The !!!! Beat – Vol. 4

Legendary R&B and Soul Shows from 1966

The Beat Vol. 4Il vol. 4 di questa serie televisiva americana riportata alla luce da Bear Family prosegue in senso cronologico con altri quattro episodi (dal 14 al 17), entrando nella seconda e ultima stagione del programma (solo 2 serie da 13 episodi l’una) di William ‘Hoss’ Allen.
Come già detto nella recensione del I volume, Allen, influente dj della WLAC di Nashville, ex batterista amante della musica nera, sceglieva gli artisti per la trasmissione in base alle sue attività e ai suoi interessi, per la maggior parte concentrati a Nashville, Chicago, New Orleans e Texas (in particolare Dallas, per la vicinanza agli studi televisivi), ingaggiandoli attraverso la sua Rogana Productions.
Anche in queste puntate i talenti alla ribalta sono disomogenei in quanto a fama e visibilità. Dando uno sguardo d’insieme sui vari protagonisti nei sei volumi si notano one-hit wonder o tentativi di lancio di sconosciuti rimasti poi tali (es.: Art Grayson, Gerri Taylor, The Carnations, Charles Hodges, Jamo Thomas, Eva Larse, e così via) in contrasto con la presenza di nomi affermati, e soprattutto entrati nella storia (Freddie King, Louis Jordan, Etta James, Otis Redding, Little Milton, Lou Rawls, Joe Tex, Carla Thomas, ‘Gatemouth’ Brown, e altri). A bilanciare questi disequilibri anche qualitativi, ci sono personaggi mediamente noti a livello nazionale o dall’allora consistente successo regionale, come Jimmy Church, Barbara Lynn, Roscoe Shelton, Lattimore Brown, Clarence ‘Frogman’ Henry, Robert Parker, Earl Gaines, Z.Z. Hill, Mitty Collier.

Freddie King, The Beat Vol. 4Qua vengono a mancare i cantanti e ballerini Frank Howard & The Commanders (visibili solo nella solita sigla iniziale della serie), una presenza regolare durante la prima stagione, mentre il ritorno di Freddie King, “a big man with a big sound” (apparso nel vol. 2), è nuovamente di sostanza e sempre dal vivo con i Beat Boys.
Nel periodo di queste registrazioni veniva dalla lunga serie di successi, cantati e strumentali, incisi per King/Federal in associazione con il pianista, produttore, autore e A&R man di King Records Sonny Thompson. Ad esempio di quei dischi qui abbiamo Funny Bone, saturo, asciutto ed esasperato dai fiati, e il lento blues Have You Ever Loved a Woman di Billy Myles, prima di chiudere la puntata 14 insieme a Gatemouth con uno shuffle che fa da sigla finale. Anche nella 15, quasi tutta dedicata a Louis Jordan, Freddy conclude in bellezza sguazzando nell’R&B di Sittin’ on the Boat Dock di Thompson, il canto sempre speculare alla chitarra, e nella bella sorpresa di Funky Mama dell’organista Big John Patton, irresistibile e ancora in armonia con Gatemouth, supportati dalla house band.

Billy Cox, Johnny Jone, The Beat Vol. 4Ho già descritto nella recensione del primo volume la band di casa The Beat Boys capeggiata da Clarence ‘Gatemouth’ Brown, in gran parte formata da ex King Casuals ed ex Imperial Seven del chitarrista Johnny Jones (Billy Cox al basso, Freeman Brown alla batteria, Harrison Calloway e Mitch Arlen alle trombe, Aaron Varnell e Harvey Thompson ai sassofoni), chiamato a supporto di Brown poco dopo l’inizio del programma. Rimangono inoltre Skippy Brooks al piano, in esclusiva funzione ritmica, e la recente acquisizione di Jimmy Church alle conga.
Sono sempre interessanti e variegati i loro stacchi strumentali intercalanti le esibizioni dei cantanti, come l’irriconoscibile Don’t Bother Me (attribuita a Lennon-McCartney, ma di George Harrison) con solo di Aaron Varnell, l’up-tempo Teddy Bear di Illinois Jacquet con solo di Harvey Thompson o il classicissimo tema Moon River di Henry Mancini.
Johnny Jones prende la conduzione nel celebre Take Five, con solo jazzy di Thompson, mentre Gatemouth è solista in Blues for Cochise, un altro dei suoi godibili break strumentali che credo si trovino solo in queste trasmissioni, come quello eseguito insieme dai due, Battle at the KO Corral (sic), che riprende il tema San Ho Zay di Freddie King. Chiudono poi l’ultima puntata del DVD sullo swing di One O’Clock Jump.

