Lonesome Sundown – I’m A Mojo Man

Lonesome Sundown, I'm A Mojo ManPochi dischi sono così ben fatti dall’inizio alla fine: divertente, ironico, ineccepibile, vario, essenziale, e potrei continuare nel definire le qualità del contenuto di questa ennesima, necessaria raccolta Ace Records, etichetta a cui tutti i giorni auguro lunga vita.
Finiti i meriti di acquisizione, ricerca, masterizzazione, pubblicazione e diffusione della Casa inglese, cominciano quelli propri di una figura unica come Tramonto Solitario, dei suoi incredibili accompagnatori, e dell’uomo che permise vita perenne a tutto questo: J.D. Miller.
Nessun affare economico oggi potrebbe procedere così di pari passo con tanta qualità, quella della musica afroamericana del secolo scorso: l’irrepetibilità di faccende come questa ne mette a fuoco tutto il valore, l’universalità, il fascino e l’urgenza. Ciò mi costringe a pensare a quanto sono fortunata nell’aver bisogno di questa roba, e nell’esser stata graziata (o geneticamente immune) dal mefitico morbo dei grandi fratelli sociali e dal grande network di macinazione mondiale.

Nacque Cornelius Green il 12 dicembre 1928 in pieno country bayou, vicino a Donaldsonville, piccola cittadina sulla vecchia Highway 1 e allora nodo ferroviario, 35 miglia a sud di Baton Rouge, nella Dugas Plantation. Da ragazzino cantava mentre andava a scuola, e continuò a cantare più tardi, mentre lavorava nei campi di canna da zucchero. Nel 1946 partì per New Orleans con la sua chitarra economica e qui lavorò in diversi luoghi: una casa da gioco nella Jefferson Parish (New Southport Club), un albergo, una riseria, una compagnia di costruzioni.
Nel 1948 tornò a Donaldsonville e di giorno riprese a lavorare nei campi, mentre di sera s’applicava alla chitarra grazie alle lezioni di suo cugino. La prima canzone che imparò fu Boogie Chillun di J.L. Hooker e, secondo una sua dichiarazione, cominciò a sentirsi un bravo chitarrista nel 1952.
Nel 1953 si trasferì ancora e per un po’ lavorò in un’altra piantagione di canna da zucchero, vicino a Jeanerette, prima di spostarsi a Port Arthur, Tx, dove trovò impiego alla Gulf Oil Refinery. Il tempo libero lo usava tutto per la musica, e alla sera andava a sentire suonare nei locali della zona, quando non suonava lui stesso. Ricorda Sundown:

There was a guy there playing Muddy Waters’ Still A Fool. The way he would introduce the number is where I got my style, but I already had a soul for the blues. I saw so many musicians playing on saturday night that I got better and better [...] (1)

In uno di questi locali, il Blue Moon Club di Lake Charles, suona con uno dei suoi musicisti preferiti in persona: Clifton Chenier, bisognoso di una formazione completa per andare in tour a promuovere il suo successo Specialty Ay-Tete-Fee. È il 1955, e Sundown entra così nei Zydeco Ramblers come secondo chitarrista (alla lead guitar c’era Phillip Walker). S’esibiscono nei locali da ballo della Gulf Coast e fino in California, e durante i concerti s’accorge che al pubblico non dispiace affatto il modo in cui interpreta il blues (la distinzione era tra brani pop, zydeco, ballate country/cajun e ogni genere di cosa la gente volesse ascoltare), così decide di dedicarvisi in pieno e di perfezionare il suo stile.
A Los Angeles per registrare con il gruppo incontra ‘Bumps’ Blackwell, boss di Specialty, con il quale non riesce ad ottenere un contratto da solista, ma in compenso ispira uno strumentale a Chenier semplicemente addormentandosi durante una sessione (The Cat’s Dreaming, incisa per la casa losangelena in quell’occasione), e questo dice qualcosa sul personaggio, ben incastrato tra la pigrizia di Lazy Lester e la flemma di Lightnin’ Slim.
Alla fine del 1955 lascia la band di Chenier, si sposa e si trasferisce a Opelousas, esibendosi come cantante e chitarrista in un trio guidato da Lloyd Reynaud alla batteria, diventando di casa al Domino Lounge di Eunice e cominciando a comporre canzoni sue.
Dopo aver sentito dell’attività di Jay Miller e dell’accordo che questi aveva con Excello, Lonesome prepara un demo casalingo e lo porta allo studio; Miller rimane ben impressionato, e gli chiede di tornare con il gruppo.
La prima idea del bluesman nei confronti del luogo è invece abbastanza confusa:

