The !!!! Beat – Vol. 5

Legendary R&B and Soul Shows from 1966

The Beat Vol. 5Come di consueto per i dettagli sul programma televisivo, e sul suo ideatore e presentatore, il dj William ‘Hoss’ Allen, rimando agli articoli sui volumi precedenti, in particolare al primo, e agli altri (II, III e IV) per tutti gli artisti presentati fino a questo momento.
Qua sono comprese le puntate dalla 18 alla 21, e la house band The Beat Boys offre sempre dal vivo brevi ma gustosi intermezzi strumentali pescando nel mainstream americano o tra le sonorità più moderne della musica soul in voga in quegli anni, oppure ancora dal repertorio del leader, Clarence ‘Gatemouth’ Brown, che però dopo la puntata 19 se ne va lasciando il posto a Johnny Jones, comunque già in forza come seconda chitarra insieme alla sua band (Imperial Seven/King Casuals di Nashville, rimando ancora agli altri articoli per i componenti).
Picking up Chips è un up-tempo che offre una rarità: il pianista Skippy Brooks irrompe fornendo le note e gli accordi iniziali prima dell’entrata della band e del breve solismo di Gatemouth, fatto pressoché unico dato che il suo suono s’è sempre sentito pochissimo, e finora mai da solo.
I’ll Remember April è uno standard jazz, qui innocuo perché suonato come in un lounge act, ma se non altro è il quarto brano di fila dal vivo dall’inizio dello show #19 (preceduto da Freddie King e Lou Rawls), mentre il bell’andamento latino di It Hurts so Bad potrebbe essere un arrangiamento (del trombettista Harrison Calloway, dice Hoss) di Hurt so Bad di Little Anthony and the Imperials, gran successo nelle classifiche R&B e pop dell’anno prima. Oltre all’assenza di Gatemouth si nota l’aggiunta di un trombonista/trombettista al posto di un sassofonista.Skippy Brooks
Sono marcati Stax due tra gli episodi più trascinanti forniti dalla band, Philly Dog dei Mar-Keys e In the Midnight Hour, mentre nello show #18 c’è un duetto ritmico di Jones e Brown, Chicken Fat, in cui Jones per la prima volta scende dal suo posto per maggior protagonismo. L’ultima volta di Gatemouth come solista è con il suo classico Okie Dokie Stomp, sigla finale della puntata 18.
Di Johnny Jones ho già detto nei precedenti volumi; qui gli spettano due momenti solisti: una buona resa del Lucky Lou di Jody Williams e un’altra basata su I Got You di James Brown, mentre Jimmy Church, ormai nella band come percussionista, ha di nuovo un’occasione solista con la beatlesiana Day Tripper, purtroppo breve essendo solo sigla finale dello show #21.

Chuck Bernard era una novità per il programma e in senso discografico, ma il libretto riporta erroneamente il 1965 come anno di uscita del suo primo disco – per l’etichetta meteora di Dick Simon, St. Lawrence di Chicago (distribuita da Chess), con la quale ne incise altri quattro sulla sussidiaria Satellite. Infatti, veniva da St. Louis e aveva già registrato un disco a suo nome con un gruppo doo-wop del luogo, ma si stabilì nella città ventosa godendo di una certa popolarità localmente e contribuendo anche come produttore e A&R man per la stessa etichetta, riscuotendo un discreto successo con Indian Giver e Funny Changes.Johnny Jones & 'Gatemouth' Brown
A quel periodo risale uno dei brani presentati qui, Talking about My Baby (il vero titolo è My Baby), prodotto e arrangiato dai sovrani del Chicago soul, Monk Higgins e Burgess Gardner, e tra i cui autori (Debbie Lenox ed Higgins) figura anche Bernard. Si può considerare esempio del soul di Chicago: impeccabile, ma più vicino a logiche commerciali (e alla disco music, ormai all’orizzonte) che all’ispirazione e alla comunicativa del southern soul. Il brano, purtroppo in lip-synch, evidenzia la tonalità scura e graffiante di Bernard e conserva l’energia del soul tradizionale, ma ha natura decisamente più “fredda”.
Fumante è invece la sua interpretazione dal vivo di Danny Boy, popolare ballata scoto-irlandese strappalacrime mostrante le sue doti canore, con apice finale platealmente in ginocchio sul verso And kneel and say an Ave, an Ave there for me. Chuck BernardForse calca un po’ la mano, ma all’interno di un programma in cui si abbonda di lip-synch (equivalente al mimare) le esibizioni live sono la vera unicità.
Dopo una breve permanenza con le piccole New Breed e Maverick, firmò con Zodiac di Ric Williams, dove pubblicò altri sei singoli alla fine degli anni Sessanta. Ebbe buone vendite, ma non abbastanza per competere con la concorrenza in un momento in cui l’epoca d’oro del soul stava svanendo. Entrò nella classifica R&B nel 1975 (Contract on Your Love / A Shoulder to Lean on) per Brunswick, poi non ebbe altre incisioni.

