The Beat Vol. 1, DVD ~ Bluesreviews

The !!!! Beat – Vol. 1

Legendary R&B and Soul Shows from 1966

The Beat Vol. 1La tedesca Bear Family è un caso unico dal 1975: accurati e gratuiti cataloghi da centinaia di pagine spediti a casa, integrati da altri minori per le edizioni speciali, le monografie, le novità o per tematica, compresi quelli di Crosscut, divisione rivolta al blues, tutti corredati da note e bellissime immagini d’epoca e foto degli artisti (gli scatti blues sono di Axel Küstner).
La produzione si rivolge ai collezionisti ed è distribuita su CD, vinile, 45 giri, DVD, libri, classifiche e oggettistica varia, con discreta qualità sonora ed editoriale, cura del dettaglio e libretti esaustivi.
Non poteva quindi che essere Bear Family a pubblicare dei DVD su un misconosciuto tassello storico di musica afroamericana, originariamente proposto da un mezzo poco genuino, la televisione, ma che meritava comunque di uscire dagli archivi essendo stato visto solo quando andò in onda nel 1966 sui teleschermi degli statunitensi del sud; la serie raccoglie tutti i ventisei episodi suddivisi in sei volumi.
Purtroppo spesso le esibizioni non erano dal vivo e quindi in questi casi non viene aggiunto nulla rispetto ai dischi, rimanendo solo il fattore visivo; com’erano e come s’esprimevano i cantanti, un po’ intimiditi, all’epoca dei loro successi, e il rapporto con un mezzo straniante e relativamente recente quale la televisione. C’è inoltre evidenza di come e quali artisti erano spinti commercialmente dato che gli scopi della trasmissione erano promuovere gli artisti R&B/soul-blues che avevano appena sfondato con questo o quel disco e lanciarne dei nuovi, un po’ come si faceva con la radio dietro compenso delle case discografiche per i dischi da mandare possibilmente in classifica, con il cosiddetto sistema payola.

William 'Hoss' Allen, The Beat Vol. 1
William ‘Hoss’ Allen

Fautore e presentatore di questo programma intitolato The !!!! Beat era proprio un dj, William ‘Hoss’ Allen, coinvolto direttamente in quanto produttore e discografico con molti interessi, anche diretti, nella carriera della stragrande maggioranza degli artisti qui coinvolti.
Nato nel 1922 a Gallatin, Tennessee e scomparso nel 1997 a Nashville, era un appassionato di musica nera che, tornato dalla seconda guerra (arruolato negli “special services” in qualità di batterista) e laureatosi a Nashville, nel 1948 mosse i primi passi nell’allora fiorente universo radiofonico. Come in altre provincie del sud e di parte del mid-west nell’immediato dopoguerra, anche a Gallatin sono anni d’oro per il rhythm and blues delle black territory band, e non a caso vi fiorisce il quartier generale di Randy Wood, proprietario del Randy’s Record Shop, di Dot Records e della stazione WHIN, in cui Hoss impara il mestiere conducendo un programma di musica nera intitolato Harlem Hop.
Dopo un anno realizza il sogno di trasferirsi alla WLAC, che con i suoi cinquantamila watt era tra le radio più potenti, (1) e negli anni 1950 personaggi come lui – per tutti semplicemente Hoss – diventano altrettanto potenti, vedi John Richbourg, detto John R., Gene Nobles, Herman Grizzard. Trasmettevano show notturni a base di R&B e potevano determinare il successo di un disco o di un artista, diventando perciò figure influenti e ricavandone vantaggi che andavano oltre il lavoro in radio. Allen, infatti, tesseva una rete personale che comprendeva interessi nelle edizioni musicali, nella gestione e ingaggio di artisti, e nelle produzioni discografiche; ad esempio, si diede da fare per le carriere di James Brown e Otis Redding godendo di una percentuale nelle vendite dei loro primi dischi.

