Dallas/Fort Worth, Texas 2010

You may all go to hell, and I will go to Texas

Arrivo all’aeroporto di Dallas alle 13 di venerdì 13, ed è subito America.
L’ingranaggio aeroportuale ti sputa fuori in poco tempo, a differenza che in Europa, e fuori ci sono 107 gradi fahrenheit, sole abbagliante, vento caldo, e il grande Texas. Il vecchio Davy (Crockett) deve essersi sbagliato, l’inferno è qui, non dove vanno gli altri.
Negli Stati Uniti il cliente ha sempre ragione, e per ogni cosa c’è qualcuno che se ne occupa. L’importante è avere dollari sempre pronti per le mance. E, infatti, appena usciamo notiamo subito lo shuttle lindo, moquettato e condizionato che silenzioso deposita davanti alla compagnia di noleggio che si preferisce. Tempo di sedersi e parte subito, gli americani sembra sempre che aspettino solo te, a braccia aperte.

Dallas Downtown, Texas

Downtown

Dallas Downtown

Highway, Expressway, Thruway, Freeway, Parkway, Causeway, Speedway…

Dallas Downtown

Duemilaottocentocinquanta chilometri percorsi intorno a un itinerario sulla carta di milleduecento, con uno spazioso Ford Edge targato Minnesota.
Dallas è una vasta città americana a scarsa dimensione umana e pedonale (a differenza di, ad es., New York, Boston o New Orleans), e la prima volta può essere traumatica a causa della moltitudine di macchine e strade. Durante i week-end però, soprattutto d’estate, una volta scesi dall’interstate ci si ritrova nel deserto: niente persone in giro, uffici chiusi e un silenzio sospeso.
Nelle superstrade che la circondano e la sovrastano, intanto, automobili sfrecciano da tutte le parti su tre, quattro, anche cinque nastri che s’intersecano uno sopra l’altro, mentre il GPS perde la trebisonda.
Sulle strade a scorrimento veloce, quelle che noi chiameremmo autostrade (peraltro gratuite) o tangenziali, si può sorpassare anche a destra, così c’è sempre qualcuno dietro che avanza alla stessa velocità, che tutti rispettano, ma che proprio per questo può far perdere l’uscita.
Le corsie d’emergenza sono d’ambo i lati, sono relativamente strette (ma il camion dei pompieri ci passa benissimo a tutta velocità!) ed è meglio non fermarsi lì neanche per un’emergenza, le piazzole di sosta non esistono se non raramente e nemmeno gli autogrill, ma ci sono uscite frequenti e indolori quindi per qualsiasi necessità è meglio uscire: fuori è pieno di ristoranti, motel, distributori.
Guidare qui è come giocare a un videogame. La parte difficile è cercare di prendere non dico l’uscita giusta, ma una qualsiasi, e quando ci si ritrova finalmente giù, tra strade cittadine desolate (mi chiedo se prima o poi qualcuno scende dall’auto o se gira all’infinito, un po’ come sembra di fare a noi), non si pensi di star del tutto tranquilli. Bisogna abituarsi presto alle one way ambidestre, perché agli incroci è necessario non entrare nella one way sbagliata. Si vince un bonus se la prima volta si riesce a farlo al volo, specie se in quel momento non c’è nessuno dall’altra parte, il che può ingannare. Inoltre i semafori non sono davanti all’incrocio, quando non sono in centro si trovano all’inizio della parte opposta.

