Big Mama Thornton – In Europe

Uscito su CD nel 2005, circa un anno dopo rispetto a Big Mama Thornton with the Muddy Waters Blues Band, In Europe fu registrato qualche mese prima, il 20 ottobre 1965 ai Wessex Studios di Londra, cogliendo Chris Strachwitz l’occasione durante l’American Folk Blues Festival. A differenza dell’altro Arhoolie questo è un po’ più formale, meno ruspante e meno improvvisato (perlomeno lo era il vinile originale pubblicato nel 1966, con solo undici tracce), probabilmente nell’ottica di una presentazione ufficiale al mercato inglese. Non è però di minor intensità o bellezza, anzi, lo si può pensare superiore almeno per l’ottima qualità audio, dovuta forse non solo alle capacità del tecnico del suono, ma anche grazie all’ambiente (ricavato dalla sala parrocchiale dell’ex chiesa vittoriana e gotica St Augustine, nel quartiere di Highbury) e all’attrezzatura dello studio.
Il line-up è ancora superlativo, vi troviamo infatti Buddy Guy, Eddie Boyd, Fred Below, Jimmie Lee Robinson e in qualche traccia Big Walter Horton e Fred McDowell. A parte l’ospite McDowell, si può considerare, con o senza Horton, la band di Buddy Guy del periodo, tanto come quella di Eddie Boyd.
Willie Mae Thornton qui è più efficace nei lenti, con la prima preziosa conferma della sempiterna Sweet Little Angel. La sua inebriante interpretazione è accompagnata da un grande, espressivo Buddy Guy à la B.B. King, dalla tensione drammatica di Eddie Boyd al piano, dai passi lenti, sensibili e dinamici, di Robinson e Below. Tra la chitarra e la ritmica, anzi tra ogni strumento (e voce), si ha l’effetto di una separazione spaziale acustica e live, dovuta al tipo di registrazione e ai microfoni: ognuno gode di una presenza quasi tridimensionale.
Mama, chiara, forte e ricca di sfumature, governa le note a qualsiasi altezza e lancia le sue vibranti e piene intonazioni come stelle filanti che rimangono sospese a mezz’aria, continuando a risuonare. Gli howl di Big Mama Thornton sono quelli che Janis Joplin riprese, e che la resero tanto famosa; una differenza però è che a Thornton uscivano senza fatica, possenti e sinuosi. Basta guardare un suo filmato, o anche solo la copertina di questo disco: se ne stava lì, dritta come una colonna, come una cariatide imperturbabile a sostenere il dolore del mondo, e la voce le defluiva potente senza sforzo. Tutto, devo dire, è favorito dallo splendido riverbero dello studio, verosimilmente dai soffitti alti (pare di intuirne l’altezza da quei suoni che, dicevo, “rimangono sospesi” nei silenzi e nelle pause), e da una saturazione fedele e cristallina che addolcisce i ruggiti della tigre senza tarparli.
Il giovane Buddy Guy era ancora sotto contratto Chess come session man. Sentendo come suonava il blues quando lo faceva in modo tradizionale, non si può biasimare Leonard Chess per non avergli permesso in studio d’essere il chitarrista solista ch’era dal vivo nelle infuocate notti del West Side di Chicago.
Il breve e robusto R&B The Place (Morris/Rutledge) è come un’interiezione ritmica in mezzo a due intensi slow, con colpi di Buddy Guy alla Ike Turner, punteggianti le esclamazioni di Big Mama, e Below come al solito ben tarato, mentre Robinson innesta il groove. Non ho idea da dove provenga, ma dallo stile sembrerebbe appartenere alla sua vita artistica precedente, quand’era al servizio di Peacock Records.

L’altro lento è una delle pietre miliari della sassy mama, Little Red Rooster di Willie Dixon, classico del blues postbellico ma già inciso dalla grande ispiratrice Memphis Minnie nel 1936 con il titolo If You See My Rooster (Please Run Him Home), da cui Dixon ha preso spunto anche melodicamente. A prima ancora, 1933, risale un Red Rooster Blues, di Sonny Scott.