Dopo lo scandalo payola che mette fine agli introiti extra, nel 1960 gli arriva l’offerta di Chess per un impiego come promotion man. La sostanza cambia poco, e Hoss cerca di trovare sbocco anche come talent scout. Il suo lavoro consiste nel battere a tappeto le radio degli stati del sud cercando di convincere i dj a passare i dischi Chess: dopo tre anni così, stanco di viaggiare e di bere con i clienti (per questo diventò alcolista), Hoss decide di tornare a Nashville concentrandosi nell’attività di produzione discografica sia riprendendo la sua etichetta Athens e inaugurando Hermitage Records, pescante tra i talenti R&B della zona, sia producendo per altri.
Nel 1964 Channel 5, canale televisivo di WLAC, manda in onda il primo programma musicale televisivo della nazione totalmente nero: The Night Train, condotto da un impresario-dj afroamericano del posto, Noble Blackwell. La house band era un gruppo locale, Johnny Jones & The King Casuals, in cui erano il bassista Billy Cox e un non ancora famoso Jimi Hendrix, (2) accompagnante i solisti che Allen e i suoi colleghi passavano per radio.
Lo show ebbe vita dura fin dall’inizio perché, anche se trasmesso a tarda notte, nelle zone rurali del Kentucky e del Tennessee non era visto di buon auspicio uno spettacolo televisivo con solo afroamericani, e conservatori sia bianchi che neri, per motivi diversi, portarono alla fine del programma nonostante il successo di pubblico e le proteste degli inserzionisti.
Ad Allen non sfuggì l’interesse economico che Night Train suscitò, e così suggerì l’idea alla Show Biz Productions di Nashville, compagnia indipendente che produceva vari spettacoli di musica country e vendeva i diritti di trasmissione a diverse stazioni radio e televisive, la quale colse al volo la proposta e pretese che lo spettacolo fosse a colori. Per le registrazioni fu quindi scelta la WFAA di Dallas, affiliata ABC e una delle poche stazioni indipendenti del sud attrezzata per il colore.

Clarence 'Gatemouth' Brown, The Beat Vol. 1
Clarence ‘Gatemouth’ Brown

Hoss aveva recentemente prodotto il texano Clarence ‘Gatemouth’ Brown per la sua Hermitage in una sessione allo studio Bradley’s Barn di Nashville con il supporto dei King Casuals, così fu naturale pensare di utilizzare Gatemouth e il gruppo come house band del programma.
La band prese il nome di The Beat Boys e all’inizio era formata dal sassofonista residente a Dallas David ‘Fathead’ Newman, da due musicisti di Nashville, Freeman Brown alla batteria e Skippy Brooks (artista Excello) al pianoforte, e da Art Grayson alla seconda chitarra, che nella quarta puntata s’esibisce come solista con When I Get Home, singolo della californiana HBR (sussidiaria di Hanna-Barbera) che però non ebbe successo. Grayson veniva dall’Alabama ed era uno degli artisti di Hoss, e fu poi rimpiazzato nei Beat Boys da Johnny Jones.
Johnny Jones, scomparso nel 2009, era nato vicino a Memphis ma trascorse buona parte degli anni 1950 suonando a Chicago a fianco di Junior Wells e Freddie King, forgiando il suo stile su quello di Robert Lockwood. S’unì poi ai tour della Ted Jarrett’s Revue, che comprendeva anche Earl Gaines, Gene Allison e la purtroppo dimenticata Christine Kittrell (non da Bear Family, che le ha dedicato una raccolta).
Fermatosi a Nashville diventò assiduo musicista da studio per Excello, Sound Stage 7, Champion e altre etichette, oltre a fare il sideman per molti artisti della zona e a formare il suo supergruppo, The Imperial Seven, che diventò house band presso il New Era Club di Nashville e incise per Hoss su Hermitage e Athens.
Da quanto si legge nel libretto, dopo l’inizio delle registrazioni arrivò sul set di The Beat perché Gatemouth Brown non leggeva la musica né poteva condurre la band nelle esibizioni live più complesse, scelta comunque ovvia per Hoss in quanto Jones e il gruppo erano suoi artisti già dal 1962, su Athens. Jones portò le sue sezioni fiati e ritmica, in pratica il gruppo Imperial Seven fuso con i King Casuals post-Hendrix, con lui alla chitarra, Billy Cox al basso, Harrison Calloway e Mitch Arlen alle trombe, Aaron Varnell e Harvey Thompson ai sassofoni, oltre ai suddetti Brown e Brooks.
Alla fine degli anni 1960 Jones fu scritturato dal noto produttore Stax William Bell, con il quale pubblicò diversi dischi, e negli anni 1970 cominciò ad apparire saltuariamente nella band di Bobby ‘Blue’ Bland più o meno fino ai giorni nostri, oltre che con la Jimmy Church Revue e la sua propria band con Mighty Sam McClain alla voce, poi rinascendo nell’epoca del blues revival anni 1990/2000. Ad esempio si riunì con il vecchio amico Charles Walker facendo un disco per Crosscut (i due si sono esibiti al festival blues di Lucerna nel 1999).

