Porretta Soul Festival, 21.7.2013

Porretta Soul Festival, Osaka Monaurail

Memphis Rhythm & Blues Show and Revue con Bobby Rush, Pastor Mitty Collier, Rev. Calvin Bridges
Latimore, David Hudson, Toni Green, Falisa JaNayé & Paul Brown And His Allstar Band “Heart and Soul”
Charles Walker & The Dynamites
Sax Gordon’s International Soul Caravan feat. Raphael Wressnig e Igor Prado
Osaka Monaurail

Potrebbe apparire irriverente o perlomeno inadeguata la scelta della fotografia di rappresentanza del Porretta Soul, IV serata, 26° anno, scelta che tra l’altro ho confermato nella pagina delle gallerie fotografiche.
Forse il motivo è che tra gli artisti che dovrebbero essere rappresentativi del soul, cioè gli afroamericani, nessuno di loro quella sera ha spiccato in modo particolare, pena anche la brevità dei singoli set, e sceglierne uno magari solo in base alla fama (es., Bobby Rush) poteva sembrare un torto ad un altro/a (es., Mitty Collier o Latimore) che vanta la sua presenza, pur discreta, nella storia della musica dell’anima. Forse c’è anche un pizzico di provocazione. In effetti un po’ mi spaventa l’idea che sembrino essere dei giapponesi i “vincitori” della serata, ma l’immagine di copertina se la meritano tutta.
Se è pur vero che gli artisti neri – vocalmente – sono ancora (e sempre saranno) superiori a quelli bianchi, e se è vero che hanno sul groppone il compito di, magari, inventare del nuovo che possa competere con il prodotto della storia, cosa che nessuno davvero pretende dai bianchi, è anche vero che condire la propria musica con eccessivo languore e inconsistenza sonora va aldilà di quello che si potrebbe definire un gap difficile da colmare e per il quale ci possono essere varie motivazioni. A dir la verità l’inconsistenza sonora è in buona percentuale attribuibile alla house band, Paul Brown And His “Allstar” Band, ma è meglio proseguire nel dettaglio, non sia mai che io su questo terreno lasci qualcosa di non motivato.

Aprire le danze quando ancora fa luce è compito di Charles ‘Wigg’ Walker con il supporto di The Dynamites, band bianca di Nashville che arriva anche a 10 elementi, qui a 6 e guidata dal chitarrista Bill Elder aka Leo Black, anche autore per Walker. Preparando l’entrata al soulman nero propongono un proprio strumentale di soul-funk moderno, Gorilla, con tinte jazzy e inserto di chant alla indians del Mardi Gras (Iko Iko). Fanno un genere che non apprezzo molto ma è indiscutibilmente suonato bene, anzi posso dire che suona bene al punto da potermi quasi piacere, il che è stupefacente; ben dosato e fatto bene inoltre l’apporto dell’Hammond.
Nello stesso stile rientra la successiva Shangri-La, ancora autografa e tratta dal loro disco, il terzo in collaborazione con Walker, Love Is Only Everything (uscito anche in vinile con copertina vintage), mentre odora di buono il decisamente classico stacchetto fatto su Ninety-Nine And A Half (Won’t Do). A stento lo riconosco ma si nota invece facilmente il cambio di registro più groovy e soul, ciò che in effetti me lo fa individuare come classico prima di riconoscerlo come brano (questo potrebbe anche dimostrare, oltre alla bravura della band, che rispetto ai tempi d’oro non è cambiato solo il suono ma anche la scrittura), anticipante sia l’entrata fisica di Walker, che trova la via a stento, sia il cambio di sonorità più verso la tradizione southern soul & gospel, aspetto che i Dynamites come backing band riescono a rendere a dovere.
Charles Walker, clicca per ingrandire Charles Walker, che non ha mai raggiunto le vette della notorietà, attacca il canto ancora buono nonostante il fiato corto, sulle bellissime onde di Do The Right Thing, davvero notevole, prima del title track del disco di cui sopra. Il momento più coinvolgente è durante la bella ballata di Donny Hathaway I Love You More Than You’ll Ever Know, in cui il soulman non si risparmia riuscendo a trasmettere lo spirito e l’anima del verbo, richiamando l’attenzione e provocando un palpabile brivido nella platea fino a quel momento parzialmente distratta. Ancora ammirevoli l’hammondista e ottima la sezione fiati, composta solo da un sassofono e una tromba che non hanno fatto mancare niente, né hanno aggiunto divagazioni poco attinenti al discorso musicale in corso.
Anche la sezione ritmica mostra tutta la sua validità nei lenti come negli up-tempo funky, o nel mid-tempo di If You Don’t Mean It, in cui chitarra, basso e batteria formano un’ossatura potente ma essenziale, e il paragone con Sharon Jones e i Dap-Kings corre spontaneo: peccato quindi non sia stata una band come i Dynamites il supporto per gli altri artisti neri.
È così che in questo contesto sonoro senza sbavature anche una ballata più soffice come Still Can’t Get You Out Of My Heart ci sta bene, mentre l’inserimento di un troppo-classico come Summertime avrebbe potuto essere ben evitato, anche per la ricerca dell’inutile ghirigoro vocale di Walker, che a volte eccede in singhiozzi.

