Various Artists – Swamp Blues

Swamp Blues, Ace RecordsÈ da un po’ che penso di scrivere in modo più approfondito sugli artisti blues della Louisiana, in particolare quelli bazzicanti nell’estesa fascia costiera che va da Baton Rouge e dintorni lungo una via ideale che può essere rappresentata dalla I 10, sovrastante il grande Bayou Country, e arriva oltre il confine del Texas, fino a Galveston e Houston, comprendente città come Breaux Bridge, Lafayette, Rayne, Ville Platte, Lake Charles, Beaumont, Port Arthur ma anche Eunice, Opelousas, Morgan City (1) e, naturalmente, la piccola Crowley, importante sito di produzione musicale degli anni 1950/60, quando vi si concentrarono tanti artisti del blues, cajun, zydeco, rock ‘n’ roll e rockabilly della zona.
M’appariva ovvio partire dai rappresentanti principali dello swamp blues, il blues del sud della Louisiana, e cioè Lightnin’ Slim, Lonesome Sundown, Slim Harpo e Lazy Lester, tuttavia questo disco, in formato compresso ma non meno invasivo, ultimamente m’è ronzato talmente tanto nelle orecchie durante le passeggiate al mare o le sieste estive, facendomi compagnia e deliziandomi in modo speciale, che ora mi pare naturale partire da qui. Inoltre questo disco si collega agli ultimi articoli, quelli su Professor Longhair, essendo stato registrato nello stesso luogo in cui Byrd rilasciò una delle più belle sessioni della sua vita, Deep South Recording Studios di Baton Rouge, solo un mese prima dello stesso anno, 1970.

La fortuna di certi produttori inglesi, forse non del tutto consapevole e non sempre sfruttata nel modo migliore, di avvicinarsi prima di qualsiasi altro non-americano ai sopravvissuti del blues, toccò soprattutto Mike Vernon, appassionato e discografico britannico infiltrato nel mercato statunitense che, avendo una propria etichetta, Blue Horizon, poteva andare oltre la produzione senza doversi affidare a terze parti, contando quasi sempre su una distribuzione internazionale.
La sua maggiore fonte di informazione dell’allora contemporanea scena americana proveniva dal contatto che aveva con quelli di Blues Unlimited, fanzine inglese pioniere delle riviste blues, i cui fondatori da tempo seguivano il lavoro di J.D. Miller a Crowley, e con Mike Leadbitter e John Broven sempre pronti a fargli ascoltare le ultime uscite Excello appena ne ricevevano: fu proprio Leadbitter a spingerlo a effettuare il suo primo viaggio nel Deep South americano.
Il contatto sul posto era Terry Pattison, un blues fan di Baton Rouge, il quale fremeva per far registrare alcuni talenti locali, e inoltre Blue Horizon aveva già un accordo con Nashboro Record Company, il cui presidente era Bud Howell – la stessa compagnia che poi possederà il marchio Excello e la maggior parte del vecchio catalogo di Miller. A quei tempi Blue Horizon aveva già pubblicato Lightnin’ Slim e Lonesome Sundown, e altri album di Slim Harpo, Silas Hogan e Arthur Gunter sarebbero seguiti, insieme con il doppio The Excello Story.

Arthur Kelley e Silas Hogan

Arthur ‘Guitar’ Kelley e Silas Hogan
New Orleans Jazz & Blues Festival, 1972
From by New Orleans Jazz Fest: A Pictorial History ©1991 by Michael P. Smith used by permission of the licenser, Pelican Publishing Company, Inc.

