Marcia Ball @ Lucerne Blues Festival 15.11.2009
| 12 luglio 2010 | Pubblicato da Sugarbluz in Concerti, RECENSIONI |
Accolta da applausi referenziali “sua altezza” Marcia Ball entra in scena all’Hotel Schweizerhof di Lucerna, nella sala stile Impero riservata alle conferenze e ai banchetti. Ai tavoli siedono uomini in giacca e cravatta, e donne con abiti fin troppo eleganti, ma lei non è una solista della Filarmonica di Vienna, e non siamo ad una soirée post-convegno di bancari.
È ora di pranzo, il cartellone è quello del Blues Festival, e Marcia Ball è una figlia gentile e per bene del sud degli Stati Uniti. Non di quel gallant south richiamante alla memoria le scene “pastorali” descritte in Strange Fruit, ma di un sud bianco che ha avuto la possibilità di riscattare gli errori degli antenati attraverso la cultura musicale afroamericana.
Prende il palco schioccando le dita, muovendosi a tempo e cantando sul tappeto rosso swing che un chitarrista, Mike Schermer, un sassofonista, Thad Scott, un batterista, Corey Keller (fratello di Mike Keller) e un bassista, Don Bennett (con lei da una vita), le stanno stendendo. Albert King non pensava a lei quando intonava Let’s Have A Natural Ball (semmai a Louis Jordan, padre del genere), ma questo brano è molto adatto a presentarla, non solo per il richiamo al cognome: è un preludio a ciò che avremo, alla sua musicalità innata e alla sua naturalezza.
Spero che dopo tanta discografia e concerti dagli anni 1970, Marcia oggi sia libera dalle solite definizioni che spesso e volentieri s’appioppano alle donne che s’occupano di materie generalmente trattate dagli uomini, come “Dr. John in gonnella”. A questi livelli artistici sono denominazioni insostenibili, non importa quanto il riferimento sia importante e nel suo caso è ingiusto e inaccettabile, a meno non si decida di chiamare anche Dr. John un “Marcia Ball in pantaloni”, il che parrebbe assurdo a chiunque.
È inaccettabile perché sottende un’inferiorità, ed è ingiusto perché dal punto di vista stilistico non è vero. Entrambi pescano dalla stessa tradizione, ma non dalla stessa formazione, sono della Louisiana e hanno lavorato insieme, ma la loro somiglianza, che piuttosto si potrebbe chiamare fratellanza, finisce qui.
Il loro bagaglio s’è riempito nella molteplice tradizione rhythm and blues della Louisiana, ma Ball è meno strutturata e più immediata, e il suo stile maggiormente derivato, indirettamente, da quello delle barrelhouse dove si suonava l’honky-tonk e lo stride piano, e direttamente dal boogie-woogie. Naturalmente, lo stesso discorso vale anche per i possibili paragoni con Jerry Lee Lewis, che qualcosa le ha passato, ma di cui non può essere considerata la versione femminile.
Di peso furono il successo e l’influenza, quando era ancora bambina, di due che si possono considerare come i primi pianisti rock’n'roll, Little Richard e Fats Domino, molto forti localmente, e naturalmente Professor Longhair. Infine, i virus nazionali Ray Charles e Charles Brown, oltre a Amos Milburn, furono contagiosi per tutti i musicisti dell’area south-western, e quest’influenza colpì anche i pianisti di New Orleans.
Marcia Ball ricorda anche il carattere musicale di Katie Webster, artista sottovalutata e mal prodotta (a parte il periodo con il geniale J.D. Miller e qualcosa con Arhoolie), blues diva e animale da palcoscenico, oggi purtroppo dimenticata: in particolare il boogie, lo swamp e certi spunti strumentali; mentre invece il personaggio Webster, dotato di una forte dose d’autoironia, era altra cosa.
Certamente la sua prima e naturale influenza le derivò dalla famiglia oltre che dal territorio: i Mouton, clan originario di Lafayette, erano musicisti (il nonno, la nonna, il padre, credo anche qualche zia). (1)
Marcia Mouton nacque il 20 marzo 1949 a Orange (East Texas) per caso, perché l’ospedale più vicino era oltre confine, ma crebbe in Louisiana, a Vinton, nel bel mezzo del border line all’estremo sud tra i due Stati, entrambi già culturalmente meticci di per sé e in più amalgamati musicalmente fra loro.