Dopo il consueto e pittoresco intervento dell’emcee inglese Rick Hutton, il cui ricorrente “facciamo uno grand applause” è un tormentone, partono i 2/3 del Sax Gordon’s International Soul Caravan, e cioè Raphael Wressnig, Hammond, e Igor Prado, chitarra, con il fratello di questi, Yuri, alla batteria. Sarebbe qualcosa per Wressnig Jellybread, lo strumentale di Booker T & The MG’s, però eseguito in modo anonimo e offrente breve solismo anche a Prado, in cui già il mancino dimostra la tendenza verso un chitarrismo atteggiato. La poca sostanza e la scarsa dinamica ed elasticità purtroppo si confermano nel seguente brano funky, in cui Prado si toglie la chitarra per farla pennellare un attimo da uno a caso nel pubblico (ma perché?), continuando poi lui a suonare senza rimetterla addosso per un passaggio che vorrebbe essere d’effetto, con il tentativo non riuscito d’infilarsela al volo per attaccare l’episodio successivo. È quasi imbarazzante.
Prado sembra troppo emozionato e non a suo agio, un po’ fuori controllo. Peccato, perché ha fatto dei dischi non male, e sappiamo che conosce la lezione del blues e dello swing, però qui non lo ha dimostrato. Non che sia stato aggressivo, ma ha condito di schitarrate e atteggiamenti inutili un set che, pur nella sua brevità, avrebbe potuto essere di tutt’altra pasta e più rimarchevole: in questo il brasiliano assomiglia ad altre consolidate star americane, quando gigioneggiano sul palco senza colpo ferire.
Sax Gordon, clicca per ingrandire Le cose non migliorano nel turno sotto i riflettori del prestanome di questo ennesimo ensemble di “star” messo insieme per girare in Europa con disimpegno, Sax Gordon (Gordon Beadle), presente al festival anche nelle veci di componente della sezione fiati della house band di Paul Brown, e in effetti il ruolo di sideman è quello in cui dovrebbe limitarsi a stare, dato che lo scarso valore artistico di questo Caravan è imputabile anche a mancate capacità di direttore o come leader.
Con una brutta voce e un sax tenore usato come arma letale contro il pubblico, approfittando male delle sue evidenti doti tecniche, s’è esibito in un set abbastanza inutile, in cui Be Careful What You Wish For ha fatto la parte della ballata autobiografica, quasi narrata, e One for Duck Dunn quella del mid-tempo strumentale tratto dal disco in cui figura ospite della Igor Prado Band (Blues & Soul Sessions). È poi ancora la volta di Wressnig con una piatta versione strumentale del classico di Sam Cooke A Change Is Gonna Come (da Soul Gift, con Alex Schultz) in cui Gordon non si trattiene da un solo per un risultato d’insieme di nuovo di poco spessore; sembrerebbe impossibile rendere nullo un brano così bello, eppure ce l’hanno fatta.
Riprende Prado con un altro d’epoca, It Ain’t No Fun To Me, in cui comunque dimostra di cantare molto meglio di Gordon, supportato da una sezione fiati aggiunta, Sweet Porretta Soul Horns (“facciamo uno grand applause”), arrivata directly from Memphis, come dichiarato dal sassofonista (anche se qualche componente è di Budrio, BO); nel gruppo sono presenti anche due ragazzi e un bambino che dimostra circa 8 anni. Bene comunque l’accompagnamento e i riff dei fiati, meno il chitarrismo sfrenato, sempre disturbante e figuriamoci in un brano a base southern soul, hit di Al Green per Hi-Records.