Furono reclutati anche il gruppo vocale e ballerini Frank Howard and the Commanders, di cui dirò, e qualche ballerina sul cubo. Il taglio della conduzione di Allen seguiva quello della radio, come andava tra gli hipster bianchi: parlantina veloce e informale, ma comprensibile e cadenzata, condita con catchy expressions e slogan rimati anche non-sense, tipici del linguaggio radiofonico, come we’re gonna crack the whip and make the trip, e termini come swingaroonies. All’inizio di ogni puntata, con piccole variazioni, Allen si presentava e invitava a chiamarlo Hoss, prima di snocciolare con orgoglio la scaletta degli ospiti e presentare il gruppo di casa.
Gli artisti provenivano quasi sempre dai luoghi in cui Allen aveva interessi: Nashville ovviamente, per i rapporti con WLAC e John R. (A&R man di SS7 Records), Texas, per la locazione e quindi la pronta disponibilità degli artisti, Chicago, per Chess o etichette distribuite da Chess, New Orleans, dove Allen aveva commissioni in un’agenzia di ingaggi. Quando c’erano eccezioni, erano favori che Hoss faceva o restituiva.
Solo Gatemouth Brown e la band furono pagati, gli artisti ospiti partecipavano per promuovere i dischi e la propria immagine; le riprese cominciarono il 31 gennaio 1966 e finirono in primavera, cominciando a essere trasmesse in puntate di mezz’ora nell’estate dello stesso anno.

Little Milton, The Beat Vol. 1
Little Milton

Il primo volume presenta i primi cinque spettacoli, registrati tra il 31 gennaio e il 15 febbraio, iniziando, dopo l’introduzione di Hoss e del Beat Theme – la sigla composta da Gatemouth Brown – con Little Milton, in quel periodo artista Chess ampliante una fama già discretamente raggiunta presso Sun Records e Bobbin Records, che presenta We’re Gonna Make It con le armonie e il battito di mani di Frank Howard and the Commanders.
Sembra cantare in sincronismo labiale mentre la band, in gran spolvero soul, pare aver corrente e volume. Torna poco dopo con il suo ciuffettone e la bella ballata Blind Man, successo rimasto nella storia soul/blues, ancora in sincronismo, e con Who’s Cheating Who, mimata davanti a un fondale. Nel secondo show invece mima We Got the Winning Hand, incisione Chess.
Gli smilzi ed elastici Frank Howard and the Commanders (Charlie Fite e Herschel Carter) sono fantastici e si scatenano con Shotgun dal vivo ballando in pieno stile soul revue: coolness in quantità. Il gruppo vocale spesso si esibiva nella Jimmy Church Revue e fin dall’inizio fu sotto l’ala di Allen, il quale produsse il loro primo singolo nel 1964 con Johnny Jones e i King Casuals agli studi FAME di Muscle Shoals; nella sessione Barry Records invece in studio c’era anche Jimi Hendrix in quanto parte dei King Casuals. Frank Howard a volte faceva il cantante per i Casuals nei club di Nashville, perché né Billy Cox né Hendrix si ritenevano cantanti.
Nella seconda puntata eseguono It Didn’t Work out That Way: Howard è il solista con la sua voce eccezionale, nella quinta s’esibiscono dal vivo con il coinvolgente Land of 1000 Dances, celebre brano di Kris Kenner in un tripudio di spaccate e ritmo.