Posso solo immaginare l’ambiente musicale da sogno (e anche un po’ letterario) in cui Marcia, che oggi vive ad Austin, ha sguazzato fin dalla tenera età: da una parte l’East Texas con le sue tradizioni blues e country, dall’altra città musicali come Baton Rouge e New Orleans a portata di mano (cioè d’autostop, come da suoi racconti), e nel bel mezzo il Golden Triangle, Beaumont-Port Arthur-Orange (2), ricco di locali in cui ascoltare ed esibirsi.
La sua musica ha carattere solare, difficilmente assume toni cupi, neppure nelle ballate tristi o nei torch-song, quest’ultimi peraltro poco presenti nel suo carnet, e non rincorre le sperimentazioni; è festosa, positiva, popolare.
Anche nei dischi, pur potendo trovare particolari sfuggiti la prima volta e scoprire nuove emozioni, o rendersi conto che il materiale è più consistente di quel che sembra ad un ascolto superficiale, la sua comunicazione avviene d’emblée; non si riascolterà perché non s’è capito, ma perché è piaciuto.
E piace sempre di più con il tempo, perché Marcia non è pura dinamite, non ha il carattere, né discografico, né live, che s’impone con irruenza, ma arriva quasi timidamente con classe, per rimanere come esperienza duratura. Non suona per mostrare cosa ha imparato in più di 50 anni sui tasti, né per stendere virtuosismi: ho 11 dischi suoi, e in nessuno c’è uno strumentale, o un brano solistico.
La sua voce, dolce, calda, confidenziale, non è potente, ma è unica, riconoscibile, e non tarda in abbellimenti che non siano quelli derivati dalla melodia, dalla misura o dalla storia; narra cantando quasi come se parlasse, con intonazione e dizione precise, e con una musicalità insita nel timbro di voce più che nell’uso della stessa, efficace nei tempi lenti come in quelli veloci.
Tutto ciò non deve far pensare ad un’eccessiva dolcezza o tranquillità, di una donna tutto sommato serena: è piuttosto una faccenda d’equilibrio, di controllo, e di quanto nella sua visione musicale conti di più l’insieme, il gruppo, l’armonia di voci e strumenti; i suoi dischi sono comunitari, sono esperienze diverse che s’amalgamano, dove lei crea l’umore e il carattere, ma non sopravanza.
È solo quando si vede Marcia dal vivo, con una banda R&B di 4 elementi, senza il supporto dei Los Angeles o i Texas Horns, o di qualche leggendario sassofono di New Orleans, senza percussioni, Hammond, fisarmonica o lap-steel, che ci si rende davvero conto della sua forza e della sua agilità, del suo protagonismo discreto ma incisivo, e della sua autonoma qualità artistica.
Non fanno in tempo a disperdersi le note di King, ed ecco l’intro di Red Beans, gustoso sketch gastronomico della Louisiana, inno alla vita in stile Longhair. La voce vellutata, femminile ed elegante, è sempre in accordo salutare con il pianismo frizzante e senza fronzoli; al suo breve solo ne segue uno di sax, ma poi arriva il momento di frenare il ritmo creando intimità.
Succede con il brano Just Kiss Me di Robillard, un lento blues in cui Schermer ricama la melodia e un bel solo. Siamo passati da una festa nella Crescent City ad un club fumoso in qualche downtown, tornando poi sugli umori funky della Louisiana con il bell’andante, un po’ boogie paludoso, un po’ swing, di Watermelon Time, nato in collaborazione con i musicisti presenti (a parte Schermer, presente nel gruppo solo da un paio di settimane), inno al dolce cocomero e prima estrazione dal suo ultimo ottimo cd Peace, Love & BBQ.
Paga tributo al soul Stax Peace, Love & BBQ (e l’inizio ricorda Cropper), brano che sarebbe stato bene cantato coralmente nei grandi happening degli anni 1960, magari dagli Staple Singers, pur non avendo carattere di protesta, anzi è una storia familiare. Porta lo zampino di David Egan, autore che ho incontrato nei crediti di diversi dischi, e sempre bene. (3)
Married Life ha lo stesso effetto delle ultime due: la leggera tensione nel suo canto, come un invito quieto ma irrinunciabile, la velocità e la corposa serenità della musica, fan venire voglia di muoversi, di partecipare, e in quest’ultimo caso ancor più trattandosi di zydeco. Penso che se ci fosse anche la fisarmonica sarebbe sublime, ma la mancanza è sopperita dall’effetto live; Marcia è rilassata e coinvolgente allo stesso tempo, tra un brano e l’altro incita al movimento e un attimo dopo costringe all’ascolto immobile: è divertente ed emozionante.
