Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita

Edizione italiana: Come il jazz può cambiarti la vita, Feltrinelli Editore, Milano, III edizione sett. 2013
Edizione originale: Moving to Higher Ground: How Jazz Can Change Your Life, Random House Pub. Group, 2008
Traduzione: Edoardo Fassio

Wynton Marsalis, Come il jazz può cambiarti la vitaNon è un’autobiografia, anche se inizia con il racconto di quando papà Ellis portò lui e il fratello maggiore Branford, 8 e 9 anni, alla corte del grande banjoista Danny Barker per le prove della Fairview Baptist Church, la cui marching band per ragazzi inizierà al jazz altri nomi noti dell’odierna scena di New Orleans.
Non è nemmeno un manuale d’uso perché il suo messaggio, se messo in pratica fino in fondo, mira ad un “livello superiore”, sia per i musicisti che per gli ascoltatori desiderosi di trarre il massimo profitto comunicativo e la massima soddisfazione dall’esperienza, qui in particolare ascritta al jazz in quanto musica e filosofia, ma estendibile a ogni idioma musicale la cui natura e forma è o dovrebbe essere in stretta interdipendenza con la cultura e la tradizione che l’ha generato, come componente profondamente umana e irrinunciabile.
Il messaggio di Marsalis, tra l’insegnamento e il monito, è principalmente rivolto a risaltare le caratteristiche distintive che il jazzista dovrebbe avere nell’atteggiamento verso gli altri e verso se stesso, nel riconoscimento delle proprie doti come dei propri limiti e il conseguente sfruttamento positivo di entrambi, nel rispetto della propria creatività come di quella altrui, nell’esprimere i propri sentimenti, nella disponibilità a condividere un progetto, nella fiducia e nell’ascolto reciproci, nel mantenere sempre alto il livello di attenzione, di apertura e di comprensione di ciò che c’è oltre l’apparenza. Tutto ciò, quindi, si traduce nell’assioma di non essere solo a favore del fare musica o dell’essere jazzista, ma di se stessi in quanto persona, dei rapporti interpersonali e di tutta la comunità.

In altre parole, Marsalis dice che tutto ciò che è fondamentale e utile per fare jazz al massimo livello, al meglio che si può e si deve – e che in arte si rende più evidente e urgente dato che è un terreno in cui si è finalmente liberi e se stessi – è fondamentale e utile anche nella vita di ogni persona, con benefici ricadenti ovunque.
Non è tutto qua. È rassicurante sentir dichiarare con convinzione, anche se poi riuscirci è altra faccenda, da un famoso jazzista moderno qual è, che “il più grosso errore che può commettere un jazzista è allontanarsi dal blues”, blues come esperienza, realismo, storia, cultura, tradizione, estetica, verità, schiettezza, armonia sulla quale costruire una melodia.
La cosa potrebbe apparir scontata, però non lo è da parte di un musicista che a inizio carriera rincorreva il virtuosismo più che la sostanza, noto e influente in USA anche in veste di ambasciatore e sostenitore delle arti – non uno che è rimasto a New Orleans a esibirsi nelle bettole più autentiche fuori dal Quartiere Francese, ma uno che s’è tolto giovane dal ghetto in cui è cresciuto e poi dalla stessa città abbandonata da tanti altri giovani jazzisti, che da adolescente ha studiato, anche musica classica, nelle migliori istituzioni, come la Juilliard, che s’esibisce nei più prestigiosi locali, teatri e festival del mondo, che è direttore di Jazz at Lincoln Center, che ha vinto nove Grammy e un Pulitzer.

Non solo, oltre alla centralità del blues nella musica jazz, Marsalis reclama la necessità dello swing come il miglior, se non l’unico possibile, modo e veicolo di comunicazione e rapporto con se stessi, con la band, con il pubblico e con il mondo intero, riconoscendolo come fulcro della musica americana. Spiega anche come: con una sezione ritmica che, dopo il caos degli anni post-bebop e post-rock ‘n’ roll, torni alla sua funzione originaria smettendo di litigare (la gara di supremazia tra batteria e contrabbasso, a volte anche il piano, mentre la chitarra ritmica ha da tempo “rinunciato alla partita tornandosene a casa”) e ridando ai solisti ciò di cui hanno bisogno, vale a dire il tessuto, il trampolino, il tempo giusto e le coordinate chiare e precise per poter swingare secondo il loro punto di vista ritmico, mai uguale, permettendo così lo svolgersi di una salutare e costante altalena – che come nella vita si traduce in equilibrio – che spostandosi avanti e indietro trova e mantiene un ambiente comune.
Esattamente il contrario di ciò che è successo nel jazz moderno con la libertà totale di espressione individuale senza curarsi dell’insieme, e che Marsalis ha vissuto in prima persona appartenendo a quella generazione che ha eluso la sostanza blues e annullato l’azione swing collettiva, per iperindividualismo, cecità, europeismo, e non-conoscenza o rifiuto del profondo senso di appartenenza non solo all’orgoglio afroamericano, ma a tutta la storia della nazione americana, all’identità musicale che i neri, insieme ai bianchi, hanno creato per tutto il Paese e per tutti gli americani, non solo per la loro razza e non in nome della propria razza (direi per tutti gli esseri viventi del pianeta).
Anche qui il parallelo dello swing è con la vita di tutti i giorni, non solo quindi come costante in quella che Marsalis ritiene la musica nazionale americana, il jazz, ma anche come atteggiamento nella propria esistenza, nella ricerca di quell’equilibrio che tiene tutto insieme e che se viene a mancare è caos.