Non mi è mai capitato di veder un gruppo tutto di giapponesi e ammetto che in un primo momento lo schieramento fa un po’ senso, ma quando cominciano a suonare gli Osaka Monaurail (Monaurail è una distorsione di monorail, treni a una rotaia, dal brano [It's Not The Express] It’s The J.B.’s Monaurail della band di J. Brown), vantanti un’esperienza e uno studio sulla materia ventennale, ci si dimentica da dove vengono perché già mostrano un’ottima ritmica – benedette le due chitarre – e una sezione fiati (due trombe e un sax) di tutto rispetto, in cui il sassofono è il leader, componente fondamentale di un funky-soul (a volte con garbati tocchi jazzy) diretto e genuino che rimanda senz’altro a James Brown, ma anche al soul di casa Memphis e ai Temptations, vedi la bella versione strumentale di Get Ready di Smokey Robinson.
In realtà l’apertura, prima dell’arrivo del cantante, m’ha ricordato la scena dei Blues Brothers in cui, nonostante l’introduzione musicale perfetta, il pubblico rimane di ghiaccio: certo non brillano per carisma e la capacità di suscitare emozioni attraverso quel canale che va aldilà della resa sonora e delle capacità strumentali, cose queste ultime che padroneggiano ed esternano in pieno.
Si muovono in sincrono seguendo percorsi che sembrano segnati per terra, mai un passo in più o fuori dall’area in cui devono stare: sono ottimi esecutori in un’orchestra ben oliata, niente di più niente di meno. Sono fatti così, però almeno s’ascolta della buona musica fatta bene, e più di una volta dimostrano la loro educazione e riconoscenza con il tipico saluto nipponico.
Osaka Monaurail guitars, clicca per ingrandire Le acque si agitano di più con l’entrata del cantante, Ryo Nakata, che porta quella verve necessaria per cominciare a coinvolgere il pubblico, nonostante il suo sia un canto essenzialmente ritmico pieno di versi gutturali e non si capisca quasi niente di quel che dice, stretto e “scattoso” come le sue movenze, del tutto ispirate a JB. Bello lo swing che lo accompagna sul palco, prima di Quicksand e di un call and response un po’ surreale con i tre fiati, elencante i nomi dei soulman presenti quella sera e di alcuni passati a miglior vita, come Ray Charles, di cui offre anche un’estemporanea imitazione. C’è del comico nel fatto che i suoi occhi sono sempre strizzati in un’espressione tra il sorridente e il sofferente, completamente calato nel profondissimo groove del vero funk e del vero soul (e il bello è che l’ho visto in atteggiamento simile anche nel dopo festival!), e i suoi rispondono ai richiami con un Yeah! in un tal accento giapponese che fa sembrare d’essere in un campo addestramento samurai.
Comincia a trasfigurarsi del tutto in JB con quella che mi pare Give It Up, Turn It Loose, il verbo non si coglie molto, ma il frontman si cala nella parte anche fisicamente, mentre le chitarre tengono dei riff eccezionali e un bel solo in pura attitudine funk, con lo stesso bel rigore e sostanza del soul e del blues tradizionali, fino ad una virata d’effetto introducente la nota Sex Machine. È evidente che hanno studiato a fondo quel suono, che hanno lavorato sodo per ottenere questi risultati, e il batterista e il bassista sono pure encomiabili: è inutile che dica quanto è difficile riproporre i brani e il suono di James Brown facendolo con un pur minimo senso.
Per Shaft di Isaac Hayes, solo strumentale, fanno tutto il lavoro una ritmica e dei fiati tirati ed asciugati al massimo, con bell’intervento di trombone, mostrando che di polvere sotto il tappeto non ce n’è – qua sarebbe stato facilissimo evidenziare eventuali difetti. Il momento dolce arriva con il cantante al synth in simil-organo con bel suono, ma dura poco perché tornano su di giri con un funk pressante e serrato condito da un’anima soul irrinunciabile e da un inserto jazzy di chitarra, fino ad un finale al fulmicotone con una partecipata Funky Chicken di Rufus Thomas, artista simbolo del Porretta Soul e al quale è intestato il parco in cui si svolgono i concerti.
La platea ci ha messo un po’ per rompere i pregiudizi, ma ora è coinvolta. E pensare che questo pubblico è meno amorfo di quello che vedo di solito ai festival blues, è habitué, balla e risponde ai richiami dal palco, e sembra conoscere gli artisti. L’apprezzamento è tanto che nasce la richiesta di un bis – purtroppo non concesso per una scaletta ancora lunga e incalzante.

