Memphis, Tennessee – pt 1

(Beale Street, Sun Studio, The Peabody)

Primo di una lunga serie di articoli ambientati da quelle parti, non posso non cominciare da Memphis, inizio e fine di duemiladuecento miglia attraverso il Mississippi, cioè tremilacinquecento chilometri.
Spazi sconfinati, piccole comunità, backroads, rovine, lotti vuoti, persone, suoni, silenzi, acque, non so bene come raccontarli; ciò che è tangibile porta un carico di storia sottilmente o platealmente percepibile, arricchendosi di spirito, voci, musica, e ciò che è immaginario si può materializzare, come nel veder scorrere all’indietro il moto perpetuo del tempo che sposta e cambia i fatti, i luoghi, la gente.

Le immagini mi aiuteranno a ricordare e a seguire il tracciato. Ho molto su Memphis: anche potando e ripotando dovrò suddividere in diverse puntate, poi sarà solo Mississippi, a parte Helena, Arkansas, che è anche la cittadina più blues che ho visto. Integrerò con pochi, brevi filmati.
L’ultima nota riguarda l’utile libro di Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues, nonostante ormai abbia i suoi anni. È stato fondamentale per il ritrovamento di certi luoghi perciò sarà citato come fonte alla fine di ogni articolo, al di là che sia servito o no nello specifico.
Tanto per cominciare, dove va il turista medio appena arriva nella città omonima dell’antica capitale egiziana sul Nilo? Nel distretto storico di Beale Street, downtown Memphis.

Beale Street, Memphis, Tennessee

Apparentemente questa via, nella sua parte turistica zona pedonale dalle undici di mattina quando i negozi, i ristoranti e i locali riaprono, oggi non è molto diversa rispetto alle varie “vie dei divertimenti” nei distretti storici di altre città americane, se non fosse che nel corso del Novecento è stata il fulcro della vita economica, sociale e culturale degli afroamericani di tutta la regione, il luogo più noto e mondano di tutto il Sud e quindi mecca dei musicisti.

Jerry Lee Lewis' Cafe & Honky Tonk on Beale Street, Memphis, Tn

Sopra, Jerry Lee Lewis’ Cafe & Honky Tonk. Inaugurata alla fine dell’Ottocento, è negli anni Venti del Novecento che Beale comincia a esser frequentata da coppie come Memphis Minnie e Kansas Joe McCoy, Frank Stokes e Dan Sane (Beale Street Sheiks), Garfield Akers e Joe Callicott, jug bands come Will Shade & the Memphis Jug Band e Gus Cannon’s Jug Stompers, e artisti solisti o con la propria band come Alberta Hunter, Ma Rainey, Jim Jackson, Robert Wilkins, Furry Lewis, W.C. Handy.

Pee Wee Saloon former site, Beale Street, Memphis, Tn

Anche Robert Johnson, che a Memphis è cresciuto, batté il suo selciato, mentre Bukka White (come Memphis Slim e Memphis Minnie), suonava regolarmente al Pee Wee’s Saloon e al Mitchell’s Hotel. Del Pee Wee’s non è rimasto nulla e il suo sito è occupato da questo edificio moderno che attualmente ospita il Tin Roof al 315 (Pee Wee era il 317). Il cornicione bianco è uguale all’originale del saloon.

Pee Wee Saloon marker

Come dice l’historic marker non vi si faceva solo musica. Era anche casa da gioco, punto di ritrovo, scambio di messaggi e informazioni. Qui avvenne l’incontro tra Will Shade e Charlie Burse dal quale nacque la Memphis Jug Band. Era sempre aperto e, appellandosi alla discreta dose di omicidi in Beale Street, il suo motto era: “We can’t close yet, no one has been killed”.

Club Handy, Beale Street, Memphis, Tn

Sopra, il Club Handy, adiacente all’Handy Park, con la statua di W.C. Handy (sotto, ho la foto anche da vicino, ma qui ce ne sono abbastanza quindi andrà in un’altra puntata su Beale St., tanto l’avete già vista tutti).

Handy Park, Beale Street, Memphis, Tn

All’Handy Park ci si può imbattere in musica dal vivo, ma a me non è successo. Forse in altre stagioni, in agosto fa un caldo bestiale.

No firearms permitted on Beale Street

Nonostante oggi Beale Street non sia pericolosa, per qualcuno permane la necessità di specificare il divieto all’ingresso con armi. Ho visto altri avvisi di questo tipo in Mississippi, e non ho capito se è un ricordino di un divieto già esistente per legge, o se invece in generale è permesso a chi ha il porto d’armi entrare nei locali con la pistola, e il divieto a discrezione del proprietario.

Record shop, Beale Street

Solo la Depressione del 1929 e le riforme di E.H. Crump misero in crisi la vitalità di Beale Street, ma negli anni Quaranta e Cinquanta, sulle frequenze della neonata WDIA e del nuovo rhythm and blues, tornò più vivace che mai. I nomi di Rufus Thomas, Gatemouth Moore, B.B. King, Bobby Bland, Rosco Gordon, Junior Parker, Little Milton, Gene ‘Bowlegs’ Miller, Ike Turner e tanti altri sono legati a Beale Street e a Memphis, come quelli di Albert King, Howlin’ Wolf, James Cotton, i pianisti Booker T. Laury, Mose Vinson e il già citato Memphis Slim.
Una volta mi è capitato di non trovare il disco dentro un CD appena acquistato sigillato, nel negozio di dischi qui sopra (a sin. nella foto) invece qualcosa di più strano; le due parti della custodia di plastica erano fuse insieme, non credo di fabbrica ma come se fossero colate dal calore, infatti la parte superiore era distorta. L’ho riportato in negozio e le due insipide commesse hanno convenuto che non c’era altro da fare che rompere il contenitore per togliere il disco, che s’è rivelato buono. Forse era languito per anni in un magazzino o un retrobottega afoso: segno di come l’R&B d’epoca interessi a pochi.