Dallas, Main Street

A fianco: Main Street.
La parte rassicurante è che, come molte faccende americane, è alla stessa maniera ovunque, quindi con lo svezzamento in una città come Dallas dopo si è in grado di guidare dappertutto, e se si sbaglia uscita c’è subito il loop per tornare in carreggiata, non come da noi che una volta che sei fuori, sei fuori.
Il pericolo del “gioco” sono i pezzi di pneumatico persi dai camionisti, in genere si vedono lungo le corsie d’emergenza (soprattutto in Texas, in Louisiana ne ho visti meno), e non ho capito se vengono buttati lì per liberare sommariamente la strada o cosa, comunque bisogna schivarli, anche uno piccolo può far danni con il filo d’acciaio fuoriuscito.
Dallas insieme a Fort Worth e Arlington forma un’area molto estesa (nella regione Prairies and Lakes) e gli indirizzi che stanno a cuore possono essere molto distanti fra loro, quindi è impensabile non avere una macchina e un GPS, anche se ogni tanto sotto le sopraelevate pianta in asso.
Due giorni e mezzo sono appena sufficienti per vedere che tipo è una città. All’inizio mi è sembrata dura e vuota, piena di arterie, ristoranti e parcheggi. Già il giorno dopo però mi rendo conto che anche qui, come in altre parti d’America, c’è un certo istinto per la socializzazione, attitudine di molti americani, e per la buona educazione, tanto che non è difficile fare conoscenze o trovare eventualmente aiuto.
Di parcheggi ce ne sono molti, ma nelle città sono cari, non importa quanto tempo ci si ferma, e stranamente di sera costano anche il doppio. Sostanzialmente sono di tre tipi: il garage custodito, il piazzale (di solito adiacente alla parete senza ingressi e finestre di un edificio), entrambi con tariffa fissa, e quello ai bordi dei marciapiedi con il parchimetro a ore e in teoria ideale per soste brevi, ma in pratica difficile da trovare perché quasi tutti i boardwalk sono fire lane, cioè devono essere lasciati liberi per i pompieri o altri mezzi pubblici. Sono riconoscibili perché sono bordati di rosso oltre a esserci scritto, e in genere sono marciapiedi con accesso a edifici pubblici. Esiste comunque un ottimo servizio di trasporto di superficie su rotaia e su ruote, chiamato DART, che comprende treni, streetcar, autobus e shuttle.

Deep Ellum

Once I had a girlfriend, she meant the world to me / She went down to Deep Elem, now she ain’t what she used to be / Oh sweet mama, your daddy’s got them Deep Elem blues
Once I knew a preacher, preached the Bible through and through / He went down to Deep Elem, now his preaching days are through / Oh sweet mama, your daddy’s got them Deep Elem blues

Deep Ellum, Elm Street, Dallas
Deep Ellum at night, Dallas

Sopra: Elm Street. Il quartiere storico afroamericano Deep Ellum sorge nella zona est di Dallas a ridosso di Downtown, delimitato a ovest dalla I-345, a sud dalla I-30 e a nord dalla ferrovia.
Elm Street (“Ellum” era la pronuncia di “Elm” dei primi afroamericani che s’insediarono) e Commerce ne costituiscono le più grosse e lunghe arterie ovest-est, insieme a Main e Canton; le prime tre attraversano il centro di Dallas dalla Dealey Plaza e arrivano fin qui nel “profondo” assumendo numeri civici dal 2600 circa, oltre i piloni delle Interstate sopraelevate. Alcune delle vie circoscritte al quartiere invece sono Walton, Crowdus, Clover, Indiana, Trunk, Hickory.
Se si è in cerca di musica e reperti è qui che bisogna venire, anche se non è rimasta traccia del periodo glorioso di Deep Ellum (dagli inizi del Novecento fino circa agli anni 1950), ma durante i weekend si può scegliere da un calendario di live act potenzialmente interessanti, e questo vale in generale per tutta la città.
Il programma del sabato sera, o perlomeno quello di cui sono a conoscenza, prevede Mike Morgan & The Crawl al Pearl, Joel Foy all’Alligator Café, 4116 Live Oak, cajun café che propone sempre buone cose e servendo pranzi è aperto anche di giorno, Cheryl Arena al Mambo’s Tapas Cantina, downtown di Fort Worth, Aaron Burton al Blue Armadillo, che però si trova a Greenville, e mal che vada gli High Rollers al The Goat e la Barton St. Blues al Reverchon Park, senza contare che è in corso il Navasota Blues Fest, ma è un po’ lontano.
Opto per Mike Morgan al Pearl at Commerce, 2038 Commerce St. (non ancora Deep Ellum), portando mio figlio sedicenne anche se so che i minori non sono ammessi nei locali, specie quando si suona perché si serve alcool (la maggior età è ventuno, tanto attesa solo per poter ufficialmente bere), ma è la prima volta e voglio vedere come va. Sbagliamo però a parcheggiare subito in un piazzale appresso pagando al custode dieci dollari, dato che dopo poco torniamo indietro fermati dal cartello del Pearl che informa del divieto d’ingresso per i minori. Peccato, i musicisti stavano giusto scaricando gli strumenti, ma non ci provo neanche: l’avviso è chiaro. Poco male scoprirò poi, perché Mike Morgan lo vedrò il giorno dopo, e la scelta successiva si rivelerà una delle migliori.

