James Booker – Spiders on the Keys

James Booker, Spiders on the KeysAt one point Earl King exclaimed, “I’m watchin’ this shit man, but I can’t believe it. This is too much”. Ha! Ha! The best is still yet to come, buddy. Wait till you pick up on the entire LP by His Highness, namely James Carroll Booker III. Unique distinction has never known nor visited a more worthy servant. New Orleans finally decided to make an enormous gift to the world of sight, sound and emotion in the form of that “little old walkin’ powerhouse” who happens to be Little Ol’ Me. (1)
Ecco un caso in cui parlare di musica può diventare difficile, se ad esempio si volessero descrivere non tanto la sua qualità fisica quanto le sensazioni e le emozioni che produce.
Qui siamo nel campo della pura astrazione e gli effetti sono talmente personali che potrei addentrarmi in una pericolosa autoanalisi, da allontanare con sospetto per non correre il rischio di concettualizzare qualcosa che è meglio lasciare allo stato liquido, imprendibile. Adoro tutti i momenti in cui J.C. Booker III ha lasciato liberi i suoi “ragni” sulla tastiera, soprattutto da solista, ma questo disco in particolare è uno dei pochi che non entrano mai nello scaffale; sta sempre fuori, sempre pronto per aiutarmi a dialogare con l’oltremondo.
Sono registrazioni catturate dal vivo a casa sua, il Maple Leaf Bar di New Orleans, una bettola che aveva una lavanderia sul retro al 8316 di Oak Street nel quartiere Uptown, in cui dal 1977 al 1982 fu il pianista fisso del lunedì sera, e per questo reperto dobbiamo ringraziare il suo manager John Parsons che ha suddiviso il materiale tra questo e un altro bel disco, Resurrection of the Bayou Maharajah.

Se nel bellissimo New Orleans Piano Wizard: Live! c’è il difetto dei generosi ed entusiasti applausi svizzeri (sono fastidiosi perché tenuti a volume troppo alto e si trovano a ogni fine e inizio brano procurando una frattura), qui ci sono il vociare e lo scarso plauso americani. Tutto ciò andrebbe tolto dai suoi dischi, tranne naturalmente quando è lui a dialogare direttamente con i fortunati spettatori James Booker(in fondo, era proprio un modo di chiedere attenzione), e allora anche loro entrano nella creazione.
Per la maggior parte sarebbe il silenzio la condizione ideale in cui ascoltare le sue gemme, non perché sia roba pretenziosa e chieda particolare concentrazione, ma per non disturbare quel flusso musicale misterioso e non perdere nemmeno una parola, espressa in quel suo modo unico di cantare, carico di gioia e ironia come di infinita malinconia e solitudine.
Nel primo articolo su Booker ho raccontato fino al 1976, quando esce il suo primo album in studio, Junco Partner, che accoglie i favori della critica e del pubblico da ambo i lati dell’oceano, e il pianista riparte per un tour promozionale europeo dopo esser già stato nel vecchio continente l’anno prima grazie a Norbert Hess.
Negli ultimi anni di vita J.C. è registrato spesso in Europa, sempre dal vivo, come se gli addetti ai lavori volessero catturare qualcosa d’importante che si percepisce come non duraturo, da fermare al volo senza l’impegno di volontà, tempo e denaro di uno studio discografico, dimostrando lungimiranza, ma anche una limitata commercializzazione del materiale, che poi però aumenterà una volta tornato a casa. In sostanza si ripete la storia di altri artisti afroamericani in Europa negli anni 1960/1970: snobbati o sottovalutati nel proprio paese, qui invece trovano un pubblico preparato e un ambiente accogliente e caloroso.
La prima registrazione live europea ufficiale credo sia quella di fine ottobre 1976 all’Onkel Pö’s Carnegie Hall di Amburgo, e di conseguenza escono i dischi The Piano Prince Of New Orleans e Blues and Ragtime From New Orleans, per Aves.
Tornato negli USA si sottopone ad una cura clinica con metadone che riesce a portare a termine con buoni risultati, e in effetti tra il 1977 e il 1978 vive un buon e intenso periodo.
Di nuovo in tour in Europa, il 29 ottobre 1977 è registrato dal vivo a Leipzig, Germania dell’Est, alla Karl Marx Universität, ma solo nel 1991 esce il disco relativo (Let’s Make A Better World!, Amiga 001-91), con l’importanza storica d’essere l’ultimo prodotto nella DDR. Fa diverse apparizioni anche nei club britannici e un’altra registrazione live è Manchester ’77 (uscito nel 2007), anche questo registrato in ottobre, al Lake Hotel di Belle Vue a Manchester con il chitarrista inglese Norman Beaker.