Maurice & The Radiants, The Beat Vol. 4Già visti nel vol. 3, i cantanti-ballerini Maurice & The Radiants sembrano eseguire dal vivo You’ve Been Cheating di Curtis Mayfield e il funky-soul di Shotgun, noto brano del sassofonista Junior Walker di casa Motown. Le loro movenze e quelle delle ballerine, gli abiti, le scenografie e la musica sono una concreta immersione nell’era pre-68, dagli effetti contrastanti (un’ampia gamma tra buffo e affascinante).
Hoss si rivolge a Maurice chiamandolo “honey”, e alla reazione sorpresa e imbarazzata del cantante Hoss risolve con un: “Lo sai che scherzo”. Un bicchierino di troppo?
(Mi rendo poi conto che intercala il termine con almeno un altro paio di uomini).
Presenti anche loro nel terzo volume, The Poppies confermano il carattere pop di nome e di fatto mimando Wonderful World of Love, e la solista Dorothy Moore non mi ha colpito come la volta precedente. Non è difficile capire perché: l’esito è artificioso e interpretano troppo da bianche, al di là dell’inconsistenza.

Gli sconosciuti eroi locali Les Watson & The Panthers esordiscono con un’incalzante gospel/soul, Beg Me, seguito dalla celeberrima A Change Is Gonna Come di Cooke in versione ridotta, evitando le strofe che più rendono evidente che si parla di discriminazione. Non mi hanno impressionato, però eseguono dal vivo (anche perché non avevano ancora inciso niente) entrando così di diritto nei momenti migliori della serie, che sono appunto quelli live.
Les Watson & The Panthers, The Beat Vol. 4Le pantere erano George Pharmes al basso, Anthony Phillips e Paul Garrett alle chitarre (qui però ce n’è solo una), Howard Davis alle tastiere, mentre del batterista si conosce solo il nome di battesimo, Perry. Come dice Hoss, il gruppo fu scoperto in loco dai produttori del programma, e fu effettivamente lanciato dopo questa apparizione firmando per Pompeii (ai tempi, la stessa etichetta di Ike & Tina) e incidendo due singoli, in parte prodotti da Ike Turner, e un terzo per Vesuvius. La loro testimonianza è inoltre contenuta in due LP, per la maggior parte cover registrati negli anni Sessanta dal vivo nei club di Dallas in cui erano soliti esibirsi, e in una breve apparizione al South Dallas Pop Festival, la cui registrazione è uscita per la prima volta nel 2003 su CD.
L’evento rimase unico, e fu messo in piedi nel giugno 1970 (era il periodo dei grandi raduni “pop”) da due musicisti con l’idea di riunire tutti i talenti afroamericani dell’area sud della città, ai tempi particolarmente fiorente di musica in quanto ancora segregata. In realtà la parola d’ordine era funk, ma allora pop designava tutto ciò che riguardava la controcultura giovanile. Sul festival esiste anche un documentario di mezz’ora, filmato e trasmesso dal canale televisivo locale KERA (affiliata di PBS), visibile in rete.

Louis Jordan & Tympany Five, The Beat Vol. 4La puntata 15 è quasi tutta dedicata a Louis Jordan, e stavolta (già apparso nel vol. 3) arriva con i suoi Tympany Five, che ai tempi erano Leo Blevin, chitarra, Chris Columbo, batteria (uno spettacolo nello spettacolo), Kenny Andrews, Hammond, Napoleon Fuller, sax tenore.
Pressato dai tempi dello show, offre esibizioni brevi, ma la compattezza, l’energia, la facilità e la fluidità con cui suonano non mancano di impressionare, e seppur sul viale del tramonto e forse stanco Jordan riesce a essere ancora brillante – e nonostante la sua musica non fosse più così popolare, dopo il rock ‘n’ roll, la British invasion e la stagione dei figli dei fiori alle porte.
Una serratissima Caldonia è sicuramente d’effetto, forse eseguita con una certa meccanicità (comprensibile, dopo la millesima esecuzione), ma pure coreograficamente sono perfetti e la musica sembra scaturire direttamente dal loro essere, non dagli strumenti, come in G.I. Jive di Johnny Mercer, riportante al fascinoso clima musicale della II g.m.: sono delle spietate macchine musicali, un piacere per le orecchie e gli occhi.
Chris Columbo, Napoleon Fuller, The Beat Vol. 4Il mirabile Columbo attacca un coinvolgente foxtrot, maggiorato dall’organo, per il motivetto All I Do Is Dream, dance song nel repertorio di molte wedding band classiche (e probabilmente anche in quello di qualche compagine da pianobar che allieta [tormenta] i vacanzieri della riviera romagnola), con Martha (1) che, sbucata dal nulla non annunciata, balla e divide il canto con Louis, continuando a zompettare felice anche sul ritmo di Ram-Bunk-Shush, prima di dileguarsi mentre la band mostra uno ad uno gli eccellenti solisti su questo bel strumentale lasciato dall’orchestra di Millinder. A chiudere, un incredibile stacco jazz tagliato e non accreditato, prima della ballata Don’t Let the Sun Catch You Cryin’, standard che in tempi moderni è passato bene anche nelle mani di Dr John. Hoss, qui e nel precedente invito, mostra di essere sinceramente affezionato a Jordan.

