Steve Cropper – With a Little Help from My Friends

Steve Cropper, With a little help from my friendsNello stesso anno di Jammed Together, 1969, Steve Cropper registrò anche questo disco superbo, poco prima di lasciare la casa di Memphis che poi chiuse ufficialmente i battenti agli inizi del 1976, già in crisi economica e artistica da qualche anno, e alla fine in bancarotta.
Uscì prima della fine dell’anno credo direttamente per Stax, poi nel 1971 per la sussidiaria Volt, e nel 1990 con la masterizzazione digitale di Phil de Lancie negli studi di Berkeley. È comparso di nuovo in CD negli anni 2000 con ZYX, ed è anche nella ristretta cerchia degli album editati in poche copie digitali dalla Mobile Fidelity (n° di serie MFCD 1-837), casa americana per audiofili che recupera incisioni storiche trasferendole direttamente dai master originali con particolari tecniche su supporti oro 24k, per un suono (dicono) d’altissima qualità anche su un normale hi-fi casalingo, pari a quello professionale del master.
Non è specificato chi supporta il chitarrista in questo “esperimento” ben riuscito che Cropper auto-produsse intenzionato ad aprire una carriera solista, data l’aria di crisi aleggiante in Stax. Ci vollero solo due sessioni per lasciare su nastro questi brani, forse con la sezione ritmica dei Bar-Kays, il chitarrista Michael Toles, il bassista James Alexander, il tastierista Ronnie Gordon, il batterista Willie Hall, e/o con qualche compare dei Booker T. & the MG’s, come Donald ‘Duck’ Dunn e Al Jackson, e i Memphis Horns (Wayne Jackson, Ed Logan, Andrew Love).

Se possibile è ancora più cool di Jammed per certi versi – non inerenti alla qualità della musica, direi di pari livello se non si considerano i valori aggiunti di King e Staples che fanno fare a Jammed un passo avanti – vuoi per essere l’esordio solista di un chitarrista ritmico che mostra di saper anche condurre con tutto il drive e la fantasia necessari, e che da fine arrangiatore e costruttore di suoni è interessato alla resa finale più che a mettere in evidenza se stesso, vuoi per sembrare un azzardo l’essere un’opera totalmente strumentale (Crop non è un cantante); è il suo unico disco solista Stax, i cui studi devono pur aver avuto degli influssi positivi (artisti e qualità sonora a parte) legati strettamente all’ambiente familiare, all’aura magica di un’esperienza avviata a diventare mito.
In queste undici tracce The Colonel se la spassa nel fornire la versione strumentale di qualche precedente collaborazione, in particolare di quelle con Wilson Pickett ma non solo, come Crop Dustin’, autografata con Buddy Miles (in questo caso forse già nata strumentale). È come diversi tentativi di accendere il motore di una moto, che poi parte sgommando su terra sabbiosa, alzando polvere e scaldandosi mentre macina strada e ritmo, con aderentissimi fiati sulla linea melodica. Più cool di così si muore, compreso il gioco di parole del titolo. Troppo breve. Chissà se il gruppo olandese Shocking Blue prese da qui l’ispirazione per Venus, successo mondiale fine anni 1960 che assicurò alla band un posto nella storia della musica moderna; ricorda molto questo brano, e del resto Stax/Volt a quei tempi per i giovani europei era già mito, soprattutto dopo il tour del 1967.

Steve CropperFu uno dei migliori successi di Pickett Land of 1,000 Dances, dance song che ha avuto tanti interpreti.
È attribuita a Chris Kenner e a Fats Domino, ma in realtà era di Kenner, ispirato da un vecchio spiritual, Children Go Where I Send Thee (consiglio l’ascolto della versione di Odetta), e dalla ricerca di un possibile hit danzereccio, com’era usuale a New Orleans e in tutto il sud degli anni 1960. La portò a Toussaint e chiese a Fats Domino d’inciderla, quest’ultimo accettò pretendendo la metà dei diritti di pubblicazione e l’accredito come co-autore.
Da parte sua Cropper, supportato da fiati mai fuori luogo, ci omaggia di cinque minuti e mezzo di southern soul spinto, calorico, tonico, mettendo in pratica la teoria del less is more. Forse pensava anche lui a un luogo immaginario simile al paradiso con angeli che ballano, oppure alla sua maggior fonte ispirante, il chitarrista e cantante Lowman ‘Pete’ Pauling, mente del favoloso gruppo doo-wop/gospel The Five Royales degli anni 1940/50.
Lo stesso giorno del 1965 in cui Cropper e Floyd presentarono a Pickett 634-5789, i tre rielaborarono il tema di 99½, gospel anni 1950 scritto e inciso da Dorothy Love Coates (ripreso sul recente bellissimo disco di Mavis Staples prodotto da Ry Cooder, We’ll Never Turn Back). Furono registrate il giorno dopo ed ebbero entrambe successo; per loro dare i numeri significava fare bene. La sua Telecaster ha passato la notte fuori e ha preso umidità, da come risulta increspata. Il suono è ovattato come chiuso in una scatola, denso e cremoso: è uno dei rari casi in cui usa un effetto.

