Otis Spann – Sessioni soliste 1963-1966

Otis Spann, Good Morning Mr. BluesOtis Spann, The Blues Is Where It's At

Dopo le prime incisioni da solista (v. precedente articolo), Otis Spann continua la consueta attività di sideman sempre per Muddy Waters e, nel periodo 1960/63, anche per Jimmy Rogers, Sonny Boy Williamson, Buddy Guy, Howlin’ Wolf, Little Walter, J.L. Hooker, Johnny Young.
Il 26 luglio 1963 è registrato al Copa Cabana Club di Chicago per il Folk Festival of the Blues ancora solo come accompagnatore (Chess non pubblicherà tutte le tracce), e il 21 settembre c’è finalmente una seduta a suo nome per Chess con 4 brani, ma come nel 1956 anche questa rimane inedita. Qui è accompagnato da J.T. Brown, S.B. Williamson, Matt Murphy e Bill Stepney, per Skies Are Blue, My Baby Is Gone, Love Is A Miracle e No, No, No.
La sua seconda valida ed estesa occasione solista si concretizza in Europa nell’autunno del 1963 in seno all’American Folk Blues Festival ed è da mettere sullo stesso piano della prima (Candid), anche se poco nota e scarsamente citata tra le sue migliori.
Prima registra in Germania per Muddy Waters e S.B. Williamson (in realtà ci scappa anche una sua traccia, ma si tratta di Had My Fun, vale a dire Goin’ Otis Spann, Portraits in Blues Vol. 3Down Slow dell’amico James Oden), il 4 ottobre a Francoforte, il 13 a Bremen, poi a Baden-Baden, ma è in Danimarca, a Copenhagen, che dà vita ad una bellissima sessione solistica registrata live in studio il 16 ottobre 1963 con la supervisione di Karl Emil Knudsen, fondatore di Storyville Records: 11 di queste tracce furono pubblicate nel Vol. 3 della serie Portraits In Blues (Storyville Records SLP 157).
Gli stessi brani uscirono poi su un LP di un’etichetta di Los Angeles (Everest Records FS 216) intitolato semplicemente con il suo nome, per conto dell’Archive Of Folk Music (fondato nel 1965); non vedo la data di pubblicazione ma è probabile sia uscito nel 1970, in ogni caso è postumo perché le note di Paul Oliver parlano al passato.

La sessione è apparsa anche su CD Storyville, Blues Masters Vol. 10 (Storyville STCD 8010, del 1991) con tre tracce in più, in totale 14 brani che si possono trovare anche su GOOD MORNING MR. BLUES (Analogue Productions CAPR 3016), CD di un’etichetta di Salina, Kansas, specializzata in ristampe alta fedeltà.
Tutti gli episodi sono solitari con l’eccezione del raffinatissimo Trouble In Mind in cui è accompagnato dalla nobile chitarra di Lonnie Johnson, avente anche lui nello stesso giorno una sessione a suo nome, accompagnato da Spann (Lonnie Johnson, Portraits In Blues Vol. 6, Storyville SLP 162).
Questo disco è la prima occasione giusta per sentire Spann senza interferenze e non solo mette in evidenza il suo carattere strumentale e vocale, laid-back e profondamente blues, ma lo fa in un ambiente intimo con una registrazione che lascia trapelare i suoi respiri, i brevi sostenuti delle note finali, il battito del piede (1) e ogni piccola sfumatura sonora nello spazio tra lui e il pianoforte; par persino di sentire i suoi pensieri.
Otis Spann - Archive of Folk MusicIn Good Morning Mr. Blues la suggestione pianistica senza tempo va a braccetto con l’espressione vocale colloquiale e naturale, rendendo omaggio con timbro sabbioso al più grande ispiratore, il Signor Blues in persona (Good morning Mr. Blues, Blues how do you do? / Good morning Mr. Blues, Blues how do you do? / You know I feel alright now, but I come home to worry you), e magari anche a Leadbelly, mentre sarà forse stata la vicinanza di Lonnie Johnson a ispirargli Love, Love, Love, episodio che ricorda proprio lo stile del grande e atipico bluesman di New Orleans.