Louis Jordan & Martha, The Beat Vol. 4L’elegante Gwen Davis di Montgomery, Alabama, è una novità e appare con due brani in due puntate diverse, i lati del suo unico buon disco per Sound Stage 7 (SS7) del noto dj John R. (John Richbourg), che non decollò nonostante la massiccia messa in onda sulle popolari frequenze di WLAC; la sua presenza nel programma di Hoss fu un ulteriore tentativo in tal senso e un favore al collega della potente radio di Nashville.
Peccato, perché la voce che interpreta I Can’t Be Your Part Time Baby e My Man Don’t Think I Know è notevole (ma le due canzoni sono troppo simili), stentorea e ricca di blues, soul, gospel, e molto caratterizzante. Una cantante coi fiocchi. Peccato anche che stia mimando, ma in casi come questo lo scopo era lanciare il disco tale e quale, la presenza fisica era solo a fini promozionali.
Entrambi i brani furono scritti e prodotti da Allen Orange, cantante e autore di New Orleans che prima di dirigersi verso Nashville fece coppia con Allen Toussaint, come si legge nel libro di Hannusch citato nelle fonti. Di fatto quando Banashak di Minit conobbe Toussaint durante la fortunata audizione dell’etichetta per trovare talenti locali, i due Allen scrivevano e cantavano insieme (come coppia però incisero solo un disco, con il nome di Allen & Allen).
Gwen Davis, The Beat Vol. 4L’audizione fu fortunata perché in quella stessa sera del gennaio 1960 si presentarono Benny Spellman, Jessie Hill, Irma Thomas, Aaron Neville, Joe Tex, e appunto Allen Orange che arrivò con il suo pianista, Toussaint, il quale poi accompagnò anche altri artisti che erano al provino da soli.
Il giorno dopo furono tutti messi sotto contratto (tranne Irma Thomas, che poi incise per Minit ma sul momento fu rubata da Joe Ruffino di Ric & Ron Records, e Joe Tex, al quale Banashak rinunciò dopo una telefonata di Leonard Chess), ma il colpo più lungimirante fu la decisione del discografico e socio Larry McKinley (2) di assumere il giovane Toussaint come arrangiatore e produttore delle sessioni dell’etichetta, iniziando così una collaborazione fruttuosa che diede molti successi a Minit e ai suoi artisti, e formale avvio alla brillante carriera del pianista in quel campo, permettendogli di fare ciò che già allora preferiva, stare dietro le quinte.