In questa specie di narrazione epica a mo’ di preghiera Boyd è all’organo in stile chiesastico e con sonorità fluttuante (in crescendo oltre la metà, per errore o voluto non so). Memphis Minnie docet, nel Bumble Bee californiano Thornton scongiura il ritorno a casa al più presto del suo bombo preferito (coadiuvata da Muddy Waters che di queste faccende andava ghiotto, infatti ne fece una sua versione con Honey Bee), (1) cosa che fa anche qui per il suo galletto, perché “non c’è pace nel cortile da quando se n’è andato”, nonostante prima dica che a causa sua tutte le galline battibeccano fra loro (imitandone poi i chiocciolii).
Rooster è un piccolo campionario di versi di animali, cani, galline, gallo. Mama Thornton, in chiave realistica, imita l’abbaiare del cane dei vicini, come a significare il nervosismo del quartiere, l’ululato del suo segugio nella notte, mentre esorta le “gallinelle” a stare attente, perché il suo galletto è in cerca di prede. Buddy Guy, nel suo stile florido, è fondamentale nel percorso della cantante, perché sembra beccare, guardarsi intorno con fare scattante, razzolare nell’aia a testa bassa, tutto questo naturalmente con la chitarra.
L’unico difetto qui è la relativa brevità (4:26, in media non poco se ci si attiene all’epoca e al genere): da lento avrebbe potuto durare di più, ma soprattutto è un peccato che non lo faccia per via di come cattura all’ascolto, magnetico e seducente qual è.
L’autobiografica, rabbiosamente amara, non tanto riuscita Unlucky Girl, è accreditata a lei e a ‘Champion’ Jack Dupree. L’accoppiata autorale pare strana ma, in effetti, se l’episodio risale all’epoca della registrazione, i due s’incontrarono durante il giro europeo, mentre Dupree già da anni risiedeva in Europa, anche se continua a sfuggirmi dove risieda il contributo del pianista; probabilmente nel testo, che evoca una ragazza ossessionata dal gin e dall’FBI.
Il brano è caratterizzato dal classico stop-time (artificio che personalmente non amo moltissimo), e dall’armonica di Walter Horton, che però nel primo break strumentale cozza con la chitarra, e viceversa: in quel circa mezzo minuto occupano lo stesso spazio sonoro andando ognuno per la propria strada, Horton retrattile e trascinato come sempre (indietro), Guy puntuale, creando i due un piccolo caos armonico, cosa che attribuisco all’improvvisazione e alla mancanza di prove (in contrasto con quanto dicevo all’inizio, almeno in questo caso) o perlomeno al solo mancato accenno a chi suona cosa, perché sappiamo tutti che i due erano maestri dell’accompagnamento (be’, Horton un po’ meno… meglio certo come solista); Guy se ne accorge senz’altro, dato che poi lascia la “guida” all’armonicista, che comunque rimane in un registro basso, timido.
Horton è anche nella prima delle due versioni di Hound Dog. (2) Qui Big Mama è nel suo regno suggestivo di gioco e poco importa se nei momenti strumentali i colleghi sono coperti dalle sue esortazioni. Ad esempio, su quello che avrebbe potuto essere il solo di Horton, dopo avergli dato il via con Ah, play, a cui fa seguire un ululato, esclama: Ah, swing just a little bit… Aaah, shake it, but don’t break it!… Everything’s gonna be allright!… C’mon in baby, let’s have a good time tonight… Aaah, get it, buddy… That’s what I’m talkin’ ‘bout… Yeeeah, make it good to the feet (forse) e Yees man!, mentre in finale saluta tutti: And bau-au to all of you!
È il suo signature song e può farci quel che vuole. Il suo graffiante, perentorio shouting è una minacciosa katana sopra le nostre teste, con una distaccata e parimenti complice ritmica latineggiante della band, su cui Horton saltella come uno spiritello.
Nella seconda versione, più groove e dai contorni più netti, c’è Buddy Guy swingante e tagliente accompagnato da nuovi incitamenti di Mama, tra cui le colorite do the messaround e wag your tail, quest’ultima presa dal testo. Risulta ancora una volta irresistibile in entrambi i take, al bivio tra blues e rock (qui tonico e conciso R&B d’epoca d’umore chicagoano). Impossibile superare l’Hound Dog di Big Mama Thornton se non sei Big Mama Thornton.

I wish that I was an apple, hangin’ from the tree / hang ‘pon that sweet little man, reachin’ out to me. Anche Swing It on Home, dall’anima western swing, è presentata due volte, attribuita come autografa. È ricca della sua persona, ma in realtà è pescata nella tradizione folk (Cindy Cindy), e la ricordo interpretata da Ricky Nelson.