Pearl at Commerce, Deep Ellum, Dallas

Andiamo quindi a riprendere il mezzo per spostarci qualche blocco più in là verso est (non è consigliato girare a piedi di sera), oltre il passaggio sopraelevato dell’Interstate 345 al 2617 Commerce, per dare un’occhiatina al Tuckers’ Blues, sorto sulle ceneri del Blue Cat Blues. Vado solo io per evitare un altro posteggio prematuro (il giorno dopo ho scoperto che in Jackson Street c’è il parcheggio libero), mentre dopo poco la polizia comincia a tener d’occhio la nostra macchina ferma per la via. In effetti, ci metto un po’ a contrattare.
L’entrata non è sulla strada, ma in un vicoletto che sfocia in una piazzetta. Lì trovo seduto a fumare un tizio di nome Carl ‘General’ Bush, che scopro essere il bassista della casa, e nonostante l’altisonante soprannome è un tipo smilzo e disponibile.
È il primo impatto con un personaggio di Deep Ellum, con la sua parlata intendo dire. Dopo i convenevoli gli chiedo se può fare da intermediario con i padroni, dato che il ragazzo è con i genitori, non beve e soprattutto non guida. Dice che loro rischiano la licenza, ma che può provarci, tornando poco dopo con esito positivo. Entro e conosco la gentile signora Tucker, che viceversa parla un inglese comprensibile, la quale m’informa che il coperto è dieci dollari a testa, e che se vogliamo mangiare possiamo prendere in una specie di tavola calda appresso al locale e portare dentro (cosa che non faremo dopo averla guardata da fuori). Fermo il tavolo e quando torno alla macchina l’auto della polizia è ancora in attesa a poca distanza. Qui il racconto e le foto del Tuckers’.

Adair's Saloon, Deep Ellum, Dallas

Da questo invece, Adair’s Saloon, 2624 Commerce, usciva musica country; se si è indecisi, in alcuni casi si può scegliere sentendo da fuori.

The Bone, Deep Ellum, Dallas
Club Clearview, Deep Ellum, Dallas
Clarence ‘Gatemouth’ Brown’s One Foot in da Bayou, Dallas

Altri club sono: Muddy Waters, 1518 Greenville Ave, The Bone (foto) e il Club Clearview (foto), entrambi in Elm St., il grosso R.L. Griffin’s Blues Palace #2, 3100 Grand Avenue, il cui proprietario, R.L. Griffin, si proclama “The Right Reverend of Dallas Blues”, Curtain Club e AllGood Café, rispettivamente 2800 e 2934 Main St., Catfish Blues, 1011 Corinth St., che come il nome suggerisce propone menu del sud, Sons of Herman Hall, 3414 Elm St., in un affascinante edificio dei primi del secolo scorso, con gran sala da ballo al piano superiore, e Hole in The Wall, 11654 Harry Hines Boulevard, a nord della città e ormai un’istituzione a Dallas. Inoltre: il Cottage Lounge, il Cowboy Lounge, after hours in cui la musica comincia tardi, a differenza della maggior parte dei posti, il Lota’s Goat, il Poor David’s Pub, e il Granada Theater, 3524 Greenville Ave, vecchio teatro restaurato per eventi musicali; il 12 novembre è in cartellone Ray Wylie Hubbard.
La lista è parziale, ma per quanto riguarda la musica dal vivo questi vanno cercati, fermo restando che le cose cambiano rapidamente. Infatti al Clarence ‘Gatemouth’ Brown’s One Foot in da Bayou, 2816 Elm St. non ho visto nessuna insegna e attualmente sembra non ci sia nulla, dentro c’era qualcuno intento in lavori di ristrutturazione.
Niente da fare anche per il Grand Temple of the Black Knights of Pythias, più semplicemente Knights of Pythias Temple, risalente al 1916 e primo centro commerciale di Dallas costruito e gestito interamente da afroamericani, e il cui piano superiore era dedicato agli incontri musicali. L’edificio c’è, ma l’entrata è sbarrata con pannelli di legno perché l’interno era diventato bivacco dei senzatetto e deposito di rifiuti.