E a proposito dei talenti di New Orleans, data la loro generale scarsa esposizione (a parte Fats Domino) è quasi una sorpresa ritrovarne qui due per due puntate di seguito, se non fosse appunto per i legami che Hoss aveva in città.
Erano comunque noti per i loro singoli di successo nelle classifiche R&B e pop e uno di loro, Clarence ‘Frogman’ Henry, con il suo azzeccato, spassoso tormentone novelty Ain’t Got No Home, è oggi un’icona vivente dell’eroico errebì di New Orleans. Clarence 'Frogman' Henry, The Beat Vol. 4
Il brano, prodotto nel 1956 da Paul Gayten per Argo/Chess, cavalcando brillantemente sul confine tra R&B e rock ‘n’ roll è uno dei più amati dai revivalisti degli anni Cinquanta (al SJ l’ho sentito molte volte), grazie anche alla recente e doverosa rivalutazione del lavoro di Cosimo Matassa. (3)
Il ritmo e il ritornello sono irresistibili, ma la particolarità sono le interpretazioni di Henry: a essere senza casa, famiglia e amici sono alternativamente un ragazzo, una ragazza, e una rana. La esegue live, però a paragone con l’originale perde perché l’accompagnamento dell’house band non possiede il particolare rock ‘n’ roll della Big Easy, specialmente la sezione fiati; è un approccio più swing (leggi: classico).
In Chess ebbe un altro successo nel 1960, I Don’t Know Why (but I Do), qui annunciato I Don’t Know Why I Love You (but I Do) da Hoss che dichiara Henry tornato dall’Inghilterra. Adesso è al piano e il brano, in limpida imitazione dello stile Domino, è dal vivo con bel lavoro di trombe, ma anche in questo caso meno efficace se si conosce l’originale. Andò in U.K. ancora negli anni Ottanta per un LP con Silvertone, e lì tornò in auge nel 1999 e nel 2000 con due diverse pubblicità (una era della Fiat 500) che usarono I Don’t Know Why.
Rimane a chiudere la puntata con un’improvvisata “New Orleans March” a mo’ di sigla, lui al piano e i Beat Boys non propriamente nello spirito giusto, con i fiati che non sanno che fare mentre l’insieme risulta leggermente cacofonico. Apre poi la 17 mimando la registrazione originale di Baby Ain’t That Love, e questa sì che è una marcetta di New Orleans.

L’altro personaggio della Big Easy è Robert ‘Barefootin” Parker, già citato in questo sito nelle veci di sassofonista nella prima band di Professor Longhair. Sessionman molto attivo anche per altri artisti della città (Fats Domino, Huey ‘Piano’ Smith, Earl King, Ernie K-Doe, Irma Thomas, Joe Tex, Eddie Bo, Frankie Ford) e non (Jimmy Reed, Sam Cooke, Solomon Burke) come sideman in tour, al primo tentativo di carriera solista nel 1959 ebbe successo regionale con un bel strumentale chiamato All Night Long (Parts 1 & 2) pubblicato su Ron.
Robert Parker, The Beat Vol. 4Dopo un altro disco per Ron, incise tre singoli per Imperial e uno per Booker Records prima di entrare nella zona alta delle classifiche R&B (2° posto) e pop (7°) con un lato del primo singolo per Nola (etichetta di Clinton Scott, Wardell Quezerque e Ulis Gaines), Barefootin’, registrato nel 1965 ma tenuto fermo per un anno prima che un dj s’accorse del suo potenziale commerciale e spinse per farlo uscire. Fu un successo nazionale consistente e ancora oggi Parker è ricordato per Barefootin’, anche se l’etichetta mise sul mercato altri suoi dieci singoli e un LP.
Qui il disco era appena uscito (primavera ’66), e direi che lo mimano con gli strumenti elettrici azzerati. Prodotto e arrangiato da Quezergue, A&R man dell’etichetta, registrato e distribuito (attraverso Dover) da Matassa, evidenzia lo smoothness di Parker, associato al tipico ritmo sincopato ma in una tessitura funky-soul non immediatamente riconoscibile come il “Cosimo sound” classico, perché negli anni Sessanta il suono e i sessionman dello studio erano diversi rispetto agli anni Cinquanta, sostituiti da altrettanto eccellenti figure cittadine, come il tenorsassofonista Nat Perrillat, il batterista leggenda vivente Smokey Johnson, e George Davis, che si distingue nettamente alla chitarra.
Nella puntata 17 canta dal vivo Just a Little Bit di Rosco Gordon e Jimmy McCracklin con una camicia che fa concorrenza a quelle di Jimmy Church, sull’accompagnamento dei Beat Boys e intervento di Johnny Jones – nel libretto la canzone è ancora erroneamente accreditata ai nomi fittizi registrati da Ralph Bass quando la rubò a Gordon. Sia lui che ‘Frogman’ sono ancora viventi, e sono apparsi recentemente nella bella serie Tremé trasmessa da HBO.