È una filastrocca aperta a strofe aggiunte o cambiate a piacere (come Shake Sugaree di Elizabeth Cotten, solo che questa non è per bambini), da ballo rurale sull’aia, dove la cantante si inserisce in terza persona e il ritornello si conclude quasi fedele all’“originale” (Big Mama / Is gonna marry you someday), e nella cui trama fa entrare il nome del suo prediletto Buddy Guy (He’s gonna marry you someday). Nella seconda più lunga e compiuta versione promette di sposare tutti i presenti, chiamandoli uno a uno: Marry you someday Eddie Boyd e così via con Buddy Guy, Jimmie Lee, ‘Shakey’ Horton, Below, Fred McDowell, Jim Moore, Big Chris (Chris Strachwitz) e un certo J.B. o J.D., forse il tecnico del suono, raggiungendo così anche lo scopo di annunciarli, in questa rappresentazione viva e circostanziata.
Parecchio diverso il registro per un altro titolo segnato come autografo, e molto probabilmente lo è, il meditabondo blues down-tempo Your Love Is Where It Ought to Be dall’andamento funebre di grancassa (Thornton), senza basso, armonica acustica in stile urbano, piano e chitarra behind the beat in eco alla sua lamentazione, Buddy Guy elegante e impeccabile. Dal generoso contralto emozioni che colano come miele.

In Session Blues Horton è libero tutto il tempo, mentre lei è al canto e ancora alla batteria in stile mississippiano minimalista e secco per uno shuffle chicagoano a tempo medio, apparentemente ancora senza basso. Da lì governa tutti, e Boyd, chiamato a intervenire, esce con un piccolo intervento guardingo, come preso contropiede, soprattutto coperto dalla potenza di Big Mama. Straight Chicago blues sul classico andante riflettente il battito della città; è firmato Thornton e, dato lo svolgimento e il titolo, pare improvvisato per l’occasione, esemplificando la sua incondizionata voglia di fare musica e di farla con musicisti come quelli. Energia ben incanalata, che alla fine esplode in un’esultanza: eccola, più di 300 pounds of joy.
Thornton e Horton entrambi all’armonica per Down Home Shake Down, duetto strumentale trasportato su un altro trainante mid-tempo “ventoso”, più sofisticato e leggero tornando Below. La ritmica è a quattro: Jimmie Lee e Below sincronizzati, mentre Buddy Guy interseca con l’impalpabile organo di Boyd creando una trama più fitta, ma sempre distinta nelle singole voci.
Nel filmato dell’American Folk Blues Festival volume 2 Thornton lo esegue insieme a Horton, J.B. Lenoir, J.L. Hooker e Doctor Isaiah Ross, tutti e cinque a ruota all’armonica. È bello vederli, in fila per i turni al microfono, ondeggiare a ritmo ognuno con il proprio stile, Horton disarticolato come una marionetta, Hooker plastico e felpato a pavoneggiarsi da rocker.
Altro mondo, altro blues: arriva Fred McDowell e si sente. La voce di Willie Mae si fa ombrosa e sgranata, setosa, accompagnata dallo stregone dei suoni magici risaltanti l’eco naturale del suo canto vetroso, ripiegato su se stesso, in pieno downhome blues. Li immagino seduti accanto a intessere My Heavy Load, con Thornton a casa nel rigoglioso stile chitarristico di McDowell. A tratti lui, con il suo bottleneck incantatore, sotto ipnotici fraseggi, sembra agitare granaglia dentro un piatto di metallo, o pare un crotalo che muove il suo sonaglio. L’atmosfera straniante e ominosa richiama una notte pesta senza bagliori né scampo, sulla strada solitaria in cerca di un luogo dove poter lasciar giù il pesante fardello.
Segue School Boy, country blues dalla natura gutbucket sulla falsariga tematica e ritmica di Good Morning Little Schoolgirl, in versione tutta personale e femminile e, come sopra, immerso nell’atmosfera ipnotica dell’Hill Country blues portata dal chitarrista del Tennessee. I due sono in catartica unione: nonostante lei sia più abituata al blues urbano anche qui si trova a suo agio, vuoi per la tempistica sfumata ed elastica che le lascia la possibilità di fraseggiare liberamente, vuoi per la maestria di McDowell che la contiene e contemporaneamente la spinge, la incita in uno stomp rurale in crescendo, in un vortice di note e ritmo trascinante con forza gravitazionale tutto ciò che ha intorno. Big Mama sembra cadere in trance e prendere il volo, e non so se nel dire questo sono influenzata dalle liriche, dove lei effettivamente dice di volare, grazie allo school boy, oppure se quest’effetto di estasi “concentrica”, di tumulto, l’ho sentito già prima di badare alle parole.
