The Aces – Chicago Beat
| 10 aprile 2010 | Pubblicato da Sugarbluz in Dischi, RECENSIONI |
The Aces fu la più richiesta, potente e swingante sezione ritmica del blues del dopoguerra di Chicago. Dopo più di vent’anni passati a suonare come gruppo solista e accompagnatore, in studio e dal vivo, dei più bei nomi di Chicago (tra le collaborazioni più riuscite quelle con Little Walter e con Otis Rush), agli albori degli anni Settanta la formazione rischiava di sparire senza aver lasciato discografia a proprio nome, un titolo che mettesse in evidenza la loro individualità e la loro versatilità come musicisti formanti un combo autonomo, a parte due singoli usciti nel 1956 per Abco, sussidiaria di Cobra, uno intestato a Freddie Hall & the Aces (Can’t This Be Mine / Playin’ Hard To Get), l’altro a Louie Meyers & The Aces (Just Whaling / Bluesy).
È difficile trovare ragioni verso la disattenzione discografica che hanno subìto in patria come gruppo solista, nonostante la grandezza della loro impronta stilistica, mentre nel ruolo di backing band sui cartelloni del tempo si leggeva un generico ‘Chicago Blues Band’ al posto dei loro nomi, vale a dire Dave Myers, Louis Myers, Fred Below. In occasione delle tournée europee che fecero a bordo del Chicago Blues Festival, ma non solo, ci pensò quindi un manipolo di discografici d’oltralpe a catturarli nelle loro imprese, e a tutt’oggi le incisioni francesi sono le uniche fatte dal gruppo intestate direttamente a loro, pur con qualche ospite.
Nel 1971 fu Vogue (la Chess francese) a mettere sul mercato Dust My Broom e Kings of Chicago Blues, nel 1976 la storica etichetta Black&Blue con questo di cui si parla, Chicago Beat, e nel 1977 MCM con Aces & Guests (i due fratelli Myers registreranno poi autonomamente più in là negli anni).
Dave (1927-2001) e Louis Myers (1929-1994) nacquero sulle colline del Mississippi, a Byhalia, poco più a nord di Holly Springs e poco più a sud di Memphis, da un padre musicista, Amos, che insegnò ad entrambi a suonare la chitarra.
I due fratelli crebbero suonando sempre insieme e sviluppando una tale empatia musicale, già favorita dalla familiarità, che permise loro di raggiungere in coppia un ottimo livello di precisione e abilità, in un continuo scambio ed arricchimento l’uno con l’altro. Quando la famiglia si trasferì a Chicago nel 1941, guarda caso capitando vicini di casa di Lonnie Johnson, loro erano adolescenti ma già chitarristi provetti, trapiantati nel posto e nel periodo giusto per evolvere la loro formazione, ascoltando e assorbendo dalla città ogni cosa musicale.
In cambio loro perfezionarono il nuovo suono elettrico della città ventosa, quello che stava nascendo soppiantando il blues prevalentemente pianistico, o comunque acustico, ancora d’ispirazione più prettamente downhome. Dave, il fratello “percussivo”, accordava più basse le corde della chitarra per suonare la ritmica, accentandola e arricchendola con accordi, imitando la mano sinistra del pianista, mentre Louis s’occupava della linea melodica e dei solo.
Più tardi Dave fu uno dei primi a usare un nuovo strumento, a metà anni ’50, il basso elettrico: acquistando un Fender Precision 1958 mise da parte per anni la chitarra, ritirandola fuori dopo la morte del fratello e tornando sulle scene come chitarrista. Da là in poi la loro storia è nota nei cambiamenti di nome fino al definitivo, il più adatto del resto.
Nel 1948 si danno il nome di Little Boys e stanno volentieri alle spalle del più anziano Arthur ‘Big Boy’ Spires, non mostrando difficoltà nel seguire il suo stile country blues, al contrario di lui, spesso spiazzato dai loro attacchi boogie o da arrangiamenti chitarristici di brani swing in voga, suonati dalle big band in città.
E’ in uno di questi contesti con Spires che incontrano Junior Wells, e con lui poco dopo diventano The Three Deuces, The Three Dukes, poi The Three Aces, ma anche The Little Chicago Devils. Nel 1951 un altro incontro che lascia il segno, con colui che diventerà il terzo componente quasi fisso della band, il loro rombo di tuono per le tempeste shuffle di gruppo: Fred Below, congedato dall’esercito da poco.