Ho già parlato di Jimmy Church nelle recensioni dei volumi precedenti: una presenza fissa avendo la sua carriera gestita direttamente da “The Hossman”. È quindi visibile in tutti i DVD, sia come artista solista che come percussionista aggiunto alla band nella II stagione.
Nella prima veste qui appare solo nella puntata 16 con I Don’t Care Who Knows, con la sua pettinatura particolare e una delle sue camicie, e soprattutto molto soul feeling per una bella ballata romantica uscita su SS7 ricordante lo stile Muscle Shoals, direi non suonata in studio; Church però ha il microfono e forse canta in sincronismo dato che pare veritiero.
Lattimore Brown, The Beat Vol. 4Anche il memphian Lattimore Brown, già presentato nel vol. 1, esegue in sincronismo ma senza microfono I Know That I’m Gonna Miss You (ancora di Allen Orange), ballata non eccelsa ma che fa risaltare le bellissime voci di Lattimore e di Roscoe Shelton, quest’ultimo mimato da Jimmy Church. Si scatena poi dal vivo con il blue-eyed-soul trascinante di Treat Her Right che attribuisce al suo amico Roy Head (co-autore con Gene Kurtz).
Formatosi sull’irripetibile scena degli anni Cinquanta di Beale Street, nei Sessanta fu molto attivo nel circuito del sud, spesso con i colleghi della scuderia Excello, Roscoe Shelton e Earl Gaines.
Dopo Excello registrò senza successo per Duchess di Nashville nel 1962/63, e poi raggiunse il sodale Shelton presso Sound Stage 7, incidendo diversi singoli per la compagnia (sia a Nashville che da Stax e a Muscle Shoals), rilasciando anche un album. Nei Settanta andò con un’altra etichetta di Nashville, Renegade, per la quale registrò un paio di dischi a Muscle Shoals, prima di passare alla resuscitata Ace di Vincent. Sul libretto è riportata la stessa descrizione dell’altro volume, ripetendosi quindi l’errore che lo dà per scomparso negli anni 1980, mentre in realtà Lattimore è morto nel 2011.

Benchè oggi il nome di Joe Simon non sia molto ricordato, forse in conseguenza della sua conversione religiosa, nella sua carriera secolare vendette milioni di dischi. Con una voce prodigiosa e molto soulful, prima di diventare ministro e dedicarsi al gospel spaziò dall’R&B al soul, dal pop alla disco.
Nato in Louisiana nel 1943, adolescente si spostò a Oakland, nella Bay Area californiana dove il discografico Bob Geddins regnava quasi indisturbato. Nel 1959 era parte del gruppo vocale The Echo Tones, che nel firmare per Hush Records cambiò il nome in The Golden Tones.
Geddins produsse il loro primo disco, successo regionale. Joe Simon, The Beat Vol. 4Sempre su Hush avviò la carriera solista nel 1960 e arrivò un altro successo regionale, diventando molto popolare anche nel circuito del sud. Incise poi un disco per Dot, senza riscontro, che invece ebbe dopo aver firmato con Vee-Jay nel 1965, per My Adorable One. Registrò altri dischi per V-J, fino a sfondare nella classifica R&B con la bella ballata country-soul che presenta qui non dal vivo, Let’s Do It Over, della coppia Penn/Oldham e incisa negli studi Fame di Muscle Shoals.
Dopo lo sfaldamento di Vee-Jay arrivò in soccorso John R., accasandolo presso SS7 nel 1966. È singolare che ogni sua uscita per questa etichetta sia entrata nelle classifiche, a partire dalla prima, A Teenager’s Prayer.
Nel 1970 firmò con Spring Records e anche il primo disco con loro, Your Time to Cry, apparve nelle classifiche R&B e pop vendendo un milione di copie. Nel 1971 era con il team Gamble and Huff di Philadelphia e uscì Drowning in a Sea of Love, rispettivamente 3° e 11° posto nelle classifiche R&B e pop, con vendite multi-milionarie. I successi proseguirono fino al 1978 (49 dischi in classifica in 16 anni), comprese le incursioni in territorio disco/soul, piuttosto naturali per lui e visto il periodo. Negli anni 1980 registrò ancora per diverse firme, ma senza più successi, abbandonando poi la musica mondana. Un ottimo assaggio di chiesa comunque qui lo dà con Raise Your Hand, esecuzione originale dal vivo caratterizzata dalla sua escursione vocale.