Torna Mamie Galore a presentare il suo esordio nella Windy City, Special Agent 34-24-38, che le forniva il nome d’arte (da un personaggio di Goldfinger, Pussy Galore) e sfruttava la moda delle spy-story e degli agenti segreti portata dai film di 007 e dai programmi televisivi: una scelta della produzione per il suo lancio. La base ritmica pare presa dal tema di Peter Gunn, e di nuovo appare poco coinvolta – certamente la sincronizzazione labiale non aiuta – ma si possono apprezzare le sue fini tonalità. Il disco uscì su St. Lawrence ed era un’altra tipica impronta di Monk Higgins, in definitiva uno stile parallelo a Motown nel senso di produzione e arrangiamento.
Noto che di solito alla prima apparizione i cantanti presentavano il disco più recente, mentre nelle eventuali esibizioni successive andavano a ritroso pescando incisioni per la stessa etichetta, e vale anche in questo caso. Come detto, nel programma prevaleva la promozione del disco e questo spiega il costante lip-synch, tranne alcune eccezioni per gli artisti affermati.
Mamie GaloreEbbe un carriera discografica riassumibile in breve: tre singoli per St. Lawrence nel 1965/66 (Special Agent 34-24-38 / I Wanna Be Your Radio, Have Faith in Me / Too Many Memories, It Ain’t Necessary / Don’t Think I Could Stand It), uno per Thomas nel 1966 (Mistaken Wedding / You Got the Power), quattro per Imperial nel 1968/99 (This Time Tomorrow / Tonight’s the Night, You Wore Your Lie Well / Beautiful Inside, All I Want for Christmas Is Your Love / By the Time I Get to Phoenix, I Didn’t Wanna Do It but I Did / Day Tripper) di cui gli ultimi due in duetto con Dee Irwin, e un singolo per Sack (Do It Right Now / No Right to Cry), mentre probabilmente è rimasto qualcosa di non pubblicato; sono tutti compiuti esempi della corrente soul della Chicago anni Sessanta.

Il neo-orleansiano Robert Parker è già apparso nel vol. 4 con il suo successo nazionale Barefootin’ per la locale Nola Records, e qui porta il retro, Where the Action Is, ballabile che sfrutta riferimenti consolidati attraverso lo smoothness in dotazione al sassofonista/cantante, e in cui dal vivo ci sono solo i passetti di danza di Parker, delle ballerine e pure della band.
Nel 1969 firmò con Silver Fox di Nashville (You Shakin’ Things Up / You See Me), poi passò a SSS International (di Shelby Singleton) uscendo con due 45 giri, ma senza successo. Proseguì la carriera solista negli anni 1970 incidendo per Island.
È di ritorno anche Jamo Thomas, che finge di cantare Arrest Me, altro disco per Thomas Records di Chicago (di Eddie Thomas) e prodotto da Higgins e Gardner, come il successo I Spy (for the F.B.I.) visto nell’altro volume. Anche questo sfrutta il filone dello spionaggio, ma l’arrangiamento non è banale.
Il lato B era Jamo’s Soul e, come il retro di I Spy, era uno strumentale più interessante, ancora con le conga perché Jamo era percussionista; da qui pare che costante dei suoi dischi era un lato cantato e uno strumentale, per permettergli di fare entrambe le cose. La sua discografia era iniziata poco prima su Conlo Records prodotto da Jerry Butler, mentre dopo i dischi Thomas/Chess e SS7 di cui ho già parlato, JT ebbe due singoli pubblicati da Decca, per poi finire alle soglie degli anni 1970 con SSS International.

