Lazy Lester – Blues Stop Knockin’
| 12 dicembre 2011 | Pubblicato da Sugarbluz in Dischi, RECENSIONI |
«My retirement – it’s a long story, and I usually like to leave it that way».
Riprendo la vicenda di Leslie Johnson, in arte Lazy Lester, con queste sue parole retrospettive riferentesi al 1966 quando, stanco dello show business, lasciò il mondo della musica per ritirarsi a vita privata.
Intorno al 1969 si trasferì a Chicago, dove il bluesman di Detroit Johnny ‘Yard Dog’ Jones ha ricordato d’averlo visto suonare l’armonica nel parcheggio di un negozio di liquori, nel south-side. Di certo non un luogo degno, ma a quei tempi si manteneva facendo il camionista per North American Van Lines, una compagnia di trasporti.
Tuttavia Lester non sopportò a lungo il freddo inverno, così tornò in Louisiana al suo vecchio impiego di taglialegna:
«Usare la motosega, quello era il mio lavoro! La motosega in una mano e la canna da pesca nell’altra».
All’inizio dell’articolo I Hear You Knockin’! c’è il racconto di quando Fred Reif e Lightnin’ Slim andarono alla stazione dei bus di Pontiac, Michigan (dove allora viveva Slim, non lontano da Detroit e Ann Arbor), a prelevare Lester: Reif aveva riscoperto Lightnin’ Slim solo un anno prima, ingaggiandolo poi per l’University of Chicago Folk Festival del 1971, svoltosi alla fine di gennaio.
Fu Lightnin’ a reclamare la presenza di Lester e, dato che Slim sapeva come mettersi in contatto con il vecchio amico, Reif gli mandò il biglietto per la corriera. I due fecero il festival ed uno spettacolo al Chessmate a Detroit, e Lester rimase a Pontiac fino al 15 marzo di quell’anno, prima di tornare a casa, Baton Rouge.
Nel 1972 Reif ricevette un telegramma da Jim Simpson, un promoter inglese di Birmingham interessato a ingaggiare la coppia per un tour in Inghilterra ed Europa, ma fu costretto ad andare solo con Lightnin’, non riuscendo a trovare Lester. Se avete letto l’articolo Swamp Blues, già sapete che lo stesso capitò a Terry Pattison un paio d’anni prima, quando lo cercò per farlo suonare in quel disco. La differenza, probabilmente, fu che quando lo cercarono dal nord lui si trovava al sud, e quando lo cercarono dal sud, lui era al nord.
Nel 1975 Lester tornò a vivere a Pontiac su richiesta di Tillie Murray, sorella di Slim Harpo rimasta vedova.
Non aveva intenzione di rientrare nel mondo della musica e, quando s’ammalò, il suo ritorno apparve ancora più improbabile. Fino al 1987 rimase ai margini del music business, fatta eccezione per la partecipazione al Blues Estafette di Utrecht nel 1979 insieme a qualche musicista di Detroit, dopo il quale occasionalmente suonò con Willie D. Warren (chitarrista/bassista dell’Arkansas che insegnò a Guitar Slim, e anche partner di Otis Rush, Freddie King, Jimmy Reed, Morris Pejoe, e altri), con il cantante Chicago Pete e con Bobo Jenkins, allora tutti residenti nella grande città del Michigan.
Nel 1987 Reif convinse Lester a riprendere a suonare per conto suo e lo imbarcò in un tour in Inghilterra, dove fu anche registrato il suo comeback album: LAZY LESTER RIDES AGAIN, uscito in quell’anno per l’inglese Blue Horizon di Mike Vernon, con le note di John Broven, ma pubblicato anche in USA da King Snake Records. Al ritorno, improvvisamente Lester s’accorse di essere richiesto in patria come all’estero, grazie anche agli apprezzamenti e all’interesse da parte di artisti come Kim Wilson, Jimmie Vaughan, Marcia Ball, Anson Funderburgh.
Nonostante vinse il premio WC Handy per il miglior album di blues contemporaneo edizione straniera non mi pare che il disco metta a fuoco la personalità di Lester, accompagnato da bravi ma non brillanti musicisti inglesi lontani dagli umori della Louisiana, e che non aggiungono niente se non uno sfondo piuttosto anonimo. L’atmosfera è fin troppo rilassata, immersa nella verde e quieta campagna inglese della contea Essex (Cook House Studio), ed emergono poche emozioni. Il disco è comunque un ascolto piacevole (soprattutto per chi non conosce le cose migliori di Lester), ma pecca soprattutto nelle riproposizioni di alcuni classici Excello, non comparabili con altre versioni (naturalmente, neanche con gli originali), mentre va un po’ meglio nelle novità, come ad esempio una bella versione del St. Louis Blues, che acquista tutta la pigrizia e l’ironia di cui il nostro è capace, con adeguato accompagnamento, e un interessante Blowin’ a Rhumba, strumentale a carattere sudista.