Il lento Riverside Blues potrebbe sembrare autobiografico, ma è attribuito a S.B. Williamson, mentre Must Have Been The Devil è naturalmente il suo potente signature song, qui uno stomp-boogie da barrelhouse più tirato e meno urbano rispetto alla versione Candid.
Esempio fino di double entendre, fino soprattutto perché consegnato con attitudine rilassata e spirito sarcastico, e una delle più belle sorprese del disco, è Jelly Roll Baker, stavolta a tutti gli effetti preso da Lonnie Johnson, anche lui maestro di flemma sopraffina. Spann arrangia le stanze a modo suo, ma mantiene una delle quartine più efficaci appropriandosene e ripetendola in finale: (2)

I was sentenced for murder, in the 1st degree
Judge’s wife called up and says, “Please let Spann goes free
‘Cause he’s Jellyroll Baker, with the best jelly roll in town
Yes, he’s the only man can bake jelly roll, whoa, with his damper down”

chiamando poi Lonnie prima del break, come se dovesse farlo lui, ricordando Big Maceo Merriweather in questo e concludendo con una risatina d’intesa, forse con qualcuno che ha colto le sue ironiche iperboli.
E a proposito di Merriweather non poteva mancare il drammatico Worried Life Blues, a cui consegna una mitezza tutta sua, seguito dallo splendido T.B. Blues, dal canto unico e dal suo tipico carattere, forse ispirato dall’omonimo vecchio brano di Victoria Spivey eseguito proprio durante il festival europeo di quell’anno. Questo poi contiene una particolarità, un piccolo ma inaspettato, rotolante solo tra dramma e brontolio sulle note basse, una rarità tra i pianisti blues – alla cui fine, come a interpretare lo stupore dell’ascoltatore, chiede What happened?
Il breve Spann’s Boogie è un inno alla tradizione, richiamante il Pinetop’s Boogie Woogie di Clarence Smith, e Goin’ Down Slow è il celebre brano di Oden, omaggiato anche con Don’t You Know (sarebbe Can’t Stand Your Evil Ways), meno vivace rispetto alla versione Candid.
Le tre tracce aggiunte sono la lirica The Skies Are Blue, il blues di S.B. Williamson II Keep Your Hands Out Of My Pocket, incisa qui per la prima volta e ripresa l’anno dopo per Decca, e l’indimenticabile Boots and Shoes, alla quale sono affezionata perché è uno dei primi blues che sentii e che mi colpì, incontrato in una raccolta per neofiti europei; m’impressionò molto, a partire dalla vocalità fumosa. È un gioiellino ritmico intimo ed espressivo tratto dal Meet Me In The Bottom di J.L. Hooker, con aggiunta di versi dal Louisiana Blues di Muddy Waters. Se per Keep Your Hands posso anche ammettere che la versione Decca con la band sia più “accattivante”, è indubbio che la prima e solitaria Boots and Shoes di questo disco sia impareggiabile (il brano sarà rifatto con altri titoli).

La settimana successiva all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (22/11/1963), Norman Dayron e Pete Welding registrarono a caldo le impressioni di alcuni bluesman a Chicago; Kennedy era molto amato dagli afroamericani nonostante le sue origini tutt’altro che popolari, e la morte improvvisa nutrì la disperazione e il mito. Spann contribuisce con Sad Day in Texas, adattando parole scritte per l’occasione sullo stesso tema musicale improvvisato al Newport 1960, Goodbye Newport Blues (direi comunque ispirato dal Third Degree di Eddie Boyd).The Blues Of Otis Spann Il vinile di queste incisioni uscì sull’etichetta di Welding con il titolo Can’t Keep From Crying, Topical Blues on the Death of President Kennedy (Testament S-01, 1964). In dicembre registrò invece due tracce per One-Derful, accompagnato da Louis Myers e Willie Smith, credo purtroppo ancora inedite, Lovin’ Girl e The Name Of The Blues.
Tornò in Inghilterra nell’aprile 1964 per l’American Folk, Blues and Gospel Caravan promosso da Harold Davidson, e Mike Vernon organizzò una sessione negli studi Decca a West Hampstead, Londra, il 4 maggio, con Muddy Waters (che registrò come “Brother” a causa del contratto Chess), Ransom Knowling e Willie ‘Big Eyes’ Smith.
La sessione fu proficua, con 24 tracce totali di cui solo 2 alt take non furono pubblicate, e vide anche l’intervento di Memphis Slim al clavicembalo in uno con il canto di Muddy (You Gonna Need My Help); anche Spann usa il clavicembalo in qualche episodio.
Mi piace pensare che i due pianisti l’abbiano visto lì per la prima volta nella loro vita e abbiano voluto provarlo, e purtroppo Vernon non era tipo che tendeva sempre a fare le cose in modo ortodosso, quindi magari fu proprio lui a farglielo trovare o a invitarli a suonarlo. Il piano elettrico dopo What’d I Say di Ray Charles era di moda e ciò potrebbe aver spinto il produttore a cercare un suono simile, un suono “nuovo” con uno strumento di antica concezione. Un’altra cosa strana è che anche il suono del pianoforte è metallico, truccato per ottenere un effetto western da honky tonk, forse non in registrazione o in post-produzione, ma direttamente con puntine da disegno nei martelletti.