Mitty Collier, oggi ministro della Chiesa, vista recentemente al Porretta Soul con il sermone I Had a Talk with God Last Night – la sua versione di I Had a Talk with God del Rev. James Cleveland – è nella puntata 19 con il precedente adattamento mondano, I Had a Talk with My Man Last Night, 3° posto nella classifica R&B del 1964.Mitty Collier
Sincronizza molto bene il labiale sul disco in cui ha profuso passione con il suo intenso contralto (e spirito drammatico), negli studi Chess accompagnata da un’orchestra. I crediti nel libretto attribuiscono il brano a Caston e Davis, ma Leonard Caston era l’arrangiatore e il produttore mentre Billy Davis in quel periodo era A&R man e anch’egli produttore per Chess.
Nata a Birmingham, Alabama, cominciò nel gospel con The Hayes Ensemble, passando al R&B nel periodo liceale vincendo per sei volte di fila la gara di talenti organizzata dal dj Al Benson al Regal Theater di Chicago, nel 1959. Conquistò così un contratto Chess con Ralph Bass, ed entrò nella classifica R&B (#20) la prima volta nel 1963 con un brano di risposta al Part Time Love di Johnnie Taylor, I’m Your Part Time Love.
Anche Sharing You, con il quale appare nello show #18, è nella lista dei suoi successi Chess (#10 R&B), il più recente (nello stesso periodo della trasmissione) e anche l’ultimo. È una ballata soul, già hit di Carl Henderson, su un tema comune e arrangiamento standard con violini (potevano quindi evitare di inquadrare la band!), adottato da Chess ad esempio anche per Etta James. Mitty ci mette molto del suo, nel disco ma anche qui concedendo un lip-synch a regola d’arte, perfettamente calata e piuttosto carismatica.
L’ultimo disco Chess fu prodotto agli studi FAME di Muscle Shoals, poi nel 1969 firmò con Peach Tree di William Bell pubblicando altri singoli e un album. Passò ad Entrance Records nel 1971, ma dopo un solo disco e dei problemi alle corde vocali abbandonò la carriera secolare realizzandosi in ambito religioso.