Alligator batte il chiodo finché caldo l’anno dopo, producendo HARP AND SOUL, registrato negli studi King Snake a Sanford, Florida. Il risultato è simile al precedente: buoni propositi, ma risultati non eccellenti. Si sente però che qui Lester è più a suo agio, e la presenza di notabili, quali Kenny Neal alla chitarra (pur non piacendomi particolarmente, affonda pur sempre le sue radici nello swamp) e Lucky Peterson al piano, contribuisce spessore, ma purtroppo la produzione della casa chicagoana, spesso e volentieri sopra le righe, ammorba il suono di velleità contemporanee fuori luogo. Non male le due ballate sentimentali, una omaggio agli autori di Muscle Shoals Dan Penn e Chips Moman, Dark End Of The Street, e l’altra a Slim Harpo, Raining In My Heart, mentre Bloodstains On The Wall perde la sua incisività trasformata in un blando blues lento, rimanendo pur sempre un bel brano, nonostante tutto. La sua armonica, però, è in gran forma, e la sua voce ha acquisito maturità e un timbro ghiaioso che la caratterizzano ancor più.
Da quel periodo in poi Lester ha suonato in ogni stato americano a parte le Hawaii, (1) in Europa e in Australia, arrivando perfino nella splendida isola caraibica Guadeloupe. Ma il viaggio più importante fu sicuramente uno dei più vicini a casa sua, quello verso Antone’s nell’aprile del 1987, quando Fred Reif lo portò ad esibirsi per la prima volta nel noto club di Austin, TX. Là attendevano d’incontrarlo Kim Wilson e Jimmie Vaughan, e quest’ultimo lo accompagnò nel concerto serale, insieme con George Rains, Derek O’Brien e Sarah Brown.
Alla fine di quel weekend, Clifford Antone disse di lui: «He ain’t lazy, he’s just crazy». Molti fan arrivarono con i suoi vecchi album e 45 giri, chiedendogli l’autografo, e Lazy fece notizia anche per l’Associated Press quella settimana quando l’attore Bruce Willis, in quel periodo famosissimo in USA grazie alla serie televisiva Moonlighting, arrivò da Los Angeles per incontrare alcuni suoi idoli blues. Quando il giornalista chiese a Lester che ne pensasse di Willis come armonicista, lui chiese chi era; non l’aveva mai visto come attore, l’attività nella quale Willis riesce meglio, figuriamoci se poteva conoscerlo come armonicista!
Lester fu invitato da Antone’s di nuovo in luglio quello stesso anno per la celebrazione del dodicesimo anniversario e poi fu chiamato ogni anno, con Jimmie Vaughan ad accompagnarlo in ogni occasione. Nel 1990 va in tour nei paesi scandinavi, e non manca un’illuminante e lunga visita al vecchio pianista Eddie Boyd nella sua casa di Helsinki, ma durante gran parte di quel decennio non incide niente, accontentandosi di esibirsi dal vivo con The Shadows (un gruppo di Atlanta, Georgia), e amando pescare in barca con il figliastro, soprattutto nei mesi estivi.
La speranza espressa da Reif in quegli anni, sul fatto che tornasse «presto in studio a registrare un po’ di quel suo swamp blues che contribuì a creare tanto tempo fa a Crowley, Louisiana», si realizzò finalmente con l’uscita nel 1998 di ALL OVER YOU, un ottimo CD sull’etichetta di Clifford Antone prodotto da Derek O’Brien e registrato ad Austin nel bellissimo studio di Willie Nelson, Arlyn Studios. Ora ha accompagnatori perfettamente calati nel suo umore e nel suo stile, oltre a O’Brien, Sue Foley, Sarah Brown e gli ex T-Birds Mike Buck e Gene Taylor. Qui le nuove versioni di alcuni suoi classici Excello riacquistano vivacità e modernità senza snaturarsi, per i nuovi fan degli anni Duemila, insieme con la ripresa di un brano di Slim Harpo e uno di Jimmy Reed.
Interessanti sono le “novità”, perle ben recuperate sempre uscite dallo studio di Jay Miller ma non da Lester, come la bella ballata Irene, scritta e registrata alla fine degli anni 1950 da King Karl (Bernard Jolivette), sideman di Guitar Gable (Gabriel Perrodin) nel formidabile combo creolo dello studio di Crowley formato con il batterista ‘Jockey’ Etienne, e uno dei primi successi swamp-pop, uscita anche nel 1964 da Rockin’ Dave Allen.