Dopo aver fissato il luogo, appunto gli studi di Baton Rouge in Government Street, e le date, dal 12 al 15 agosto 1970, rintracciarono gli artisti, cosa non sempre scontata data la vita semplice e ritirata di questi personaggi. Uno dei primi che Pattinson trovò, aiutato da altri due appassionati di nome Neal Paterson e James La Rocca, fu Silas Hogan, il nonno dei bluesman di Baton Rouge, il quale si dimostrò molto contento d’essere coinvolto. La prima volta che Vernon lo vide, stava accordando la sua vecchia Stratocaster rossa sui gradini dello stabilimento di imballaggio frutta di fianco ai Deep South. Era accerchiato da un gruppetto di amici, tra i quali anche suo figlio, il batterista Samuel. L’altro fu Moses ‘Whispering’ Smith, armonicista partner di Silas Hogan e anch’egli cavallo della scuderia Jay D. Miller nel 1963/64, senza riscontro commerciale, forse oscurato dai successi di Lazy Lester e di Slim Harpo. L’avevo già sentito come accompagnatore ma non come solista, e qui è stata davvero una piacevole sorpresa.
Anche Arthur ‘Guitar’ Kelley, pure lui discograficamente trascurato, era da tempo partner di Hogan, così come lo fu di Lightnin’ Slim in tour, e qui era solo alla seconda sessione della sua vita. Vernon lo descrisse come un uomo piccolo, un po’ segnato dal tempo. Se l’influenza di Slim giaceva sopita in tutti i bluesman di Baton Rouge e dintorni, qui la presenza di questo grande assente si può rilevare soprattutto dall’apporto di Kelley.
Nonostante la voce di Moses Smith mi piaccia oltremodo, forse il miglior cantante di queste sessioni è l’altrettanto sorprendente Clarence Edwards, un tipo di scarse parole e anche lui poco registrato fino a quel momento, ma soprattutto alquanto sfortunato. Il quinto bluesman disponibile fu anche il primo che Vernon conobbe appena arrivato allo studio: già pronto dietro al pianoforte c’era Henry Gray, il più famoso fuori Baton Rouge soprattutto per essere stato il pianista di Howlin’ Wolf a Chicago; qui accompagna tutti gli artisti tranne Kelley, e dà il suo contributo come solista.

Moses 'Whispering' Smith

Moses ‘Whispering’ Smith in azione.
Il chitarrista sembra tanto Lightnin’ Slim.

Se la rosa dei protagonisti fu impeccabile, non si può dire lo stesso della sezione ritmica, e forse ci fu una mancanza di coesione tale tra il batterista e il bassista da dover far sentire a Mike Vernon la necessità di “ripassare” alcune tracce in seguito, sostituendo alcuni suoni con quelli di altri musicisti. In ogni caso la ritmica originale era composta dalla batteria del giovane figlio di Silas Hogan, Samuel, dal basso di Clarence Prophet e dalla chitarra di Roy Lee Sheppard.
Vernon, nella riedizione di queste sessioni su CD nel 1997, si domanda lui stesso come mai al tempo nessuna menzione fu fatta su musicisti di supporto quali Rudolph Richard, Katie Webster, Al Foreman, Rufus Thibodeaux o Austin Broussard, regolari nelle sessioni Miller per Excello. Condivido la domanda così tanto che Vernon mi ha dato l’impressione di leggere nel pensiero e quindi non posso che estenderla, non capendo anche perché non s’è pensato piuttosto ai batteristi Clarence ‘Jockey’ Etienne o Warren Storm e al bassista Bobby McBride, e al chitarrista Foreman, mentre Katie Webster in quell’occasione avrebbe potuto far di più che accompagnare solamente. Sul perché invece mancarono Lightnin’ Slim e Lazy Lester (Slim Harpo era deceduto qualche mese prima), è Pattison che risponde:

Cercai molte volte di rintracciare Lester, ma lui o era fuori a pescare da qualche parte oppure in visita alla famiglia e agli amici a Saginaw, Michigan. È uno di quei tipi che puoi avere seduto davanti alla tua porta di casa e un minuto dopo, prima che tu possa dire qualcosa, è già sparito per mesi.
Stessa cosa per Slim, stava girando in tour per il Mississippi o il Texas, e nessuno è stato in grado di dirmi quando, o se, sarebbe tornato. Credo che abbia interrotto i rapporti sia con la moglie che con la sua ragazza. Penso che dovremo darli per persi, temo.

Il progetto era quello di usare la sezione ritmica per due giorni, e poi utilizzare il tempo rimanente per catturare performance soliste. I brani sono 24, di cui 12 con l’accompagnamento del gruppo (Excello LP 8015) e 12 in solitaria (Excello LP 8016), in questi ultimi risalta la componente blues mississippiana, pubblicati in contemporanea per il mercato inglese su doppio LP Blue Horizon (S 7-63869, che attualmente si trova a 150 €).
L’ingegnere era Cy Frost, mentre le sostituzioni – su qualche traccia del basso di Prophet con quello di Leon Medica (in Louisiana noto bassista/produttore) e quello di Gregg Schaefer, che peraltro deve avere aggiunto anche un intervento solista alla chitarra (2) – furono fatte ai Woodland Studios di Nashville proprietà di Nashboro, prima del missaggio finale. Vernon riteneva Schaefer un chitarrista originale e, dato che non era disponibile nelle date della sessione, “fummo costretti”, sono parole sue, “a sovra-inciderlo, anche se sappiamo che non è l’ideale”. Nell’occasione furono aggiunti anche vari strumenti di percussione, come cowbells, woodblocks e un washboard, non identificati nelle note di copertina.