Con la partecipazione al Boogie Woogie and Ragtime Piano Contest di Zurigo nel novembre 1977 lascia dietro di sé successo di pubblico e altre registrazioni, e il risultato è il bell’album che esce con il titolo di James Booker Live! per l’etichetta svizzera Gold Records (LP 11035), ripubblicato nel 1983 su LP per il mercato americano da Rounder Records e nel 1993 su CD definitivamente come New Orleans Piano Wizard: Live!
Il vinile vince il Grand Prix du Disque de Jazz come miglior album live del 1977, permettendogli di continuare ad esibirsi in Europa anche nel 1978 al Nice Jazz Festival e al noto festival di Montreux. Di quest’ultimo esiste materiale visivo non pubblicato e nella home page di questo sito potete trovare il collegamento per firmare la petizione che ne chiede la pubblicazione.
Quando torna dagli impegni europei è un uomo cambiato, rimanendo molto a New Orleans e partecipando a sedute di registrazione per altri artisti, come si può leggere nell’articolo precedente. Smette di indossare mantelle stravaganti e bende sull’occhio, ma soprattutto la condizione mentale peggiora. Fa diversi controlli al Charity Hospital – il suo personale St. James Infirmary – e al volgere degli anni 1980 s’esibisce sempre meno.
James Booker IIIHa però ancora il lavoro fisso al Maple Leaf Bar, dove spesso può contare sulla fedeltà di John Vidacovich alla batteria, James Singleton al basso e Alvin ‘Red’ Tyler al sassofono ma, dipendendo dal suo stato, non sempre gli spettacoli riescono. Quando riescono, le sue performance sono come in questo disco e Resurrection, contenenti diverse registrazioni di solo pianoforte e voce effettuate al locale tra gli anni 1977 e 1982; la differenza tra i due è che Spiders è totalmente strumentale, ma entrambi sono due stupendi gioielli all’interno della discografia di Booker, non solo di quella su Rounder Records che è in ogni caso da avere (4 dischi).

La difficoltà di raccontare la sua musica con le parole, in contrasto con la facilità con la quale si fa amare, si ha già dalla prima, lunga tirata di Papa Was A Rascal, qui con resa differente da quella di Resurrection, non solo perché là è cantata. Si nota uno degli stili delineati da George Winston nelle note di Junco Partner, e cioè quello trasposto dall’Hammond, con una rada linea di basso sulla stessa ottava e la mano destra costantemente andante, supportata da grappoli di ritmica discontinua. Il risultato è una sensazione di profondità e mistero, mentre si è letteralmente trascinati da un’ondata di passione che accende l’immaginazione e i sensi fino a quando, sul finire, si è interrotti da un rumore metallico, forse di un vassoio che cade piatto per terra, come una piccola sciabolata che ci riporta al mondo oggettivo.
Il brano è suo, e in Resurrection si può sentire quello che qua è nascosto, un testo semplice e bizzarro cantato in mezzo falsetto che pare uno di quei lunghi monologhi sulla CIA coi quali intratteneva il pubblico nelle serate no, con accenni alla mafia italiana e al Ku Klux Klan inseriti nel suo contesto famigliare.
Dal punto di vista del genere invece è puramente bookeriano, come l’intero disco: pensate ad un’unica immagine e come in un patchwork unite un bordello, una chiesa, un piccolo chicken-shack di legno con il pavimento che rischia di crollare sotto il peso di un piano verticale e il battere dei piedi, e un salotto settecentesco con un Mozart nero e bendato, a volte distratto, ridanciano e dialogante, a volte cupo, lucido e assorto, che mostra il suo talento a signori con la parrucca suonando una musica che non conoscono e che sembra aver inventato lui, lasciando tutti a bocca aperta. Che dica cose come There was a sweet white woman / Down in Savannah, GA / She made love to my daddy / In front the KKK, o che come qui si lanci in un assolutamente sensato solo pianistico dettato dall’umore del momento, è sempre totalmente credibile.