Nuova vita pure per la minimale Nothing But The Devil e la spumeggiante Hello Mary Lee, già incise per Excello da Lightnin’ Slim con Lester all’armonica, e il downhome blues di My Home Is A Prison, registrato nel 1957 da Lonesome Sundown (2) e nel 1960 da Slim Harpo, sempre destinato ad Excello. Insomma, un compendio ben riuscito della crema degli autori e dei musicisti swamp blues ripresi tanti anni dopo da artisti bianchi della scena di Austin, affascinati e ispirati da quei personaggi.
Vista l’esperienza positiva, Derek O’Brien è pronto a ripeterla pochi anni dopo, producendo la realizzazione di BLUES STOP KNOCKIN’ e suonandovi come seconda chitarra. Il disco è uscito nel 2001 ed è stato registrato negli stessi studi per la stessa etichetta, nel frattempo acquisita da Texas Music Group. Squadra che vince non si cambia, e altri si aggiungono a caratterizzare e variare queste registrazioni, le migliori dell’epoca moderna, come il bassista Speedy Sparks, già nei Texas Tornados, il pianista Riley Osbourn, altro nome ricorrente sulla scena texana, ma soprattutto Jimmie Vaughan che con i suoi riff ben dosati delinea la robusta ma malleabile spina dorsale del disco.
Ad aprirlo, l’ottimismo del “su di giri ma non troppo” Blues Stop Knockin’, in cui il nostro esprime la ritrovata serenità e già travolge, grazie anche alle sonorità pressanti e attillate degli accompagnatori, con canto convincente e un solo d’armonica più country che blues, e un gustoso break da parte di Vaughan.
L’originale risale alla metà degli anni 1950 e appartiene al cantante country Al Ferrier da Montgomery, Louisiana centrale, molto influenzato da Carl Perkins. Ferrier registrò per Goldband di Eddie Shuler nel 1955 e, quando passò al genere in voga, il rockabilly, ebbe notorietà nella regione con il suo gruppo The Boppin’ Billies. Gran parte del successo della band era dovuto al suo chitarrista, il fratello Brian Ferrier, che suonò con Elvis Presley nel Louisiana Hayride, l’equivalente regionale del noto programma radiofonico Grand Ole Opry di Nashville. Ferrier incise rockabilly per Jay Miller, poi tornò alla country music negli anni 1970 continuando a registrare per Shuler e Miller. Una bella versione di Blues Stop Knockin’ (At My Door) di Al e Brian Ferrier è nel vol. 6 della serie Flyright, Boppin’ Tonight.
Un altro sostanzioso mid-tempo è I Love You Baby, portato brillantemente dall’armonica calda e dal canto sincero di Lester, entrambe voci indolenti che enfatizzano il sapore e lo stile swamp in modo esemplare, direttamente emesse da un superstite del suono originale e adagiate su un sottofondo plastico e complice. Il brano proviene dalla coppia Jimmy Reed-Ewart Abner; quest’ultimo non era un musicista del sud, ma un chicagoano laureato in contabilità. Segnò l’epoca dell’errebì e del soul anni 1950/60 come un autore e imprenditore che con coraggio fece concorrenza alla predominante industria discografica bianca, da presidente di due tra le etichette afroamericane più di successo, prima Vee-Jay e poi Motown.
Breeeadmaker Baby! annuncia ad alta voce Lester nell’incipit di I’m Your Breadmaker, Baby, allettante R&B con il tipico umore sfacciato e la scansione ritmica degli Excello di Slim Harpo (è sua, e nell’originale forse è proprio Lester alle percussioni tipo woodblock). Qui la complicità tra Vaughan e Lester si dichiara apertamente in un gioco di piccoli riff chitarristici e chops d’armonica, canto malizioso e divertito tra il puntuale solo della chitarra e il calzante break d’armonica che accompagna fino alla chiusura. Nello sfondo per tutto il tempo Lester agita le maracas e altre percussioni, memore degli esotici ritmi di quei dischi là, e anche Sparks dà un contributo fondamentale: fare di meglio non è possibile.
Go Ahead è la prima ripresa dal suo repertorio personale con Miller e ancora si è investiti dal clima magico e rarefatto, su un tempo medio-lento paludoso interpretato con naturalezza e partecipazione emotiva. Se una volta era il più maturo Lightnin’ Slim che gli diceva Blow your harmonica son, ora è il vecchio Lester che dice al più giovane Vaughan Allright Jimmie!, o Yees!, quando è il momento del solo di chitarra.