Anche Lou Rawls è una novità della serie, e merita qualche parola introduttiva.
Formatosi in ambiente gospel stante la nascita nel South Side di Chicago nel 1933 e l’educazione della nonna, la sua carriera comincia a 7 anni nel coro della sua chiesa battista.
Crescendo è profondamente influenzato da Billy Eckstine, ma anche da Arthur Prysock e Joe Williams, visti al Regal Theater, mentre alle superiori armonizza insieme al compagno di scuola Sam Cooke in vari gruppi vocali studenteschi.
Negli anni Cinquanta registra con il gruppo The Holy Wonders (Premium Records), poi a Los Angeles con The Chosen Gospel Singers per Specialty e Nashboro, e con i Pilgrim Travelers per Andex, affiancando una produzione R&B (Bumps Blackwell) usando il nome di The Travelers, prima d’esser arruolato (1955) per tre anni come paracadutista e uscendo con il grado di sergente.
Tornato alla vita civile è di nuovo con i Travelers e Cooke, ma durante un tour ha un grave incidente di macchina. Rimane tra la vita e la morte per sei giorni; quando si risveglia inizia un lento e lungo recupero avendo perso memoria.Lou Rawls
Le sue due prime incisioni soliste sono con Shar-Dee nel 1959, seguite da un paio di singoli Candix e da una costante attività live nei club di LA che contribuisce a dar forma al suo stile persuasivo e colloquiale; è lì che un produttore di Capitol Records ne rimane impressionato. Il contratto con l’etichetta sarà lungo e fruttuoso: una ventina di album in dieci anni e diverse entrate nella classifica R&B con brani come Love Is a Hurtin’ Thing, Your Good Thing (Is about to End) e Dead End Street, inoltre nel 1962 partecipa anche al successo di Bring It on Home to Me dell’amico Cooke, come seconda voce.
Nel 1971 firma con MGM e ha molto successo con A Natural Man. Incide anche con Bell e Arista e poi entra nel regno del Philly sound con Philadelphia International a metà anni 1970, dove con la produzione Gamble & Huff nel 1976 piazza al 1° posto R&B e al 2° Pop You’ll Never Find Another Love Like Mine, e diversi altri brani entro i primi venti posti R&B. Registra per Epic dal 1982 al 1985, e nel 1989 firma con Blue Note per tre album, ma il suo baritono vellutato gli permette di avere anche avventure con il piccolo e grande schermo (ad es., a parte Blues Brothers 2000, fu in Via da Las Vegas), anche come doppiatore di cartoni.
Arriva nella puntata 19 con una splendida doppietta: una versione frizzante e up-tempo del signature song di Jimmy Rushing, Going to Chicago, e il classico di Leroy Carr How Long, How Long Blues personalizzato con il suo stile morbido, soulful; tutto piacevolmente dal vivo e con contributi solistici di Gatemouth.
Torna nell’episodio 21 portando lo swing orchestrale If I Had My Life to Live over Again, ma con l’imbarazzante partenza del disco mentre sta ancora parlando con Hoss (imbarazzante anche l’inquadratura su Skippy Brooks), tutto poi mitigato dal live di Instant Blues, slow con solo di Harvey Thompson.

Un altro dal baritono scuro e timbro di velluto è Joe Simon, cantante di razza pura presentato nel vol. 4 e qua sulla via di diventare l’artista più di successo di SS7, a quei tempi di John Richbourg (aka John R.), come già detto nello stesso giro di affari di Hoss Allen.Joe Simon
Porta My Adorable One, successo di un paio d’anni prima ottenuto dopo la firma con Vee-Jay, e di poco precedente a quello presentato nell’altro volume, Let’s Do It Over, registrato a Muscle Shoals con la stessa etichetta.
È una ballata classic soul di Irral Berger e Clara Thompson (poi rifatta da James Carr e Percy Sledge), peccato per il lip-synch, non fatto bene e reso ancor più improbabile da un effetto eco e da una seconda voce (forse la stessa sua sovra-incisa).
Freddie King, presente anche nei volumi 2 e 4, torna nella puntata 19 con il successo di James Brown Papa’s Got a Brand New Bag in strumentale, come al solito corroborante e dal vivo, e con la band che risponde bene. Salutare. Nel finale però si nota Johnny Jones (ritmica) che accenna a “grattare” ancora la chitarra mentre Freddie sta concludendo; si sente appena, ma si vede bene. Poi, tra le decine di strumentali incisi con Sonny Thompson (King Records), tocca a Sen-Sa-Shun, ancora oggi una gran bella sensazione.