A conferma, arriva il momento dell’ascolto con il lento di Don Nix, Same Old Blues, eseguito insieme a Irma Thomas nel disco di quest’ultima, Simply Grand, in cui è accompagnata da pianisti di vaglia, tra i quali figure ricorrenti nella discografia delle due, da Torkanowsky a Randy Newman, da Dr. John a David Egan. E’ evidente quanto Irma sia stata influente sul canto di Marcia, ciò risalta soprattutto nelle ballate come questa. C’è anche una somiglianza naturale poiché, pur avendo Thomas un soprano più potente, ricco di colore e tornito, meno sottile ma altrettanto femminile, pure in lei si può cogliere una vena a tratti vellutata, vena che in Ball è principale. Marcia riflette poi alcune delle soluzioni e degli umori della collega afroamericana, dello stesso suo mondo pur avendo avuto Irma una vita molto diversa (a vent’anni aveva già 4 figli). È segno che Marcia è cresciuta con i dischi della collega e di lei ha assorbito molto, essendo modello vivente oltre che partner artistica, pur diventando ognuna a suo modo due solidi punti di riferimento per la scena della Louisiana.
Con That’s Enough of That Stuff, firmata da lei, si torna a passeggiare con un piede nel Bayou e uno nel French Quarter, con il tipico andamento cittadino da second-line: importante è l’apporto del sassofono per dar colore, mentre nell’accompagnamento e nel break di piano strizza l’occhio a Professor Longhair.
Torna l’ultimo disco con la sua Right Back In It, e quel rock’n'roll accennato nella precedente qua diventa motivo, rivelandosi in un boogie che non cerca velocità, piuttosto volute sulle quali ondeggiare, tenendo ancorato tutto con la mano sinistra dal walkin’ bass spesso e colorito, fondamentale dato che Marcia suona molta ritmica.
Dopo tre quarti d’ora di pausa (tutti spesi per i fan, me compresa) torna sul seggiolino con un altro attacco a sorpresa (mi riferisco a quello iniziale di Albert King): un formidabile swing-rock old-style, Rockin’ Is Our Business, per una seconda parte carica d’altrettanta energia, e a seguire la favolosa Sing It, che arriva dal profondo Bayou alle Alpi, dalla Costa del Golfo alle montagne svizzere. È una celebrazione, un ritorno a casa, una passeggiata sul fiume di sera when the work is done. In questo magnifico brano c’è tutto: R’n'B, second line, swamp blues, funky, e il solo di Marcia è splendido; è la band a fare coro e controcanto, certo non è come avere le due cantanti Thomas e Nelson, ma è lo stesso evocativo. È una canzone viva, pulsante, aggregante.
Segue a ruota un’altra perla, texana, del cantante-autore soul Joe Tex, I Want To Do Everything For You, R&B-swamp mid-tempo tutto da gustare, con break di chitarra blues e con i cori a far cornice essenziale, come in un gaudente gospel profano.
Di nuovo cambia l’aria per un altro R&B tipicamente Ball, un po’ swamp boogie mediamente incalzante e un po’ ballata: The Right Tool For The Job, con citazioni dai ZZ Top.
Poi, il soul-blues di I’m Coming Down With The Blues di Don Covay, a continuare il felice excursus; ha molto materiale saporito a cui attingere, non c’è che l’imbarazzo della scelta, e molto di bello resterà per forza fuori, a meno che non si voglia farla suonare fino a sera.
È un resoconto dei suoi viaggi Down The Road, e si innesta sul percorso Louisiana-Texas che ben conosce: a fare la parte importante ci sono il suo boogie, il sax, e l’usuale atmosfera positiva, danzante.
Segue un altro “down”, stavolta più casalingo ma ancora autografo; è Down In The Neighborhood, meno solare, con sonorità funky alla Dr. John. È dall’ultimo disco, prodotto da Stephen Bruton, purtroppo un’altra scomparsa del 2009 di artisti nati o bazzicanti nella regione, che s’aggiunge a quelle di Snooks Eaglin, di Willie DeVille, di Sam Butera e del leggendario Eddie Bo, che con lei e altri musicisti della città nel 2008 animò il WWOZ Piano Night Show alla New Orleans House of Blues, una delle rare occasioni in cui Ball suona da solista. Lo spettacolo, a cadenza annuale, supporta l’ormai storica radio cittadina, preoccupata di mantenere viva l’eredità musicale della Louisiana: sul palco s’è avvicendata un’orchestra neorleansiana completa, con due pianoforti a coda e Hammond.