Il succo di questa sessione è in ogni caso valido e interessante, anche se l’audio non è il massimo, e uscì nello stesso anno in 12 tracce sul vinile THE BLUES OF OTIS SPANN (Decca LK 4615).
Come detto, Spann rifa alcuni brani della sessione precedente, come Meet Me In The Bottom (Boots and Shoes AKA Mr. Highway Man), storia di un uomo in fuga su un robusto jump con la voce e il pianoforte a far tutto, tanto che la ritmica di Willie Smith e Ransom Knowling non sembra in più solo perché ben fatta, Keep Your Hands Out Of My Pocket, bel Chicago blues, in cui i quattro procedono come uno solo (qui fratello Muddy mostra come suonare con Spann), e allo stesso tempo vicino al ragtime sia per la timbrica che per lo stile stride, e Spann’s Boogie, breve strumentale ricco di brio e inventiva ben sostenuto da un ‘Big Eyes’ Smith che dà esempio mirabile del suo perfettissimo shuffle.
Tra le “novità” ci sono la compatta Rock Me Mama di Crudup, quasi uno swamp blues alla Slim Harpo (qui mi sembra d’individuare la mano del produttore, la stessa del british blues), la brillante I Came From Clarksdale, in cui l’influenza e la presenza di Muddy sono fondamentali (Otis lo chiama prima del solo, watch out, brother!) e il profondissimo passo di Ransom Knowling ricorda un basso tuba, e Sarah Street, bellissimo down tempo con lavoro fino di Knowling, Smith, che in tutto il disco usa spazzole e rullante, e Muddy, sempre insinuato con naturalezza tra il pianismo e la vocalità di Spann e sempre sulla stessa lunghezza d’onda.

Due dei brani con harpsichord sono boogie ed è chiaro che lo strumento non è adatto ai lenti, al massimo se ne possono esaltare le qualità ritmiche. Uno è su un jump-blues a tempo medio, The Blues Don’t Like Nobody, l’altro è Jangleboogie, strumentale alla Meade Lux Lewis mostrante come Spann abbia preso confidenza con lo strumento, che per sua natura ha un suono limitato e statico, qua arricchito e reso più dinamico dal contributo di Muddy.
Nelle note Neil Slaven dice che T-99 si riferisce a Jimmy ‘T-99′ Nelson, ma credo non c’entri niente dato che il brano somiglia a Tee-Nah-Nah di Smiley Lewis, e quindi il titolo mi sembra dato per assonanza fonetica. Aveva già ripreso il tema nella sua seconda registrazione da solista alla Chess nel 1956 con I’m Leaving You (v. il precedente articolo su Spann); anche qui c’è il clavicembalo, ma Spann cerca di farlo suonare come un pianoforte.
Il piano si può sentire ancora in due bellissimi lenti, nella parabola blues della pecorella smarrita, Lost Sheep In The Fold, accompagnato da batteria e contrabbasso minimali, e Natural Days, con l’aggiunta del tocco altrettanto minimalista di Muddy, mentre I Got A Feeling è la prima versione del moderato che farà nella sessione di The Blues Never Die, qui più blues ballad.

Gli altri brani di questa giornata uscirono successivamente sparsi su pubblicazioni Decca, Ace of Clubs (Raw Blues) e nel 1984 su un lato dell’olandese Black Magic #9004, Take Me Back Home, già citato nel primo articolo perché dall’altro lato ha 6 rimanenze della sessione Candid, inoltre un singolo uscì con Eric Clapton e Jimmy Page overdubbed (Stirs Me Up e un alt take di Keep Your Hands Out Of My Pocket, Decca F11972. Clapton è anche in Pretty Girls Everywhere). Nel 1980 Black Magic, quando si chiamava ancora Black Cat, aveva pubblicato una riedizione di The Blues Of con l’aggiunta di 2 brani (My Home Is In The Delta e You Gonna Need My Help), Half Ain’t Been Told (LP 001).
L’operazione overdub non s’esaurì con Page e Clapton. Vernon, non nuovo a recuperi di questo tipo, quattro anni dopo la sessione ebbe la discutibile idea di fare remix dei brani sovra-incidendo qua e là due sassofoni (Bud Beadle e Steve Gregory), una tromba (Rod M. Lee) e un’altra chitarra (Spit James). Dopodiché prese 10 di questi, li rinominò tutti con titoli più beatnick, (3) e li pubblicò nel 1969 in un LP (Deram 1036) denominato Cracked Spanner Head con copertina pseudo-psichedelica in cui campeggia un surfista, e tutto ciò a nome di Otis Spann: siete avvertiti. Invece di sparire nel nulla, questo assurdo artefatto è stato ripubblicato con 4 tracce in più su CD in una confezione doppia (The Blues Of Otis Spann / Cracked Spanner Head) associato quindi al disco originale il che, se non salva l’operazione, anzi la palesa ancor più inutile e ridicola, almeno rende evidente che è lo stesso disco e uno è solo la brutta copia dell’altro, con non so quanta soddisfazione dell’acquirente. Inoltre mi sembra sia stato aggiunto un effetto eco, con l’unico risultato di esasperare i suoni.