Esther Phillips, The Beat Vol. 1
Esther Phillips

La singolare, vibrante e meravigliosa voce di Galveston Esther Phillips presenta il lento I Could Have Told You cantando microfono in mano sulla registrazione, mentre la band probabilmente è senza corrente o a basso volume dato che si sentono strumenti non presenti. Quando torna, lo fa con la bellissima Just Say Goodbye, peccato sia mimata dal disco.
Erede di Dinah Washington e vocalmente paragonabile a Nina Simone, come Etta James è scoperta giovanissima da Johnny Otis, e lanciata con il nome Little Esther. Prima di diventare totalmente dipendente dall’eroina (come Etta) gode di diversi successi negli anni 1950 sotto varie etichette. Ristabilitasi, agli inizi degli anni 1960 il cantante country/pop Kenny Rogers la riporta in affari tramite l’etichetta del fratello, Lenox, dopo averla occasionalmente sentita in un club di Houston. Esther così ricomincia da capo, togliendo “little” dal nome ed entrando nelle zone alte delle classifiche con il rifacimento di una ballata country, Release Me, approdando all’Atlantic quando Lenox chiude i battenti.
Là nel 1965 la sua pregevolissima versione del brano di Lennon/McCartney udibile mimato nella terza puntata, And I Love Him, è un successo, tanto che i Beatles la invitano per una serie di concerti in Inghilterra. All’epoca della prima puntata è tornata da poco e Allen le chiede del viaggio e di come sono i “ragazzi”: very nice guys risponde Esther.
Rimane con Atlantic fino al 1967, poi torna all’eroina e di nuovo in clinica. Dopo un breve periodo con Roulette Atlantic cerca di lanciarla nel mercato pop senza molto successo, poi scaricandola ancora. Firma con Kudu nel 1971, che le produce il noto LP From a Whisper to a Scream, indirizzandola nell’ambiente jazz, e nel 1975 ha il suo più grande successo con la versione (disco, ahimé) del bellissimo di Dinah Washington What a Difference a Day Makes. Nel 1977 firma con Mercury e rimane in scena fino al 1984, quando muore a 48 anni per abuso di droga e alcool: è la perdita di una voce strabiliante, unica, vibrante di umanità e dolore.

Per quanto riguarda ‘Gatemouth’ Brown e la band di casa, come prima cosa sintetizzano Honey Boy, il celebre brano di Bill Doggett e Billy Butler. Purtroppo è solo uno stacchetto, ma sferza pura energia ed è un piccolo esempio di come suonavano ancora negli anni 1960 le territory band. Un altro bel momento è il suo signature “song” (è uno strumentale) Okie Dokie Stomp. Questi filmati valgono anche solo per Gatemouth e la band, perché le loro sono tutte esibizioni dal vivo non dovendo promuovere nessun disco. Nella seconda puntata eseguono, sempre come stacchetti, un bel strumentale swing improvvisato e Bits and Pieces, mentre nella terza estraggono Blues Walk, altro R&B up-tempo che evidenzia la sezione ritmica e la chitarra di Brown.
Nella quarta c’è una bella sorpresa: “Gate” canta un brano intero (non ricordo altri episodi cantati da parte sua), Have You Ever Been Mistreated, lento alla T-Bone Walker e uno dei pochi blues dell’intera trasmissione; si nota il cambio avvenuto alla chitarra ritmica, con Johnny Jones. Staccano poi con il veloce swing Gate Walks to Board e l’intrusiva Funky Jones, Jones inquadrato durante il suo intervento.
Nella quinta c’è di nuovo Grayson, mentre Gatemouth suona il suo violino in Fiddlin’, poi c’è il ritorno di Johnny Jones con Hitch Hike, fantastico strumentale funky-soul.