Piegando verso tristi pensieri, una nuova occasione la dà Where Do You Go?, altro originale dall’ultima uscita, scritto insieme a Tracy Nelson e narrante di Katrina: Where do you go/When you can’t go home/What do you do/When things go wrong/Who do you know/When you are all alone?
Torna cautamente sulla party music con il tempo medio di Mama’s Cooking, composta insieme a Bruton, e poi decisamente con il boogie autografo di Louella: che questa musica metta in carica e che la carica duri a lungo, è assodato.
Se in Peace, Love & BBQ usa I Wish You Well di Bill Withers per accomiatarsi, fare i ringraziamenti e gli auguri a chi ha collaborato al disco, agli amici, alla famiglia, ai fan e alla gente della Gulf-Coast colpita dagli uragani, qua ognuno può estendere la lista d’auguri a se stesso direttamente, trovandosela lì davanti. Non si tratta di buonismo o di cieco ottimismo perché il brano, a solida base pianistica e sostenuto dal sax, è talmente bello da poter convincere tutti, e anche un irriducibile pessimista lo vorrà adottare. Anzi, forse è in quel caso che ha più ragione d’esistere, in fin dei conti sono solo desideri.
Segue il carattere second-line di Party Town, con le dita che saltellano sui tasti come farfalle sui fiori. Chiaro a quale città è dedicata; è ancora un atto d’amore e un inno alla vita, evocante i ritmi e i colori di N’awlins. (4)
Non mi stanco d’ascoltare Crawfishin’, vetrina di velocità boogie texana con la tinta e l’umidità del Bayou; solo di sax e di piano, e qua le farfalle sono insidiose e irresistibili, son diventate ragni. Siede sempre a gambe accavallate, e i piedi battono il tempo.
Segue il capolavoro di Randy Newman Louisiana 1927, ed è come entrare in chiesa: si tace e s’ascolta.
È emozionante, commovente, è pura bellezza, e speravo la facesse. L’interpreta con più passione rispetto all’autore (Newman non interpreta, è realista, racconta con accenni ed entra in altro modo, o forse ci fa entrare noi e lui rimane fuori); è diversa per carattere, non per forzatura.
Hot Tamale Baby è sempre forte e non sente il peso degli anni, con bellissimo piano e ritmica imponente; è più che una festa, è un rito zydeco, basta dire che è Clifton Chenier.
Alla fine esegue un altro rito: saluta, ringrazia, riceve i fiori e con eleganza se ne va.
Il pubblico reclama, lei torna alla tastiera e, da sola, racconta un’altra storia.
È la sua personale Louisiana 1927, ma ambientata in Mississippi e riferita all’uragano Camilla del 1969.
Un’immagine risalta in questa Ride It Out: una casa galleggia intatta sul fiume in piena, per essere in seguito distrutta da un’altra tempesta, mentre il riferimento con il pronome she la fa sembrare animata, persona e, come dice nel testo, buona, forte e orgogliosa.
Riappare la band, e La Ti Da è davvero l’ultima. Penso ad altre belle mancate, come Foreclose On The House Of Love, Miracle in Knoxville, Fool in Love, Let Me Play With Your Poodle, The Facts of Life, Fingernails, Count the Days, Shake a Leg, Another Man’s Woman, Love Maker, e ad altre perfette su disco e potenti dal vivo, ma mi devo accontentare, dopo due ore di concerto!
Da Freda and The Firedogs a oggi di strada ne ha macinata un bel po’ per giungere ad essere buona songwriter, ottima musicista e interprete, ed efficace incarnatrice del what you hear is what you get.


Note:
- Più che originari: un antenato di Marcia, Jean Mouton, ricco coltivatore di cotone, fondò la comunità acadiana di Lafayette nel 1821, dandole il nome di Vermilionville, dal fiume sul quale sorge; il nome attuale risale al 1884. Fonte: Richard Knight, The Blues Highway, FBE Edizioni, MI, 2007, pag. 69. [↩]
- “Triangolo d’oro” per lo sviluppo industriale che ebbe dai primi del 1900, e di conseguenza per la richiesta di manodopera afroamericana [↩]
- Ha scritto per Johnny Adams, Jimmy Witherspoon, Etta James, Irma Thomas, Solomon Burke, Tab Benoit, e sono sue 3 perle sul bel disco Ball/Thomas/Nelson: Sing It, Please No More e People Will Be People, quest’ultima ripresa dai Fabulous Thunderbirds sul Live [↩]
- Come i turisti americani pronunciano “New Orleans”, diversamente dai locali che invece più correttamente dichiarano “New Awlins” [↩]

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