Whispering Smith, recordsIl più rappresentato è l’armonicista Moses ‘Whispering’ Smith con ben 7 brani, aprendo il dischetto via la splendida Looking The World Over, dimostrante quanto Memphis Minnie, che l’incise nel 1941 per OKeh, lasciò il segno da quelle parti. Fu Lightnin’ Slim a presentare Moses a Jay Miller e questi, com’era sua abitudine, gli appioppò uno pseudonimo, Whispering, in contrasto con il suo vocione profondo. Quando Miller la prima volta gli chiese di cantare Smith si sentì imbarazzato, e cantò sommessamente. Il produttore fermò la registrazione e gli disse di tirare fuori la voce, cosa che Moses fece, sovraccaricando il microfono.
Dopo questo episodio gli chiese ancora di cantare, ma lo fece stare un po’ lontano dal microfono, dando così alla sua voce una qualità distante e cupa, qualità che si sente nei quattro singoli per Miller, ma anche in questo, uno dei miei classici preferiti, A Thousand Miles From Nowhere. È la sua versione della One Room Country Shack di Mercy Dee Walton, con qualche variazione nel testo e la voce grave e “ronzante” a tracciare un solco importante, specie se ascoltata in cuffia. In aggiunta, l’accompagnamento costante e morbido di Gray al piano, quello sparso della chitarra ritmica (di Roy Lee Sheppard, suppongo) e la sua armonica tradizionale fanno risaltare il bellissimo brano come merita.
Deep South Mose è un breve up-tempo strumentale quasi funky che marca l’inizio degli anni 1970, con bella chitarra wha-wha, un basso ben udibile e un’armonica che ricorda Junior Wells, non tanto nel tono quanto nello stile. Cold Black Mare è un bel tempo medio preso da Arthur Crudup (con errore nel titolo, dato che l’originale è Coal Black Mare), ancora con basso marcato e ritmica costante di chitarra.
Nato vicino a West Brookhaven, Mississippi, il 25 gennaio 1932, Moses ha ricordato che imparò a suonare l’armonica da un tipo chiamato Memphis Tennyson. Nel 1957 andò a Baton Rouge per seguire certe faccende familiari, e non la lasciò più facendone la sua casa fino alla fine, avvenuta il 19 aprile 1984. Registrò abbastanza con Silas Hogan, prendendo il posto di Sylvester Buckley, altro armonicista di casa a Crowley.
Storm In Texas, la sua versione di Texas Flood, è la prima delle tre alla maniera back-porch, con la potente voce accompagnata dalla sua armonica e da un battito regolare di piede, Baton Rouge Breakdown è una sua composizione country blues strumentale per sola armonica ed è, come suggerisce il titolo, adatta alle danze nelle feste campagnole, l’unica in cui Smith si concede un po’ di virtuosismo, mentre l’ultima Baby Please Don’t Go è la celeberrima di Big Joe Williams, per voce, armonica e piede, dal respiro breve e intenso.