Ho già detto di essere più affezionata alla Sunny Side of the Street di New Orleans Piano Wizard: Live!, ma questo classico da commedia musicale newyorchese (della coppia Jimmy McHugh e Dorothy Fields) è sempre bello comunque J.C. lo metta giù, qua in una versione più veloce e frizzante.
Per la parte melodica potrebbe essere stato ispirato da Errol Garner (basta sentire la sua versione su Savoy Records), probabilmente il pianista jazz che lo ha influenzato maggiormente, almeno per quanto riguarda la mano destra. Anche qua i sapori sono molteplici e sono cucinati a puntino, c’è il jazz urbano con spunti be-bop tanto come lo stride blues piano dei pianisti della Louisiana e del Texas.
Favolosa è la versione cantata di So Swell When You’re Well in The Lost Paramount Tapes, con la band di Dr. John (senza Dr. John), così tipicamente neorleansiana e gioiosa, caratterizzata dal suono particolare del “pianoforte giocattolo”. (2)
Quando avrete doverosamente sentito quella potrete godere anche di questa, molto diversa, in cui evidenzia la sua incredibile mano sinistra divisa in due, con la quale tiene un ritmo ad accordo fisso e contemporaneamente una linea di basso sincopata, mentre la sorella vaga tra deliziose ed evocative melodie che gli sfuggono dalla testa alle dita.
Pesca ancora nel teatro newyorchese tramite una scrittura di Ric Marlow e Bobby Scott, A Taste of Honey.
Con un’introduzione classica, il brano poi fluisce nel lirico e sensibile mondo di J.C., dolcemente leggero e intenso, fino a scavare dentro l’amarezza di cose perdute che non torneranno; ecco che arrivano gli effetti collaterali dello stato di inquietudine o di beatitudine di cui è impossibile parlare.
He’s Got the Whole World in His Hands è l’orecchiabile tema di uno spiritual tradizionale (nel repertorio di Mahalia Jackson) che rimanda alla sua educazione cattolica. Neanche due minuti e mezzo che mostrano il lavoro delle sue incredibili mani e la ricchezza degli incastri armonici, ritmici e melodici dei suoi solo; da una parte procede con la scansione e percuote le corde del piano con accordi gutturali e sincopati, dall’altra esegue eleganti e articolate rincorse boogie-woogie influenzate dalla musica classica, distillando veloci note cristalline.