Otis Spann, The Blues Never DieAlla fine dello stesso anno ci fu un’altra sessione, pubblicata nei primi mesi del 1965 a suo nome con il titolo di THE BLUES NEVER DIE! su LP Prestige (PR 7391, note di Pete Welding).
Da ciò che annota Sam Charters (su The Bluesville Years Vol. 2, Feeling Down On The South Side, riportato nel documento di Alan Balfour citato nelle fonti) s’evince che quest’occasione, la sua seconda americana da (quasi) solista a più di 4 anni dalla prima, fu del tutto casuale.
Infatti, dopo un concerto al Carnegie Hall i componenti della Muddy Waters Band s’accorsero di non essere in grado di pagarsi il viaggio di ritorno e probabilmente fu Charters a sostenere le spese per conto di Bluesville (sussidiaria di Prestige), effettuando poi questa “sessione di scambio” il 21 novembre a Chicago.
Il disco ha 11 episodi di qualità ed è stato regolarmente ristampato nel tempo, dalla tedesca Bellaphon, dalle inglesi Stateside e Ace, e ancora da Prestige nel 1972, fino all’edizione del 1990 su CD (530-2) Original Blues Classics, masterizzato da Phil De Lancie negli studi Fantasy a Berkeley (Fantasy Inc. è proprietaria dei marchi Prestige e Bluesville).
Le parti vocali sono a metà tra Spann e James Cotton, armonicista della band dal 1956/57, mentre strumentalmente è un lavoro d’insieme quasi tutto su tempi medi chicagoani; una fotografia della MWB del periodo, con la ritmica del bassista Milton Rector e del batterista S.P. Leary. Anche qui Muddy Waters è in incognito (Dirty Rivers), ma meno presente rispetto alla precedente sessione inglese (o almeno mi pare) lasciando la maggior parte del compito ritmico, svolto benissimo, a James ‘Pee Wee’ Madison, che nella band ha preso il posto lasciato vacante da Pat Hare.

Spann riprende molto bene I Got A Feeling e invece con poca energia Must Have Been The Devil,  ma anche questa reticenza ha il suo fascino. La sua novità più bella è The Blues Never Die, suggestiva e tipicamente “spanniana”, con eccellente lavoro di Cotton all’armonica, mentre la più atipica è After Awhile, mississippiana ad andatura swing alla Howlin’ Wolf e canto alla John Lee Hooker.
Come On invece è più ordinaria, ma ciò che non è ordinario nel disco è l’esecuzione della band, un insieme che procede di pari passo spinto dalle stesse motivazioni, dalla stessa attitudine e dall’equivalente bravura.
Tra le cose portate da Cotton spicca il passo funereo di One More Mile To Go (Been a hard bitter journey, and I don’t have to cry no more / Baby keep your light up burnin’, so your man will know the score / One more mile, one more mile to go / There’s been a hard bitter journey baby, and I don’t have to cry no more), perla maggiorata dal controcanto della band (anche Muddy), e non da meno è l’uptempo Feelin’ Good, preso dal repertorio di Junior Parker, con ritmica esemplare.
Dust My Broom è naturalmente il classico di Robert Johnson via Elmore James, e I’m Ready è il classico di Dixon via Muddy, nato per casualità qualche anno prima da una risposta dell’armonicista Willie Foster alla domanda se fosse pronto (Ready as anybody can be).
Più tipici di Cotton sono invece Straighten Up, Baby, inciso dieci anni prima per Sun Records, e Lightnin’, tonico strumentale di gruppo in cui si rileva la sua prima influenza, S.B. Williamson II.
È un disco da avere in quanto ben eseguito da musicisti all’apice della “catena alimentare” di Chicago, ma non uno dei più rappresentativi di Spann visto nella prospettiva solista.