La Paul Brown and His Allstar Band prima di accompagnare il Revue si concede un piccolo set, con sonorità abbastanza inconsistenti a base di soul-pop moderno.
Lo schieramento prevede Paul Brown come tastierista (iperattivo) e direttore, una batterista che pesta come in una punk band di liceali, un bassista a 5 corde che s’esibirà anche come solista in un ballad, un chitarrista che avrebbe dovuto limitarsi alla funzione ritmica, l’unica in cui riesce senza far danni, una sezione fiati in cui figurano un tenore (Gordon), un sax baritono e una tromba – su questa sezione nessun appunto da fare – e infine tre coriste (i vari nomi si possono leggere nella galleria fotografica, non garantisco su quelli giapponesi).
Paul Brown, clicca per ingrandire La cosa più interessante che posso dire di Paul Brown è che indossa un gessato bianco a righe originale di Willie Mitchell del 1974, per il resto si nota che scuote in continuazione la testa e i suoi radi ma lunghi capelli biondi sono sempre sparsi nell’aria intorno. Come dice il presentatore, è “fori come ‘na terasa”, e quest’atteggiamento di pazzo sempre contento non lo qualifica automaticamente come genio, ma almeno lo rende simpatico.
Che poi questo Paul Brown sarebbe anche bravo come tastierista e hammondista (tecnicamente e come fantasia meglio di Wressnig sicuramente), e il suo apporto è di qualcuno che conosce le dinamiche d’accompagnamento, peccato per tutta quella dispersione di energia a favore di un atteggiamento spettacolare non sempre motivato, a discapito della sostanza sonora, che avrebbe potuto essere meno dispersiva.
Eseguono una Soul Finger dei Bar-Kays ripulita dalla negritudine e poi una delle coriste, Jackie Wilson, è solista con Memphis Train, mettendoci una bella voce (bianca) e un canto convinto, anche se tutto l’insieme sonoro non è nemmeno parente con Rufus Thomas.
Arriva l’autore della sigla del festival, Charlie Wood, che propone Lucky Charm, una noiosissima ballata soul-pop (non mi sono mai piaciuti i Jackson Browne) e un mid-tempo altrettanto poco sopportabile, Back To Where It Was Before, entrambe eseguite all’Hammond. Il suo intervento non era neanche in programma, e se ne va dopo quelle due per lasciare il posto alla prima degli artisti del Revue, Falisa JaNayé.
Come sappiamo le voci dei neri sono portentose, difficilmente deludono, e sono sempre originali, che siano giovani o vecchie, e anche Falisa non sfugge alla consuetudine. Non si capisce com’è vestita né il suo taglio di capelli, ma parte con un potente classico di Ike Turner, Fool In Love – peccato per quella batteria che condiziona tutto. Bene invece i fiati e anche Brown all’Hammond, prima di lasciare il palco con il soul-pop di You Won’t Miss Your Water.