Se episodi come He’s Got the Whole World possono rappresentare il mito di Apollo, la divinità che scende dal cielo in terra e diventa uomo, il sogno triste di Gonzo, Gonzo’s Blue Dream, può evocare il suo complemento, il Dioniso che nasce uomo e diventa divinità. Dalla luce all’ombra, qui si è investiti dalla bellezza romantica, intima e diafana della sua personalità artistica, e sembra quasi impossibile che tutto ciò sia potuto sbucare dalla strada sporca, in un bar di quartiere, come una sorta di paradiso che si apriva ai fortunati visitatori che varcavano la soglia, con la stessa casualità di quando invece assistevano alla sua caduta nell’inferno, in quei cinque-sei anni in cui vi ha trovato rifugio. Il sogno di Gonzo si poteva materializzare o no, ovunque o da nessuna parte, perché non esisteva di per sé, era fatto reale solo nel momento in cui il suo corpo riusciva a unirsi con il suo spirito.
La mia preferita qua è la terrena e tersa Eleanor Rigby, diventata sovrannaturale e senza più gravità nel perseguire il sogno di un ideale classico. Immensa, randagia, originata dalle povertà e solitudini umane che aspirano al celeste, in uno squisito volo pindarico che nel suo divenire non spreca un solo centesimo di secondo e di senso, e non lascia scampo. Un tema rubato a Lennon/McCartney e restituito avvolto nel suo personale, brillante realismo magico: di solito a questo punto ho già varcato la soglia del mondo ultrasensibile.
Certamente il conturbante sesto movimento della Suite Andalusa di Ernesto Lecuona, Malagueña, pur nella sua fluida e corposa carnalità, non ammette di scendere giù, prima come al galoppo di un cavallo alato, e poi plananti sopra quel mondo rumoroso e stanco che si è appena lasciato. Il finale è a vostra discrezione, scegliete tra immortalità e caducità, se rimanere plananti o cadere giù. Il brano per metà è rovinato dal rumore del pubblico, che forse in tema di evocazioni spagnole pensa d’essere alla corrida, mentre Booker viaggia nel suo misterioso mondo, erratico e fulgido, né triste né allegro, oltre, semplicemente vivo e fertile di emozioni indescrivibili pericolose e affascinanti. Piano Salad è il nome dato dai compilatori a questo estratto da un flusso di coscienza improvvisato in origine lungo 30 minuti e che mai più si ripeterà uguale, perché frutto di quel momento. Mescola diversi caratteri musicali passando dal pensoso al focoso, dal jazz alla saloon music e ragtime, dal boogie al blues.

Prende ancora dalla grande tradizione popolare di Tin Pan Alley degli anni 1920/30 con Little Coquette di Gus Kahn e Walter Donaldson, il cui vero titolo è Yes Sir, That’s My Baby, una canzone che ha avuto una lunga lista di interpreti (qui è accreditata a Barney Young [Byron Bradley]).
È un brano per orchestra da ballo nelle sontuose feste dei bianchi dell’alta società,Yessir, that's my baby fondamentalmente un charleston, la musica tipica degli Anni Venti del secolo scorso, qui un travolgente honky-tonk di nuovo mostrante non la “tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita”, bensì la più rassicurante ma altrettanto sorprendente “tecnica esplosiva delle tre mani”, il suo marchio di fabbrica.
J.C. non poteva che trattare in modo elegiaco il meraviglioso tango di Besame Mucho, un colpo basso perfino troppo facile da parte di chi ha pensato d’inserire questo brano trascendentale tra le tracce del disco, rientrante nell’estesa visione e ispirazione musicale di Booker, come mostra anche Tico Tico.
La maggior parte degli italiani conosce il motivo solo per averlo sentito trasfigurato in una nota pubblicità di mentine, ma il brano originale risale al 1917 e fu composto dal brasiliano Zequinha de Abreu. Delicato, armonioso, idilliaco, può diventare un difficile campo di prova per qualsiasi musicista tanto quanto può invece sublimare al massimo un artista acuto, sensibile e tecnicamente ineccepibile come Booker.
Torna alla tradizione nordamericana e in particolare a Tin Pan Alley con Over the Rainbow, il classico di Harold Arlen riportato qui in solo due minuti e mezzo di infinita mitezza, e proprio la breve durata di questa chiusura, insieme al carattere aereo e paradisiaco, sembra sia occasione per stendere un velo trasparente e leggero sopra di lui, come un sipario che si chiude delicato ma inesorabile su una scena che non tornerà più, come se qualcosa spegnesse per sempre la luce o soffiasse sulla flebile candela che teneva acceso il barlume del suo genio e lo portasse via, “oltre l’arcobaleno”.