House of Blues, dischi, musei, cimiteri

Se si è in cerca di memorabilia facile, è giorno (conviene tenere la sera per posti più interessanti) e si hanno giovani appresso, val la pena andare, almeno una volta, all’House of Blues, 2200 North Lamar St., e all’Hard Rock Cafè, lì vicino. In quanto catene sono entrambi standardizzati e per niente genuini, ma sono curati come piccoli musei della musica americana. HOB ha qualche punto in più perché propone musica dal vivo tendenzialmente sul genere.

House of Blues, Dallas

Nelle foto seguenti interni di House of Blues

House of Blues, Dallas
House of Blues, Dallas
House of Blues, Dallas
House of Blues, Dallas

Tra le tante foto appese una di Muddy Waters con il berretto di Babbo Natale e una di Ray Charles con le Raelettes. Già a Dallas è forte l’influenza del Bayou, sia dal punto di vista musicale che culinario. Oltre alla cucina tipica texana, a base di T-bone steak, BBQ e messicano, sono diffusi il cibo e la musica cajun, e la qualità è generalmente buona, se non ottima, ma dei ristoranti dirò a più riprese.
Capitare in città durante i weekend è buona cosa per i concerti, ma non lo è per i negozi di dischi. Da evitare Best Buy, catena di materiale elettronico la cui vistosa insegna gialla e blu campeggia ovunque, in cui la scelta, almeno per quanto riguarda gli interessi di chi scrive, è addirittura inferiore a quella di uno dei nostri Media World, Comet, e simili.
Forse è stata una fortuna per le mie finanze aver trovato chiuso (perché domenica) CD Universe, 4043 Trinity Mills Road n. 104, molto fuori Dallas in direzione nord, e Mr Blues Records, 1500 M.L.K. Boulevard, dalla parte opposta, dato che più avanti m’aspettavano altri negozi. Val la pena visitare anche Good Records, 1808 Greenville Ave, Bill’s Records, 1317 South Lamar, CD World Dallas, 5706 Mockingbird, Borders Books & Music, 10720 Preston Road e i due Sam’s Records.
Il JPMorgan Chase Tower, 2200 Ross Ave, Downtown direzione nord, oltre ad avere un profilo distinguibile, con la cima di vetro e un buco nel mezzo, offre una panoramica mozzafiato della città. Essendo una banca al sabato e domenica è chiuso, ma con la prenotazione telefonica è possibile salire anche nel fine settimana.
Avendo un po’ di tempo ci sono musei di vario tipo. Dalla parte opposta di Deep Ellum, al limite ovest di Downtown in Main St., c’è l’Old Red Museum (sotto), incentrato sulla storia e la cultura della contea di Dallas, costruito con arenaria rossa del fiume Pecos (New Mexico), granito blu dell’Arkansas e granito rosso del Texas: pare uscito da Disneyland.

Old Red Museum, Dallas

È anche un centro tecnologico di informazioni turistiche, ed estrema prova di sopravvivenza all’eccessiva aria condizionata. Per quanto riguarda la cultura afroamericana bisogna cercare il South Dallas Cultural Center, il Dallas African American Museum, la Dallas Public Library, la Dallas Blues Society e il Texas Music Center.

Dealey Plaza, Dallas

Proseguendo poco oltre l’Old Red ci si ritrova nella Dealey Plaza, dove fu assassinato J.F. Kennedy. Nella foto, la collinetta sulla quale, si dice, era presente un altro tiratore, mentre invece questo palazzo, adibito a deposito scolastico, è l’edificio dal cui ultimo piano avrebbe sparato Lee Harvey Oswald.

