgono; vorrebbe allora coinvolgere me, dato che sono in mezzo ai due fronti e a loro portata di mano, ma io non dico alcunché ai due energumeni, soprattutto perché non mi va di volare di sotto, eventualmente. L’irrequieta famiglia hollywoodiana (4 persone) cambia posto (poi, li vedrò cambiare ancora), io invece rimango ad aspettare che i due si esauriscano da soli, come infatti succede dopo una quindicina di minuti. Insomma, una situazione da stadio che non mi ha permesso di capire molto di quello che è avvenuto sul palcoscenico: meno male che almeno l’amata e provvidenziale Goodnight Irene l’ho potuta gustare.
Dr. John, clicca per ingrandire Da City That Care Forgot estrae la più che attuale Black Gold, mentre l’ipnotica I Walk on Guilded Splinters risale al primo disco, ma non risalta in mezzo al baccano. Il passaggio alla chitarra, fatto più per concessione al pubblico che per necessità, riserva un medley interessante tra una Mojo Hand rallentata, che non avrei riconosciuto se non fosse stato per le parole, e One Dirty Woman: il suo approccio alla sei corde è piacevolmente bluesy.
E a dimostrazione, ce ne fosse ancora bisogno, che i suoi intenti d’inizio carriera non sono affatto cambiati, e che ancora e sempre di più lo si può considerare come ambasciatore della città di New Orleans, ecco arrivare il suo ruvido growl da cerimonia voodoo, con le parole They call me Dr. John, known as the Night Tripper. Non è solo l’incipit di Gris-Gris Gumbo Ya Ya, e nemmeno solo l’attacco del suo album d’esordio Gris Gris (anche se era già sulla scena come produttore e sessionman da molti anni), piuttosto fu il biglietto da visita del suo personaggio evocato al mondo intero, dopo che un riluttante Ahmet Ertegun alla fine decise di rischiare e pubblicare lo strano disco, strano perfino per gli anni Sessanta. Del resto, non poteva che essere intriso di atmosfere magiche il primo prodotto di uno che come nome d’arte aveva scelto quello di un misterioso medicine man della New Orleans di metà Ottocento. Il concerto finisce con le note di Such A Night e qualche ragazza sul palco a ballare, su invito del batterista.
Cresciuto all’ombra di James Booker e Professor Longhair, e di una civiltà musicale unica al mondo, ancora oggi Dr. John-the Night Tripper ha i piedi immersi nell’intricato Bayou, ed è portavoce e interprete di quello che New Orleans e la sua cultura rappresentano per lui, e per chiunque non possa fare a meno di esserne catturato.

Note:
  1. Purtroppo Herman Ernest è scomparso il 6 marzo 2011 a causa di un tumore, dopo un’onoratissima carriera nella musica di New Orleans. []
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