Come ha detto Toussaint a proposito del suo canto prosaico (che trovo potente, unico e insostituibile) sommato alla sua vita nei bassifondi, risalta il contrasto con la piena padronanza dello strumento e la capacità di regalare emozioni in modo mirabile e poetico.
Altalenante tra attimi di estroversione contagiosa e altri di chiusura totale, tra lucidità e follia, nell’ultimo periodo passato al Maple Leaf a volte si rifiuta di suonare lanciandosi in monologhi deliranti, spesso incentrati sulla legalizzazione della droga. Oppure interrompe di colpo l’esecuzione e se ne va barcollando o, peggio, offre spettacoli disgustosi, come quando vomita sulla tastiera del pianoforte; il pubblico comincia a non farsi più vedere.
In mezzo a questo ci sono momenti sublimi e di totale trionfo, come il concerto tenuto sulla nave President nell’ambito del New Orleans Jazz Festival del 1981, dove finisce il suo favoloso set tra fragorosi applausi e richieste di bis, dopo che il pubblico ha assistito attento, ammutolito dal suo talento; lui riceve gli applausi in piedi, s’inchina e con calma esce dalla scena.
Dal paradiso all’inferno solo due giorni dopo, quando vagante nel quartiere francese, borbottando tra sé frasi incoerenti e indossando l’abito elegante del concerto sporco di vomito, è recuperato dalla polizia e mandato al reparto psichiatrico del Charity; facile fare un paragone con Buddy Bolden, colui che nel mito collettivo è considerato il capostipite del jazz di New Orleans, rinchiuso in un istituto per malattie mentali.
Nel 1982 Rounder Records decide di registrare J.C. in studio e il produttore Scott Billington con coraggio dà il via alla pre-produzione, anticipando il costo di tre giorni agli studi Ultrasonic (nel 2005 distrutti da Katrina, lo stesso studio in cui sono state trasferite analogicamente le tracce del Maple Leaf).

Una settimana prima della data prevista per l’inizio delle sessioni Booker subisce un colpo apoplettico o forse un attacco epilettico, collassa e viene ricoverato al Charity. Le sue condizioni peggiorano e Parsons lo fa trasferire al Southern Baptist Hospital, dove viene accertato che il suo fegato è irreparabilmente danneggiato dall’abuso di droga e alcolici, e che anche solo un altro goccio può portarlo alla morte.
A sorpresa J.C. si riprende prima del previsto e si dimostra entusiasta di cominciare a registrare, il 18 ottobre 1982. Il primo giorno, però, è caos totale.
Booker non ne vuol sapere di fare i brani previsti e già provati dalla band, i tre bravi musicisti sopra citati che lo accompagnano al Maple Leaf, e si mette a suonare frammenti di musica classica e jazz, costringendo i suoi a seguirlo al volo. Come se non bastasse, all’ospedale ha perso la sua protesi dentale e non riesce a cantare né a parlare. Secondo il racconto di John Parsons, ecco come la faccenda si risolve:

Non c’era tempo per fare un’altra protesi. Allora misi un annuncio sul Times Picayune: “Ricompensa per chi trova una dentiera persa nel Quartiere Francese”. Nessuna risposta. Caso volle che andammo a casa di Booker per prelevare alcuni suoi effetti personali e, mentre rovistavamo nel cassetto del suo comò, trovammo, sotto un calzino sporco, una luccicante dentiera nuova di pacca, con la stella d’oro sul dente frontale destro. Qualche mese prima, quando a J.C. fu fatta la nuova protesi, il dottore aveva fatto un terribile sbaglio mettendo la stella d’oro sul dente destro invece che sul sinistro, da qui il paio in più. Così, se il dottore non avesse messo la stella sul dente sbagliato, l’album Classified non sarebbe stato fatto. (3)

