Peter Guralnick – Sweet Soul Music
| 5 settembre 2010 | Pubblicato da Sugarbluz in Libri, RECENSIONI |
«La musica soul del Sud è il prodotto di un’epoca e di un insieme di fattori sociali difficilmente ripetibili».
Questa frase dell’autore in premessa racchiude non solo il contenuto del testo, ma anche la natura del genere soul, essenzialmente legata ad un’era di grandi cambiamenti, quella degli anni Sessanta.
Guralnick ammette che quando inizia a scrivere il libro ha ancora diversi preconcetti e idee non veritiere sulla soul music, diciamo una serie di pregiudizi storici e culturali che poi, dopo qualche anno di ricerche e interviste da costa a costa, verranno ribaltati.
Del resto Guralnick è del 1943, ha assistito all’esplosione del “movimento soul” come spettatore attivo, dai primi segnali mandati da artisti R&B o gospel nella seconda metà degli anni Cinquanta al picco raggiunto nella decade successiva, fino alla decadenza nei primi anni Settanta, non a caso dopo la morte di Martin Luther King.
Quindi, può essere difficile comprendere appieno un accadimento di tale portata mentre è in atto, dal punto di vista personale o collettivo; più facile farlo quando il nuovo ciclo è concluso, la polvere si è posata sui dischi, e gli stessi protagonisti possono raccontare la loro storia rileggendola da lontano. Ad esempio, dovette ricredersi sulle idee di una musica di pura ribellione, talmente sciolta e disinibita da non accettare compromessi con il mercato, aliena dall’industria, e di una musica di esaltazione, se non rivendicazione, di un “orgoglio nero” alla Marcus Garvey.
Sì, il southern soul era lontano dalle manovre a tavolino di Motown, ed era basato sul gospel, emotivamente pregno, amato dai giovani neri come il rock’n'roll dai giovani bianchi, e colonna sonora del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Ma non era solo questo, non una realtà che potesse isolarsi e staccarsi da tutto, così come il rock’n'roll non era solo il rifiuto dell’America borghese di Eisenhower.
Il fatto che il soul attingesse dalle stesse tematiche del blues, quelle del sentimento, elevandole alla massima potenza, che come il blues restasse legato alla chiesa pur profanandola, e fosse antifonale, melismatico, rituale, utilizzante un “gergo per iniziati”, era evidente anche alle orecchie di Guralnick, naturalmente, e tutto ciò è talmente chiaro che oggi mi sembra una bestemmia sentir dire che il soul si dipartì completamente dalla musica che l’ha preceduto, il rhythm and blues.
Però la spinta in avanti data dal suo successo era uguale a quella delle lotte per l’integrazione, andavano di pari passo e, aldilà della ricorrente forma ballad sulle questioni d’amore, c’erano anche brani di impegno sociale come Freedom Highway, Respect Yourself, We’re A Winner, I’m Black And I’m Proud, I Wish I Knew (How It Would Feel To Be Free) e la suprema A Change Is Gonna Come, consolidanti le idee sue e quelle di chi, come lui, aveva vissuto la soul music come l’espressione più piena del black power, della solidarietà afroamericana, un’avventura romantica indipendente da tutto e tutti, nata con scopi e speranze precise.
Fu Jerry Wexler uno dei primi a suggerirgli la verità su un percorso, un’evoluzione, più che una rivoluzione. La soul music non era altro che «… un nome, un’invenzione semantica. Era solo una tappa della musica, e si era sviluppata fino a un certo punto. Era rhythm and blues».
Di colpo la sua teoria della “distinzione sacra” cominciò a vacillare. Ancora una volta, nella storia della musica afroamericana, erano stati i critici e i compilatori di dischi a dare etichette di settore, e a dimenticare dove quei cantanti affondavano le loro radici.
Ecco cos’era: una musica scaturita dal gospel, del quale mantenne la stessa struttura drammatica e l’emotività vocale, ed era rhythm and blues con un diverso effetto di tensione (quella forza che preme e tira fino al punto in cui sembra possa avvenire una rivoluzione) e un ben sviluppato senso di misura (ciò che non fa avvenire la rivoluzione), tutto creato sul filo della modulazione.