Anche Lattimore Brown, mississippiano naturalizzato a Memphis dal canto profondamente blues e soul, era accasato da SS7, ed è già apparso nei volumi 1 e 4. Purtroppo, nonostante il microfono in mano, l’energetica e graffiante Little Bag of Tricks non è dal vivo trattandosi di disco appena uscito, sul cui retro c’era I Know I’m Going to Miss You. Co-autore era Allen Orange, artista di New Orleans di cui ho parlato nella recensione del volume precedente, ai tempi alla dipendenza di John R. in qualità di autore e produttore.
Sul sito Sir Lattimore Brown si trovano i collegamenti per l’intera, tragica storia di questo poco celebrato soulman che avrebbe meritato di meglio, scritta a puntate dal superbo blogger di musica Red Kelly. Il titolo si riferisce al fatto che fu dato morto e sepolto molti anni prima della sua scomparsa.
Frank Howard & The CommandersTornano Frank Howard & The Commanders con I’m so Glad, scritto da Billy Cox per Howard. Infatti, come già detto, Howard saltuariamente faceva il cantante per i King Casuals (con Johnny Jones e/o Jimi Hendrix) a Nashville, e loro lo accompagnarono in studio in due sessioni prodotte da Hoss.
Dal racconto di Howard, Cox scrisse i due brani del singolo (Barry 1008) I’m so Glad / I’m Sorry For You, e andarono agli studi Starday/King «per registrarle. Tutto quello che Hoss voleva da Hendrix era un semplice accompagnamento ritmico mentre Johnny Jones suonava la lead guitar, ma ad Hoss non piacque quello che udì da Jimi, così spense il suo microfono e lo tagliò fuori. Ad Hoss non piaceva quando i musicisti sperimentavano nelle sue sessioni. Più tardi mi disse che se avesse saputo allora che Jimi sarebbe diventato così famoso, lo avrebbe lasciato fare quello che voleva». (1)
Frank Howard incise anche come solista per Excello (Judy / Smoky Places), mentre il disco a cui ho accennato nel vol. 3 per Deluxe (sempre sotto l’egida di Hoss Allen), Do What You Wanna Do (parts 1 & 2), fu registrato come Frank Howard & The Continentals.

Appare per la prima volta il texano Arzell ‘Z.Z.’ Hill (1935-1984). Proveniente dal gospel, nel libretto si riferisce che acconsentì a registrare (per M.H. Records, etichetta californiana del fratello maggiore Matt Hill, ndr.) dopo il suggerimento di Otis Redding, che lo sentì cantare in un club di Dallas nel 1963. Di solito s’esibiva con brani popolari di B.B. King (dal quale prese anche l’idea per il nome) e Bobby Bland, ma tra le maggiori influenze Z.Z. ha annoverato Sam Cooke; tutto abbastanza ovvio dato che trattasi di tre tra le voci più importanti e influenti degli anni ’50/’60.
Il suo primo disco You Were Wrong entrò nelle classifiche pop Billboard nel 1964 attraendo i fratelli Bihari, che lo pubblicarono su Kent accompagnato dalla rinomata studio band, l’orchestra di Maxwell Davis. Uscirono due album e diversi singoli di buona qualità, tra R&B e soul, non ottenendo posti in classifica, ma discrete vendite e tournée costanti. Z.Z. Hill
Il rapporto con Kent s’esaurì nel 1968 e in seguito ebbe una breve e tormentata esperienza con Phil Walden (Capricorn Records di Macon, Georgia), fino a quando il suo contratto fu acquistato da Jerry ‘Swamp Dogg’ Williams (di Mankind, etichetta formata dal gruppo Nashboro di Nashville appositamente per le produzioni di Williams), per il quale registrò ai Quinvy Studios e a Muscle Shoals (Chokin’ Kind e It Ain’t No Use entrarono in classifica, e uscì un LP, The Brand New Z. Z. Hill).
Nel 1971 ebbe ancora successo su un’altra piccola etichetta del fratello, Hill, con Don’t Make Me Pay for His Mistakes, prodotto da Matt Hill e Miles Grayson e arrivato al n. 62 degli Hot 100, al quale Kent fece prontamente seguire la pubblicazione di un brano registrato precedentemente, I Need Someone, diventando il suo unico, tardivo hit per la compagnia.
Nel bel mezzo degli anni Settanta ebbe altri successi presso United Artists (alle sue spalle arrangiatori e compositori come Lamont Dozier e Allen Toussaint) e poi ancora con Columbia, dove nel 1977 piazzò Love Is Good When You’re Stealing It al n. 15 R&B.
Nel 1979 tornò al sud e firmò con Malaco, una mossa propizia perché continuò la scia dei successi negli anni Ottanta, in particolare con i brani di George Jackson Cheating in the Next Room e Down Home Blues, mentre l’album omonimo relativo a quest’ultimo titolo rimase per due anni nella classifica Billboard degli LP di soul più venduti.
La sfortuna era dietro l’angolo nel febbraio 1984, quando fu coinvolto in un incidente d’auto. Riprese subito la vita normale e il giro dei concerti, ma due mesi dopo a soli 48 anni morì d’infarto, per un embolo formatosi in seguito a quell’evento.
Il soul morbido e inoffensivo presentato qui, Happiness Is All I Need, era un disco recente appartenente al suo corrente contratto con i Bihari. Sconta un lip-synch malfatto e un audio pessimo, che non gli rendono giustizia. Per avere un’idea migliore del Z.Z. Hill del periodo, cioè le incisioni Kent con l’orchestra di Maxwell Davis, consiglio la raccolta The Down Home Soul of Z.Z. Hill.