Era un negozio di riparazioni radio dentro uno studio di registrazione, e fra loro erano così tanto mischiati che era difficile dire dove iniziava uno e finiva l’altro. (2)

Torna con Lloyd Reynaud che, oltre ad essere cugino alla lontana di Clifton Chenier è anche manager, e registrano un paio di canzoni, Lost Without Love e Leave My Money Alone. Come prima cosa Miller pensa al nome del suo nuovo artista: è il segno che è intenzionato a spedire i nastri a Ernie Young per farne un singolo, e che già s’immagina un appellativo pittoresco stampato sopra.

Ho sempre cercato di cogliere il nome che s’adattasse alla personalità dell’artista, come Lazy Lester. E Lightning Slim, era così lento in tutto quello che faceva [...] Lonesome Sundown [...] non arrivava mai troppo presto la maggior parte delle volte. Arrivava tardi, oppure arrivava presto, ma poi spariva e tornava tardi, e questa fu una cosa che mi colpì, Sundown era lo pseudonimo giusto per lui. (3)

Il debutto fu notevole. L’ineluttabile Lost Without Love ha un riff di chitarra ipnotico e riverberato, il piano di Talton Miller trillante in sottofondo e la scansione funerea di Lloyd Reynaud alla batteria, anch’essi in eco, come se il suono provenisse dall’androne di un palazzo.
I crediti segnano Green e Miller, ma già dall’incipit si riconoscono le toccanti parole di un classico di R.L. Burnside e del country-hill blues: Just like a bird without a feather baby / You know I’m lost without your love.
La voce di Sundown poteva rappresentare una novità, il lato morbido del nuovo stile swamp e, pur rimanendo infettiva, era più “cittadina” rispetto a quelle rustiche di coloro che a quella data avevano pubblicato su Excello, cioè Lightning Slim, Lazy Lester e Guitar Gable (quest’ultimo cantava solo dal vivo, poche volte ha messo la sua voce su nastro).
Nell’orgogliosa Leave My Money Alone Sundown avanza elasticamente su ritmo jump, intonando la melodia della stanza del ritornello senza parole, con il solito ben calibrato eco che fa ondeggiare il suono, prima di ordinare il solo al pianista con Play that thing, boy!
Queste due dunque segnano l’ingresso del suggestivo Lonesome Sundown nell’olimpo dello swamp-blues (Excello 2092 del 1956) e ancora più soddisfacente è il seguito, con la coppia My Home Is A Prison / Lonesome Whistler (Excello 2102 del 1957).
Il talento di Jay Miller come produttore e tecnico del suono è indubbio, ma il suo talento come autore (o co-autore) di canzoni non era inferiore. In entrambi i campi però è impossibile separare i talenti di Miller da quelli dei suoi interpreti, coloro che trasformavano in suono le sue idee e le concretizzavano al meglio, attraverso un alfabeto segreto che univa destini umani più che diversi, opposti: il bianco sudista dalle profonde convinzioni segregazioniste e il nero dell’epoca Jim Crow in continua ricerca di identità e di riscatto. È dagli esempi migliori usciti da quello studio (ma anche da quelli minori) che si coglie come il processo fosse spinto da un motore invisibile perfettamente oliato. Miller dava molta libertà ai suoi artisti dal punto di vista dell’ispirazione:

Non volevo che gli artisti suonassero una canzone come io volevo che la suonassero, ma se non erano ispirati o non la sentivano io cercavo di cambiare la canzone o di spiegare ciò di cui avevamo bisogno. (4)