Silas Hogan, Just Give Me A ChanceJust Give Me A Chance è la prima di Silas Hogan, ed è un esempio di swamp blues in modalità semplice.
Sto parlando di un uomo che aveva quasi 60 anni e che qui ha una freschezza tale da far invidia ad un giovane rocker, sopra un riff elettrico ripetitivo e con un canto che ricorda Jimmy Reed e Slim Harpo; quest’ultimo lo presentò a Miller.
Nato a Westover, Louisiana, il 15 settembre 1911, poteva reclamare d’essere il più anziano esponente della scena blues di Baton Rouge insieme alla sua famiglia, dalla lunga tradizione musicale, seguita anche da suo figlio Samuel, come detto qui presente, e il nipote Oscar, entrambi batteristi.
È l’intrigante, sotterranea Dry Chemical Blues tuttavia a mostrare il potenziale di Hogan, e a spingerci con i piedi nella palude; c’è poco da dire e molto da ascoltare. Emblematica e profonda è anche I Didn’t Tell Her To Leave, che tanto ricorda l’umore e le “stanze” di Lightnin’ Hopkins, con bel pianismo di Gray, come la solitaria, splendida Honey Bee Blues con acustica amplificata e canto caldo e sommesso, derivata dal repertorio di Memphis Minnie.
Hoo Doo Blues è la sua versione per sola voce e chitarra elettrica di Hoo Doo Man Blues di John Lee ‘Sonny Boy’ Williamson, portata alla fama da Junior Wells, ma qui il pensiero è rivolto verso Lightnin’ Slim. Racconta Vernon che quando discusse la volontà di registrare qualche traccia solistica, Hogan fu il più ricettivo all’idea; in effetti i risultati sono fantastici ed è perfettamente a suo agio. Oltre alle incisioni Miller, Hogan registrò diversi titoli per l’etichetta Blue Beat di Tabby Thomas, altro grande assente in studio.
Silas soffriva di pressione alta, fu obbligato a ritirarsi dal circuito e morì nel 1994; Vernon lo ricorda come un carismatico gentleman dalla parlata tranquilla e dalla vasta conoscenza musicale, non solo della scena locale.
Era arrivato a Baton Rouge nel 1939 per lavorare in una raffineria e trovò casa nei dintorni, nel luogo in cui fu rintracciato per le sessioni, Scotlandville, allora ancora ampiamente campagna e posto caro anche a personaggi come Henry Gray, Lazy Lester, Guitar Kelley, Robert Pete Williams, grazie alla vicinanza alla città, ma allo stesso tempo offerente ancora la rilassata vita di campagna alla quale erano abituati.

Arthur Guitar Kelley, recordsArthur ‘Guitar’ Kelley nacque a Clinton, LA, il 14 novembre 1924, e da adolescente imparò a suonare la chitarra grazie al cognato, Arthur Gerald, e ad un vicino, Nance Williams. Una volta trasferitosi a Baker cominciò a suonare alle feste, circa nel periodo 1947-50, e nel 1951 diventò partner di Lightnin’ Slim, girando insieme fino agli anni 1960, suonando nei momenti di pausa di Slim. Dal 1966 fu stanziale nell’area di Baton Rouge, esibendosi nei club e nelle sale da ballo in coppia con Silas Hogan.
Ascoltando Somebody Stole My Baby And Gone, un medio-lento ipnotico con batteria, percussioni, armonica e chitarra elettrica rada e pungente, nella miglior tradizione downhome/swamp blues, ci si rende conto che l’influenza fu anche qui quella di un altro “fulmine”, Lightnin’ Hopkins. Il brano è molto simile a Let Me Be Your Hatchet di Silas Hogan, ma non so chi dei due lo cantò prima. Lavorò spesso anche con il bassista Gene Douzier, e come gli altri non fu registrato abbastanza durante la carriera; è difficile avere notizie su di lui, tanto che neppure so se è ancora in vita.
Nella magica e morbida How Can I Stay When All I Have Is Gone è accompagnato di nuovo solo dall’armonica, suppongo ‘Whispering’ Smith, chiamato avanti a metà brano con un brother, play a while, dalla batteria e dal suggestivo suono di un woodblock; la voce è baritonale e quieta, la chitarra ne è il naturale prolungamento.
Le incisive, solitarie I Don’t Know Why e Number Ten at the Station and Number Twelve Is on the Road risaltano solo di voce cupa e chitarra elettrica, molto hopkinsiane, soprattutto la prima, innervata da un cauto boogie esemplare e sanguigno. Torna frequente il tema del trasferimento, del viaggio decisivo, con versi come count the days I’m gone e sometimes I feel like leaving, but I don’t know where to go.