Ho già parlato di Rodge Martin nel vol. 3, artista di Hoss a inizio carriera, molto breve data la precoce scomparsa. Si concentra su Lovin’ Machine, soul alla JB e lato B del suo debutto discografico (Bragg Records) presentato nell’altra apparizione, poi diventato un classico della corrente Northern Soul. Esegue dal vivo e come l’altra volta non si risparmia affatto, cantando e ballando come in un vero soul act, pur a fatica essendo sovrappeso e ignorando che il suo giovane cuore non avrebbe retto ancora per molto.Rodge Martin
Southern soul ballad tipico, Wasted Nights invece fu inciso su Newark, e pur avendo il microfono è evidente che mima dal disco probabilmente uscito da poco. L’accompagnamento ha il marchio di Muscle Shoals, non ho dubbi. Rimane in scena a chiudere la puntata 20 dal vivo con l’autografa Talkin’ ‘Bout Soul, usata come sigla su cui il maldestro (e forse alticcio) Hoss ballando perde l’equilibrio rischiando di cadere rovinosamente. Martin incise altri due singoli, quello per Hermitage (etichetta di Hoss) nel 1967 fu l’ultimo, Pick Me up on Your Way Down / I’ll Be Standing By.

Una novità per la serie, ma non agli esordi discografici, è Gerri Hall da New Orleans.
Proveniente dal musicalmente leggendario Ninth Ward, non è un nome nuovo se si è familiari con Huey ‘Piano’ Smith dato che era nell’armonia vocale dei Clowns in molte sessioni Ace Records. Alla sua fedina s’aggiunge l’aver vocalizzato per Earl King su Imperial, in tour con Smiley Lewis e Benny Spellman, e regolarmente all’altrettanto leggendario Dew Drop Inn. A suo nome incise diversi singoli per Ace (molti natalizi), e uno per Atco (I Cried a Tear / Mr. Blues).Gerri Hall
Qui presenta non dal vivo e infilata in un sack dress, di moda all’epoca, un lato della sua ultima uscita (1966) per Hotline Records, Who Can I Run To (non Who Can I Turn To come nei crediti del DVD, che sbagliano anche gli autori), scritto da Robert Parker e prodotto da Quezergue, anche questo riscoperto nell’ondata Northern Soul degli anni Settanta.
Torna dal vivo con una particolare versione di You Are My Sunshine. Anche se non ha un canto memorabile, è proprio questo genere di performance a rendere interessante il programma, soprattutto per la spontaneità e gli arrangiamenti originali, in questo caso del noto brano del governatore della sua Louisiana, Jimmie Davis. Riappare nella puntata 21 con parrucca bionda e ancora live su You Can Make It If You Try dell’autore e produttore di Nashville Ted Jarrett, che con Gene Allison arrivò al 3° posto nella classifica R&B nel 1958. Purtroppo Gerri arranca tutto il tempo, ma soprattutto in finale, cantando di gola, con risultati che si possono immaginare. In seguito fu tra le Raelettes, e a quanto so è ancora viva e abitante nella Big Easy, come Huey Smith, che invece potrebbe abitare a Baton Rouge.