Joe Tex apre il secondo show con gran southern soul sulla traccia registrata di A Sweet Woman like You, e poi lo finisce con Hold What You’ve Got, seduto su una sedia a mimare (benissimo) questa splendida ballata soul come un preacher il suo sermone (in effetti è una specie di sermone), a provare che il soul è una deviazione mondana del gospel. Arrivò ai primissimi posti delle classifiche R&B e pop, e dopo altri successi seguirono, molti di questi registrati all’American Sound Studio di Memphis. Alla fine Hoss chiama gli ospiti per la chiusura, con ballo sulle note della fantastica Funky Mama di Big John Patton da Gatemouth & The Beat Boys, con Tex che dapprima sembra non volersi staccare dalla sedia, poi balla con Etta James.
Nella quinta puntata mima Fresh out of Tears, con balletto e spaccate mozzafiato.
Cominciò la carriera vincendo due talent show; il secondo, all’Apollo Theatre, gli procurò un contratto con King Records, dove rimase dal 1955 al 1957, e il miglior successo del periodo fu Another Woman’s Man. I successivi due anni fu di casa alla Ace Records di Johnny Vincent e, nonostante non avesse nessun grosso hit, era molto richiesto nel circuito live. Il successo arrivò nel 1961 quando James Brown incise la sua (di Tex) Baby You’re Right. Firmò con Dial Records di Buddy Killen a Nashville, ma non accadde nulla fino a quando Killen lo portò negli studi di Muscle Shoals nel 1964.
Nel 1967 prese parte al noto Soul Clan che tuttavia, nonostante il (o a causa del) progetto ambizioso, si dissolse quasi subito dopo l’uscita di un bel singolo. Tornò in classifica al primo posto nel 1972 con I Gotcha, prima di convertirsi all’islamismo cambiando il nome in Joseph Hazziez, abbandonando la musica e girando il paese diffondendo il verbo di Elijah Muhammad. Quando Muhammad morì, nel 1975, tornò al vecchio impiego incidendo ancora per Dial e Epic, avendo un ultimo successo con I Ain’t Gonna Bump No More, prima di mancare nel 1982.

Non ha bisogno di presentazioni la big shouter Etta James (v. The Complete Muscle Shoals Sessions), che si presenta con parrucca bionda e la focosa ballata Only Time Will Tell, disco di quell’anno su Cadet, sussidiaria di Chess. Più avanti Hoss presenta il suo LP live a Nashville uscito per Chess (Rocks the House) e l’esplosiva Something’s Got a Hold on Me, evidentemente cantata dal vivo in studio.
Nella terza puntata indossa cappotto e guanti per I’m so Sorry for You, soul ballad che Etta esegue come sempre con passione e partecipazione, ma in sincronismo.
Il grande, sfortunato Sir Lattimore Brown ha due brani uno dietro l’altro. È una vera chicca I Got You, che poi è I Feel Good dell’altro più noto Brown, soprattutto perché superbamente eseguita dal vivo; poi I’m Not through Loving You in sincronismo.
Veniva da Memphis e nel 1960 era sotto contratto Excello; non ebbe mai successo nazionale, ma era una presenza fissa nel circuito grazie a buone vendite e ai passaggi sulle onde WLAC. Nel periodo delle registrazioni TV era, insieme a Roscoe Shelton, nella scuderia SS7 Records, introdotto da John R.
Purtroppo c’è un grosso errore nel libretto affermante che Lattimore è morto in Arkansas nei tardi anni 1980, e anche All Music lo dichiarava (poi rettificato). Lattimore nel 2005 era ancora vivo anche se non messo bene; la sua casa di Biloxi fu distrutta da Katrina, nel 2009 partecipò al Pondarosa Stomp ed è scomparso nel 2011 dopo una vita di disgrazie e di stenti, investito da un’automobile.