La maestosa Lonesome Bedroom Blues, con superbo canto che sembra leggermente “megafonato”, introduce ai quattro brani di Clarence Edwards, nato il 25 marzo 1933 a Linsey, LA, ma che ai tempi di queste registrazioni viveva a nord di Baton Rouge, in una piccola comunità chiamata Alsen. Il passo sembra districarsi tra gli arbusti della palude tanto come nell’angoscia della solitudine, e il piano di Gray aggiunge enfasi e drammaticità; è uno di quei low down dirty blues senza pietà.
Clarence Edwards' recordLa dixoniana, incalzante Let Me Love You Baby conferma la dote di Edwards come cantante originale, oltre che quella di chitarrista, e tutto l’accompagnamento è al limite della potenza, in equilibrio su quel sottile bordo oltre il quale si cade, dimostrando il pieno controllo esecutivo, mentre il lato emozionale ne esce ancora una volta limpido e senza freni. Se poi si sopravvive all’impressionante Cooling Board, solo chitarra con uso di bordone (che ricorda l’Africa) e voce portentosa, si può dire di avere assistito all’apparizione dello spirito di Charlie Patton rispuntato fuori nel profondo Delta geografico, là dove il fiume Mississippi porta giù tutti i detriti dei suoni incontrati nel suo lungo cammino.
Edwards fu un autodidatta, imparando dai dischi di blues della nonna, e l’acustica I Want Somebody dimostra in modo semplice che la scuola funzionò a dovere. Da ragazzo era in un gruppo chiamato The Boogie Beats, insieme ad uno dei suoi 13 fratelli, Cornelius, poi in un altro a metà anni 1950, i Bluebird Kings, quando durante una serata gli spararono ad una gamba fuori da un club di Alsen.
Prima di queste sessioni di Vernon fu registrato da Harry Oster tra il 1959 e il 1961 per Folk-Lyric insieme ad altri artisti, come il violinista Butch Cage (Country Negro Jam Session e The Country Blues), ma rimase sconosciuto fin circa la fine degli anni 1980, quando cominciò la seconda breve parte della sua carriera, dovuta soprattutto alla partecipazione nel disco dal vivo Louisiana Swamp Blues Vol. 1 (con Silas Hogan, Arthur ‘Guitar’ Kelley e Henry Gray), registrato nel 1987 nell’ex locale di Tabby Thomas a Baton Rouge, il Tabby’s Blues Box. Qui Edwards ormai suona con approccio moderno, ma sempre radicato nella tradizione deep south, come già si sente in queste tracce del 1970.
Grazie anche agli sforzi di Steven Coleridge, il suo nome cominciò ad essere conosciuto nel circuito dei blues festival, e quando arrivò l’offerta per un tour europeo sembrò che per Edwards cominciasse una vita migliore. Tuttavia, egli stava sviluppando un’infezione dovuta ad un’allergia alla vernice sul collo della chitarra (causa che, comunque, credo dovrebbe essere confermata), provocandogli così tanto dolore sotto le dita che dovette smettere di suonare. Soffrì l’ingiustizia finale quando fu licenziato dal suo lavoro in un cantiere di demolizioni (Thomas Scrap) dopo 33 anni di servizio, perché ritenuto un esubero, ma senza liquidazione e nessun sindacato ad aiutarlo. Morirà a Scotlandville il 20 maggio 1993, e sarà ricordato come un uomo tranquillo e timido.

Henry Gray

Henry Gray in Europa negli anni 1970
Archivio Martin van Olderon concesso da Nanny Kajuiter (Olanda)