Un’altra novità del programma è il cantante e batterista Earl Gaines, uno dei migliori esponenti della scena R&B/soul di Nashville, da sempre oscurata dalla country-music, oltre che dal soul di Memphis.
Proveniente da Decatur, Alabama, dov’era nato nel 1935, Earl cominciò a cantare registrando demo per Ted Jarrett. Questo lo portò ad apparire come cantante, e qualche volta batterista, a metà anni 1950 con un gruppo di punta nella Music City dei tempi, Louis Brooks and the Hi-Toppers. In quel periodo Brooks registrava strumentali per Excello (come aveva fatto per Tennessee e Republic) e decise di aggiungere un cantante. La loro prima uscita fu It’s Love Baby (24 Hours a Day) di Jarrett, ottimo 2° posto nella classifica R&B del 1955. Earl ne approfittò per lanciare la carriera solista, anche perché a Brooks e band non interessavano i tour essendo molto richiesti nei club di Nashville e in studio.Earl Gaines
Quando nel 1995 l'”R&B Caravan of Stars”, con Bo Diddley, Big Joe Turner ed Etta James arrivò al Ryman Auditorium di Nashville, Earl s’unì al gruppo fino alla conclusione al Carnegie Hall. Registrò altri tre singoli per Excello a nome suo, senza successi. Tra il 1957 e il 1961 fece dischi per Champion e Poncello di Jarrett (nella scuderia c’erano anche Christine Kittrell, Gene Allison, The Fairfield Four, Larry Birdsong, Tom ‘Shy Guy’ Douglas, Jimmy Beck, Charles Walker), non avendo successi ma continuando un’intensa attività in tour, soprattutto come cantante nella band di Bill Doggett. Lavorò anche come batterista in studio, ad esempio in Baby Let’s Play House di Arthur Gunter, nelle sessioni di ‘Shy Guy’ Douglas, della Kittrell e di The Skylarks (formati da una scissione dei Fairfield Four), e in molte sessioni Nashboro (di Ernie Young).
Fece una nuova versione di It’s Love Baby (24 Hours a Day) per Excello, prima di firmare un accordo con Hoss Allen nel 1965. Da quest’unione scaturì l’LP Best of Luck to You per HBR Records (Hanna-Barbera), con la band di Johnny Jones and the Imperial Seven insieme a Frank Howard and the Commanders. Furono tutti scritturati per queste trasmissioni, anche se Gaines purtroppo fu più usato da Allen come autista personale, apparendo per la prima volta nella 20^ puntata proprio con il title track, The Best of Luck to You, forse solo perché entrò nella classifica R&B (#28). Il brano è attribuito a “Lee”, e deve trattarsi di Larry Lee (Lawrence Lee), chitarrista e autore di Memphis associato ad Al Green e Jimi Hendrix, già incontrato nei dischi di Gaines.
È una notevole ballata soul/blues resa ancor più bella dal trattamento di Gaines, dotato di una voce potente ed emotivamente ricca, nella stessa gamma di quella di Bobby Bland (al quale somiglia anche fisicamente), e dall’accompagnamento ritmico di Johnny Jones. Anche se è molto simile al disco sembra eseguita dal vivo, scelta forse dovuta al fatto che più o meno era la stessa band ad averla incisa poco prima, ma nel disco, bellissimo, la chitarra credo sia di Larry Lee.
L’influenza di Bland si conferma con la successiva Turn on Your Lovelight, sempre dal vivo.
Freeman BrownHoss in seguito spostò alcuni suoi artisti presso Hollywood/Deluxe Records, dove Gaines incise regolarmente fino al 1972. Nel 1973 firmò con SS7 di John R. avendo qualche successo minore, tra cui una riuscita ripresa dell’Hymn Number 5 di Mighty Hannibal, personaggio visto nel volume 3.
Ci fu anche un singolo per Ace di Johnny Vincent nel 1975 e poi non si vide fino al 1989 (in quegli anni sopravvisse come camionista), quando uscì un suo LP su Meltone Records, House Party. Riprese in pieno l’attività dalla metà degli anni Novanta fino alla sua scomparsa alla fine del 2009, incidendo per Appaloosa, Magnum, Black Top, Cannonball Records e altre etichette, apparendo anche insieme al suo ex collega Excello, Roscoe Shelton.