E My Home Is A Prison è proprio uno degli esempi più brillanti di questa collaborazione e di quanto bene potevano girare le cose in certe giornate; Miller scrive la canzone in studio in pochi minuti e, anche se le liriche non brillano di originalità, coglie il segno e confeziona un abito su misura. Il produttore, infatti, ispirato dal disagio di Sundown al telefono con la moglie arrabbiata (sembra che lei fosse contraria alla carriera discografica del marito), ricama sulle faccende personali del bluesman usando alcuni dei wandering rhyme più frequenti nella tematica omicidio/prigione:

My home is a prison and I’m living in a world of tears
I’ve been in misery since the judge gave me ninety-nine years

I had a real pretty woman who said she loved no one but me
But I caught my baby cheatin’, now my home ain’t where it used to be

I’ve got bread and milk for breakfast, milk and bread every suppertime
And the food I got for dinner is a low-down dirty crime

Yes it’s true I shot my baby (Lord have mercy)
But I did it ’cause she did me wrong
Now the only thing I got is this lonesome jail that I call home

Lonesome la scandisce con la sua vocalità vagamente triste, rassegnata e un po’ canzonatoria, attenta ai particolari e alle sfumature, ricca di dolcezza e di pietà per sé stesso. Un canto morbido, malleabile e con una certa dose di confidenza, che non manca di attrarre l’ascoltatore. Il tutto corredato da una chitarra altrettanto irresistibile, spessa, eloquente, sopra una ritmica che scandisce il tempo di un condannato all’ergastolo.
Solo tre minuti ed ecco che un velo di angoscia, ma soprattutto d’invincibile e quieta rassegnazione, ci fa entrare nella sua cella, dove lo immaginiamo (o immaginiamo noi stessi) scontare i prossimi 99 anni, la stessa fatidica pena che tutti i giudici infliggono ai bluesman e alle blueswoman imputati di omicidio, solo perché ninety-nine ha pronuncia dolce, come una ninna nanna ironica.Excello Records
Bello e particolare anche Lonesome Whistler, con Lonesome fischiettante sopra un seducente ritmo habanera fornito dall’affidabile ‘Jockey’ Etienne alla batteria, Talton Miller al piano, Guitar Gable alla chitarra e dai woodblock probabilmente di Lazy Lester, dato che risulta presente a questa sessione d’inizio 1957. Nel già citato vinile Flyright (Lonesome Whistler) invece s’ipotizza che ci sia Vince Monroe ai woodblock.
Anche questo bell’episodio è a firma Miller, e sembra provenire da New Orleans sia per il ritmo da second line, sia per il carattere fatalista delle liriche e del modo in cui le canta: Now folks just ’cause you hear me whistling, don’t think I’m feeling glad / No, the matter of fact is I’m feeling awful bad / My gal gone and left me with some other guy / but what would you do for me to sit and cry? – quest’ultima frase non è corretta, ma il senso è chiaro.
Nasce nella stessa occasione anche il mid-tempo Don’t Say A Word, un lato del terzo singolo (Excello 2117 del 1957). Lester è all’armonica con un suono altissimo e lontano, credo ottenuto infilandosi nel suo echo chamber.
La camera d’eco dello studio altro non era che l’ex camera oscura utilizzata per sviluppare le fotografie, uno dei servizi che l’attività familiare (Miller & Sons Electric) forniva alla clientela.
Fu Lester stesso a stendere ben 14 strati di pittura a olio sulle pareti dello sgabuzzino, dove poi sistemarono gli speaker e di fronte al muro i microfoni, in modo che il suono fosse catturato al rimbalzo, onda per onda, come un’eco naturale. Secondo le parole dell’armonicista, «se schioccavi le dita là dentro, potevano saltarti i timpani». (5)
Ace mette queste cinque alla fine della raccolta, forse perché di qualità audio inferiore essendo state duplicate dai dischi, le uniche delle quali non è stato trovato il master originale.