Love & Happiness, Beale Street

L’escursione guidata nella storia musicale della città di Backbeat Tours non l’ho fatta, ma il frontespizio del loro bus attira; probabile riferimento al brano di Al Green. Il tour prevede musicisti che accompagnano il giro suonando.

Nat D. Williams marker on Beale Street, Memphis, Tn

Marker dedicato a Nat D. Williams. Le note d’ottone sui marciapiedi (Brass Notes Walk of Fame), in totale credo 150, non riescono a onorare tutti i personaggi, non solo musicisti, ma anche dj, produttori, discografici e altre personalità che hanno fatto di Memphis il crocevia culturale del Delta del Mississippi e l’eponimo di uno stile di blues, oltre che luogo di partenza del rock ‘n’ roll e del soul; sono molte le persone da ricordare anche solo dietro a Sun, a Stax, ai Royal Studios di Willie Mitchell e all’American Studio di Chips Moman.

Gallina Exchange Building, Beale Street

Del secolare Gallina Exchange Building rimane solo la facciata, stabilizzata da una vistosa impalcatura. Lo spazio è occupato da Silky O’Sullivan’s, locale a suo modo storico (1992), anche perché il proprietario, Silky, che oggi non c’è più, l’aveva già aperto in altra sede. L’edificio originariamente ospitava un saloon sempre aperto e un hotel in cui ogni camera era dotata di un camino in marmo; il saloon era sala da gioco, bar, ristorante.

Rufus Thomas marker on Beale Street

Marker e monumento per Rufus Thomas, the funkiest chicken of the South… Out spoken and outta sight.
Memphis ha fornito anche la splendida colonna sonora alle battaglie di Martin Luther King, con gli indimenticabili Staple Singers.

Rufus Thomas Monument, Memphis, Tn

Tra i più celebrati rimangono comunque Elvis, J.L. Lewis, Johnny Cash e Carl Perkins, il quartetto Sun Records da un milione di dollari, ma è il solo Elvis a tirare la carretta del turismo di Memphis (e di Tupelo, Ms), in cui tra l’altro siamo per caso proprio nei giorni dell’annuale Elvis week. Chissà che rabbia prova il Colonnello Parker, dall’aldilà, per non poter sfruttare ancora il lucroso commercio attorno al suo protetto, ovvero la macchina da soldi che Elvis è stato ancor più da morto.
Gli anni Sessanta e Settanta furono tristi per Beale Street. Con la chiusura di molte attività e un pessimo vento di rinnovamento urbano che colpì molti centri e periferie un po’ ovunque nel mondo occidentale, diversi edifici storici finirono sotto le ruspe. Nel 1966 la sezione dalla Main alla Fourth fu dichiarata National Historic Area; provvedimento necessario che tuttavia non restituì la vita di una comunità, piuttosto si tradusse in una forma di congelamento che tramutò Beale in una via fantasma, mentre attorno avvenivano demolizioni o restauri invasivi.
Nel 1977 Beale Street diventò ufficialmente “Home of the Blues” con un atto del Congresso, ma a ridarle vita (solo economica) furono il blues revival degli anni Ottanta e i primi locali che cominciarono a riaprire, in particolare diede nuovo vigore nel 1991 il B.B. King’s Club.

Hooks Brothers, King's Palace Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

King’s Palace Cafe. Al secondo piano c’era lo studio fotografico afroamericano Hooks Brothers, che per buona parte del ‘900 documentò la vita dei neri di Memphis a partire dal 1907.

Hooks Brothers, King's Palace Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

Pare ma non è accertato che la famosa foto di Robert Johnson in gessato sia stata fatta qui. È sicuro invece che Tommy Johnson vi ha posato nel 1928 per la sua immagine più nota.

Hooks Brothers marker, Beale Street
King's Palace Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

Interni del King’s Palace Cafe. Qui abbiamo pranzato e lo consiglio, non perché sia particolare ma perché il menu e il servizio rientrano nello standard americano, generalmente buono e uniforme, in qualche caso addirittura sorprendente.

King's Palace Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

Devo anche dire che noi pranzavamo sempre tardi, dopo le 15/16 in ristoranti semivuoti, quindi sbagliare il servizio sarebbe stato troppo (ma in un caso è successo, e proprio a Memphis).

King's Palace Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

È più classico e con meno oggetti appesi (e niente neon) rispetto al tipico locale americano con musica live. Suo anche il Tap Room (qui l’accesso interno, ma ha un’entrata autonoma sulla strada), live bar più semplice e rozzo in cui siamo andati in altra occasione.

King's Palace Cafe, Beale Street

Beale Street oggi non se la passa male, però tutta la zona attorno è stata ricostruita e il distretto è accerchiato e sovrastato da uffici commerciali, banche, grandi parcheggi a pagamento, e dall’imponenza del Fed-Ex Forum. Anche l’insegna dell’Orpheum Theater è imponente. Se si arriva dal lato sud della Main è una delle prime cose che si nota.