Henry Gray apre il suo turno solista con un uptempo tirato dalla chitarra, Can’t Last Too Long, di chiara matrice rurale nonostante l’arrangiamento urbano, con canto che sembra preso da un microfono panoramico.
Nato il 19 gennaio 1925 a Kenner, un sobborgo di New Orleans, Gray crebbe anche lui ad Alsen, a nord di Baton Rouge. Anche se la sua famiglia non aveva particolari tradizioni musicali in casa c’era un pianoforte (cosa impensabile in Italia, dove la musica non ha nessuna importanza nella vita quotidiana, e in molte case non c’è neppure l’impianto stereo), che Henry cominciò a suonare all’età di 5/6 anni, grazie ad una vicina di casa. Fu però quasi completamente autodidatta, e tre anni dopo possedeva un piccolo repertorio di inni e spiritual, così diventò organista alla locale chiesa battista.
Il blues lo imparò alla radio e da lì nacque anche la fantasia di andare a Chicago, cosa che poté fare concretamente solo nel 1945, dopo il congedo dall’esercito alla fine della guerra, attirato da pianisti come Sunnyland Slim, Roosevelt Sykes ed Eddie Boyd. Se il celebre brano di Merriwheater Worried Life Blues è stato ripreso da una moltitudine di pianisti e non, nel caso di Gray acquista più senso per il fatto che Big Maceo fu la sua maggior influenza diretta e il suo miglior maestro, anche se in questo io ci sento pure Sykes.
Il delizioso strumentale Gray’s Bounce è un esempio degli influssi pianistici di quell’area, dal barrelhouse al boogie passando per lo stride, mentre Showers of Rain ci porta decisamente nello stile chicagoano.
A Chicago suonava nei locali del south side con il suo gruppo, e fu lì che conobbe la crema del blues della città, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Little Walter. S’unì alla band di Chester ‘Howlin’ Wolf’ Burnett nel 1956 per dodici anni consecutivi (diventando il leader del gruppo ogni volta che Wolf era chiamato ad esibirsi da solo altrove), ma effettivamente non registrò molto in studio con lui. Spulciando la discografia di Wolf risultano solo tre sessioni sparse, nel 1955, nel 1961 e nel 1966; in compenso fu presente in tantissime sessioni Chess per altri artisti.
Nel 1968 Henry prese la decisione di tornare a vivere ad Alsen, per assistere la madre rimasta vedova. Accompagnato da Lazy Lester e i tre fratelli Moore (Wilfred, Wilbur ed Herbert), registrò quattro titoli per Blues Unlimited. Due di questi furono più tardi rilasciati su Flyright, poi arrivò la sessione Arhoolie del 27 aprile 1970. Henry ha continuato a registrare, sebbene sporadicamente, in particolare un album per Blind Pig nel 1988 l’ha riportato alle attenzioni internazionali, ed ha continuato a fare tour in Europa estensivamente negli ultimi anni. Molto merito per la rinascita di interesse verso di lui, e altri bluesman della Louisiana, va ancora a Steve Coleridge, e a Henry Gray stesso e Tabby Thomas il merito d’aver mantenuto vivo il blues nell’area di Baton Rouge.

Tabby Thomas' Blues Box

Ernest ‘Tabby’ Thomas davanti al suo club Blues Box. Foto di Nicholas R. Spitzer.

A volte pungente, a volte pigro e meditabondo, sempre magico, è lo swamp blues, e questo disco ne è un buon esempio. Allo stesso tempo però dimostra quanto la definizione di genere sia stata inventata soprattutto per motivi commerciali perché, pur esistendo dei canoni estetici che caratterizzano questo stile in modo inequivocabile, è anche vero che nella maggior parte dei casi sono caratteristiche insite in un modello sonoro di arrangiamento per sezioni da 4/5 elementi, che vide la sua fortuna soprattutto con il successo di Slim Harpo.
Catalogare quindi questo disco come “swamp blues” non è del tutto esatto, perché si tratta più genericamente di “Louisiana Blues”, in particolare dell’area di Baton Rouge, influenzata profondamente dalla tradizione mississippiana, dal blues del Texas, e dalle più recenti, geniali intuizioni sviluppate da questi ed altri artisti nel momento in cui in North Parkerson Avenue, a Crowley, trovarono il centro catalizzatore delle loro esperienze e della loro sensibilità.

Independent Record Labels

Le maggiori (ma non le uniche) attività di produzione indipendente dell’area citata ad inizio articolo, alla metà del secolo scorso. Al #1 corrisponde Gold Star di Bill Quinn, al #2 Goldband di Eddie Shuler, al #3 Fais Do Do, la prima etichetta di J.D. Miller e la prima in Louisiana (1946), a seguire tutte le altre e lo studio di registrazione, al #4 Swallow Records di Floyd Soileau, al #5 lo studio di Cosimo Matassa, dove tra l’altro J.D. Miller registrò il suo primo disco per Fais-Do-Do. Al di fuori di questa fascia sono da tener presenti, un po’ più su, Sun Records a Memphis e Excello Records a Nashville, mentre a Houston anche i marchi Peacock e Macy’s.
Foto scattata al City Hall Museum di Crowley, LA.