BooGaLoo Down Broadway è scritta da Jesse James e fa il paio con la seguente Funky Broadway, di Arlester Dyke Christian: entrambi gli autori ebbero a che fare con l’Arizona, il primo ci nacque, il secondo ci morì, ed entrambe le canzoni hanno il quartiere newyorchese nel titolo e sono d’ispirazione dance. La prima, cogliendo la coincidenza non casuale del nome del soul singer Jesse James con quello del bandito a cavallo, è una vigorosa galoppata con chitarra western style a finale roboante, una specie di sobrio Stevie Ray Vaughan ante litteram, modernizzata da ritmi soul dance cittadini; è ballabile e divertente.
L’altra è ancora una trascinante galoppata sudista, che però fa una capatina nei territori newyorchesi del funk e di quelli propri di Dyke Christian. Si rifà maggiormente alla versione di Pickett, più soul, che a quella originale di Dyke & The Blazers espressamente funk, con Cropper che avanza indomito e sparuto sempre nella serie “poche note ma buone”, ben legato dall’organo gorgogliante e dal basso pulsante, fino al break down centrale, per poi riprendere quota verso il finale. Un’altra chitarra, o la sua sovra incisa, scandisce l’inizio, poi sotto corruga il ritmo facendosi grattugiare per tutto il tempo. È superba in tutti i suoi aspetti, anche se il batterista sfiora il confine con la disco music, ma stiamo parlando di un periodo in cui la disco nasceva attaccata al cordone ombelicale del soul.
Naturalmente il title track è il tema della famosa canzone di Lennon/McCartney. I Beatles erano attratti dal Memphis sound e da Cropper, tanto che avrebbero voluto incidere Revolver agli Ardent Studios, non riuscendoci per i loro impegni pressanti. Cropper fu poi chiamato nei lavori solisti di Ringo Starr e John Lennon, come in quelli di moltissimi altri, e già solo il fatto d’essere molto richiesto come sessionman dimostra quanto grande fu la sua influenza e quanto caratterizzante il suo suono, qui con effetto fuzz tone per somigliare alla versione Joe Cocker uscita pochi mesi prima. È evidente che in quest’occasione Cropper fa cose che altrove non fa (usa una pedaliera) e che si prende più libertà; caratteristica anche la tromba in sordina.

La seconda parte s’annuncia ancora portatrice di buone cose. Usciti dall’atmosfera progressive della precedente si torna nella realtà con Oh, Pretty Woman, già nel disco Stax di Albert King Born Under a Bad Sign, piacevole e fresca, soul che chiede solo d’esistere, infuso da sciolti accenti di chitarra con l’organo a far eco, quasi in sdoppiamento.
Il jump-blues I’d Rather Drink Muddy Water, classico del blues shouting attribuito a Eddie Morgan Miller, ha i connotati di uno swing da ballroom, con fraseggi scaltri ed essenziali. Pappatoria a base di genuino rhythm ‘n’ blues, lieto vivere benché il testo originale sia tutt’altro.
The Way I Feel Tonight è sua ed è un’altra nutriente portata, ricca di soul feeling e costruita su un lento blues d’ispirazione kinghiana, siglata da sottofondi sognanti d’organo, corroborata da fiati comprensivi e chitarra frugale dalle note rotonde e spesse, tanto parsimoniose quanto eloquenti. Peccato solo per la mancanza d’un finale, si rimane un po’ male a sentirla sfumare così senza avvertimento, come se ci portassero via il piatto da sotto.
Dopo queste due pregevoli parentesi “classiche”, torna l’irresistibile soul di In the Midnight Hour, successone di Pickett, con il quale la firmò. Tanto per avviarsi al finale pimpanti e originali Cropper cambia suono – meno vibrante, più corto e sordo, ai confini con un basso – gettando piccole scosse elettriche, teorizzando la canzone sopra al ritmo incalzante marcato M.G. e ricostruendola completamente.
Sembrano i sonagli di un serpente l’incipit di Rattlesnake, della coppia di cui sopra. Splendente soul per fiati, circoscritto e puntellato dalla chitarra con la solita efficacia. Ho sentito i fiati di Bobby Rush nel film Road To Memphis riprenderne il refrain nelle scene dedicate al suo spettacolo live.

Più che essere un vero esordio solista è piuttosto un altro album insieme ai sodali con cui suonava nella River City e ben venga, anche perché la loro storia a questo punto non durerà ancora molto; dopo aver definito il suono del soul di Memphis e in generale degli anni 1960 prima della “rivoluzione”, e aver accompagnato / prodotto storici soul singer, il sipario calerà.
Quest’anno, 2007, ricorre il 50° anniversario della nascita di Stax, ma la cosa sorprendente è che questa musica risulta oggi ancora brillante e attraente, in barba al nu-soul, all’hip-hop, alla new-age, al chill-out e a tutte quelle cose lì. La presenza del sapore e della magia sonora relativi a un’epoca passata invece di circoscriverla, limitarla o farla sembrare vecchia, le fa piuttosto raggiungere l’eternità, quello stato che appartiene non ai generi e alle mode, ma alla musica bella e buona.

(Originariamente pubblicato nel giugno 2007)

Steve Cropper, luglio 2008

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 20 marzo 2010
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