Non male anche l’inizio di David Hudson, con Who’s Making Love di Johnnie Taylor. Poi il misconosciuto soulman di Miami s’emoziona e si commuove letteralmente durante la narrazione semi-cantata con That’s The Way I Feel About ‘Cha di Bobby Womack, condividendo la sua storia a Porretta e la gioia per il fidanzamento con colei che poi sale sul palco per un abbraccio, testimonianza di una riconciliazione tra i due avvenuta proprio nella cittadina l’anno prima.
Mitty Collier, clicca per ingrandire Le esibizioni degli artisti del Revue sono troppo brevi per dare un giudizio su ognuno a tutto tondo; questa di Hudson mi lascia un po’ perplessa soprattutto per il sentimentalismo spinto, che esclude chi non conosce o non è interessato alle sue vicende private.
È la volta di Pastor Mitty Collier (non c’è una desinenza femminile) da Chicago, città di gospel per eccellenza, accompagnata dal Rev. Calvin Bridges alla tastiera, per un momento religioso che non è mancato di partecipazione, a partire dall’uptempo di If You Understood My Past. Mitty è ancora dotata di una voce rimarchevole (e pensare che ha rischiato di perderla) e il Rev. Bridges, naturalmente anche cantante, contribuisce molto a rendere il tipico ambiente sonoro delle chiese moderne.
Collier racconta poi della sua conversione partendo dalla ballata che le diede successo ai tempi Chess, I Had A Talk With My Man, ormai da tanti anni trasformata in I Had A Talk With God Last Night. Ancora non mi piace l’accompagnamento della band, ma Mitty dimostra d’essere coinvolgente e d’avere un suo originale repertorio da pulpito.
Tornando all’ambito mondano Latimore in centro palco con il sintetizzatore Yamaha apre con il soul ballad moderno Somethin’ ’bout cha’, troppo pop per i miei gusti, mentre il suo signature song, Let’s Straighten It Out, sebbene sia nello stesso filone, è più consistente, se non altro per l’azzeccato leitmotiv.
Latimore, clicca per ingrandire Gioca con una sospensione sonora che lo porta ad un uso accorto delle dinamiche, impostando poi la tastiera sul suono della chitarra elettrica (“ho sempre desiderato essere un chitarrista”, dice scherzando) e creando un’atmosfera intima, vagamente ipnotica e sexy, mentre le coriste ripetono il chorus, elemento che rimarrà per il resto del set, impepato dall’arrivo a sorpresa da una parte di Bobby Rush, che s’insinua nella melodia del ritornello con l’armonica (suonata con più senso qua che nel suo turno), e dall’altra di David Hudson, anch’egli impegnato a giocare sul refrain: puro intrattenimento, pura atmosfera. Potrà certo non entusiasmare lo stile smooth e l’uso del synth (peraltro compatibile con il soul di Latimore), ma c’è più musica e comunicazione qua, pur tutta giocata su un’unica linea melodica, rispetto all’esibizione carica di note inutili del Soul Caravan di Sax Gordon. Quest’ultimo mostra la sua valenza solo come accompagnatore, sono infatti ancora pregevoli i fiati (gli altri sono Kenny Anderson e Steve Herrman), e Brown che fornisce un grumoso e sommesso sottofondo di Hammond, a differenza del suo saltellare come un invasato.