Roscoe Shelton, altra bellissima voce, appare nella terza puntata con il ficcante R&B/soul Money, indubbiamente dal vivo e, dopo breve intervista di Hoss, Easy Going Fellow, il suo grosso successo del 1966, in sincronismo, poi nel finale con What’d I Say insieme a Etta James, Lattimore Brown, Esther Phillips e Gatemouth la cui voce si sente per la prima volta nella trasmissione, portato in braccio davanti al microfono da Lattimore.
Proveniente dal gospel e componente dei Fairfield Four, dopo il servizio militare s’unì al gruppo The Skylarks registrando per Nashboro, divisione gospel di Excello. Seguendo le orme dell’amico Sam Cooke passato con successo dal sacro al profano, dalla fine degli anni 1950 cominciò a incidere musica soul e, dopo vari successi regionali, raggiunse la nazione con Strain on My Heart (con Johnny Jones alla chitarra), pubblicando molto con SS7.
Lee ‘Shot’ Williams & Gerri Taylor iniziano la quarta puntata mimando Tighten up Your Game. Gerri Taylor veniva da Chicago, e di lei si sa poco perché registrò solo qualche 45 giri.
Lee ‘Shot’ Williams era del Mississippi, si trasferì a Chicago alla fine degli anni 1950 ed è scomparso nel novembre 2011. Cantò nelle band di Magic Sam, Little Smokey Smothers e per Earl Hooker. Incise su Federal e per etichette minori, ma ebbe discreto successo solo con le sessioni del 1969 all’Hi Studio di Willie Mitchell e Syl Johnson a Memphis, per Shamma Records. Lavorò molto dal vivo, soprattutto nell’area di Chicago e, passati i critici anni 1970/1980, fu riportato alla luce nel 1995 dall’etichetta olandese Black Magic. Torna nel finale della quinta puntata invitato da Hoss a dare il via al tradizionale If I Had a Hammer, con Cleo Randle, Jimmy Church e Frank Howard e i suoi Commanders, ovviamente dal vivo.

Carla Thomas
Carla Thomas

La figlia del grande Rufus, Carla Thomas, arriva nel quarto show e sincronizza Comfort Me, soul ballad preparata nella cucina Stax, con coro femminile alle spalle, poi Move on Drifter davanti al fondale, espediente per non far vedere la band che non sta suonando. Carla a quel tempo frequentava l’Howard University di Washington, e in definitiva fu sempre più interessata allo studio che alla carriera musicale. Nativa di Memphis, ha passato la sua vita discografica alla Stax contribuendo a farla crescere insieme al padre da quando ancora si chiamava Satellite e fino al 1976, anno in cui l’etichetta chiuse i battenti. All’inizio i dischi erano distribuiti da Atlantic, ed ebbe successo nel 1961 con Gee Whiz, scritto a sedici anni, e nei duetti con il padre Rufus Thomas e Otis Redding, ma dopo Stax non è più andata in studio e s’è limitata a esibirsi dal vivo. Nel quinto show mima il lento Another Night without My Man e subito dopo il sensuale mid-tempo Baby Let Me Be Good To You, meritato successo di quell’anno.
Da Chicago arriva invece Cleo Randle, che esce un po’ rigida da dietro un cubo, ma poi si scioglie abbastanza mimando con la voce e i gesti Big City Lights, piacevole R&B mid-tempo; si vede che la sua impostazione, anche fisica, viene dal gospel (ricorda Mahalia Jackson). Il disco presentato qui, il cui retro era You Got Everything, sembra sia stato l’unico e, nonostante in quel periodo non ebbe successo, negli anni seguenti diventò un classico presso il Northern Soul inglese.
Dotata di un canto graffiante e intenso, la sua scarsa notorietà è compatibile con il fatto che la sua vita nel rhythm ‘n’ blues, cominciata a metà anni 1960, fu molto breve, come quella dell’etichetta che la produsse, la piccola Sta-Set di Chicago. Proveniva dalla Chess (Checker), dove incideva appunto musica sacra con il nome di Cleo Jackson Randle, musica alla quale poi tornò. Peccato perché nella quinta puntata, con il blues The Best Man I Ever Had dal vivo, è a suo agio e conferma che non aveva nulla da invidiare a Koko Taylor.