Per ultimo i due si concentrano sul cupo e minaccioso Chauffeur Blues di Memphis Minnie, un altro double entendre, stavolta automobilistico, per un tipico quadretto da blues prebellico, ma ancora a metrica libera. Alterna momenti dolci (he drives so easy / he’ll be my boy, and I’ll be his girl), e promette di regalare al suo “autista” una V8 Ford nuova di zecca per farsi portare in giro per il mondo (anche “in tutta Europa”, sottolinea), ad altri aggressivi (I’m gonna buy me a shotgun / Shoot my chauffeur down / Boom, boom, boom), se per caso lui osasse portare in giro altre ragazze.

Con il nervosismo elettrico (Buddy Guy) e la compiutezza ritmica (Below, è tutto nelle sue mani e nei suoi piedi, lui parla attraverso la batteria con un’oratoria che non lascia dubbi) di I Need Your Love si torna a tutto vapore shuffle sul lago Michigan, dove lei riprende l’armonica solo per poche frasi. Nonostante sia cantato, il brano ha l’impatto di uno strumentale (togliete la voce e lasciate il resto così com’è e l’esito sarebbe uguale, anche volendo maggiorare un poco gli interventi di chitarra e/o armonica), sia per via della voce che sta dietro la batteria, sia per il cantato (testo), niente di originale. Con questo cominciano i bonus track inediti (anche Chauffeur lo è, come le seconde versioni viste sopra), non pubblicati nel vinile originale.
Anche il tempo medio Good Time in London, come Session Blues, pare nato all’occasione per una dedica-saluto alla città che l’ha ospitata, e probabilmente allo stesso modo improvvisato dato che tra le liriche cita versi di Cherry Red e Rock Me Baby, e rime erranti prese da altri blues o dal suo repertorio assecondando il suo lato preferito, e cioè le perifrasi del doppio senso sessuale; l’accenno a Londra, infatti, è del tutto marginale. All’inizio chiede il coinvolgimento di Buddy Guy, dimostrando ancora una volta stima per il chitarrista: I hope Buddy plays on it, because he just went that-a-way.
Nella seconda e ultima parte della sua carriera, circa da questo periodo in poi (qui ha sui quarant’anni), Big Mama Thornton s’accosterà al blues di Chicago sempre più, stimolata dalle esperienze con i musicisti della città e dalle nuove possibilità che si aprirono con il blues revival.
Chiude una chiacchierata di un quarto d’ora con Chris Strachwitz ripercorrente la sua carriera, da cui ho tratto parte delle notizie contenute nella recensione di Big Mama Thornton with the MWB, e dove ho finalmente capito che “Plumber” Davis, nome che ho visto più di una volta nella discografia Modern come accompagnatore, è Pluma Davis, trombonista, bandleader e autore sulla scena texana dei tempi in cui Big Mama stava a Houston. Lui e i suoi Houserockers sostituirono la precedente band con la quale lei s’esibiva all’Eldorado Ballroom di Houston, dove la sentì Don Robey.
Un disco schietto dove ci si può lasciar trasportare da una blueswoman impareggiabile, rimasta senza lavoro per molto tempo quando le sarebbe bastato poco, come racconta lei stessa a fine intervista: “(…) Just let me sit down, take my time, put some good background behind, and let me the show to work, that’s all I want”.

Ascolta la versione originale di Hound Dog (#1612) di Big Mama Thornton, registrata a Los Angeles il 13 Agosto 1952 con alcuni componenti del combo di Johnny Otis: il chitarrista Pete Lewis, il bassista Albert Winston, Otis alla batteria
- If you see my red rooster, please send him back home è la stessa supplica di Robert Johnson in Milkcow’s Calf Blues: “Se vedete la mia mucca, per favore conducetela a casa”.[↩]
- La storia di Hound Dog è nell’altro articolo più biografico su Thornton, primo link all’inizio di questo testo, Big Mama Thornton with The Muddy Waters Blues Band.[↩]
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