Il talento di Bobby Hebb, per la prima volta nel programma, nacque a Nashville nel 1938 in una famiglia di multi-strumentisti attivi nel vaudeville. Esordì ad appena 3 anni nel tip-tap con il fratello maggiore Harold, e la sua specialità era suonare i cucchiai con maestria (vedere per credere la puntata 22 nel vol. 6).
Fu uno dei primi afroamericani ad apparire al Grand Ole Opry, e nel 1952 girò con Roy Acuff e i suoi Smokey Mountain Boys. Crescendo si realizzò come chitarrista diventando molto richiesto in studio, in particolare per Excello dove è in molte incisioni di Roscoe Shelton (suonò anche la chitarra nei Fairfield Four, non nello stesso periodo in cui Shelton ne fece parte), prima di emigrare a Chicago come trombettista arruolato nella banda della Marina nel 1955, in cui ha dichiarato di aver imparato il “jazz della West Coast”.Bobby Hebb
Cominciò la sua carriera discografica solista su etichetta Rich di John R., registrando due singoli nel 1960, e avendo discreto successo come autore si trasferì a New York a metà anni 1960. Firmò con la Philips e con loro ebbe successo planetario con la sua Sunny nel 1966, una delle canzoni in assoluto più riprese, qui in un lip-synch quasi didascalico, come per un pubblico di bambini. È evidente come spesso sia la semplicità a decretare il successo di una canzone, e Bobby Hebb l’interpreta con tutta la semplicità possibile, mentre è facile immaginarlo seduto su un muretto di una spiaggia in una giornata di sole. (2)
Poco prima incendia l’inizio della puntata 21 con l’errebì Got You on My Mind dal vivo, dimostrando di non possedere solo levigatezza ma anche grinta, in una versione stravolta rispetto a quella sul suo stesso disco, più simile all’originale, di Joe Thomas e Howard Biggs, inciso da John Greer and the Rhythm Rockers (memorabile anche quella di Cookie and the Cupcakes).
Girò con i Beatles nel loro ultimo tour americano, entrò in classifica anche con A Satisfied Mind (1966) e Love Me (1967), e scrisse moltissime canzoni. Ritiratosi dalla scena è vissuto per molti anni a Boston prima di tornare nella sua Nashville, dov’è scomparso nel 2010.
Qui il sesto e ultimo volume.

(Fonti: Fred James, libretto a The !!!! Beat, Legendary R&B and Soul Shows from 1966, Vol. 5, Shows 18-21, BVD 20130 AT, Bear Family, 2005; Sir Shambling’s Deep Soul Heaven; per Mitty Collier: Robert Pruter, Chicago Soul, University of Illinois Press, 1991, pag. 103-104.)


Note:
  1. Da Steven Roby, Brad Schreiber, Becoming Jimi Hendrix: from Southern Crossroads to Psychedelic London, the Untold Story of a Musical Genius, Da Capo Press, agosto 2010. []
  2. Nell’autobiografia di Neil Young del 2011 ho letto che Sunny gli ispirò Down by the River. Pare difficile crederlo. []

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dvd // 20 gennaio 2015
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