Il 22 novembre 1965 Otis accompagna in studio Johnny Young per Arhoolie (il bellissimo disco Chicago Blues, ne ho parlato nel documento dedicato a Big Walter Horton); da segnalare 4 duetti Spann/Young (Young voce e mandolino), I’m Doing All Right, Keep Your Nose Out Of My Business, Moaning and Groaning e Stealin’.
Otis Spann's Chicago BluesTra il 1965 e il 1966 Pete Welding lo registra a Chicago per la sua Testament Records, da solo e come accompagnatore, e un album esce nel 1966 con 14 tracce, OTIS SPANN’S CHICAGO BLUES (T-2211, ci sono due vinili con copertina diversa, una di queste è simile a quella di The Blues Never Die); uscirà anche in Inghilterra nel 1967 con il titolo di NOBODY KNOWS MY TROUBLES su Bounty (BY 6037). Nel 1994 è uscito il CD (Testament TCD 5005) con una traccia in più, G.B. Blues, strumentale da una sessione di Johnny Shines nel giugno 1966, con Big Walter Horton, Lee Jackson, Fred Below.
Sembra siano state almeno due o tre diverse occasioni dato che c’è differenza di volume e di qualità audio tra gli 8 brani solistici e i 5 in cui è con Cotton, Johnny Young, Jimmy Lee Morris e S.P. Leary – questi ultimi come audio sono i peggiori – e 1 accompagnato solo dalla batteria di Robert Whitehead.
Si tratta di Vicksburg Blues (Little Brother Montgomery), qui però la bassa qualità gioca in modo interessante perché sembra inciso negli anni Quaranta, non nel 1966. A dare quest’impressione non è solo la sporcizia sonora, ma anche la scansione di Whitehead e lo stile di Spann, mai stato così vicino a Maceo Merriweather (per questi motivi è interessante, non perché sembra più vecchio); questo brano è anche più compiuto rispetto agli altri, tutti molto brevi, la brevità un altro aspetto inspiegabile.

Otis Spann, Nobody Knows My TroublesCertamente i tecnici Norman Dayron o Stu Black (o entrambi) hanno fallito, in particolare i brani con la band sono quasi inascoltabili, e anche se la voce bassa e uniforme di Otis al limite potrebbe essere imputata ad una disfonia temporanea – difficile giudicare in quel mare di riverbero – questo non giustifica il resto. Davvero peccato, perché a parte le riprese di Get Your Hands Out Of My Pocket e Sarah Street, ci sono novità come Jack-Knife, strumentale di gruppo in cui Otis è all’organo elettrico, ma il suono è irrimediabilmente impastato.
Nuovi titoli sono anche Lovin’ You, ancora all’organo, e Who’s Out There?, uptempo in cui purtroppo non si distingue Johnny Young e non si riesce ad apprezzare l’accoppiata Lee Morris/S.P. Leary, l’unico che risalta qui è Cotton.
Meglio i brani da solo, equamente distribuiti tra suoi e altrui. Tra i primi troviamo lo slow introspettivo di Nobody Knows My Troubles e il rimarchevole You Can’t Hide, walkin’ bass e improvvisazione sulla scala pentatonica. What’s On Your Worried Mind è un bel classico blues mentre Spann’s Boogie Woogie è un’altra versione esemplare del suo taglio boogie in piena esaltazione della tradizione.
Worried Life Blues qui è più contratta e veloce rispetto ad altre versioni, prima del traditional See See Rider personalizzato, del bellissimo One-Room Country Shack di Mercy Dee Walton e del superbo quadretto di Lonnie Johnson Mr. Jelly-Roll Baker, inaugurato nella riuscita sessione Storyville.
Sei di questi brani (tre con la band e tre da solo) si trovano anche nella raccolta digitale I Wanna Go Home di Hightone Records (2003) un po’ ripuliti, insieme ad altri sei Testament incisi più tardi, nel 1968/69, parte di ciò che contiene un disco (TCD 6001) del 1997 che raccoglie sedici inediti (anche dal vivo), Live The Life.

Nel gennaio 1966 andò a Toronto dove apparve sia come membro della band di Muddy che come solista in una trasmissione televisiva della rete CBC sponsorizzata dalla compagnia telefonica.
Queste belle esibizioni, che comprendono anche altri bluesman, sono uscite in un DVD chiamato (Colin James (4) Presents) The Blues Masters e Spann nei suoi due episodi è su di giri, complice forse (oltre al liquor) la fama che in quel periodo la compagine di Muddy aveva presso i giovani rocker. Se non avete il DVD ammirate cosa fa in ‘Tain’t Nobody Business e in Blues Don’t Like Nobody.
Muddy Waters & Otis SpannCome noto, pur avendo avviato la carriera solista Spann starà fin (quasi) alla fine nella MWB, e anche in questo periodo la sua attività di sideman fu intensa, ad esempio nel giugno 1966 con Pete Welding a Chicago per Johnny Shines (Masters of Modern Blues Vol. 1, Testament T-2212 – 1966, TCD 5002 – 1994), e per Floyd Jones e Eddie Taylor (Masters of Modern Blues Vol. 3, Testament T-2214 – 1966, TCD 5001 – 1994). (5)
Alla primavera del 1966 risale invece la registrazione con la band per Big Mama Thornton ai Coast Recorders di San Francisco, e al 20 agosto dello stesso anno quella del Café Au Go-Go al Greenwich Village con la band per John Lee Hooker, testimoniata nel bel disco Live At The Café Au Go-Go per Bluesway, sussidiaria di ABC/Paramount. (6)
Quella sera i newyorchesi videro una vera all star band perfettamente integrata, Spann, l’armonicista George ‘Harmonica’ Smith, il batterista Francis Clay, il bassista Mac Arnold, e ben quattro chitarristi, oltre a Hooker e Muddy, Sammy Lawhorn e Luther ‘Snake’ Johnson (detto anche Georgia Boy).