Orpheum Theater and former Hotel Chisca in the background, Memphis

Sullo sfondo a sinistra il defunto Hotel Chisca, da cui il fenomenale dj Dewey Phillips (no parentela con Sam, ma amicizia sì) negli anni 1950 trasmetteva il programma Red, Hot and Blue, altamente influente anche su Sam Phillips, coinvolto da note e parole travolgenti a iniziare la sua attività discografica in proprio. Dal cuore della segregata Memphis musica nera e bianca su cui l’incontenibile Dewey, con accento hillbilly, spesso cantava e commentava, rinforzando la potenza del messaggio. Ne riparlerò (intanto ascoltate sul sito Memphis Music Hall of Fame una sua trasmissione.)

Orpheum Theater, Memphis, Tn

Dal 1928 l’Orpheum occupa lo spazio una volta della Grand Opera House, distrutta da un incendio.

Monarch Club's former site, Memphis, Tn

Ex Monarch Club. Prosperò dal 1902 al 1920, periodo in cui era chiamato the castle of missing men perché le vittime degli omicidi sparivano direttamente nelle mani del becchino, che aveva l’ufficio di pompe funebri nel vicolo posteriore. Il proprietario era Jim Kinnane, politico e presunto gangster, e probabilmente è a questo locale che si riferisce il concittadino Robert Wilkins nel suo Old Jim Canan’s (1935), se non a un altro dei fratelli Kinnane. Infatti Jim Kinnane, soprannominato “Czar of the Memphis Underworld”, insieme al fratello Thomas, oltre al Monarch possedeva altri rozzi juke joint, come l’Hole in the Wall, il Red Light e il Blue Light. È citato anche dalla pianista Louise Johnson:
I’m going to Memphis, gon’ stop at Jim Kinnane’s / I’m going to show them women how to treat a man.
Joe Callicott, altro frequentatore della Beale Street di quei tempi, ne parla decine di anni dopo (reg. Blue Horizon del 1968) nell’autografo Lost My Money in Jim Kinnane’s, segno che nonostante il tempo non aveva dimenticato l’esperienza.

Old Daisy Theater, Beale Street, Memphis, Tn

L’Old Daisy è un cinema/teatro risalente al 1913, rinnovato negli anni Ottanta. Era tappa del chitlin’ circuit negli anni 1930/1960 (insieme al New Daisy e al più noto Palace Theater). Nel 1929 fu qui la prima mondiale del cortometraggio con Bessie Smith, St Louis Blues, e Bessie era presente.

New Daisy Theater, Beale Street

Il New Daisy è stato costruito negli anni Trenta, è alla stessa altezza dell’ “Old” ma dalla parte opposta e ospita soprattutto concerti.

Rum Boogie's Blues Hall, Beale Street

Entrata al Blues Hall del Rum Boogie Cafe, con insegna originale di un pawn shop.

Rum Boogie Cafe, Beale Street, Memphis, Tn

Rum Boogie Cafe, live music bar e ristorante pieno di reperti musicali. Mostrerò gli interni in un’altra puntata.

A. Schwab shop, Beale Street, Memphis, Tn

A. Schwab risale al 1876 ed è l’unica attività originale di Beale ancora in funzione. Vende un po’ tutto, ma ai tempi gloriosi attirava la clientela afroamericana soprattutto per i 78 giri blues e i suoi mojo. Oggi vi si trova anche oggettistica di Sun, Stax, Hi e naturalmente elvisiana. È diventato noto ai blues fan europei e americani negli anni Novanta grazie al documentario di Robert Palmer Deep Blues, quando Abe (Abram) Schwab, nipote del fondatore Abraham, c’era ancora. È stato gestito dalla famiglia Schwab per cinque generazioni.

A. Schwab shop, Beale Street

Vendevano tre dischi a un dollaro, attraendo clienti con la musica emessa dagli altoparlanti; quando il negozio diventava troppo affollato mandavano musica da chiesa per sfoltire un po’. È sempre stato in Beale Street, ma agli inizi era poco più in là. Questa sede è la stessa dal 1911 e da allora è stata ingrandita. Il commercio dei mojo, delle candele, pozioni e polverine magiche arrivò più tardi, quando i proprietari notarono che gli acquirenti dei dischi blues spesso erano interessati al voodoo.

A. Schwab shop, old records exhibition

Preziosi 78 giri in mostra al secondo piano. Dovrebbero stare in un vero museo, per il loro valore. Ne hanno in abbondanza, come noi abbiamo anfore e vasi.

A. Schwab shop, Beale Street
A. Schwab shop, Beale Street

Il primo piano ha varia oggettistica ed è più per il turista medio, il secondo offre visioni d’epoca. Qui si trovano anche libri, strumenti, dischi (CD e qualche vinile nuovo di qualità) e artigianato locale. C’è anche una teca con album originali registrati a Memphis negli anni Sessanta, tipo Dusty in Memphis di Dusty Springfield uscito per Atlantic dall’American Studio.

A. Schwab shop, oldies, Beale Street

A parte le pareti, il negozio è tutto in legno e le assi scricchiolano deliziosamente al passaggio. Vien da muoversi come in un museo, in silenzio e rispetto, e in effetti al mezzanino c’è una piccola esposizione di pezzi d’antiquariato.

