Piazza Blues, Bellinzona 26.7.2007

Little Charlie Baty, Kim Wilson, Piazza Blues

Fabulous Thunderbirds, Little Charlie Baty, Rick Estrin / Andy Egert & Bob Stroger / Bluecerne

Deludenti i primi due set della serata in questione al Piazza Blues, ora nelle mani di Fritz Jakober, ex direttore artistico del Festival di Lucerna. I Bluecerne sono un gruppo di 7 componenti (voce, chitarra, basso, batteria, tastiere, sax tenore e tromba) provenienti da Lucerna, fanno R&B leggero e soul in chiave moderna. Aldilà del fatto che non ho particolarmente apprezzato il repertorio suonano decentemente, ma mancano di quello spessore interpretativo necessario per uscire dalla routine e dall’anonimato.
Andy Egert invece, chitarrista svizzero, è in compagnia di un batterista non identificato e di Bob Stroger, come si sa bassista storico del blues di Chicago che dal 1955, quando vi approdò, ha accompagnato il fior fiore dei musicisti della città ventosa. Un trio che come sonorità ha navigato al largo dai lidi blues per approdare verso quelli d’uno scontato blues-rock, nonostante l’apprezzabile rilassatezza e l’impostazione impeccabile ancora una volta dimostrate da Stroger, il quale probabilmente per poter rimanere sulla scena dei festival europei ha dovuto legarsi a personaggi come il suddetto svizzero.
È inevitabile per me mettere Egert in discussione per il suo bisogno d’apparire come l’ennesimo guitar hero di proporzioni modeste, con lunghi e inutili assolo alla massima potenza.
Metà set è andato a Stroger come solista e l’altra metà è andata a Egert, per una durata complessiva più lunga di quanto m’immaginassi. Nonostante la prima parte sia stata per me più godibile perché più legata agli stilemi blues, Stroger, fresco del secondo disco in proprio, Bob is back in town, e di un’ulteriore esclusione dal premio Blues Music Award nella sua categoria dopo che tutti gli anni viene candidato, non s’è distinto per originalità, proponendo brani già sentiti nelle varie occasioni, come Don’t You Lie To Me di Tampa Red e Stranded in St. Louis di Omar Shariff, quest’ultima in una lunga versione in cui Egert ha suonato l’armonica sul supporto, prima di lanciarsi in un lungo solo di chitarra che non è servito a valorizzare il brano, anzi.
Propongono anche Just A Bad Boy (Bad Boy di Eddie Taylor) e Something Strange, contenute nel suo disco. Nella scena di Egert c’è una Fire on the Crossroads che sa di copia autografa ed un altro rock piuttosto didascalico che ha lo stesso odore del primo, Johnny Guitar (niente a che vedere con la canzone del film omonimo), dove poi Johnny diventa Andy; non so se è più dilettante allo strumento o come autore.

Sarebbe poi stato meglio se avesse lasciato stare Help Me di Sonny Boy Williamson II, già bistrattata da tanti, diventato uno strumentale per chitarra fin quasi alla fine, quando riprende le parole del brano. Verso le 23 sono distratta dall’arrivo nel backstage di Kim Wilson e i suoi; alcuni di loro s’appoggiano sui divanetti, allestiti in una specie di grande salotto sotto un tendone, mentre Wilson rimane vigile, disponibile a fare ciò che c’è da fare, Moeller gioca con le bacchette e mi saluta con la mano, Weber lancia sguardi torvi e il look di Curran fa pensare d’essere al concerto sbagliato.
Dopo pochissima attesa raccolgo l’esclusiva e cordiale attenzione di Wilson, con le firme sui dischi che ho portato e una chiacchierata piuttosto superficiale a causa della mia impreparazione all’incontro (il tempo che passa, la sua dieta pre-matrimoniale, l’incontro a Lucerna nel 2003 [v. intervista su Bluesiana], ecc. ecc.).
Quanto torno sotto il palco stanno facendo I Gotta Move, di nuovo poco apprezzabile dal punto di vista sonoro e stilistico (se era quella di Fred McDowell faccio finta di non averla sentita), così durante un solo di batteria vado ancora in giro incontrando l’irrequieta Sharrie Williams, che poi in parte seguirà il concerto dei Fabulous seduta sotto il palco.
Torno per il finale, manco a dirlo con una “originalità” come Sweet Home Chicago, che Egert ha voluto cantassimo insieme a lui, e che caso ora che ci penso: è successo anche qualche sera prima a Parma al concerto della Blues Brothers Band con Eddie Floyd. Durante il cambio palco ascolto Bob Stroger che racconta di quanto Chicago sia l’unica città in cui vive bene anche dal punto di vista professionale, a differenza della costa est e di quella ovest. Dice poi che quando è là suona al Buddy Guy’s Legends e altri locali, e che sta facendo tanti concerti per il mondo (Norvegia, Svezia, Canada, Francia).