Mighty Joe Young canta sulla registrazione di Sufferin’ Soul sopra un invasivo soul beat. Nativo di Shreveport, Louisiana, espatriò a Chicago, dove con la sua chitarra fu parte della corrente west side blues e, pur essendo valido solista, lavorò molto come accompagnatore dei grandi nomi della Windy City. Dopo aver inciso per etichette minori ebbe l’opportunità di registrare il suo primo album agli inizi degli anni 1970 con Delmark, essendosi fatto notare al Chicago Blues Festival del 1969; è scomparso nel 1999.
Jimmy Church apparve la prima volta come artista ospite per promuovere l’ultimo disco, poi fu scritturato per rimanere facendo numeri riempitivi; a volte gli artisti erano in ritardo o non si presentavano affatto, e Jimmy Church correggeva questi buchi. Alla fine s’unì alla house band come percussionista (conga), continuando a fare anche numeri solisti. Apre la quinta puntata con The Duck eseguita dal vivo: è un piacere vedere e sentire la band aderire al solista che, davanti, canta e balla in piena veemenza soul, alla faccia del numero riempitivo.
Nato a Nashville, iniziò la carriera presso Excello e lavorando per un breve periodo sulla costa occidentale con Johnny Otis, prima di tornare a Nashville per motivi famigliari. È stato con Jimi Hendrix nei King Casuals, ma nel 1960 formò la Jimmy Church Revue diventando un’istituzione popolare nel chitlin’ circuit del sud e nei circoli studenteschi, e arruolando spesso artisti ospiti come Frank Howard & The Commanders e Johnny Jones. Ha inciso per molte etichette (tra cui quelle di Hoss e di John R.) e negli anni 1960 Hoss è stato suo manager. A quanto mi risulta, al momento in cui scrivo gira ancora il mondo con la sua Rivista.

Val la pena avere anche gli altri volumi per non perdersi Lou Rawls, Freddie King, Louis Jordan e i suoi Tympany Five, Barbara Lynn, Johnny Taylor, Clarence ‘Frogman’ Henry, Percy Sledge, Garnet Mimms, Patti Labelle, e altri. L’episodio finale, presentato da Otis Redding, mostra esibizioni dal vivo di artisti Stax supportati dai Bar-Kays, chiudendo l’avventura di un programma che non sarebbe più andato in onda o venduto ad altre televisioni.
Le due stagioni furono trasmesse con buon successo da tredici stazioni del sud in altrettante grandi aree urbane e in città più piccole, di solito nei pomeriggi del weekend o a tarda notte, ma nella rovente Birmingham, Alabama, ci fu un sinistro avvertimento con una croce bruciata nel prato di una stazione televisiva; gli inserzionisti locali si ritirarono e i progetti per altre registrazioni svanirono.
Allen tornò alla WLAC, iniziò un programma radiofonico di musica gospel e nel 1971 entrò in clinica per disintossicarsi dall’alcool. Gatemouth lasciò durante la seconda stagione, dato che non c’era più bisogno di lui e guadagnava di più girando in tour. Harrison Calloway e Aaron Varnell come noto fecero parte della sezione fiati di Muscle Shoals, in seguito Calloway andò alla neonata Malaco come musicista e arrangiatore. Freeman Brown, Skippy Brooks e Johnny Jones tornarono a Nashville a fare i musicisti da studio, mentre Billy Cox, naturalmente, si ricongiunse a Jimi Hendrix.
Recensione del vol. 2.

(Fonti: Fred James, libretto a The !!!! Beat, Legendary R&B and Soul Shows From 1966, Vol. 1, Shows 1-5, BVD 20126 AT, Bear Family, 2005 )


  1. Come per la WDIA di Memphis il segnale, nelle notti terse, poteva arrivare dall’Alaska alla Jamaica, ed entrambe furono importanti anche per l’evoluzione della musica giamaicana, vedi recensione di Rosco Gordon. []
  2. I King Casuals suonavano abitualmente al Del Morocco di Nashville, area in cui risiedevano Hendrix e Cox nei primissimi anni 1960. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Filmati // 16 Luglio 2012
È vietata la riproduzione anche parziale di questo articolo senza autorizzazione
, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.