L’America è un melting pot, ma lo swing è il nostro ritmo e il blues la nostra canzone.

Non manca il riferimento umano e sociale con un’altra componente fondamentale, l’improvvisazione, appartenente certamente anche a culture e musiche di altri paesi, ma le cui modalità sono uniche nel jazz, individuandola soprattutto come comunicazione schietta, attraverso il realismo del blues, perché costretta alla sincerità dalla velocità di pensiero e dal tempo musicale che passa inesorabile, non essendoci spazio per la costruzione di bugie credibili. È anche un momento intimo e non facile, oltre che creativo, che l’artista deve poter sentire di condividere pubblicamente senza vergogna, dopo aver individuato ciò che merita di essere condiviso.
E il jazz, dice ancora Marsalis, in definitiva allena e aiuta la comprensione degli altri esseri umani, perché essendo di norma senza parole ha il potere di un’espressività profonda e mutevole. È una vera e propria conversazione che chi ascolta può arrivare a capire, e a sentire palpabilmente il retrogusto dell’epoca che il musicista sta vivendo. Qualcosa che parla di ciò che accade nel presente e che esprime il sentimento dell’artista in quel momento, basta avere la pazienza di comprendere dove risiede la forza artistica ed essere pronti a impegnarsi per scoprire un mondo ricco di sensazioni. Va da sé che i riferimenti sono tutti rivolti ai musicisti del passato, partendo da Jelly Roll Morton e Louis Armstrong (finalmente, dopo il disprezzo o la totale omissione da parte dei musicisti moderni e di certa intellighenzia), fino a Ornette Coleman e Miles Davis.
Questa condivisione, comunicazione e comprensione, da parte del musicista e dell’ascoltatore, non può quindi avvenire senza la conoscenza e l’accettazione della storia di questa musica e dei suoi protagonisti, della cultura che l’ha generata, e più profonda è questa conoscenza e più il risultato sarà utile e pienamente realizzato.

Anche in questo caso devo dire qualcosa a proposito della traduzione, ma in senso positivo perché considero E. Fassio buon autore e uno dei maggiori conoscitori di blues in Italia, quindi il ricorrente disastro di un traduttore che non sa niente di questa materia e che fa errori ridicoli, anche di ortografia, è stato evitato. Però devo fare un appunto riguardo il termine triplet, qui sempre tradotto erroneamente in tripletta, quando invece il giusto corrispondente è terzina, in qualsiasi linguaggio musicale: mi auguro che in una prossima edizione sia corretto. Devo dire che quel termine almeno un paio di volte l’ho usato anch’io, ma sempre in senso generale o pittoresco, mentre non andrebbe usato in un contesto teorico-musicale, non importa quanto poco convenzionale e moderno sia l’approccio, e soprattutto non lo adotterei in una traduzione di un testo altrui.
Tornando al contenuto del libro e alle sue conferme, la più importante credo sia proprio quella che abbiamo appena visto. Nel testo c’è una frase molto significativa che racchiude in pieno questa concezione-verità, e che sento particolarmente vicina perché riassume ciò che è alla base del mio rapporto con la musica e la vita: Per me tutta la storia è adesso.
Non esiste un movimento che escluda il precedente, non uno che migliori l’altro, non è accettabile il rifiuto dei grandi del passato solo perché sono modelli irraggiungibili, non esiste l’andare avanti o l’andare indietro, ma esiste un presente ricco di tutto ciò che è stato perché è e sempre sarà, non c’è evoluzione che tenga, non esistono settori o correnti che vanno per conto loro: esiste un solo, unico grande flusso, un unico grande fiume di storia e creatività, di verità ed esperienza, che ogni uomo e musicista, bianco e nero, si porta appresso anche se non lo sa o lo rifiuta.
È tempo che sia accettato e riconosciuto da tutti.

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Libri // 17 dicembre 2013
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