Toni Green parte subito del tutto immersa nello spirito soul con un brano che, per carica musicale e intensità emotiva, è perfetto per un finale o perlomeno in una posizione apice, I Who Have Nothing. Chi come me nel suo passato annovera anche il rock inglese la ricorderà degli Status Quo, ma bisogna ricordare che originariamente è un classico della canzone italiana, Uno dei tanti, scritto da Mogol e Labati, che Leiber e Stoller misero in inglese per Ben E. King, andando poi a finire nel repertorio di molti.
Toni Green, clicca per ingrandire Segno che la brava cantante nero americana, per la quarta volta a Porretta, dove conta parecchi estimatori, vuole dare il massimo nel breve spazio delle singole esibizioni, senza risparmiarsi e portando in giro un lungo e pesante addobbo, stile cappotto da sposa, che la rende un po’ impacciata nei movimenti, complici i tacchi alti, ma non troppo perché sprizza sensualità da tutti i pori nonostante i suoi dichiarati 61 anni (unbelievable, risponde qualcuno dal pubblico). Nell’enfasi espressiva, Toni si sporge e si china a stringere a lungo la mano di una persona sulla carrozzella (proprio di fianco a me) e ad altri della prima fila, mandando i suoi I love you a tutti.
Il momento della festa arriva con la nota Lonely Teardrops di Jackie Wilson (ovviamente non la corista, ma il cantante afroamericano), che ben si presta ad un’andatura calypso e alla transazione verso un altro party song, Shout!, conosciuto (spero) a buona parte della platea, tanto che un ragazzo e una ragazza sono chiamati sul palco dopo che Toni li vede ballare come in Animal House, più una giovane ma big-voiced turista afroamericana che mostra doti di entartainer nell’incitare Toni sulla stessa melodia.
Non mi ha detto molto Bobby Rush, che forse merita d’essere visto in un set completo e con la sua band per poter inoltre calarsi con più senso anche in quegli aspetti pacchiani da pimp, allo stesso tempo fortuna e limite dei suoi show.
Bobby Rush, clicca per ingrandire S’imposta sul funky-soul-blues di Tight Money, dal suo ultimo disco, coadiuvato da due delle sue carnose ballerine, passando per un omaggio a Muddy Waters con She’s Nineteen Years Old, terreno fertile per divagazioni varie, e continuando il suo melting pot di genere e repertorio con Shake, Rattle and Roll di Big Joe Turner, definitivamente dimostrante la mancanza totale del componente swing nella band, e dispensando abbracci e gran sorrisi a tutti.
Ma la situazione richiede un gran finale e, incitati dal gran vocione registrato di Rufus Thomas che piove dall’alto dei cieli, tornano Charlie Wood, a introdurre la sua sigla del festival Rufus Thomas Is Back In Town, e tutti i protagonisti del Revue, virando insieme poi su Sweet Soul Music di Arthur Conley e sul gospel corale Praise Him, in cui spicca il canto da shouter e da preacher di Mitty Collier.

Aldilà della qualità altalenante delle proposte (come nel blues penalizzata dal fatto che gli artisti migliori ormai se ne sono andati), e delle critiche già mosse, è la professionalità la caratteristica principale di questo evento, rispetto ad altri festival analoghi in Italia.
La professionalità si rivela nella continuità, grazie a finanziamenti resi possibili dalla capacità d’essersi inserito nella realtà locale fino al punto di diventare attrazione turistica, con una partecipazione di tutto il centro, e certamente anche nella validità del personale tecnico, nel fatto d’avere un presentatore fisso (purtroppo in Italia può capitare ancora d’essere sbattuti sul palco senza essere annunciati), preparato sull’argomento e senza scogli di lingua, nelle riprese televisive di qualità e nella loro puntuale diffusione in rete.
Non ultimo, cosa non poco importante per il pre, il durante e il post, il festival ha un sito web utile e fatto bene, con le informazioni necessarie e indirizzi veri dal quale arrivano in breve risposte vere, non come su certi siti ridicoli di festival blues italici con contatti messi lì non si sa perché – ad un vero contatto si deve rispondere sempre (allo stesso modo di un’azienda che comunica con il suo cliente), è da lì che si vede con chi si ha a che fare: qualcuno per favore istruisca i webmaster e gli amministratori improvvisati sul significato totale della cosa, cioè che un sito con il suo contenuto non si fa o si mette lì per bellezza, o perché ce l’hanno tutti, ma per utilità.
Infine, e questo invece c’entra con la visione su ciò che è la musica, qui c’è l’intento di non annoiare il pubblico con per niente interessanti interventi di tizio e caio, e di non affossarlo in nome di una ricerca musicale tra cose che più sono pesanti o strane e meglio è.