A. Schwab shop, old photo booth

La seconda nota foto di Robert Johnson invece, quella con sguardo intenso e sigaretta penzoloni, agli antipodi rispetto a quella in gessato fatta in studio, fu scattata in un photo booth come questo.

A. Schwab shop, old counter

Stanza con bella luce, e cappelli.

A. Schwab shop, Beale Street

Piccolo bottle tree, tradizione diffusa nelle zone rurali del Mississippi, ma non solo.

A. Schwab shop, bottle tree

Tra gli edifici demoliti negli anni Sessanta, il leggendario Palace Theater. Fu il più grande cinema/teatro del sud e il primo teatro afroamericano di Memphis – non nel senso di proprietà (era di italoamericani), ma perché il programma era rivolto a quel pubblico, tranne il Midnight Rambles al giovedì sera, in cui anche i bianchi entravano; in questi casi era segregato, tra platea e balconata.
Originariamente si chiamava Pastime e, affiliato al circuito TOBA, proponeva spettacoli di vaudeville con le cantanti dive del periodo, come Bessie Smith, Alberta Hunter, Ma Rainey, e la coppia Butterbeans and Susie. Finita quell’epoca continuò a presentare spettacoli con i più grandi nomi del jazz, ma si può dire che tutti, fino a James Brown, hanno suonato lì.
Il lotto in cui sorgeva è tra i marker di Rufus Thomas e Nat D. Williams, non a caso dato che fu Nat Williams a cominciarvi l’Amateur Night nel 1935, e Rufus Thomas, che si esibiva come comico e ballerino, a continuarla negli anni Quaranta come presentatore. Ed è l’Amateur Night del mercoledì sera il motivo per cui il Palace è citato spesso nella storia del blues di Memphis, perché molti vi mossero i primi passi; il caso più noto è B.B. King, che grazie a Thomas poté esibirsi tutte le settimane. Anche alcuni artisti affermati, nei momenti duri, partecipavano alla gara – i premi erano modesti, ma se per alcuni c’era la possibilità di farsi conoscere, per tutti c’era da prendere il dollaro di paga.
Tra i concorrenti vi furono Bukka White, Robert Nighthawk, Earl Hooker, Frank Stokes, Big Mama Thornton, Bobby Bland, Al Hibbler, Johnny Ace, Rosco Gordon, Walter Horton, e un bianco che forse non cantava come un nero, ma neanche tipicamente come un bianco dei tempi, Elvis Presley.
Un altro edificio leggendario invece è sopravvissuto, ed è fuori Beale Street: il Sun Studio di Sam Phillips.

Sun Studio, Memphis, Tn

Ho provato un’emozione indicibile appena l’ho intravisto da lontano: quanta grandezza è passata per quella porta bianca. Quanta storia, e vita.

Sun Studio, Memphis, Tn

Questa parte, lo studio e la vecchia entrata, ovviamente escluso il marker, è come nei primi anni 1950. Arrivano grappoli di turisti, soprattutto per Elvis. Qui registrò i suoi primi cinque singoli tra cui quello che nel 1954 lanciò la sua carriera, il rock ‘n’ roll a livello nazionale e quindi il viraggio della musica moderna, con una meravigliosa, sfacciata quanto improvvisata versione di That’s All Right di Arthur Crudup, con i suoi compari Scotty Moore e Bill Black. Essendo in piena Elvis week c’è gente soprattutto per il Re, ma i tour sono scaglionati e veloci, a piccoli gruppi dati gli spazi esigui. Solo mezz’ora e pochi metri quadri per assaporare la leggenda.

Sun Studio, Memphis, Tn

L’inesperto Elvis, con giovane irruenza e quel suo particolare mix di blues, hillbilly e gospel, diede il via a una rivoluzione che stimolò i suoi contemporanei e altre future leggende, influenzando il decorso della musica popolare. Subito dopo arrivarono Carl Perkins, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, Warren Smith, Billy Lee Riley, Charlie Rich, e molti altri.
A quella rivoluzione però Sam Phillips stava già inconsapevolmente lavorando da quando nel 1950 aveva aperto il Memphis Recording Service, poi Sun Studio, e aveva cominciato a registrare quel tipo di musica con “qualcosa che la gente avrebbe dovuto sentire”, cioè il blues, il rhythm ‘n’ blues, il gospel, il country, musica che era “a real true story, unadulterated life as it was”. (1)

Sun Studio, Memphis, Tn

Agli inizi del 1951 furono Ike Turner, allora dj WROX nella nativa Clarksdale, e la sua band a portare su a Memphis un prototipo di rock ‘n’ roll, un’energia primitiva e contagiosa non più contenuta, che faceva presagire ciò che sarebbe stato tanto come vi si leggeva il lascito della tradizione. Rocket 88 fu registrato con l’amplificatore del chitarrista Willie Kizart caduto durante il viaggio e pressapoco riparato rivestendo di carta il cono danneggiato, Phillips sovramplificando i riff distorti della chitarra, Ike tintinnante il piano all’unisono, Raymond Hill con stridenti assolo di sax, e Jackie Brenston con parlantina hipster descrivente un quadretto iconografia del rock ‘n’ roll: move on out boozing’ and cruisin’ along, “vasca” nelle vie cittadine su una macchina ultimo modello. Fu mandato a Chess quella stessa notte e pubblicato poco dopo.