Fino a quel momento, com’era usanza del downhome blues, battevano il piede così forte sul palcoscenico da non pensare d’aver bisogno d’un batterista: fu Elgin Edmonds, batterista di Muddy Waters, a suggerirlo. Edmonds era nato al nord e proveniva dal jazz, genere non più remunerativo nel momento in cui il nuovo blues urbano cominciò a sostituirlo nei locali cittadini.
Se Edmonds e Leroy Foster si possono considerare i pionieri delle necessità ritmiche legate alla nascita della prima vera blues band, come quella di Muddy, tuttavia non furono in grado d’adattarsi fino in fondo al cambiamento strutturale in atto. Negli anni ’40 la figura del batterista blues, e la batteria stessa, erano ancora in via di perfezionamento: fu proprio Fred Below a fissare i primi modelli, che si traducevano soprattutto in una più articolata cadenza del ritmo e nella disposizione di un set ancora oggi attuale.
Nato a Chicago nel 1926, Below non era autodidatta avendo preso lezioni di musica in un istituto della città, diventando poi batterista jazz a fianco dell’organista Jack McDuff. Convertitosi al blues, diventò house drummer da Chess, fornendo con rilassatezza, e all’occorrenza con più accenti, i suoi rimbalzi per gli artisti storici della Casa, ma soprattutto formò il suo stile esibendosi dal vivo con i fratelli Myers. Con lui, i tre giustamente diventano The Four Aces e impazzano nei locali fino a quando Little Walter, allontanatosi da Muddy Waters anche per poter cantare, prende il posto di Junior Wells, che a sua volta prende il suo da zio Muddy.
Forte del successo di Juke, e del suo talento sfacciato, Walter diventa il leader del gruppo e gli cambia nome di nuovo, Little Walter & His Night Cats (o …His Jukes), ma anche The Little Walter Band, lavorando tanto in studio e dal vivo in giro per gli States, già ognuno con il proprio amplificatore, quello di Walter con due altoparlanti.
La piccola orchestra aveva gran successo; per il pubblico di allora fu una cosa nuova sentire un tale volume di suono creato da 4 soli musicisti. Nel frattempo Louis, ispirato dalla vicinanza di cotanti maestri, perfeziona la tecnica all’armonica, in qualche modo anche obbligato dalle assenze di Little Walter per ubriachezza, e in questi casi tornano a chiamarsi semplicemente The Aces.
Walter si dimostra un capo dispotico, vuole decidere sempre tutto ma non sempre li paga, così Louis decide d’andarsene per la sua strada, formando diversi gruppi poi regolarmente sciolti. Dopo qualche anno, verso la metà degli anni ’50, il rapporto di Little Walter s’interrompe anche con gli altri. I tre, mantenendo il nome, torneranno insieme durante i primi anni ‘60 ma non in modo continuativo, sia per seguire ognuno ingaggi autonomi, sia per il periodo critico del blues che li costringe a trovarsi attività alternative alla musica, facendo poi però parte del carrozzone American Folk Blues Festival in Europa.
Arrivando quindi agli anni ‘70, periodo post-rinascita del blues, The Aces vivono una seconda giovinezza non solo trovando una via discografica europea, ma anche una bella intesa con Robert Jr. Lockwood, con il quale registrano per Advent il Live in Japan del ’74 e per Delmark Steady Rollin’ Man del ’70. Si ritroveranno anche con Jimmy Rogers nel suo primo LP del ’72, Gold-Tailed Bird (c’è anche Freddy King), con Muddy Waters nel Live in Montreux sempre del ’72, con Eddie Taylor in Long Way From Home (senza Below) registrato live in Giappone nel 1977.
Suonano inoltre nei dischi che Black&Blue registra in occasione delle 3 venute del Chicago Blues Festival, immortalando diversi artisti nella storica serie Blues Reference: Roosevelt Sykes, Homesick James e Eddie Taylor nel 1970, Koko Taylor, Jimmy Rogers, Willie Mabon e Mickey Baker nel 1973, Lonnie Brooks, Little Mac Simmons e Luther Johnson nel 1975. Chicago Beat è nato con 10 tracce, diventate 16 nella riedizione in cd del 2002 (BB 445.2), in maggior parte registrate nella bella città di Toulouse il 15 dicembre 1973, e in minor parte a Bordeaux, il 4 dicembre 1970.