Fabulous Thunderbirds, clicca per ingrandire È quasi mezzanotte quando in scena arrivano i Fabulous Thunderbirds, la band di culto del blues bianco raramente di passaggio da queste parti, e la band più tatuata che io abbia mai visto. L’unica delusione è accorgermi della mancanza di Gene Taylor (pare che abbia lasciato la band e viva in Belgio per motivi sentimentali), ma la faccenda è poi dimenticata perché non sembra mancare niente, non per demeriti di Taylor, ma per meriti di quelli presenti.
Schierati, oltre a Kim Wilson, ci sono i due chitarristi Kirk ‘Eli’ Fletcher e il giovane impomatato talento Nick Curran (sono passati solo pochi anni da quando, adolescente, aveva come idoli i T-Birds) (1), Ronnie James Weber al basso e Jay Moeller alla batteria (qua invece m’aspettavo Jimi Bott, uscito recentemente con il suo secondo disco con la crema dei musicisti dell’ovest).
Vanno in attacco subito con la calorosa Pretty Baby di Junior Parker (ricorda la versione inserita nel bootleg con S.R.V. al Fair Coliseum di Dallas, solo più pulita), e si pregusta l’andazzo della serata: puro texano, estratto di american music dal piglio rinnovato ma dalla tradizione più che mai viva, tenuta da Wilson sugli scudi immettendo sempre nuove leve nel gruppo, e concedendo spazio ai suoi accompagnatori-solisti. I Fabulous, in definitiva, oggi non sono nient’altro che Kim Wilson, e Wilson è il simbolo di una generazione musicale americana che conosce la lezione dei grandi del passato.

Kirk Fletcher, clicca per ingrandire Ottimo pure l’aspetto audio, forse per la forma raccolta della piazza e/o di uno scrupoloso soundcheck.
Incalzano con My Babe, e ora sembra di stare sul fantastico set del Live del 2000. Come speravo dall’ultimo disco sceglie Postman, l’autografo e torrido blues medio tempo (anche se l’effetto è quello di un lento) più bello del disco, in sapore di Albert King, con ottimo solo di Kirk Fletcher e con il più tatuato di tutti Weber che intorbida le acque. Shot Down, cantata da Nick Curran perché contenuta nel suo sofisticato Doctor Velvet, disco californiano retrò, è un altro episodio sano ed energico, preso in prestito da Gerry Roslie e ripulito dal tipico suono dei Sonics, gli antagonisti dei Beach Boys, prima d’arrivare al momento che li caratterizza, il loro hit per eccellenza, She’s Tuff.
Qua sembra d’essere dentro l’imperdibile Different Tacos, set di Austin dei tardi 1970, con la risata tra il sornione e il diabolico che viene cesellata catturando l’attenzione e l’aspettativa di tutti noi. Fanno anche Painted On, con le due chitarre che si rimpallano i riff, prima di lanciarsi in una travolgente Wait On Time: si tratta ancora di roba succulenta, pressante.
Vedo avanzare sotto il palco Bob Stroger, con il walkin’ a scansione regolare anche quando cammina. Appoggia la birra sulle casse e fa una foto a Wilson, il quale naturalmente lo nota e prima che Stroger s’allontani gli farfuglia qualcosa d’incomprensibile, come a dire: sono io che dovrei fotografare te.