Inoltre, quando Guralnick cominciò a indagare dietro le quinte, e quando conobbe come s’era lavorato alla Stax e a Muscle Shoals, scoprì che in quegli ambienti il concetto di partecipazione non era ideologico, ma reale, e che il rapporto tra bianchi e neri non era come l’immaginava, dove il nero inventava e il bianco depredava, il nero l’artista e il bianco l’uomo d’affari. Il bianco entrò direttamente nella creazione, e il nero diventò socio dell’attività, in modo casuale, non in base a progetti di interazione forzata che non avrebbero mai funzionato.
Infine, la scoperta che anche le indie, le etichette indipendenti, pur spesso gestite da veri amanti della musica, avevano come scopo primario quello di fare soldi, e quindi anche il soul, per forza di cose, era tutt’altro che estraneo all’industria. Non solo non viveva in un ideale (e idealista) isolamento, ma «procedeva fianco a fianco con il rock’n'roll e la musica country lottando con loro per gli stessi dollari, e senza rinunciare mai alla speranza di raggiungere un giorno il mercato del pop».
Fatte e analizzate queste premesse, l’autore descrive il retroterra sociale e musicale della breve ma potente epopea della soul music, forza trainante, guida e fenomeno che non mancò d’influenzare una lunga schiera di musicisti a venire, e ogni ramo della cultura del periodo.
Il racconto verte quindi sui diretti protagonisti, come Ray Charles, Sam Cooke, Otis Redding, Aretha Franklin, James Brown, Solomon Burke, Wilson Pickett, Rufus e Carla Thomas, Sam & Dave, Bobby Bland, Little Willie John, Joe Tex, Jackie Wilson, Al Green, Eddie Floyd, Arthur Alexander, Clarence Carter, James Carr, O.V. Wright, James e Bobby Purify, Don Covay, Johnnie Taylor, e altri, oltre ai gruppi vocali, già di lunga tradizione nel pop e nel gospel, che ne hanno caratterizzato la fase precedente, come i Ravens, gli Orioles, i Dominoes, i Clovers, i Drifters, i Midnighters, e ne costituirono l’ossatura poi, sia come background artistico dei grandi cantanti soul (quasi tutti provenienti da lì) sia come protagonisti diretti, tipo i fantastici Five Royales (1) (ex Royal Sons, nome con il quale operarono in chiesa, abbandonata nel 1952), i leggendari Famous Flames (ex Gospel Starlighters) di James Brown e, naturalmente, i Soul Stirrers di Sam Cooke.
Ma non è tutto qui, perché il libro porta alla luce molti altri personaggi che, per un motivo o per l’altro, hanno permesso l’esistenza stessa del soul, come i discografici Jerry Wexler (Atlantic), Jim Stewart e Estelle Axton (Stax), Tom Stafford, Rick Hall, Billy Sherrill (Fame), Quinton Claunch (Goldwax), Willie Mitchell (Hi Records), talent scout come J.W. Alexander, un impresario come Phil Walden, o un dj come Quin Ivy, il quale da dilettante produsse uno dei più grandi successi di tutti i tempi, When A Man Loves A Woman (Percy Sledge). Altrettanto importante la grande rosa dei musicisti accompagnatori, autori e/o produttori, architetti del southern soul sound, come Steve Cropper, Dave Porter, Homer Banks, William Bell, Chips Moman, Dan Penn, Spooner Oldham, Duck Dunn, Booker T. Jones, Al Jackson, Wayne Jackson, Andrew Love, Lewis Steinberg, Willie Mitchell, Isaac Hayes, Deanie Parker, Donnie Fritts, David Hood, Roger Hawkins, Jimmy Johnson, Junior Lowe, Roosevelt Jamison, Jerry Butler, e tanti altri.
Nell’intera e significativa vicenda ad emergere sono però i luoghi in cui s’è fatta la storia di questa musica, racchiusi in un triangolo composto da tre “M”, in particolare Memphis, città già cruciale per il blues e il rock’n'roll, dove Stax Records da un cinema in disuso diventò un impero discografico, ma soprattutto “inventò” la soul music, e Muscle Shoals, sprofondata nella campagna dell’Alabama, che diede vita a Fame Records e a quello che genericamente è riconosciuto come il Muscle Shoals sound, un magico e ben dosato composto di melodia e ritmo che, sul finire dell’era soul, non mancò di attrarre anche i protagonisti del country-folk-rock degli anni Settanta, ma anche Macon, in Georgia, città in cui Otis Redding, una delle più grandi personalità del soul, mosse i suoi primi passi.