Mamie Galore (sulla copertina del DVD) era nata nel 1940 in Mississippi con il nome di Mamie Davis e cresciuta con il gospel, ma da adolescente prese a girare il Delta con una band locale, Herman Scott & the Swinging Kings.
In seguito fece parte della Ike & Tina Turner Revue, prima di trovarsi corista per Little Milton dal 1962 al 1965 nella sua band da giro e stabilendosi poi a Chicago (quando Little Milton stesso prese casa lì) dove fu messa sotto contratto da St Lawrence, una delle tre etichette del sassofonista Monk Higgins (le altre erano Satellite e Thomas, piccole ma con distribuzione Chess), personaggio cardine sulla scena R&B/soul della Chi Town degli anni Sessanta in qualità di produttore, arrangiatore e sessionman per Chess.
Il suo primo disco fu Special Agent 34-24-38, uno dei molti di agenti segreti della metà anni 1960 (Thomas Records ebbe un hit nazionale proprio con uno di questi, I Spy for the FBI di Jamo Thomas), mentre qui mima il terzo disco per St Lawrence, It Ain’t Necessary, unico successo (locale, nel marzo 1966) di una voce interessante (il fraseggio e il tono ricordano Aretha).
Incise un altro paio di singoli (su Thomas e Sack Records) prima di firmare con Imperial nel 1968 grazie a un accordo di Higgins, seguito fino in California, dove registrò diverse facciate alla fine degli anni Sessanta senza riscontro, tanto che nel 1972 tornò a casa continuando a esibirsi nella zona di Jackson. È scomparsa nel 2001.

Jamo Thomas, The Beat Vol. 4Il sopracitato carneade Jamo Thomas presenta appunto il suo hit del 1966 I Spy (for the F.B.I.), poi ceduto a Mojo Records e alla multinazionale Polydor per la distribuzione mondiale.
Pare incongruo che una canzone così abbia successo, e allo stesso tempo è perfettamente plausibile. È abbastanza insopportabile, ma tra i dischi coinvolti nella spy craze di metà anni Sessanta fu tra quelli che incassarono maggiormente.
Il brano non è di Luther Ingram come da libretto (i libretti di questi DVD sono pieni di errori), ma di Wesley Kelly e Richard Wylie (Ingram aveva inciso la versione originale poco prima), e a mio avviso era più interessante il retro, lo strumentale Snake Hip Mama, in cui lui dovrebbe suonare le conga.
Prima di tutto ciò Jamo, percussionista originario delle Bahamas, s’era trasferito a Chicago dalla Pennsylvania entrando nel mercato R&B dalla porta di Chess e, con la produzione di Monk Higgins e Burgess Gardner, incidendo un bel primo R&B/funky-soul (I’ll Be Your Fool / Jamaica Soul), evidenziante il suo carattere ritmico e il suo falsetto.
Registrò ancora per Thomas prima di passare sotto l’ala di John R. alla fine degli anni Sessanta (Sound Stage 7), per il quale incise un funky-soul, Jive Mother in Law, che ricalcava I Spy, ma senza falsetto, più serio e con bei fiati, mentre il retro era come al solito uno strumentale (Nassau Daddy), dal groovy piacevole con belle chitarre, fiati, tastiere e il tocco esotico delle sue conga e delle voci in sottofondo, tutto ben mischiato; la band si chiamava Party Brothers e il co-produttore era Chips Moman. Anche il secondo disco per l’etichetta, Bahama Mama Pt 1 & 2, non era affatto male, ma Jamo fu scaricato perché non ottenne di nuovo il successo sperato.
La storia di The Beat continua con il volume 5.

(Fonti: Fred James, libretto a The !!!! Beat, Legendary R&B and Soul Shows From 1966, Vol. 4, Shows 14-17, BVD 20129 AT, Bear Family, 2005; Jeff Hannusch a.k.a. Almost Slim, I Hear You Knockin’, The Sound of New Orleans Rhythm and Blues, Swallow Publications, Ville Platte, 1985.)


  1. Martha Weaver, ballerina. Il libretto ipotizza sia “una fidanzata di qualcuno”, in realtà era già o stava per diventare l’ultima moglie di Jordan. Quando poi Hoss gli chiede di presentarla Jordan risponde: “That was Martha”. []
  2. Anche McKinley era un dj influente, tanto che i vertici di Atlantic, tra le ben sei versioni di What’d I Say di Ray Charles distribuite in promo a vari “hot jock”, decisero di pubblicare quella scelta da lui. []
  3. Cosimo Matassa è scomparso l’11 settembre 2014, proprio mentre stavo scrivendo questo articolo. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Filmati // 17 settembre 2014
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