Sun Studio Cafe, Memphis, Tn

Oggi Sun Studio Cafe, allora Taylor’s Restaurant, adiacente allo studio. Luogo di ristoro, ma anche ufficio per Phillips: ai suoi tavolini si svolsero discussioni, accordi, contratti. Sopra il soda fountain il noto ritratto dell’incontro musicale casuale e improvvisato tra J.L. Lewis, Carl Perkins, Elvis e Johnny Cash (dicembre 1956), le giovani quattro stelle rock ‘n’ roll del firmamento Sun Records immortalate da un fotografo prontamente chiamato da Phillips, che fece pubblicare la foto sul giornale del giorno dopo con il titolo “Million Dollar Quartet”. (2) Sarebbe passato alla storia come million dollar quintet se ci fosse stato anche Roy Orbison, altro artista Sun già di successo nel 1956.

Sun Studio Cafe, Memphis, Tn

Fu B.B. King a raccomandare lo studio di Phillips ad Ike Turner. Le registrazioni di King, come quelle di Turner, Jackie Brenston, Howlin’ Wolf e in parte quelle di Joe Hill Louis, Rosco Gordon, Dr Isaiah Ross, Rufus Thomas, e altri, appartengono al primo periodo, quando non esisteva l’etichetta Sun e Phillips produceva per Chess e i fratelli Bihari. Prima dell’avvento di Elvis e del rockabilly, su Sun uscirono anche James Cotton, Junior Parker, Little Milton, Frank Ballard, Billy The Kid Emerson, Sleepy John Estes. Il primo disco Sun (#174) però fu di Big Walter Horton (allora ancora ‘Little’ Walter) con Jack Kelly, ma una volta stampato non fu pubblicato. Il Cafe, sala d’attesa per il tour, è già museo di per sé. Alle pareti reperti e dischi in vendita.

Sun Studio Cafe, Memphis, Tn

A destra, poster della battaglia tra Howlin’ Wolf e Muddy Waters, il 24 ottobre 1964 a Memphis, al centro il miglior supporto che Elvis abbia mai avuto, Scotty Moore e Bill Black, e a sinistra Elvis diciannovenne impugnante la pistola di servizio di un poliziotto, Kenneth McKee. Scotty è dietro Elvis e Black a fianco di McKee, mentre quello con gli occhiali è Doug Ward, un dj locale. La foto è stata scattata nel 1955 al Coley’s Truck Stop a Dermott, Arkansas, ed erano là per suonare in un liceo.

Sun Studio Cafe, Memphis, Tn

Entrata al piccolo negozio di dischi e altre immagini, tra cui l’edificio quando c’era Taylor’s (foto verticale). A fianco, Elvis con Dewey Phillips e Joe Cuoghi, entrambi supporter dei suoi primi tempi, nel noto negozio di dischi di quest’ultimo, Poplar Tunes. Sotto a destra, scatto di gruppo con Johnny Cash, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins e Sam Phillips.

Sun Studio Cafe, Memphis, Tn

Rufus Thomas, B.B. King e Howlin’ Wolf, tra le pietre grezze più importanti di Sun. Sam Phillips conservò ricordi nitidi di Wolf mentre registrava nello studio. Poteva dimenticarlo? Un’esperienza sconvolgente, come minimo. Credo si sia pentito di aver ceduto a Chess, o di averlo fatto così presto, il contratto con il possente bluesman.

Sun Studio Records Shop

Nel piccolo negozio di dischi c’erano molte costose ristampe viniliche di Johnny Cash. In centro, riproduzione di un estratto inerente a Sun dal lungo discorso di Bob Dylan (l’opuscolo dello studio riporta che quando venne in visita baciò il pavimento) alla cerimonia 2015 di MusiCares Person of the Year a Los Angeles. La prima frase si riferisce ad Atlantic Records (avrebbero dovuto ometterla perché estrapolata così non si capisce):

There were some great records in there, no question about it. But Sam Phillips, he recorded Elvis and Jerry Lee, Carl Perkins and Johnny Cash. Radical eyes that shook the very essence of humanity. Revolution in style and scope. Heavy shape and color. Radical to the bone. Songs that cut you to the bone. Renegades in all degrees, doing songs that would never decay, and still resound to this day. Oh, yeah, I’d rather have Sam Phillips’ blessing any day.

Sun Studio Records Shop

45 giri vintage in vendita a 65/70 dollari, condizioni “very good” e senza copertina. Con copertina originale Sun e “near mint” arrivano a 100 dollari. L’escursione prevede solo due stanze (zona espositiva e studio) e comincia al piano superiore, su per una stretta scala con pareti piene di dischi d’oro che porta in una non molto grande sala-museo con oggetti in bacheche di vetro. Non c’è modo di guardare tutto come vorrei perché nel frattempo la guida, con parlantina sciolta, battute, curiosità e carattere rock ‘n’ roll, fa un monologo di diversi minuti sugli inizi dello studio e commenta i brani mandati dagli altoparlanti. Le guide che si alternano nei tour sono giovani musicisti o comunque tanto appassionati da non trattare l’argomento in modo distaccato.
In questi spazi c’era la Taylor Boarding Home, dove alcuni degli artisti bianchi stavano a pensione nel periodo in cui registravano. Il pianista Mose Vinson ci lavorò come custode, e Phillips ogni tanto lo reclutava in studio come accompagnatore; registrò qualcosa anche come solista, ai tempi non pubblicato.