 

7 commenti per “Porretta Soul Festival, 21.7.2013

  1. sofia
    2 agosto 2013 alle 09:54

    okay man, I had to learn 70 tunes which all the artists changed when I got to porretta. I actually am a jazz drummer, even if im white. its terrible you have degraded me to a punk drummer.

  2. Sugarbluz
    2 agosto 2013 alle 14:56

    Sorry baby. This was a jazz drummer, this and this… Oh, they were white.
    Maybe it’s not your fault, you’re too young.
    Take care.

  3. Sugarbluz
    3 agosto 2013 alle 01:54

    *Message for Charlie Wood*
    What kind of musician are you, if you don’t accept that your two songs have bored someone?
    You, who wrote your sad and angry lines from far away, in a place where lies no music competence nor conflicting opinions, in a fb “open” friend’s group – not even the official festival fb page – don’t you have the nerve to write down your words directly to me?
    From this point of view she – the drummer girl – has more balls than you, dude.
    Your accusation of racism, I just can’t understand it.
    Unfortunately you are part of a new musicians’ generation that was trained too well, you’re accustomed to positive “reviews” because no one writes sincere reviews today. Blues and soul are attenuated because all of these words like “amazing”, “wonderful” and “terrific” that are applied to everyone, to make everyone happy and friend, everything plain, uniform, massified. Blues and soul are in pain because of this false treatment.
    I read fake and false reviews, politically-correct pieces everywhere.
    That doesn’t mean that they are all false words, but they aren’t all of that true, did you catch it?
    As there are no more reviews that only deal with the pure musical aspect, not as in rock or jazz.
    The politically-incorrect reviews no longer exist because the writers are paid or in connection with organizations, record labels, musicians, or they are musicians themselves, or they have paid vacation, and so on. It’s all mixed up, so many of them have conflict of interest.
    So, if I were you, I wouldn’t be so satisfied with those moderate reviews mentioned and linked to, if I were you. Mine has some positive, some negative, and it’s free from conditionings, and it’s about music that I heard.
    If Uliani survived to 26 of these festivals it’s also because he’s a good politician, do you know what I mean?
    I mention the boss only because he set in too in that page, calming you down like he would do with kids, and telling you that “we can also accept”. That makes me smile.
    It’s not like you can accept, you have to accept.
    But it’s normal, I can understand all of this, and you should understand that it’s normal if someone tells you that you’re boring.
    One tells you – me, someone from the audience and a blues/soul fan – and another 100, maybe 1000, just think about the same thing.
    Maybe bravo, but flat. You have studied, and you are educated, fashioned, and a lot of nice things, but I didn’t like what I heard from you.
    The real blues/soulmen and women have been through trials and tribulations, worse things than being told that they were boring.

  4. Michael Ford
    4 agosto 2013 alle 09:54

    Is the review available in English? I was at the festival and would be interested in your viewpoint.
    Thanks!

  5. Sugarbluz
    4 agosto 2013 alle 14:38

    Sorry, there’s no translation available in English. Anyway you can copy the URL of this page and paste it in the google translate box, and it’ll translate the entire page. The translation will be far from precise, or even cause misunderstandings, but it’s still the best way to get an instant translation.
    Thanks for your interest.

    EDIT: As supposed, there are some misunderstandings. Let me know if you need some clarification.

  6. Michael Ford
    4 agosto 2013 alle 15:40

    Thanks …but unfortunately the translation was absolute gobbledegook which is a pity because I think you are making some important points in your review which I’d like to absorb and discuss. ( I accept that it’s my fault for not speaking Italian – it is an Italian event, after all)

  7. Sugarbluz
    5 agosto 2013 alle 12:57

    Gobbledegook, I’ll put it in my vocabulary.
    Bluesreviews in English is a dream of mine, but it would take me too much time for the parallel site administration and for the translations, which should be done manually.
    I really appreciate your willingness to discuss about music, few people are interested in these aspects and the critical view has been lost.
    And Feather’s blindfold test era is gone, unfortunately.

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