Nel novembre dello stesso anno sono prodotti altri tre brani pare con la stessa, ficcante formazione, dalla quale uscì il disco (n. 2132) con Lonely Lonely Me e I’m A Mojo Man. La prima inizia con lo stesso riff d’apertura di My Home Is A Prison. L’atmosfera è rarefatta e carica di umori pesanti, con percussiva delle spazzole e credo il washboard, la chitarra riverberata e il pianoforte trillante, forse sempre Talton (detto Tal) Miller.
Fantastico il retro, il saltellante I’m A Mojo Man, che si potrebbe considerare il suo signature song, connubio tra swamp blues, pop e hillbilly. La ritmica è quanto di più efficace si possa ottenere, il basso è profondissimo ed elastico e l’armonica di Lester calza così a puntino da sembrare il respiro stesso del brano, la sua anima volatile. C’è un lieve calo sonoro circa a metà del brano, forse un difetto di registrazione.
Il già citato vinile del 1982, Lonesome Whistler 1956-58, contiene 12 tracce, tra le quali 9 originali (pubblicate anche qui) e un’alternativa Mojo Man che è addirittura più veloce, un rockabilly intrusivo dal tiro prodigioso.
Le altre due invece sono titoli sconosciuti. Uno è California Blues che, secondo le note del vinile, sarebbe stata incisa nel 1956, quindi con ancora Tal Miller, Lloyd Reynaud e allo slapping Vince Monroe. Il motivo per cui non fu pubblicata è forse da attribuire alla troppa somiglianza con K.C. Lovin’ di Little Willie Littlefield (Leiber/Stoller), ma se si pensa che nel 1959, cioè 3 anni dopo California Blues, Wilbert Harrison ne fece una sua versione di successo chiamata Kansas City, si può ritenere la versione inedita di Sundown un’occasione mancata; buona anche l’alternativa con lo stesso titolo presente su un altro vinile Flyright dedicato a Sundown, Bought Me A Ticket. (6)
L’altro titolo inedito è l’uptempo da sala da ballo à la Big Joe Turner Give It Up del 1957, in cui c’è un coro, forse i Gaynotes, senza batteria ma con percussioni varie, forse di Vince Monroe se non si tratta di overdub, perché Lester era “lontanissimo”, nel suo echo-chamber con l’armonica, mentre il piano è attribuito a John Johnson e la chitarra a Guitar Gable. Sempre secondo le note del vinile questa risale ad una sessione del 10 giugno 1957, la stessa che avrebbe dato Lonely, Lonely Me, Don’t Say A Word e Mojo Man, le quali invece nelle note di questo CD sono appunto attribuite a due sessioni distinte del 1957, una dei primi mesi dell’anno e una di novembre, e il piano dato a Tal Miller. In questo periodo il suo gruppo live era formato da John Hart e Roland Lewis, sax tenori, John Gradego, armonica, Albert Lazard, chitarra, Milton Lazard, basso, Harry Sew jr., batteria.
Tornando a questa raccolta, il terzo brano pubblicato dalla sessione del novembre 1957 è la sbuffante (grazie ai pronunciati effetti di slapping e washboard) You Know I Love You, che sarà un lato del sesto singolo per Excello (n. 2154, del 1959). È appena al di sopra dei due minuti, quasi uno stacchetto: c’è una base di pianoforte in walkin’ bass, l’armonica a registro acuto e un piccolo solo finale di chitarra.

I Stood By e Don’t Go arrivano da una sessione del settembre 1958 con Lazy Lester, Tal Miller, ‘Jockey’ Etienne, al basso il fratello più giovane di Guitar Gable, ‘Fats’ Perrodin, e forse Leroy Washington alla lead guitar. Nel vinile Flyright (Lonesome Whistler) invece si legge John Johnson al piano, e che la registrazione fu del tardo 1957.
Comunque sia, il primo titolo è un lento dal passo pesante ben incorniciato da una chitarra un po’ alla T-Bone Walker, con incipit anche in questo caso rubato a My Home Is A Prison. Un’alternativa è presente in un vinile Flyright (Bought Me A Ticket), con il titolo Bad Woman Blues.
Il secondo è un tempo più medio che veloce, e il solo sembra confermare che alla lead probabilmente c’era davvero Washington, chitarrista sottovalutato la cui presenza qui sarebbe compatibile con il periodo della registrazione. Infatti, il primo singolo Excello di Washington (n. 2144) uscì nel 1958 proprio prima di questo di Sundown (n. 2145), e conteneva il suo classico Wild Cherry (che Kim Wilson non s’è lasciato sfuggire, in Painted On).
Potrebbero aver fatto una o più sessioni insieme o lo stesso giorno entrambi come titolari, dato che i loro nastri furono confusi. Flyright ha dedicato a Washington il volume 25 della serie, con il titolo Wild Cherry (FLY 574 del 1981). La coppia I Stood By / Don’t Go uscì anche per il mercato canadese (REO 8311).
Della sessione del maggio 1959 solo Gonna Stick To You Baby sarà pubblicato su singolo (Excello 2163 del 1959). Come al solito l’unico accompagnatore sicuro è Lester, sia per il suono e lo stile inconfondibili, sia per l’assidua presenza in studio, e parte dei brani più riusciti a cui ha partecipato entreranno poi di diritto anche nel suo repertorio, portandoli direttamente a noi alle soglie degli anni 2000. È un up-tempo brillante e trascinante, con Lester protagonista e una base ritmica elastica e solida in cui ormai il pianoforte e il basso ne sono diventati parte costante a differenza dei primi anni dello studio Miller, ed è uno dei tanti brani di Sundown che avrebbe meritato di diventare un successo nazionale.