School Book Depository, Dallas

Fontana con frase del Rev. Martin Luther King.

Waterfall cascading with a Martin Luther King quote, Dallas

Al Laurel Land Memorial Park, 6000 South R.L. Thornton Freeway, cimitero di lusso con giardini fioriti e grandi viali, riposa Stevie Ray Vaughan in un giardinetto tutto per sé (e per i suoi genitori).

Stevie Ray Vaughan gravesite, Laurel Land Memorial Park, Dallas
Stevie Ray Vaughan grave, Laurel Land Memorial Park, Dallas

Nell’ufficio, l’anziana signora a cui chiedo notizie esclama oh, it’s easy! e mi spiega subito dov’è senza cercare, cosa che non mi fa presagire che poi invece, per alcuni bluesman afroamericani, non sarà così facile. M’indica il luogo su una mappa all’interno del depliant cartonato del cimitero con informazioni su quanto è bello e comodo stare lì, gli sconti, le prenotazioni, eccetera.
I cimiteri sono fondamentalmente di tre generi: per ricchi, per poveri, e come quelli di New Orleans (che sono appunto solo a New Orleans, o quasi), cioè di tipo europeo.
Quelli per chi può pagare sono parchi immensi, con grandi viali per arrivare alle tombe in auto, giardini, laghetti, alberi, statue, e uffici simili ad hall di grandi alberghi, con l’accettazione, l’immancabile aria condizionata, filodiffusione, piante, fontanelle, pavimenti tirati a lucido, decorazioni, tavolini, divanetti, eventualmente l’acquario e stanze in cui parlare privatamente, perché in genere i cimiteri grossi sono anche funeral home. Il personale come età è più di là che di qua, e veste abiti formali come completi e tailleur.
Per la maggior parte le tombe sono molto semplici, con la lapide appoggiata direttamente sul suolo senza rialzi o lapidi verticali (oppure con solo la lapide verticale), più piccole di quella di SRV, e sembrano in ordine casuale.
Per cercarne una bisogna andarci fin sopra per poter leggere il nome, camminando sull’erba perché non ci sono vialetti interni, e a volte si è costretti a calpestarne qualcuna perché sono molto vicine tra loro. Il terreno, spesso umido perché bagnato o appena scavato, è molle, e si sprofonda un po’. Pochissime tombe hanno fiori.
Benché anche quello in cui è sepolto Freddy King sia un bel cimitero, Hillcrest Memorial Park, 7405 W Northwest Highway, non mi è stato possibile trovare la tomba. Anche qui c’è l’ufficio e l’impiegata chiede per telefono; dopo poco arriva qualcuno trafelato a portarmi una mappa, su cui m’indica il Garden of Prayer, ma non il luogo esatto della sepoltura. Dopo aver coinvolto la famiglia nella ricerca, ci rinuncio.

Fort Worth

Da Dallas sono tre le autostrade che portano a Fort Worth. Noi percorriamo l’Interstate 30, un lungo tratto diritto sul quale s’affacciano soprattutto ristoranti messicani, meccanici, gommisti e ricambisti, il che non stupisce (o, al contrario, stupisce) dato il problema descritto sopra e, come ovunque, enormi Old Glory, a cui spesso la Lone Star Flag del Texas tiene orgogliosamente compagnia. Appaiono a cadenza regolare e sono montate a incredibili altezze.
Fort Worth fa città a sé, ma è anche come un grosso sobborgo congiunto a Dallas da un vasto paesaggio urbano e residenziale che s’estende a nord delle due. Se ci s’addentra nei villaggi residenziali si può assistere all’esposizione perpetua e ripetitiva della società americana. Case tutte uguali eppur personalizzate dal particolare diverso da quello del vicino, scuola, chiese di varie confessioni, parcheggi di scuolabus in attesa d’essere richiamati in servizio, e poi ancora case, scuola, chiese, scuolabus, fino al quartiere successivo, magari più povero, ma con le stesse caratteristiche in copia più modesta.
Le case sono l’espressione più variopinta e ognuna grida a gran voce: “sono americana”! Fanno a gara per farsi notare attraverso qualche particolare, ma tutte paiono con struttura in legno, senza recinzioni, prato verde ben tosato, vialetto d’accesso, portico, garage, macchina parcheggiata, giochi dei bimbi, marciapiede oltre il vialetto, albero. Molte hanno entrambe le bandiere, sventolanti sul portico, sulla sedia a dondolo o sul garage. Credo che il massimo dell’amor patrio sia stato mostrato da quella con la stelle e strisce piantata nel bel mezzo del prato, racchiusa da un giardinetto dedicato come una specie d’altarino.