Bluesway capisce che è un momento magico, e solo dieci giorni dopo lo ferma su disco anche per Spann, producendo sempre a New York 9 brani per THE BLUES IS WHERE IT’S AT, usciti nel 1966 su LP Bluesway (BLS 6003) e nel 1994 in CD su BGO (BGOCD221).
Bob Thiele cerca di riprodurre il clima della registrazione Hooker organizzando un vero live in studio, con un pubblico, e gli stessi accompagnatori. Robert Gordon, nel libro citato nelle fonti, dice invece che anche il disco di Spann fu registrato al locale, e che comunque le tracce di Hooker potrebbero essere state re-incise successivamente.
Comunque sia, l’atmosfera è perfetta, l’eco pure e il risultato è da non mancare; forse l’unica svista (oltre agli applausi troppo alti) è stata far suonare George Smith in acustico. È un po’ strano che in una situazione così, da un’intera, rifinita Chicago band dalle polifoniche sonorità elettriche spunti fuori un suono acustico d’armonica, pur con giusto volume e dalla stessa compiutezza melodica e armonica. C’è anche da dire che è un disco più di chitarre che di pianoforte – ma per me questo non è certo un difetto dato che le tre fanno interventi sempre azzeccati, su misura, e hanno un suono superlativo, mentre il canto ambrato ed espressivo di Spann da solo compie metà della magia.
Anche dove Otis riprende, l’approccio e il suono rappresentano comunque unicità, come nel suo classico slow Down on Sarah Street, ben innervato dalle chitarre e in cui George Smith immette una vena romantica, altrettanto nel T’Ain’t Nobody’s Business If I Do (si sente una voce che la chiede, o l’annuncia), tirato fuori con grinta e realismo pochi mesi prima a Toronto e qua ancor più notevole, impreziosito da Sammy Lawhorn, e in My Home Is In The Delta, di e con Muddy (le due precedenti versioni sono su Walking The Blues e su The Blues Of).
Sono novità il divertente Popcorn Man, attribuito a Muddy, il suo Nobody Knows Chicago Like I Do (Party Blues), sciolto e spontaneo tributo ai musicisti della città, in particolare ai presenti, in cui si distingue Muddy, e la bellissima sorpresa Brand New House, di Woody Harris e Bobby Darin (sì, quello di Beyond The Sea, elemento parte di una lunga stirpe di cantanti italo-americani di talento), mantenendo solo un paio di strofe topiche e trasformandola da canzone pop a rovente slow blues, forse dedicato alla sua futura brand new bride, Mahalia Lucille Jenkins.
Completano il robusto Chicago Blues, che sembra una seconda parte di Nobody Knows Chicago Like I Do, Steel Mill Blues, la sua maestosa versione di Five Long Years di Eddie Boyd dalle ancora formidabili chitarre, e il lento strumentale Spann Blues, che parla attraverso i bellissimi solo di Lawhorn, ‘Georgia Boy’ e ‘Harmonica’ Smith, prima del suo vibrante autografo finale che sigilla questa sessione magistrale.