L’anno 1960 vide solo una pubblicazione (Excello 2174) per Sundown, il veloce Learn To Treat Me Better è il lato qui incluso. Fu registrata a inizio anno e il piano, forse ancora Tal Miller, muove la base con energia mentre la chitarra ha la parte solista. È difficile identificare il pianista in questo periodo, perché Katie Webster già aveva suonato in studio, ma non era ancora una presenza costante e, soprattutto, lo stile ritmico di Miller era simile a quello della Webster (o viceversa), con trilli di mano destra sulle note alte.Lonesome Sundown & J.D. Miller Dalla seduta del settembre 1961 uscirono due singoli entrambi molto belli, anche se purtroppo la loro breve durata, in alcuni casi anche di molto inferiore ai tre minuti, li porta via proprio sul più bello.
Il lato A del disco n. 2202 del 1961 aveva l’atmosferica Lonesome Lonely Blues, un lento impreziosito dai ghirigori di Katie Webster e dal caldissimo, mirabile sax di Lionel Prevost (che pubblicò come Lionel Torrence), sessionman di punta per Miller, il migliore sassofonista sulla piazza e come Sundown ex sideman di Clifton Chenier.
In Bought Me A Ticket c’è una versione differente con un suono incredibile, chiamata I’m So Tired e altrettanto, se non di più, ammirevole, quasi commovente; il piano è assente, il bellissimo sax tenore è rauco e striato, e le linee di chitarra sono più pungenti.
Il retro era lo splendido mid-tempo I’m Glad She’s Mine, dimostrante quanto con Lonesome Sundown e le sue interpretazioni temperate e malleabili lo swamp-pop-blues abbia raggiunto i livelli più alti, in un ideale miscuglio di umori e sapori tipici della Louisiana. Solo due minuti e sette secondi di spensieratezza profonda, condotta dalla sua voce morbida e dal sassofono pulito di Prevost, e ancor più lascia senza parole la versione up-tempo contenuta in Bought Me A Ticket, con il titolo She’s Fine: un boogie dal tiro incredibile (il basso era Bobby McBride?), una batteria perfetta (Etienne? Warren Storm?), il sax di Prevost e la chitarra corrosiva di Sundown.
L’altro singolo fu il n. 2213 del 1962. Da una parte la baldanzosa, come sempre ben cantata, My Home Ain’t Here (If anybody asks you who’s that singin’ that song / Just tell him it’s Mr. Sundown and he’s been dead and gone) di nuovo su base pimpante in stile jump-blues, dall’altra la pensosa, lunatica I Woke Up Crying (Oh What A Dream), con il tipico passo medio/lento della Casa, reso sempre particolare dalla voce e dalle caratteristiche dei vari interpreti, e dalla chitarra in eco lontana con effetto lirico e sognante.
Arriva dalla stessa sessione l’inedito Sundown Blues, un lento che scende come lava. Dato che è molto bello, probabilmente non è stato pubblicato perché somigliante a Woke Up; in definitiva penso siano due versioni dello stesso brano, anche se con parole diverse.
Inedita anche What You Wanna Do It For – che invece sembra un’altra versione di My Home Ain’t Here.
È un uptempo con band al completo esclusa l’armonica per quello che ormai è un suono urbano, ma sempre ficcato nella tradizione downhome; il pianoforte dovrebbe essere di Katie Webster, e possibilmente la coppia McBride/Storm è alla ritmica.
Nel 1963 Sundown ebbe una piccola divagazione registrando a Opelousas, come seconda chitarra, in un disco prodotto dal vecchio amico Lloyd Reynaud (Reynaud 1018), I Broke The Yo Yo / Born For Bad Luck di Roscoe Chenier con The Blue Runners.

