Veronica and The Red Wine Serenaders – The Mexican Dress

Veronica and The Red Wine Serenaders, The Mexican DressMi risulta che sia il quarto disco in studio per questo combo lombardo che continua a spargere come niente fosse bella musica d’epoca acustica, con competenza, freschezza e una naturalezza che speriamo non venga a mancare mai. Ciò che risalta ancora una volta è la validità dell’approccio nei confronti di materiale così prezioso che, dopo aver evitato l’estinzione per merito della sua eterna suggestione, in altre mani meno appropriate potrebbe ricevere un colpo funesto.
Mettere in atto quella che per semplicità possiamo chiamare eufonia è più naturale di quanto si possa pensare, per chi la sente e la possiede, ma ciò che è da temere, soprattutto nella fase in cui si sostiene il peso dell’aspettativa e della consapevolezza, è il rischio di perdere strada facendo quel delicato equilibrio, o magia (ciò che può succedere, ad esempio, quando non si suona la musica, ma la si usa per promuovere se stessi.)
Qui l’aspettativa è pienamente soddisfatta, e quanto sopra probabilmente equivale al fasciarsi la testa prima. Però un piccolo segnale d’allarme potrebbe partire dal concetto che ogni tot tempo un disco deve per forza essere fatto e a tale scopo si raccolgono fondi come se si trattasse di questione umanitaria, o di un’operazione di marketing.
Comunque, tornando ai contenuti, i brani sono quattordici più una traccia fantasma, con sei originali (per loro è una novità) a partire dal molto riuscito title track, firmato Sbergia / De Bernardi. Si sente tutta la convinzione con cui è consegnato un testo dalla parvenza leggera, o comune (il bisogno di buttare la noia o i dispiaceri alle spalle preparandosi ad una festa… rossetto rosso, scarpette da ballo, fiori nei capelli e quel vestito messicano così allegro), ma che grazie alla resa ha un retrogusto “serio” coinvolgente, fosse anche solo inteso come lo colgo: la festa e il divertimento sono il disco stesso, e questo brano iniziale annuncia di fatto ciò che segue.
Per la riuscita, oltre al canto eloquente di Veronica è fondamentale il supporto delle corde latin tinged di chitarra, contrabbasso e mandolino, che si rincorrono nei brillanti interventi solisti del chorus strumentale.

A proposito dei musicisti ospiti devo dire che per la maggior parte non posso citare chi suona cosa e dove, dato che ho la versione promo e non c’è nessun credito. Aldilà quindi del nucleo che conosco ritratto nel retro – Veronica Sbergia, voce, ukulele, washboard e kazoo, Max De Bernardi, voce, chitarre acustica e resofonica, banjo a sei corde, e Dario Polerani, contrabbasso e backing vocals – da fonti in rete riporto la partecipazione di Massimo Gatti, Paolo Monesi, Josh Villa (mandolino) e Martino Coppo (chitarra), mentre nel comunicato stampa leggo che per la parte americana ai Pacific Studios di Tacoma, WA, c’è il sostanzioso contributo di Denny Hall, autore di tre brani originali e alle prese con mandolino resofonico, bouzouki, uilleann pipe, snare drum, di Joel Tepp, jug e clarinetto, entrambi anche voci di supporto insieme a Dan Wilson e Don ‘Big D’ Swensen, e infine Tom Hume al contrabbasso.
Gli altri due episodi autografi sono il delizioso interludio Crying Time, leggero torch-song consono alle sciantose degli anni Venti e pure a Sbergia e il suo ukulele, arricchito dal mandolino, e The Resurrection of the Honey Badger, finger-picking strumentale di De Bernardi dedicato al tasso del miele, in solitaria sulla fedele National resofonica e in linea con la tradizione folk dei virtuosi chitarristi della costa est. Resurrezione perché questo resistente animaletto non muore neppure quando gli capita di ingerire il veleno del serpente che sta azzannando, cadendo solo in una specie di catalessi che non gli impedisce, al risveglio, di continuare la precedente attività.