Lo shuffle blues di Gonna Stick To You Baby è un omaggio a Lonesome Sundown, nel cui originale Lester suonava l’armonica, e conferma l’assoluta coesione tra i musicisti presenti oltre che lo stato di grazia di Lester e la classe A di Jimmie Vaughan, mentre la prodigiosa I’m Gonna Miss You (Like The Devil) è presa ancora dalla saccoccia di Slim Harpo, che naturalmente l’incise per Excello ai bei tempi di Crowley. È un altro picco d’emozione e di bellezza tra i tanti del disco, dolcemente striata e innervata dal particolare, riconoscibile suono di Lester all’armonica, caldo e tenero, dal canto che comunica afflizione, dal tremolo di Vaughan. Da sottolineare infine, qui come nelle altre, il drumming di Mike Buck.
Sittin’ in la-la, waitin’ for my ya-ya: perfetto per Lester un brano come Ya Ya del neorleansiano Lee Dorsey, con tutta l’energia vitale (non necessariamente una dote di chi corre) e la quieta ironia per narrare una semplice filastrocca e allo stesso tempo, perché no, interrogarsi con leggerezza sui massimi sistemi. Adoro questa canzone, tanto che mi fa immaginare cose non vissute, almeno non in questa vita. Una giornata qualsiasi, lo vedo seduto in qualche posto nell’umida New Orleans, ad aspettare la sua bella, ma anche ad attendere qualcosa di più astratto, che non si può vedere; ognuno è libero di decidere cosa o chi siano “la-la” e “ya-ya”.
Inoltre, ci trovo lo spirito della vecchia New Orleans, qualcosa appartenente alla storia e che mi “ricorda” i canti profani in patois e le danze dei creoli in Congo Square, con figure reali o immaginarie quali la belle Layotte.
Il suo biglietto da visita They Call Me Lazy, costruitogli addosso da Miller, è un maestoso ma minimalista blues lento, con il continuo, ripetitivo effetto tensorio delle corde di Derek O’Brien sotto la narrazione della voce vissuta e dell’armonica vibrante, ancora del tutto convincente.
Quello che su Excello era il potente strumentale per organo e armonica chiamato Pondarosa Stomp qui diventa l’altrettanto carico Ponderosa Shuffle, con Lester e Vaughan in primo piano in impeccabile armonia.
No Special Rider, attribuita credo erroneamente nei crediti del disco al pianista Eurreal ‘Little Brother’ Montgomery (il cui No Special Rider inciso nel 1930 diventò il suo cavallo di battaglia), e invece più probabilmente ispirata dallo Special Rider Blues di Skip James, è un episodio solitario in cui Lester accompagna il suo canto con la chitarra e le percussioni evidenziando la profonda natura downhome.
Il disco originale chiude con due dal suo vecchio repertorio, una è il medio-lento I Told My Little Woman, l’altra è la bellissima e triste Sad City Blues, che qui raggiunge la sua massima definizione. Con l’aiuto delle chitarre di Sue Foley e di Derek O’Brien, il basso di Sarah Brown e il piano di Gene Taylor, Lester ci lascia in modo memorabile con un’ultima, grande emozione, sia nel canto che nello strumento, che può commuovere al punto da far sgorgare qualche lacrima.

Pike, Lazy, me
Il CD è stato ripubblicato nel 2009 su un’etichetta londinese di nome Retroworld con 7 bonus track tratte da ALL OVER YOU, riconoscibile già dalla copertina perché vi è stata aggiunta la dicitura “with Jimmie Vaughan” ed è sparito il marchio Antone’s.
Oggi ha 78 primavere, s’esibisce ancora e vive da diversi anni a Paradise in California, con la sua compagna Pike.
Come scrive Alan Robinson nelle note dell’ultima edizione del disco, ama la gente e starebbe sempre in compagnia dei suoi fan:
«Diavolo, non mi va di stare nel camerino della band, io voglio stare là fuori con la gente».
Lo posso confermare.
(Fonti: Note di Fred Reif a All Over You, CD ANT10042, 1998, e a I’m A Lover Not A Fighter, CD Ace Records CHD 518, 2009; note di Bruce Bastin a Al Ferrier & Warren Storm: Boppin’ Tonight, The Legendary Jay Miller Sessions Vol. 6, LP FLY 525, 1977).
Note:
- Fred Reif ha raccontato che, nei loro viaggi sulla strada nei tardi anni 1980/primi 1990, Lester parlava costantemente dei suoi giorni da camionista, e salutava sempre con la mano i camionisti di passaggio [↩]
- Cornelius Green, scomparso nel 1995 nell’indifferenza generale [↩]

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