Dopo quasi due anni, la sessione del giugno 1963 mostra ovviamente una formazione diversa, con Sylvester Buckley e, forse, Isaiah Chatman, Bobby McBride e Sammy Hogan, il figlio di Silas. Ne esce il disco (Excello 2236 del 1963) con I’m A Samplin’ Man, un brano originale contratto dalla marcia della batteria di Hogan e dal basso profondo, a cui Buckley aggiunge brio con uno squisito intervento all’armonica: tutto molto adatto per uno che in campo amoroso si ritiene un “esempio d’uomo”.
Il lato A era When I Had I Didn’t Need (Now I Need, Don’t Have A Dime), un altro autentico schizzo in un’epoca che sta per chiudere (momentaneamente) il sipario sul blues, qui in versione alternativa.
Nello stesso giorno nacquero anche I Got A Broken Heart, un lato del singolo Excello n. 2249 del 1964, e Hoo Doo Woman Blues, che invece fu un lato del disco n. 2259 dello stesso anno. Il primo è un medio/lento a stop-time in pieno stile urbano, ancora con movimento molto profondo e vocalità vibrante e armoniosa, e un’alternativa altrettanto valida è presente in Bought Me A Ticket, con il titolo di I Got Love In My Heart.
Il secondo mi sembra un rifacimento di I Stood By, con liriche diverse; è una ballata blues intrusiva e potente, con bel vibrato di Buckley.
L’ultima sessione di Sundown che produsse un disco per l’etichetta di Nashville fu del maggio 1964.
Non ho proprio idea del perché lo stupendo jump I’m A Young Man rimase inedito. Come sempre la limpida interpretazione di Sundown, dal tocco leggero e arguto, restituisce un abbozzo venato di humour, compatibile con la tradizione afroamericana del gioco auto-ironico e vanaglorioso, e il riferimento all’epocale Sixty Minute Man è chiaro. Due chitarre fantastiche (l’altra potrebbe essere Al Foreman), la ritmica infallibile di Rufus Thibodeaux (qui al basso, ma è noto come violinista cajun) e Warren Storm, e forse sotto c’è anche il piano di Katie Webster.
L’ultimo singolo Excello (n. 2264, del 1965) sul lato A aveva la piacevolissima It’s Easy When You Know How, alla Ray Charles, con la stessa formazione e un sax molto calzante, dimostrante quanto fosse ancora ispirato e quanto lo studio producesse ancora roba d’alta qualità, nonostante questi ultimi dischi (suoi e di altri artisti della Casa) rappresentassero la fine di un’epoca, quella dei 45 giri rivolti al mercato afroamericano.
Data la difficoltà nel reperire i vinili della corposa collezione Flyright, di tanto in tanto qualche CD è stato compilato per riproporre in parte ciò che negli anni 1970/1980 fu editato dalla casa del Sussex.
Nel caso di Lonesome Sundown furono tre gli LP pubblicati a suo nome (FLY LP nn. 529, 587 e 617), e nel 1990 una produzione francese ha rilasciato una compilazione (Lonesome Sundown, Flyright Records, FLY CD 16) estraendo 22 tracce dai tre LP con il criterio di offrire una panoramica sullo sviluppo della sua carriera, dal 1956 al 1964. Naturalmente si tratta per la maggior parte di alternative dei dischi Excello (con questa raccolta Ace ha in comune 13 canzoni), e non sostituisce una compilazione come questa che ho recensito, ma è un’occasione per ampliare la conoscenza e sentire anche qualche titolo totalmente inedito (cioè non alternativo).
Io ho avuto il piacere di acquistarlo a Crowley dalle mani del figlio di J.D. Miller, Mark, praticamente a pochi passi da dove i brani originali sono stati prodotti, ma si può acquistare via web.