Sun Studio, Memphis, Tn

Il disco che diede il via al marchio Sun nacque una settimana dopo la sessione di Horton e Kelly, suonato da un sedicenne alto sassofonista di nome Johnny London (foto sopra). Registrò due strumentali nel pomeriggio del 1º marzo 1952, e il migliore risultò Drivin’ Slow. Phillips fece copie per il dj Dewey Phillips per testare la reazione, mandate su WHBQ la notte stessa. Ne furono inviate anche a Chess, che le rifiutò.
Una settimana dopo Phillips chiamò London in studio per registrare ancora il brano, facendo un altro set di copie per i dj locali e spedendo i master all’impianto di Cincinnati insieme ai brani di “Jackie Boy & Little Walter” (come furono chiamati Jack Kelly e Walter Horton sull’etichetta di Blues in My Condition / Selling My Whiskey), ma quando ebbe i dischi pronti aveva già deciso di concentrarsi solo su Drivin’ Slow.
Il primo disco in vendita con etichetta Sun (#175, retro Flat Tire) uscì quella primavera, mostrando la forte personalità e unicità sonora che avevano già caratterizzato le precedenti registrazioni di Phillips.
Con suono grezzo e tessitura notturna, il meditabondo e umido Drivin’ Slow ha in primo piano il sinuoso riverbero del sassofono alto di London come se provenisse dall’androne di un palazzo, introdotto dal piano barrelhouse di Joe Hill Hall, (3) mentre il tenore di Charles Keel rimane sullo sfondo.

Scotty Moore's Gibson ES-295

ES-295 Gibson color oro uguale a quella di Scotty Moore nei dischi Sun (quasi uguale, sull’originale c’è un ponticello diverso), ufficializzata come “prima chitarra del rock ‘n’ roll”. Al Rock ‘n’ Soul Museum invece c’è il modello presentato a Moore in suo onore nel 1999 dal presidente di Gibson.

Sun Studio, RCA 73-B Lathe Recorder

73-b Lathe Recorder RCA del 1950 usato da Sam Phillips

Sun Studio, Elvis' guitar case

Custodia con interni simil-pelo di mucca appartenuta a Elvis, e altri reperti della sua partecipazione al Dorsey Brothers Stage Show andato in onda il 28 gennaio 1956; vicino c’è anche la giacca che indossò. È visibile un documento intestato all’organizzazione del Colonnello Parker, riportante cifre, forse incassi.
La chitarra dev’esser la Martin D-28 rivestita di pelle confezionata a mano che comprò nel 1955 in sostituzione della più piccola D-18 (la prima chitarra decente acquistata appena iniziò a guadagnare con i concerti locali). Il fatto che il rivestimento attuttisse il suono probabilmente era meno importante della sua appariscenza, come piaceva a Elvis. A metà del 1955 era già molto famoso nel sud, non ancora a livello nazionale, ma la transazione definitiva con Parker era lì lì per esser conclusa.

Dewey Phillips' booth

Acquisizione recente la postazione originale da cui ‘Daddy-O’ Dewey Phillips dal 1953 al 1959 trasmise il suo programma Red, Hot and Blue dagli studi WHBQ all’Hotel Chisca. Dewey, d’accordo con Sam Phillips, fece ascoltare al suo fedele pubblico quello che di lì a poco sarebbe stato il debutto col botto di Elvis, That’s All Right, quando era ancora acetato (il disco uscirà poco dopo, sul retro il rifacimento del noto country waltz di Bill Monroe Blue Moon of Kentucky, quasi un sacrilegio per alcuni). Phillips qualche sera prima in studio, dopo una serie di brani non riusciti, aveva assistito al miracolo, all’inaspettata versione del blues di Arthur Crudup uscita per scherzo in un momento di pausa, con Bill Black e Scotty Moore che prontamente avevano seguito Elvis: qualcosa che fino ad allora non s’era mai sentito, e proprio ciò che il produttore stava cercando.
Dopo le telefonate entusiaste che arrivarono Dewey lo mandò in onda ben quattordici volte quella stessa sera, e chiamò subito in studio lo spaventato diciannovenne Elvis, per un’intervista, la sua prima, nella quale rivelò indirettamente d’esser bianco (la sua interpretazione così anomala, originale ed emozionante che gli ascoltatori credevano fosse nero) rispondendo alla domanda su che scuola avesse frequentato, la Humes High. La postazione è stata recuperata dall’abbandonato Hotel Chisca nel 2013. Le piastrelle acustiche sulla parete e sul soffitto, la porta, le finiture in legno, le vetrate e il termostato dello studio sono stati cautamente rimossi e ricostruiti qua nel gennaio 2014.
La frase ricorrente di Dewey agli ascoltatori, Tell ‘em Phillips sencha! (slang per “Tell them Phillips sent you”), invito a visitare il negozio che stava pubblicizzando, divenne un tormentone assoluto ed entrò nel lessico comune. (Notare la foto di Gina Lollobrigida in alto a destra.)

Sun Studio, Memphis, Tn

Altra attrezzatura. La macchina portatile a destra fu usata da Phillips per ciò che faceva agli inizi, cioè registrazioni di matrimoni, servizi religiosi, concerti, talent show.

Sun Studio, Memphis, Tn

Foto grande: in piedi a sinistra Little Junior Parker, sotto di lui a sinistra Bobby Bland, e in piedi tutto a destra Pat Hare, in South Carolina nel 1952. A fianco, Little Walter e James Cotton, sotto, Big Walter Horton.