Il 9 ottobre 1966, mentre è in tour a L.A. con Muddy, subisce un infarto: è il primo grave avvertimento di una salute vacillante, a soli 36 anni. Dopo 8 giorni torna a Chicago e riceve ulteriori cure e in novembre è ancora a New York, a incidere per l’etichetta di Victoria Spivey, (7) che cominciò a sostenerlo attraverso le pagine di Record Research e lo registrò nel 1966 e nel 1969. Della produzione Spivey purtroppo non ho mai sentito nulla, i dischi sono rari, Spann dovrebbe essere presente in almeno 4 LP.
La prima occasione del ’66 fu registrata al Café Au Go Go durante un ingaggio settimanale con Johnny Young, Luther ‘Snake’ Johnson, S.P. Leary e il chitarrista ventunenne bianco Peter Malik, (8) ma il disco uscì postumo nel 1972 con il titolo di The Everlasting Blues vs. Otis Spann (Spivey LP 1013).
The Everlasting Blues of Otis SpannDi Otis accompagnato dalla band c’è I’m A Bad Boy, You’re Going To Miss Me When I’m Gone (Black Snake Legend di Spivey), Where Is My Wife?, segnalato come “comedy sketch” di Spann e Luther Johnson, e un duetto con Victoria Spivey, Going Back Home. Degli altri 4 brani 2 sono di Young (Let Me Ride Your Mule e Number 12 and 10 Train) e 2 di Luther Johnson (Why Don’t You Leave Me Alone e You Know You Don’t Love Me Baby).
La sessione seguente data 25 novembre, ma ce ne sono altre due che potrebbero essere state fatte nella stessa giornata, tutte raccolte nei dischi The Bluesmen of the Muddy Waters Chicago Blues Band (Spivey LP 1008, forse del 1966) e The Bluesmen of the Muddy Waters Chicago Blues Band Vol. 2 (Spivey LP 1010, del 1968).
Nella prima di queste sessioni la formazione è la stessa delle incisioni Bluesway, con interventi solisti al canto di Victoria Spivey, ‘Snake’ Johnson, George Smith e naturalmente Otis Spann (You Done Lost Your Good Thing Now e Ain’t Nobody’s Business), circa due-tre brani a testa. Sono appunto presenti anche Sammy Lawhorn, Francis Clay e Muddy, quest’ultimo però, ancora sotto contratto Chess, non canta e forse suona poco, e nei crediti ha lo pseudonimo “Main Stream” (qualcuna di queste tracce trova posto su altri LP Spivey, nn. 1009, 1026 e 1035); 4 brani non sono attribuiti a nessuno in particolare (Chicago Slide, Theme, Watermelon Man, Yes Sir, Boss).
La seconda vede ancora Spivey in duetto con Spann (Diving Mama), ‘Snake’ Johnson, Lawhorn, Leary, più Lawrence ‘Sonny’ Wimberly e la novità di Lucille Spann, da poco entrata in carriera grazie a Otis, che qui interpreta She’s My Baby e con Lucille Wonder Why; tra gli altri 4 brani sicuramente qualcuno è strumentale (Been Hurt, Blues For Spivey, Blues Trot e Funky Broadway).
Nella terza, oltre a Spann e Spivey ci sono James Madison, Paul Oscher e Willie Smith, e i brani sono tre (How Much More, Last Night, Mother And Son).

Chicago/The Blues/Today!Nel primo articolo ho parlato degli inizi di Otis Spann, qua della fase centrale, ma dato che registrerà ancora per Bluesway, Spivey, Testament e altre etichette, e questo articolo è già molto lungo, a questo punto ne riservo un altro per la fase finale, anche se non era nelle intenzioni.
Come abbiamo visto questa fase centrale fu intensa, e posso chiudere bene il periodo con l’inizio delle registrazioni per un’altra etichetta, Vanguard, quelle che si trovano nel bel CD (VMD 79216) CHICAGO/THE BLUES/TODAY! (Vol. 1).
Nelle note interne l’autore Sam Charters, produttore della sessione, traccia un ritratto romantico del South Side di Chicago, dei suoi locali e musicisti, ma non dà nessuna indicazione su come e quando fu fatta. La data sul retro, 1966, va intesa come quella di pubblicazione e siccome qui la sua voce è danneggiata mi vien d’istinto collocare queste incisioni verso la fine di quell’anno, cioè dopo l’infarto di ottobre, a maggior ragione se s’ascoltano dopo The Blues Is Where It’s At, al cui confronto (solo vocale) sembrano passati anni, e non avendo sentito quelle Spivey, che dovrebbero essere le prime dopo il fatto traumatico.
Tuttavia, ciò implicherebbe che sia passato pochissimo tempo tra la registrazione e la pubblicazione, e non c’è nessuna evidenza che le due cose siano collegate; il problema alla voce potrebbe essere una raucedine passeggera, del resto Otis era anche un forte fumatore come si vede in molte foto, e quindi le registrazioni potrebbero essere avvenute prima, se non addirittura nel 1965.
Nei 3 volumi, tutti pubblicati nel 1966, Vanguard cattura parte della scena chicagoana, Otis Rush, il quartetto di James Cotton, Homesick James, Johnny Shines, Johnny Young e Big Walter Horton, e in questo volume, oltre ai 5 bellissimi brani di Spann, ce ne sono altrettanti della band di Junior Wells (con Buddy Guy, Jack Myers e Fred Below) e di J.B. Hutto & His Hawks; per tutto ciò occorre pianificazione e tempo. Inoltre nei dischi successivi la voce tornerà, anche se non come quella di prima e purtroppo non per molto.
Ad ogni modo, qui le capacità e la comunicativa sono del tutto integre, come il pianismo che, anzi, appare all’apice espressionista: nella sua vena artistica – non so nelle altre – scorre purissimo sangue vitale. Era ancora giovane e aveva ancora molto da dare.
È accompagnato solo dal batterista S.P. Leary, una condizione ideale, una perfezione assoluta (i due si leggono nel pensiero meglio di quanto faccia una persona da sé), come la brillante qualità audio di queste nuove 5 incisioni, di cui appunto solo due cantate, Burning Fire, con sfumatura drammatica a determinarne il carattere, e Sometime I Wonder, ancor più di spessore e intrusiva, come un liquido denso che goccia a goccia penetra nell’organismo.
Anche gli strumentali sono eccellenti, e c’è da chiedersi se Leary suona un’appendice del piano o della mano di Spann, da lui comandato, invece che uno strumento a parte; forse solo lui e Muddy Waters sapevano accompagnarlo così. Marie, shuffle che irrompe come una ventata benefica spalancante una porta chiusa, il meraviglioso S.P. Blues, direi un 44 Blues ispirato dalla versione Howlin’ Wolf, e il Signor Boogie Spann’s Stomp: se tutto ciò può arrivare da un uomo malato, allora qualcosa non quadra.
Alla prossima, ultima puntata.