I brani di e con Denny Hall – multi-strumentista e songwriter a monte dei Nite Café, formazione dell’estremo north-west americano i cui strumenti e suoni vintage raccolgono tradizione europea, folk songs e country/blues anteguerra – si amalgamano al resto e si realizzano nel folk-blues Didn’t Mean a Thing con chitarra e mandolino resofonici (credo), ritmi aggiunti dal washboard e De Bernardi molto bene anche al canto, nella dolcissima ballata Curse the Day, richiamante il folclore irlandese anche prima dell’entrata del flautato suono dell’uilleann pipe, con Veronica che (non volutamente) ricorda le melodie di Sandy Denny, e nell’odor di gospel di Gloryland, vivace tempo medio call and response che piacerebbe a Mavis Staples.
I rimanenti passaggi sulla macchina del tempo pescano nel variopinto repertorio del primo, verace jazz e country-blues del sud, con qualche eccezione come il disincantato e allegro When the Music Sounds Good di Bumble Bee Slim, buon rappresentante del jazz anteguerra di Chicago, il rimando al vaudeville bianco Shine on Harvest Moon, classico appartenente al repertorio romantico di Tin Pan Alley dal sapor hawaiano (per com’è pizzicata la chitarra mi ricorda Chet Atkins), e Who’s That Knocking at My Door, accattivante motivetto (catchy tune, direbbero gli inglesi) della scena newyorchese dei primi Novecento tra ragtime e jazz con saporiti inserti di clarinetto, dal repertorio della flapper girl Hannette Hanshaw ben interpretata da Veronica, adatta a brani spumeggianti e disimpegnati come questo.

L’evocativo blues medio-lento Weed Smoker’s Dream (Why Don’t You Do Now) ha incipit parlante di kazoo e si svolge su passi ben scanditi e robusti di chitarra e contrabbasso, con eco di washboard. È l’antesignano del celeberrimo Why Don’t You Do Right; Kansas Joe McCoy lo scrisse e lo registrò con i suoi Harlem Hamfats, prima di cambiare i versi cesellandolo per Lil’ Green (ammetto di aver amato anche la versione di Jessica Rabbit/Amy Irving).
Ritmo brioso di banjo, washboard, jug, sulla chiamata-risposta tra Veronica e le voci maschili in Caught Us Doing It, che ho sentito nella bella raccolta Them Dirty Blues eseguita dagli Hokum Boys (là sono Bill Settles, Big Bill Broonzy, Casey Bill Weldon e Teddy Edwards), mutanti spesso componenti ed etichetta, ma non le tematiche dei risqué song, canzoni umoristiche a doppio senso. Erano la specialità di Thomas A. Dorsey (che fu appunto un hokum boy), il quale prima di assestarsi come padre del gospel di Chicago tentennò più volte dai canti religiosi al blues (ne ho parlato qui). Anche Banana in Your Fruitbasket di Bo Carter è un hokum, e un’altra conferma delle buone qualità vocali di De Bernardi, con tono e nuance interpretativa apprezzabili.
Sta invece tra religione e bluegrass il traditional Paul and Silas (Bound in Jail), forse nato tra gli Appalachi e già nel repertorio di Josh White, qui concentrato in efficace duetto tra i titolari, che si accompagnano con chitarra resofonica e washboard.
Sono infine altrettanto degne di nota la limpida rivisitazione di nonna Victoria Spivey da parte di Veronica con Dope Head Blues, dapprima sola con l’ukulele poi raggiunta dalla chitarra per un più che convincente rendimento di fughe artificiali, con le consuete iperboli blues dettate dalla fantasia, qui allucinata, e la sorpresa finale della serena Baby Please Loan Me Your Heart di Papa Charlie Jackson, per banjo, washboard e clarinetto, quest’ultimo concedente un solo e un accompagnamento jazzy da gustare fino in fondo.
Esattamente come tutto il resto.

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Pubblicato da Sugarbluz in MADE IN ITALY // 16 luglio 2014
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