Sun Studio, million dollar quartet

Finalmente l’epico studio, relativamente piccolo e pieno di strumenti che ovviamente non si possono toccare (ma ci si può accomodare al piano o alla batteria per farsi fotografare), essendo poi lo studio regolarmente funzionante; la disposizione infatti cambia a seconda del momento. L’ho dovuto fotografare a pezzi essendoci circa una ventina di persone nella stanza. Il pianoforte attualmente potrebbe essere nella stessa posizione in cui fu scattata la famosa foto con il quartetto, qui accanto a un Jackie Brenston sorridente nella sua immagine ufficiale.

Sun Studio, guitars

Chitarre, tra cui la simil-Martin D-35 di Johnny Cash (sotto, in realtà una Copley made in China) usata per illustrare la “Johnny Cash’s dollar tecnique”, con una banconota infilata alternativamente tra le corde e il collo (ma già Bill Carlisle lo faceva). È la guida a darne dimostrazione suonando gli accordi sopra I Walk the Line, evidenziando così l’effetto dal suono tipo rullante. L’effetto si può sentire anche in Get Rhythm e altre, buon espediente ritmico caratterizzante i primi dischi di Cash.

Sun Studio, Cash's dollar technique

Sotto, microfoni, e visuale dallo studio dell’ufficio di Marion Keisker, il posto in cui si capitava appena entrati. Keisker era la segretaria, ma come dice la guida fu importante anche dal punto di vista creativo, già solo per Elvis. Sembra sia stata lei a invogliarlo a tornare in studio dopo le prime, insipide prove con ballate sentimentali (non impressionando Sam Phillips), e se non fosse tornato Elvis non avrebbe registrato That’s Allright Mama, perlomeno non in quella situazione o non in quel modo. Tuttavia tutto ciò che ha a che fare con le prime visite e registrazioni di Elvis alla Sun (cioè quand’era sconosciuto) è stato materia di contraddizioni e smentite tra Phillips e Keisker, perfino se Phillips era presente o no, e su chi avrebbe effettivamente “acceso il pulsante” della prima registrazione.
La verità su come all’inizio siano andate esattamente le cose non si saprà mai, complice anche la memoria fallace che non necessariamente registra eventi al momento ritenuti ininfluenti, normali o routinari – prima della sessione rivelatrice con That’s Allright Mama, a cui sicuramente Phillips non solo partecipò ma contribuì stimolando i musicisti. Keisker aveva alle spalle un’esperienza radiofonica più che ventennale ed era stata collaboratrice di Phillips nelle sue quotidiane trasmissioni serali di musica per big band dallo Skyway, il salone all’ultimo piano dell’Hotel Peabody (v. più sotto).

Sun Studio, microphones
Sun Studio, Memphis, Tn

Il mitologico microfono attribuito a Elvis. Alla fine della visita guidata chiunque può toccarlo facendosi fotografare emulando il re del rock ‘n’ roll, o semplicemente se stessi in versione rockstar. La X sul pavimento indica la posizione di Elvis, e ce ne sono altre due indicanti quelle di Scotty Moore e Bill Black. Dietro, l’attuale sala di controllo, chiusa ai turisti. Si può stare qui a gingillare finché non cacciano.

Sun Studio, Elvis microphone

C’era un negozio di caloriferi quando Phillips prese questo posto per trasformarlo nel suo Memphis Recording Studio, cominciando a trattare una materia ancor più bollente. La gloria e lo spirito di Sun Records si materializzò qui in soli dieci anni, ma ha perdurato bruciando per decenni e ancora lo farà, anche dovessero buttare tutto all’aria.
Bisognoso di un posto più grande Phillips nel 1960 si spostò al 639 Madison Avenue, continuando là con l’etichetta Sun fino al 1968, ma senza la magia del luogo precedente e di quei primi tempi inconsapevoli. Suo figlio Knox guida ancora gli studi di Madison Ave come Sam Phillips Recording Service. Questo invece come studio fu inutilizzato dal 1960 al 1985, quando riaprì come sala di registrazione e attrazione turistica.

Sun Studio, Elvis microphone

Che sia veramente quello usato da Elvis o no, è comunque un microfono che ne ha viste delle belle e che merita un primo piano per tutti coloro che negli anni 1950 ci hanno cantato dentro.

Sun Studio, Marion Keisker's desk

Sopra e sotto, postazione originale di Marion Keisker: la visita si conclude qui. (Appoggiato alla scrivania è la nostra guida, credo che nessuno di noi avrebbe mai osato, anche se è solo una scrivania).

Sun Studio, Marion Keisker's office

The Mississippi Delta begins in the lobby of the Peabody Hotel in Memphis and ends on Catfish Row in Vicksburg. (4) Cos’ha a che fare un albergo di lusso nella storia della musica afroamericana? Qualcosa, perché negli anni 1920/30 le grandi compagnie discografiche del nord usarono diffusamente stanze di grandi alberghi delle città del sud per registrare con apparecchiature portatili i talenti locali.