Traumatizzato da vicende personali e insoddisfatto dopo dieci anni, sedici singoli e un album pubblicati per Excello senza mai introiti e visibilità, Sundown si ritira dalla musica.
Nel 1965 lo si poteva vedere a Opelousas come manovale, in giro a bordo della sua moto, o a pregare in chiesa tutti i giorni. Tanto che il 7 febbraio 1965 s’unisce ufficialmente alla Lord Jesus Christ of the Apostolic Faith Fellowship Throughout the World Church, e in seguito ne diventa un ministro.
Nel 1977 riaffaccia la testa nel business registrando un album a Los Angeles per Joliet di Bruce Bromberg, Been Gone Too Long, e ha un discreto successo in Louisiana con un singolo tratto dall’album, I Betcha / Louisiana Lover Man (Joliet 212), il suo ultimo disco.
Nonostante la presenza del vecchio amico Phillip Walker e tutto sommato sia un buon disco blues, compatibile con un primo, timido rientro, purtroppo non vendette molto, il che non stupisce dato il periodo in cui uscì, anche se fu ristampato come LP da Alligator e due volte come CD negli anni 1990 da Hightone quando, probabilmente, il pubblico non gli perdonò il fatto di non poter più essere swamp blues: troppo blues per gli anni Settanta, poco blues per gli anni Novanta.
Nel 1979 torna a Opelousas, lavorando come manovratore di bulldozer per una compagnia di costruzioni di Lafayette. Ha occasione di suonare al rinomato Jazz and Heritage Festival di New Orleans, ma purtroppo il suo set è rovinato da una band improvvisata. Fa anche un tour in Svezia e in Giappone con Phillip Walker, prima di ritirarsi definitivamente e di trasferirsi a Baton Rouge attorno al 1980.
Nel 1994 viene colpito da un grave infarto, e perde la capacità di parola. Tra gli amici in visita c’è Rudolph Richard, il chitarrista storico di Slim Harpo:

Coloro che non hanno visto Sundown quando era in forma hanno davvero perso qualcosa. Aveva un senso di padronanza quando saliva sul palcoscenico come nessun altro. Quando suonava un blues tutti si fermavano e ascoltavano – avresti potuto sentire cadere una goccia. Ecco il tipo di artista che era.

L’ultimo tramonto solitario Cornelius Green l’ha avuto a Gonzales, Louisiana, il 23 aprile 1995. Nel 2000 il suo nome è entrato meritatamente nel Louisiana Blues Hall of Fame.

(Fonti: John Broven, South to Louisiana: The Music of the Cajun Bayous, Pelican Publishing Company, Gretna, LA, 1983, dal quale è anche tratta l’immagine di Sundown con Miller; Note di Jeff Hannusch a Lonesome Sundown, I’m A Mojo Man, Ace Records Ltd. CDCHD 556, 1994; Album della serie The Legendary Jay Miller Sessions, Flyright Records, ove indicati).


Note:
  1. In John Broven, op. cit. nelle fonti, pag. 134. []
  2. Note al CD I’m A Mojo Man, citato nelle fonti. []
  3. Lonesome Sundown, Lonesome Whistler 1956-58, Vol. 29, serie The Legendary Jay Miller Sessions, LP FLY 587. []
  4. Ibid. []
  5. Ibid. []
  6. Lonesome Sundown, Bought Me A Ticket, Vol. 8, serie The Legendary Jay Miller Sessions, LP FLY 529. []
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2 commenti per “Lonesome Sundown – I’m A Mojo Man

  1. 20 febbraio 2012 alle 16:49

    “Il tempo libero lo usava tutto per la musica, e alla sera andava a sentire suonare nei locali della zona, quando non suonava lui stesso”. Mi ci ritrovo anche io in queste parole…

  2. Sugarbluz
    20 febbraio 2012 alle 22:29

    You’re one of a kind

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