Ritrovati i denti, il secondo giorno è ancora peggio. Booker non suona per niente e si rifugia in un angolo dello studio a fissare il muro, poi telefona a Cyril Neville e a Earl King chiedendogli di venire in studio, ma quando arrivano ignora anche loro. Billington e ‘Red’ Tyler provano pure a sollevarlo di peso e a metterlo seduto al pianoforte, ma niente da fare. A quel punto, dal giorno prima sono solo tre le tracce pubblicabili in mano al produttore, che decide di rinunciare: è Tyler a convincerlo di dare a Booker un’altra possibilità.
Il terzo e ultimo giorno avviene il miracolo. Billington lo trova addirittura un’ora prima davanti alla porta d’ingresso degli studi, pronto a registrare come se niente fosse. Chiede solo al produttore se gli può sedere accanto mentre esegue i brani da solista, e quando arriva la band registra anche i brani con loro tranquillamente. James Booker all'epoca di Classified
Quel giorno trova lo spirito e la forma giusti per mettere giù in sole quattro ore più di quello che è il contenuto del suo secondo (se si esclude The Lost Paramount Tapes, uscito diversi anni dopo la sua morte) e ultimo disco in studio, Classified, un altro capitolo molto bello e spontaneo che non può mancare nella collezione. Un disco maturo dove Booker è sé stesso, ricco e comunicativo, capace di divertire e affascinare con i suoi favolosi boogie, stride piano e ragtime, come ad esempio nella rocambolesca, puramente neorleansiana Baby Face, magistralmente accompagnato dai suoi, o di far commuovere e pensare già dalle prime note di Swedish Rhapsody, Angel Eyes o If You’re Lonely.
Due giorni dopo sparisce. Parsons lo cerca al Maple, al suo appartamento nel quartiere francese, perfino all’obitorio e alla fine in prigione, dove si trova per disturbo della quiete pubblica: lo tira fuori il sabato pomeriggio e di sera al locale fa una delle sue migliori performance.

Nel 1983 cerca di condurre una vita più regolare, ottiene lavoro al Municipio come impiegato addetto all’archiviazione dati, adorando battere sulla tastiera del computer (ottimo esercizio per le dita), ma presto ricomincia a bere nonostante la malattia al fegato, e perde il lavoro.
Può ancora esibirsi al locale, però sempre più spesso non riesce a causa delle precarie condizioni fisiche e mentali. L’ultima sua performance è il 31 ottobre 1983 davanti ad un pubblico di 5 persone, e in quest’ultima occasione Jim Gabour lo filma. La registrazione viene trasmessa sulla rete televisiva locale Cox Cable e parte di questa, un’improvvisazione di sei minuti e mezzo, Seagram’s Jam, appare nel film di Gabour, All Alone with the Blues.
Alla serata successiva, prevista per il 7 novembre, non si presenta.
La mattina dopo, 8 novembre 1983, in un piccolo bar in Orleans St. prende una dose di cocaina di bassa qualità e collassa. Qualcuno lo porta al Charity e lo lascia nella sala d’aspetto del pronto soccorso su una sedia a rotelle, dove rimane senza essere notato per almeno mezz’ora; quando viene avvicinato è già morto d’infarto a causa di insufficienza polmonare. Aveva solo 43 anni. Il suo funerale non è come un tipico funerale di New Orleans, poca gente partecipa e ci sono pochissimi fiori, fino alla sepoltura al Providence Memorial Park a Metairie.
Tra tutti i soprannomi che gli furono dati e che si diede (come Gonzo, The Bronze o The Black Liberace, The Piano Pope, The Ivory Emperor, Little Chopin, Little Booker), The Bayou Maharajah è bello ed evocativo, ma The Piano Prince e Music Magnifico sono quelli che preferisco. Un magnifico principe della musica moderna, un caso unico isolato da tutto e tutti, e magnifico non solo in riferimento alla bellezza della sua musica, ma con la M maiuscola come titolo onorifico che si dovrebbe leggere nella vasta letteratura sul blues e dintorni, dove invece è quasi mai citato a meno che non si parli della musica di New Orleans.
Un lungometraggio sulla sua vita intitolato Bayou Maharajah è in via di produzione e dovrebbe essere rilasciato nel 2012, ma al momento è fermo per mancanza di fondi. Qui si può vedere il trailer e partecipare alla raccolta fondi. (4)