Fort Worth historic downtown

Non facciamo in tempo ad arrivare dentro Fort Worth Downtown, ci fermiamo nel distretto storico attirati dal movimento su questa strada: c’è un rodeo in corso.

Fort Worth historic downtown

Stiamo cercando il Billy Bob’s Texas, honky tonk aperto di giorno, qui al 2520 Rodeo Plaza, ma non lo troviamo. È domenica, c’è un caldo bestiale, in giro ci sono famiglie, e un gruppo di bikers che parcheggia le moto e siede a un tavolo all’aperto.

Fort Worth historic downtown

Il distretto storico, Historic Fort Worth Stockyards, è molto texano, se per texano intendiamo moto, cowboys, bistecche, rodeo, cavalli. I negozi di western wear si sprecano, con abbondanza di stivali, cappelli, camicie, cinture sulle quali applicare placche personalizzate, abbigliamento vario e oggettistica in tema country-western, tutti aperti in occasione del rodeo.

Fort Worth Stockyards, historic downtown
Fort Worth historic downtown

Nel cercare il Texas di Billy Bob siamo attratti da un altro ristorante tipico del quale non ricordo il nome. Qui mangiamo benissimo, e la cameriera ci aiuta a scegliere.
Normalmente non esistono l’antipasto, il primo, il secondo, ecc. (se non nei ristoranti di lusso che s’ispirano al gusto europeo, vale a dire italiano e francese); amano mischiare tutto assieme in un piatto unico, e mangiano più per sopravvivenza e gola che per gusto. Ci sono gli appetizers, ma se poi si ha intenzione di prendere altro sarà sempre troppo perché le porzioni sono enormi e i contorni sono ben più di contorni, senza contare ciò che spesso portano prima d’iniziare e le innumerevoli salsine, generalmente buone, quasi sempre piccanti.
Il modo di cibarsi degli americani (intendendo anche i sudamericani) è grossolano, hanno qualche problema con gli abbinamenti e tendenza a fare un unico calderone, peccato perché normalmente la pietanza singola in sé è o sarebbe buona. Nel servizio usano uno standard (perfino nelle stoviglie) consolidato ovunque, quindi è difficile rimanere delusi (dal servizio) perché per il cameriere la dovuta mancia del cliente (a discrezione solo per quanto riguarda l’importo, comunque non inferiore al 15% del totale) è il suo vero stipendio, e tutti usano lo stesso sistema, compreso chiedere almeno una volta se è tutto OK. Non c’è problema se si arriva alle due o alle tre del pomeriggio o anche più tardi, si mangia a qualsiasi ora. In ciò che ha a che fare con il servizio al cliente non esiste improvvisazione; il lato buono è che si sa cosa aspettarsi, e quasi sicuramente lo si avrà.