Benché a quel punto fossero passati molti anni dall’inizio della loro storia, il disco è piena espressione del più genuino blues della città ventosa, ispirato, com’è logico, da Little Walter, Lockwood Jr., Muddy Waters, ma condensato in un approccio fortemente personale, facendo nascere il sospetto che furono loro a influenzare lo stile sonoro della città, più che loro a esserne influenzati. Volendoli paragonare con la Muddy Waters Band, organico dall’identità ben precisa, quella di Muddy, ma allo stesso tempo in continuo fermento a causa delle frequenti sostituzioni, The Aces costituivano al contrario un punto fermo e indissolubile, ma oltremodo elastico. Avevano assorbito di tutto, ed erano pronti a modellarsi addosso a chiunque, pur rimanendo fedeli alla linea spessa e solida del loro stile.
E’ lodevole come dopo tanti anni e tante esperienze il loro suono sia ancora esente da sovrastrutture, fresco, compatto, asciutto, ricco di tradizione e allo stesso tempo originale. Gli ospiti, comprimari più che star, sono assorbiti perfettamente nell’organico dei 3 assi: Willie Mabon e Jimmy Rogers in 12 tracce, Mickey Baker in 1, Eddie Taylor in 2. Louis Myers si divide tra canto, armonica e chitarra, mentre Fred Below e Dave Myers portano un’instancabile, mirabile macchina ritmica, e in qualche traccia cantano.
Si parte con la spumeggiante Tell Me Mama da Little Walter, Louis canta benissimo (la sua voce ha il gusto downhome alla Lazy Lester) e suona l’armonica alla grande, la chitarra la lascia a Jimmy Rogers che, insieme al piano di Willie Mabon, muove lo sfondo con accenti discreti, omogeneizzati da una ritmica saltellante e infallibile marcata Myers/Below; semplice e spettacolare allo stesso tempo.
Dopo l’omaggio a Walter quello a Junior Wells, con Hoo-Doo Man (di John Lee Williamson). Lo scenario è lo stesso, canto stupendo leggermente riverberato, armonica eccellente, chitarra in sordina, piano leggero, tonico, una ritmica felpata che batte all’unisono come un unico grande cuore. Il terzo omaggio va all’amico Lockwood Jr. con il tempo medio di Take A Little Walk With Me, altra faccia del linguaggio chicagoano, quello più tradizionale. Come dice il testo è una camminata, non troppo lenta, che porta nel solito vecchio posto, un posto in cui si torna sempre volentieri. L’atmosfera è come sospesa e, sentendo in modo palpabile il rispettoso silenzio delle persone presenti, ci si può immaginare là nello studio.
Louis appoggia l’armonica, prende la chitarra e suona slide adesso, Rogers e Mabon ancora al ruolo ritmico sul battito aumentato e possente di Whole Lot Of Lovin’ di B.B. King. Di nuovo un’ammirevole concisione pregna d’efficacia, una spremitura a freddo del R&B del sud che, raccolto nel rigore della città gelida, assume un aspetto più denso (anche se non erano a Chicago ma nel sud della Francia, però era pur sempre dicembre!).
Anche quando ossequiano il mostro sacro, capotribù Acque Fangose, con Got My Mojo Working, danno un’altra pregevole prova ritmica d’insieme senza uscire mai dai binari. Mabon colora pur rimanendo nascosto, Rogers esce appena a formare le ali (il brano vola), Below sbuffa e traina con leggerezza, Louis canta in stile Muddy senza però volerlo imitare e suona una chitarra un po’ hillbilly, assecondato da Dave al basso in stile country-rock di Memphis, e anche da qui s’evince l’originalità dei due fratelli.
Lavoro fino di chitarra, basso swingante e batteria con passo strascicato ed elegante: è Ace’s Shuffle, strumentale jazzy dove scompare la coppia Mabon/Rogers lasciando il campo aperto ai 3 campioni. Questo è il terzo take, nelle bonus track è messo anche il secondo. Altro loro strumentale è Blues For Marcelle, evidentemente dedicato a Marcelle Morgantini; la chitarra, con effetto wha wha, è attribuita a Mickey Baker, ma ho un dubbio; ad ogni modo chiunque sia ben dimostra quanto influente fosse stato Earl Hooker.
La gloriosa Kansas City di Little Willie Littlefield, pianista texano della tradizione boogie e cantante dalla vena calda e confidenziale alla Charles Brown, discograficamente sottovalutato, è il primo turno di canto di Dave, che la fa scorrere via liscia e tranquilla, a parte forse un’eccessiva lunghezza, chitarre di Rogers e Myers in evidenza, e Mabon con assolo. In due delle incisioni più vecchie (1970) c’è Eddie Taylor alla chitarra principale (penso anche al canto, anche se è indirettamente attribuito a Louis).