Muddy & Band in Memphis

Otis Spann, Hubert Sumlin, Muddy Waters, James ‘Killer’ Triplet
@Jones Hotel, Memphis, 1956
(Photo Courtesy of Mud Morganfield and Bob Corritore)

(Fonti: Robert Gordon, Hoochie Coochie Man, La vita e i tempi di Muddy Waters, Fazi Editore s.r.l., Arcana Libri, Roma, 2005; Otis Spann Discography at Discogs; Otis Spann Master Discography; The Complete Muddy Waters Discography compiled by Phil Wight and Fred Rothwell; Alan Balfour, Otis Spann, luglio 2000; Testament Records Discography.)


Note:
  1. Da qualche parte si legge che c’è Willie Smith alla batteria, ma c’è solo un battito a tenere il tempo, evidentemente del pianista stesso. []
  2. Nel finale dell’originale c’è un’altra altrettanto efficace strofa in cui Johnson cita il Maxwell House coffee, bevanda in voga negli anni 1950. []
  3. I brani sono rinominati in questo modo: Keep Your Hands Out Of My PocketCrack Your Head, JangleboogieIced Nehi, Rock Me MamaWagon Wheel, Natural DaysNo Sense In Worrying, The Blues Don’t Like NobodyDollar Twenty Five, I Got A FeelingEverything’s Gonna Be Alright, T-99Lucky So And So, I Came From ClarksdaleSometimes I Wonder, Meet Me In The BottomMr. Highway Man, Lost Sheep In The FoldWhat Will Become Of Me. []
  4. Colin James è un musicista canadese contemporaneo che presenta gli artisti e i brani nella edizione DVD. La sua presenza è abbastanza invadente, addirittura lo si vede suonare inserito con un montaggio sul set originale. La trasmissione televisiva d’origine si chiamava Bell Telephone Presents The Blues. []
  5. Anche per Johnny Shines with Big Walter Horton nel 1969 a Los Angeles, Testament T-2217 – 1969, TCD 5015 – 1994. []
  6. La band di Muddy fu ingaggiata al Café Au Go-Go anche in maggio e settembre. []
  7. Spivey Records, 65 Grand Ave. a Brooklyn, fondata da Victoria Spivey e il suo compagno, Len Kunstadt, editore di Record Research. []
  8. Malik, poi anche autore e produttore, visse a Chicago insieme alla famiglia di Spann, al 4311 Greenwood nel South Side. []
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3 commenti per “Otis Spann – Sessioni soliste 1963-1966

  1. fred
    20 febbraio 2014 alle 21:45

    When you’re in trouble,
    blues is a man’s (girl’s) best friend.
    When you’re in trouble,
    blues is a man’s (girl’s) best friend.
    Blues is on the way you’re going
    and the blues don’t care where you’ve been.

    The blues never die, and the blues will never leave you babe.
    Happy Birthday Sugar.

  2. Sugarbluz
    20 febbraio 2014 alle 22:47

    Wow, thanks so much and (belated) Happy Birthday to you too!
    But I must correct you :D
    Blues ain’t gonna ask you where you’re going
    And the blues don’t care where you’ve been

  3. fred
    22 febbraio 2014 alle 17:46

    Abbandono l’idioma aglosassone per utilizzare quello latino, notando che ci siamo scambiati gli auguri nella data di mezzo, invoco all’uopo la comune locuzione “in media stat virtus” o se preferisce cito Ovidio “medio tutissimus ibis”. D’altronde, lupus mutat pilum, non mentem. ;)
    Scherzi a parte, oltre Otis Spann (che installerei tipo Matrix su ogni pianista che vuole anche solamente provare a sfiorare i tasti e dire oggi ho cercato di suonare blues) sinceramente penso che Cotton all’armonica su The Blues Never Die è letteralmente devastante. Come al solito ottimo lavoro Sugar!

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