Numerosi gli aneddoti su di lui, soprattutto riportati da Earl King e a riguardo della sua mente fotografica, che gli permetteva di suonare a memoria o di leggere lo spartito una sola volta eseguendolo poi senza averlo sott’occhio, impressionando musicisti come Sam Cooke o Jimmy Smith.
Carichi di nostalgia e affettuosi sono i ricordi di chi gli fece da produttore o da manager, anche se sul momento si trattava di sopportare le sue piccole follie. Tipo John Parsons, a cui Booker telefonava (sempre con chiamate a carico del destinatario) a ogni ora del giorno e della notte. Spesso gli chiedeva di vederlo: «Prese l’abitudine di spendere 20 dollari di taxi dal quartiere francese al mio appartamento di Uptown per farsi prestare 30 dollari. Andò avanti per mesi». (5)
Le telefonate non erano risparmiate neanche a Scott Billington, tipo su elaborati piani per farsi estradare a New Orleans dalla polizia di Las Vegas (quando era pendente dall’accusa d’aver violato la libertà condizionale), o affermando d’aver qualcosa d’urgente da dire dimenticandosene all’istante, salutando e poi richiamando subito dopo per affermare quanto sarebbe stato meraviglioso se avessero potuto andare insieme a navigare sul lago Pontchartrain.
Io dico che bastava ascoltare anche solo la divina Gitanarias da Resurrection per perdonargli ogni eccesso.
Thorny Penfield, un suo amico scrittore, nelle note a questo disco ha ricordato l’ultima occasione in cui andarono in barca insieme sul Pontchartrain:

James was at the wheel, which he had correctly mistaken for a Steinway grand. His shirt was off and his chin was into the wind and he looked like a scrawny burnt chicken. And he turned to me and smiled the realest non-grimace, the truest of non-smirks, the most loving of smiles, and he said: “Therny”, the N’Awlins way with my name, “Therny, I’m jammin’ with the wind, man. I’m jammin’ with the wind”.

James Booker's piano

(Fonti: Jeff Hannusch, I Hear You Knockin’, The Sounds of New Orleans Rhythm and Blues, Swallow Publications Inc., 1985; Illustrated James Booker Discography; Note a James Booker, Spiders on the Keys, Rounder Records, 1993 (vari autori); Per il racconto della sessione Rounder Records, v. anche intervista di Rick Clark a Scott Billington, Rounder VP makes music for the soul, sett. 2006)


Note:
  1. The Late (Great) James Booker, New Orleans, 1976, dalle note di Junco Partner. []
  2. Per la registrazione negli studi Paramount di Hollywood, Booker ebbe la possibilità di scegliere tra una ventina di pianoforti a coda allo Studio Instrument Rentals (S.I.R.), paradiso degli strumenti giusto di fianco a Paramount, ma scelse una spinetta modificata per ottenere un suono honky-tonk. Il produttore tentò invano di convincerlo sull’uso di un pianoforte. Il risultato si può sentire nel disco: Booker la fa suonare divinamente, come un moderno Mozart sul clavicembalo, e già solo per questa particolarità The Lost P.T. è un disco da avere. I suoi accompagnatori sono tutti di New Orleans, John Boudreaux, ‘Didimus’ Washington, Alvin ‘Shine’ Robinson, Jessie ‘Ooh Poo Pa Do’ Hill, David Lastie, a parte il bassista David Johnson. []
  3. John Parsons, note a Spiders on the Keys. []
  4. Aggiornamento: il film è poi uscito nel 2013. []
  5. John Parsons, ivi. []
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3 commenti per “James Booker – Spiders on the Keys

  1. 15 giugno 2012 alle 15:39

    Interessante anche la seconda parte… Complimenti!!!

  2. Roberto Sanna
    20 aprile 2013 alle 18:01

    Ci tengo a fare i complimenti all’autrice. Nelle mie peregrinazioni nel mare magnum del web mi sono imbattuto per caso in questo luogo contraddistinto da una competenza, da una sensibilità e dalla capacità non comune di condividere le proprie non comuni conoscenze ma soprattutto le incredibili emozioni che la musica, quella vera, a prescindere dal genere, è in grado di darci.
    Ancora complimenti, Sugarbluz, continua così, ormai per me sei un punto di riferimento e il tuo sito è veramente una miniera di informazioni e soprattutto un posto dove il blues è più vivo e vitale che mai perchè la buona musica, come tutta l’arte vera, è sempre fresca e nuova, fuori da stupidi canoni temporali.

  3. Sugarbluz
    20 aprile 2013 alle 21:52

    Grazie. Sono in imbarazzo :)

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