La prima è il fascinoso lento di Early In The Morning, vischiosamente trattenuto dentro il suono basso e sincopato di Dave e Below, con Louis che si sente appena; ecco qua, il blues spiegato in 4 minuti e 8 secondi. Qualità di suono inferiore rispetto alle incisioni posteriori (la voce di Taylor poi si sente bassa), ma in quanto a feeling non le manca niente, ed è la stessa cosa per l’altra, la favolosa Money, Marbles And Chalk di Jimmy Rogers, e anche qui non è specificato chi canta, in modo molto simile all’originale di Rogers tanto che sembra lui (ma nelle note è eluso), con due slide (di Taylor e Myers?) pungenti, malinconiche, tenaci, a sintetizzare l’espressione tipica dello stile Chicago.
Entrambe sono aspre, indomabili e allo stesso tempo dolci. Le bonus track, probabilmente registrate insieme a quelle del 1973 ma non messe nel vinile per ragioni di spazio, cominciano con una possente versione di Route 66 da parte di Fred Below, al canto e batteria. Lo stile vocale disinvolto è compagno dell’originale di Bobby Troup, il quale la scrisse in macchina durante un viaggio e poi la diede a Nat King Cole per farla diventare un successo, mentre lo stile strumentale è jump blues infittito dal movimento shuffle. Fred Below, se fosse stato un atleta, avrebbe subito il controllo anti-doping per via delle sue prestazioni.
E’ di nuovo la voce indolente e agreste di Dave, qua e nelle prossime due, a introdurre Blue Shadows, west-coast style a cadenza medio lenta scritto da Lloyd Glenn (il brano fu un hit per Lowell Fulson). Scintillante Mabon, chitarre sature, altri 3 minuti e mezzo della nostra vita non sprecati.
Mai stata pubblicata prima, dicono, questa versione spinta di Wee Wee Baby, meraviglioso brano di Big Joe Turner e Pete Johnson evocante le loro notti passate in fumosi club, con il grande Joe che gorgheggia ridente, strabordante sul seggiolino da bar, mentre Pete da dietro i tasti gli lancia lucide occhiate rosse attraverso il fumo della sigaretta, lasciata sul bordo del piano. Qui subisce un restyling e diventa un veloce ma non troppo boogie blues, asciutto e sodo come solo questo insieme riesce ad ottenere.
Ma le sorprese non sono finite. Fannie Mae è in originale un proto-rock con il sapore del sud campagnolo, stile Junior Parker, condito dall’armonica country style di Buster Brown (fu il suo hit, sta anche su American Graffiti, presentata e trasmessa dalla radio dal dj Wolfman Jack, Lupo Solitario, il quale nella versione originale del film ha la voce simile a quella di Howlin’ Wolf). Qua si riconosce bene la stessa ritmica mid-tempo che ha dato forma a tanti dischi di Little Walter, ma il canto di Dave è sudista fino al midollo. E’ una delizia, consiglio anche l’ascolto dell’originale, magari quello tratto dal disco del film con la voce del dj, anche se copre il primo verse dell’armonica.
Chiudono con un altro gioiellino strumentale tutto da gustare, un divertissement tutt’altro che cittadino, piuttosto hillbilly/western style, Stop, Stop, Stop, con parlata gallinacea, tipo vecchietto da saloon. Ricorda i Jelly Roll Kings, il pollo fritto, gli stivali da cowboy, le donne con i bigodini in testa. Le chitarre sono le solite due (Myers e Rogers) però una imita il suono secco del banjo, anzi non so dire se è un banjo o un’accordatura particolare della chitarra. Finisce così, su un ritmo yippi yuppi ya e risate varie: come si può notare non è un disco di stretto Chicago blues come generalmente lo s’intende.
Infatti è di più, è un interessante compendio, in un’ora di musica, della vita e dello stile di un manipolo di natural born musician che chiudevano fuori di casa vagheggiamento e inutilità. La loro formazione a 3 e la loro manualità gli permettevano d’essere agili, serrati, coerenti, incalzanti, ma era soprattutto il processo cerebrale a essere in comune. Louis, Dave, Fred avevano i superpoteri, sentire per credere. Per chiudere in bellezza e per dare un volto a tutto ciò, consiglio la visione di queste immagini: The Aces & Associates.
Nella 5^ foto notare come Dave mostra orgoglioso il suo nuovo basso, in un’altra c’è la formazione di Freddie Hall nel 1956 (forse per i singoli Abco/Cobra di cui sopra), con Dixon che tiene il contrabbasso come una chitarra, negli studi di Eli Toscano.
13 Luglio 2007

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