Questi erano laboratori vitali, sperimentali, e luoghi di scontro-incontro tra varie personalità ed esperienze, su cui Guralnick, pur inevitabilmente elevando (ed elevandosi) queste realtà spazio-temporali in una dimensione che ha a che fare con il mito, non nasconde con dovizia di particolari anche gli aspetti imperfettibili, i difetti oltre che i pregi, le mancanze oltre che il surplus, dando conto di un’avventura vista dal lato umano più fallibile oltre che geniale, ma dove il talento in opera era così tanto che perfino gli attriti, i fallimenti e le differenze facevano nascere belle cose.
Tutto e tutti hanno avuto il proprio ruolo, mentre intorno l’universo delle radio e delle associazioni studentesche davano continui impulsi, e sotto si svolgeva la storia americana che cambiò il mondo.
Ovviamente, protagoniste sono anche le canzoni, tante canzoni, che rimangono a testimonianza di qualcosa che non esiste più e che a cercarla oggi, anche nei vecchi luoghi di appartenenza, sembra non essere mai esistita da tanto è stata sognata anche durante il suo svolgimento reale.
Ma la “morte di un sogno” (titolo del penultimo capitolo) è sempre in agguato, e l’autore fa coincidere il tramonto dell’era southern soul con la scomparsa del Rev. King, tra l’altro avvenuta poco dopo quella di Otis Redding, fatto quest’ultimo che scosse ulteriormente i già precari equilibri di Stax, ormai non più “famiglia”, ma vera e propria industria discografica in vena di restyling, accordi sottobanco e assunzioni esterne, che comunque anche negli anni Settanta continuò a sfornare successi.
Le conclusioni sono amare, ma certo veritiere:
«Ci sono pochi posti ai margini dell’industria dello spettacolo che riescano a tener vivi i sogni di grandezza; so che anche nel pieno del suo ultimo successo discografico (2) Solomon Burke non riusciva quasi a trovare un impresario disposto a investire una cifra sostanziosa in qualcosa che realisticamente appariva solo come un fenomeno passeggero. Senza la messa in scena propria delle star è difficile essere una star…».
Nessun vero revival è davvero possibile – nonostante negli anni Ottanta la musica soul del passato ebbe per un certo periodo un nuovo impeto e un nuovo pubblico, grazie anche al film Blues Brothers – ci vogliono tanti soldi per mettere insieme una vera soul band, mantenerla e farla viaggiare, e non si può replicare un feeling.
Soprattutto però, aldilà dell’aspetto commerciale, sempre determinante nel successo o meno di una qualsiasi attività, e nel suo perdurare, ciò che è venuta a mancare, suggerisce l’autore, è la “tranquilla fiducia della giovinezza”, e il sopraggiungere, sia per l’ascoltatore sia per il musicista, di “troppi elementi di consapevolezza”.
Non si può dargli torto. L’inevitabile accumulo di conoscenze, in ogni settore, porta a non far sembrare più le stesse cose fatte oggi, anche se identiche a vent’anni prima, e l’unico modo per tenere in vita il soul (come il blues) non è sperare in un revival, ma è il sincero attaccamento degli appassionati. Alla fine, è solo per merito dei fan di quella musica oggi considerata tradizionale se il blues e il soul non sono davvero scomparsi, gli stessi fan che sono disposti ad accorrere e riportarla alla luce ogni qual volta se ne presenti la pur minima occasione.
«… Non morirà mai; continuerà a sollevare la testa nei luoghi più impensati, a simboleggiare un’era di speranze e di aspirazioni, a evocare zone del nostro paesaggio interiore che non sono sempre immediatamente accessibili o evidenti in una trascrizione letterale della musica…».
Note:
- Il gruppo, e in particolare il suo chitarrista, Lowman ‘Pete’ Pauling, fu di grande influenza su Steve Cropper [↩]
- Guralnick si riferisce al doppio Soul Alive!, edito da Rounder nel 1984 [↩]

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