Kim Wilson, clicca per ingrandire Kim Wilson è dimagrito ed è in ottima forma, è da più di 30 anni che calca le scene e non ha perso freschezza interpretativa; nel tempo ha solo guadagnato in esperienza e capacità strumentale, mentre di nuovo il repertorio dei T-Birds si mischia con quello del suo Blues Revue, tanto per confermare che oggi il gruppo s’identifica in lui.
Infatti, l’atmosfera diventa rarefatta, scura e intensa per una bellissima, dilatata (ma con senso) interpretazione di Early In The Morning; ora mi sento balzata dentro l’atmosfera di Smokin’ Joint, e prometto che è l’ultimo paragone. Sta avvenendo ciò che speravo: la forma e lo spirito ci sono, e pesca dentro i prodotti migliori. Il narrante, vociante solo d’armonica è un marchio di fabbrica, e anche Curran e Fletcher aggiungono del loro. Torna il suono incalzante e tipico dei T-Birds lato rock, e torna l’ultimo disco con Two Time Fool, durante il quale marciano alla grande, e poi avanzano ancora imperterriti nella notte con le contrazioni texane di Love Struck Baby di Stevie Ray Vaughan.
Tutte versioni polpose, non tirate via, ma neanche allungate di tanto tranne l’ultima, piacevole e inaspettata jam-session con un paio di colleghi californiani a base di jump blues, per un’esecuzione formalmente perfetta e allo stesso tempo spontanea. All’inizio mi sembra Jr.’s Jump, ma poi è così giocata che perdo volentieri il filo: Wilson chiama Rick Estrin e insieme, tra un passaggio e l’altro di armonica al volo come giocatori di pallacanestro con la palla, mettono a segno un intercalare di canestri perfetti, brevi e spettacolari, Estrin mostrando savoir faire ed eccellente tecnica, oltre che simpatia, mentre Wilson se ne sta da parte e lo lascia suonare.

Charlie Baty, Rick Estrin, T-Birds, clicca per ingrandire È poi la volta di Little Charlie Baty che con Rick Estrin forma il focoso gruppo Little Charlie & The Nightcats; così ora ci sono 3 chitarristi sul palco, ma Fletcher e Curran continuano a comportarsi come prima, dando spazio ad un po’ di “gigioneggiamento” da parte di Baty, che in questa scioltissima fase finale è anche accettabile (no se fosse stato così tutto il set).
Inutile dire che la sezione ritmica Weber/Moeller fa incastrare tutto. Lil’ Charlie si mostra anche lui all’altezza, lanciandosi poi in un siparietto con Wilson e con l’orso Fletcher che gli sta a fianco, il quale ad un certo punto non ce la fa più a stare serio. Tutto questo mentre la musica scorre via liscia come se fosse un disco registrato, nell’unico senso che nessuna sbavatura o eccedenza è notata. Favoloso, anzi fabuloso!
Hanno suonato meno di due ore, avrei voluto qualcosa di più perché per me sono volate via. Volano via anche loro (in Francia, a Cognac), ma prima il copione esige un ritorno: è Wilson ad eseguire in solitaria la tenera e struggente Nine Below Zero. Questo sì che si può considerare un degno omaggio al grande Williamson II, e più in generale al blues.

(Articolo originariamente scritto il 30 luglio 2007)

Kim Wilson, Smokin' JointFabulous Thunderbirds, Girls Go Wild


Note:
  1. Aggiornamento: Nick Curran è purtroppo scomparso il 6/10/2012 a soli 35 anni. Era rientrato in ospedale due settimane prima, per una nuova recidiva di un carcinoma linguale operato nel 2010. []
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