In Texas durante l’attesa, mediamente breve, spesso portano tacos abbinati a una salsa al formaggio. Le carne è ottima, sempre tenera, e ovunque ho trovato insalatone buonissime (con un po’ di tutto dentro) delle quali non sono mai riuscita a vedere il fondo, capaci di saziare anche un grosso appetito. Il seafood è frequente soprattutto nelle regioni del Golfo.
Non esiste una cucina leggera o estiva, del resto per come condizionano l’aria sembra sempre inverno, è tutto è speziato. Il motivo ricorrente del sud-est è red beans and rice, serviti insieme e nel modo contrario al nostro, cioè il riso è sempre bianco e scondito, usato come contorno, i fagioli invece sono la pietanza principale, sempre dentro una zuppa bollente e piccante, spesso di carne, manzo o pollo, generalmente buona, e la si trova ovunque, soprattutto in Louisiana. Nel gumbo, uno dei piatti migliori che si possano trovare al sud, il riso va buttato nella zuppa, però lo portano a parte. La jambalaya, altro piatto di cui van fieri, è invece come un gran risotto, in genere con verdure e pesce, ma c’è anche di carne. Questi ultimi due sono diffusi in Texas, ma in Louisiana sono più comuni.
In Texas c’è molto messicano, come la quesadilla e il burrito, anche quest’ultimo è buono, ma c’è sempre il solito problema della pesantezza. Sono tipici anche gli hot tamales; li ho ordinati in un famoso locale di Austin ma li ho trovati immangiabili, non so se in quel caso particolare o se sono proprio così. È stato l’unico errore. Sotto, musica dal vivo anche di giorno, in mezzo ai vapori delle griglie.

Fort Worth historic downtown

Per quanto riguarda altri locali di FW o bar-ristoranti serali con musica dal vivo, il già citato Mambo’s si trova al 1010 Houston St., è un messicano ed è nella Contea di Tarrant, Hash Brown ci suona di lunedì, e dal giovedì al sabato band ospiti, The Aardvark, 2905 West Berry St., Lola’s Saloon, 2736 West 6th St., Buttons, 4701 West Freeway, con serata blues al lunedì, Keys Lounge, 5677 Westcreek, e il J & J Blues Bar, 937 Woodward. Sono da tener presente anche i locali fuori città, come il Big Fish e il Tolbert’s Restaurant a Grapevine, il primo è soprattutto un ristorante cajun, il Cadillac Pizza Bar a McKinney, lasciando perdere la pizza occasionalmente c’è blues dal vivo, il Nate’s Seafood ad Addison, blues al giovedì dalle 19.30 e sede di un festival blues annuale, Stumpy’s ad Arlington e Zander’s House a Plano, vietnamita con blues al giovedì a partire dalle 19.
Sotto, shoe shine davanti al leggendario White Elephant Saloon, locale storico prediletto dai bikers in cui si può ascoltare puro rock texano.

White Elephant Saloon, Fort Worth

È d’obbligo una visita a Record Town, zona campus universitari fuori dal centro di Fort Worth al 3025 South University Drive, in mezzo a un gruppetto di negozi lungo la via. Oltre a comprare dischi si può conoscere il proprietario, il chitarrista Sumter Bruton, leader di un gruppo storico locale, i Juke Jumpers (furono gli accompagnatori di Zuzu Bollin) e fratello maggiore di Stephen Bruton, recentemente scomparso, chitarrista, autore e produttore, entrambi già incontrati su queste pagine. È aperto dal martedì al sabato. Altri sono R-Type Records, 3404 West 7th St., Sundance Square, 420 Throckmorton, Borders Books & Music, 4613 S. Hulen St., Sam Record’s Shop #2, 1122 E. Seminary Drive.

Fort Worth historic district

A questo punto torniamo a Dallas perché al Mardi Gras Café, 2720 North Stemmons Freeway, è in programma a partire dalle 17 un benefit blues jam. In fondo all’articolo, link all’articolo sul Tuckers’ e il Mardi Gras.

Fort Worth historic downtown

Wortham

Aggiungo un aggiornamento con tre foto inviate da Mark Slim. Si tratta della tomba del grande Blind Lemon Jefferson, situata in quello che una volta era chiamato semplicemente cimitero nero di Wortham, oggi Blind Lemon Memorial Cemetery. La lapide risale al 1997, la struttura in metallo è più recente. Per anni c’è stata solo una placca di metallo. Il desiderio del suo bellissimo See That My Grave Is Kept Clean è realizzato.

Blind Lemon Jefferson gravesite, Wortham, Texas
Blind Lemon Jefferson grave, Wortham, Texas
Blind Lemon Jefferson gravesite, Wortham, Texas
Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 11 Settembre 2010
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