 

(Fonti: Note di Mike Vernon al CD CHD661 Swamp Blues di Ace Records Ltd., 1997; Note di Bruce Bastin all’LP Rooster Crowed For Day, The Legendary Jay Miller Sessions Vol. 3, Flyright 518; Forum di Weenie Campbell, in cui si riporta un resoconto di Vernon su quelle giornate, tratto integralmente da un articolo apparso su Sounds, un settimanale inglese, il 10 ottobre 1970, pag. 32. Tutte queste fonti hanno valore come cronaca di quei giorni, ma non sono del tutto affidabili come sorgente di notizie bio-discografiche sugli artisti coinvolti.
Aggiornamento: ho rimosso il collegamento alla pagina del forum di Campbell perché questa non risulta più presente, o è stata spostata ad altro indirizzo. Il nuovo forum è facilmente raggiungibile tramite ricerca, ma non la pagina in questione.)


Note:
  1. Alcune di queste sono descritte in BLUES & PICS. []
  2. Schaefer era detto ‘Little Guitar’ sia per la giovane età, 16 anni, sia per la sua taglia, ed era un “protetto” di Vernon perché membro della band-meteora losangelena Bacon Fat, pubblicata da Blue Horizon. []
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7 commenti per “Various Artists – Swamp Blues

  1. 17 ottobre 2011 alle 15:48

    Recensione molto interessante, su artisti il più delle volte dimenticati come Lonesome Sundown… Forse il più “abusato” è Slim Harpo. Fortunatamente la ACE ha in catalogo del buon materiale per chi volesse avvicinarsi a questi artisti.

  2. Sugarbluz
    17 ottobre 2011 alle 19:46

    Slim Harpo fu il successo commerciale di J.D. Miller e rappresenta lo swamp blues più di chiunque altro, ma credo sia sbagliato pensare che anche gli altri artisti neri di Miller fossero circoscritti in quello stile.
    Ad esempio a me piace molto il lato rockabilly di Lazy Lester, quello di I’m A Lover Not A Fighter per intenderci, e Lightnin’ Slim invece era un bluesman tradizionale.
    Anche “Excello sound” è un’identificazione, ma nasceva tutto a Crowley; Excello stampava solo il materiale e lo distribuiva.

  3. Fred
    19 ottobre 2011 alle 23:24

    Gran bell’articolo. Mi permetto di condividere qualcosa sull’”abusato” ( e forse a ragione) Slim Harpo, considerato che tempo fà avevo anche tempo per scrivere qualcosa
    http://www.bluesiana.it/art_slim_harpo.asp, tra le definizioni più efficaci ricordo quella di Guralnick sul modo di cantare di James Isaac Moore “come se contemporaneamente un cantante nero e un cantante bianco di blues stessero tentando di impersonare un membro del genere opposto”.
    Per il resto effettivamente è da tempo che dovresti scrivere qualcosa su Lazy Lester :) Ho avuto la fortuna di passare del tempo con lui nel 2007 e l’onore di suonarci insieme. La cosa che però ricordo con più piacere non è avvenuta sul palco, ma nella sua camera d’albergo tra bottiglie di vodka, birre e la sua compagna Pike che lo guardava ammirato, prese la sua marine band e cominciò a suonare alle 3,00 del mattino, piazzandosi in piedi davanti a me prima di salutarci, mi sembrava di vedere il miele scendere tra le mani che tenevano l’armonica. Naturalmente mi sono bevuto ogni nota di quel nettare con le lacrime agli occhi, prima che il portiere di notte ci cacciasse via dall’albergo.

  4. Sugarbluz
    20 ottobre 2011 alle 08:01

    è da tempo che dovresti scrivere qualcosa su Lazy Lester

    Arriverà, forse sono più lazy io di Lester

  5. Fred
    20 ottobre 2011 alle 19:14

    Piccola domanda che non c’entra nulla ma i simboli vicino ai nomi come vengono attribuiti? :)

  6. Sugarbluz
    20 ottobre 2011 alle 19:52

    Si chiamano avatar e sono generati in base all’indirizzo email. Ho scelto così piuttosto che uno generico uguale per tutti, anche se neppure il mostricciattolo è identificabile con l’autore del commento, forse. Però quella bestiola lì ti si addice.
    Se ne vuoi uno personale da usare sui siti che sono abilitati vai su Gravatar-Avatar riconosciuti globalmente e segui le istruzioni. Naturalmente dovrai usare lo stesso indirizzo e-mail quando vorrai mostrarlo.

  7. Fred
    22 ottobre 2011 alle 23:15

    La bestiola mi si addice effettivamente….:)
    Gracias..

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