The Peabody, Memphis, Tn

Al Peabody di Memphis dal 22 al 25 settembre 1929 Brunswick Records (sussidiaria di Vocalion), grazie al lavoro in avanscoperta di H.C. Speir, produsse un gruppo di sessioni eccellenti per varietà, valore artistico e fedeltà sonora. Negli anni i brani sono stati ripubblicati in modo sparso, ma nel 2014 una nuova etichetta inglese, Nehi, ha fatto uscire una raccolta (quasi) completa di quelle registrazioni, Peabody Blues.
Presenti quei giorni (e nella raccolta) erano Furry Lewis (nella sua ultima sessione prima di abbandonare fino a quando Sam Charters lo riscoprì nel 1959), Walter Vinson (al suo debutto), Charlie McCoy, Speckled Red, Jenny Pope, Robert Wilkins (tra le sue la splendida That’s No Way To Get Along, ben ripresa dagli Stones come Prodigal Son), Garfield Akers, Jed Davenport (leader della Beale Street Jug Band), Joe Williams (non il più noto Big Joe Williams), Kid Bailey. Nel disco mancano Betty Perkins e il Last Time Blues di Charlie McCoy (sono in un secondo volume). Anche Jim Jackson e Joe Callicott registrarono nel 1929 al Peabody. Purtroppo le tracce sono state ricavate dai 78 giri esistenti, scegliendo tra quelli in condizioni migliori, ma il risultato è buono comunque. Non si può dire sia un pieno ritratto della scena country blues di Memphis di quegli anni dato che alcuni artisti provenivano da Jackson, città in cui operava Speir, ma in parte lo è.

The Peabody, Memphis, Tn

Chiunque può assistere alla tradizionale sfilata delle papere sul tappeto rosso. Escono dall’ascensore in fila indiana tutte le mattine alle undici per tuffarsi nella fontana della lobby, scena che si ripete al contrario alle cinque del pomeriggio quando tornano nel loro recinto sul tetto; una tradizione cominciata per scherzo nel 1932 e diventata segno distintivo dell’albergo.

The Peabody, Memphis, Tn

La direzione dell’hotel era all’oscuro dei trascorsi e dei legami dell’albergo con la storia musicale di Memphis. I tipi di Nehi speravano di trovare risposte alle loro domande, ma hanno realizzato che nessuno ne sapeva niente; ciò ha stimolato l’inizio di una ricerca interna, probabilmente non ancora conclusa.
Il Peabody offriva lavoro anche alle jug band cittadine per le feste degli uomini d’affari bianchi, e molte big band si esibivano allo Skyway Ballroom (bellissimo salone all’ultimo piano) e al Plantation Roof, il tetto, su cui d’estate si tenevano (e tengono) ricevimenti e feste. Una recente scoperta riguarda Elvis che se al Taylor’s Restaurant, oggi Sun Studio Cafe, firmò il contratto con Phillips, nella lobby del Peabody firmò quello RCA, e in una delle sue camere si prestò al suo primo servizio fotografico.

The Peabody, Memphis, Tn

L’insegna principale vista dal tetto. Come detto, ci sono legami anche con Sam Phillips che qui lavorò alle trasmissioni radiofoniche dal vivo di alcune big band che si esibivano allo Skyway, come Glenn Miller e Tommy Dorsey, dal 1945 al 1950, mettendo da parte denaro per aprire la sua attività.

From The Peabody, Memphis, Tn

Chissà quante altre storie, musicali e non, il Peabody conserva. Vista di Downtown e del Mississippi.

Memphis Arkansas bridge from The Peabody Hotel, Memphis, Tn

Memphis-Arkansas Bridge. Memphis è a un tiro dall’Arkansas e a due passi dal Mississippi.

View from The Peabody, Memphis, Tn

Al Peabody c’è anche uno dei negozi Lansky, il sarto dei musicisti, ne parlerò prossimamente.

(Fonti: Steve Cheseborough, Blues Traveling, The Holy Sites of Delta Blues, University Press of Mississippi, Jackson, 2009, third edition; Peter Guralnick, Elvis, L’ultimo treno per Memphis, Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A., MI, 2004; sito 706 Union Avenue Sessions.)


  1. Parole di Sam Phillips, da Colin Escott, Martin Hawkins, Good Rockin’ Tonight. Sun Records and the Birth of Rock ‘n’ Roll, Open Road Media, 2011. []
  2. A quei tempi il meno noto del quartetto era Jerry Lee Lewis, che come solista esplose l’anno seguente. Era da poco sotto contratto con Sun (scoperto da Jack Clement, produttore da qualche tempo collaboratore di Sam Phillips), e aveva già inciso un disco come solista per loro, ma allora si prestava soprattutto come pianista nelle sessioni altrui, tipo quelle di Carl Perkins. Perkins era giunto alla grande fama (con Blue Suede Shoes), poco dopo Elvis, stimolato a recarsi a Memphis e alla Sun proprio dal successo di quest’ultimo, ma un brutto incidente d’auto l’aveva costretto a un temporaneo ritiro; all’epoca di questa sessione s’era ripreso, ma non riagguantò più le classifiche rock ‘n’ roll.
    Il meno rock ‘n’ roll di tutti e di due-tre anni più vecchio Johnny Cash al momento era la più grande star di Sun (sotto contratto dal 1955, Elvis era già alla RCA), ma è evidente che ciò che spinse Phillips ad attaccare il registratore e a chiamare Cash (e un fotografo) fu la presenza di Elvis, sopravvissuto al suo primo anno di successo strepitoso, già vittima di isteria collettiva e capro espiatorio di insensate crociate moralistiche nazionali.
    Quando tornava a casa Memphis, Elvis passava sempre a trovare i vecchi amici come i due Phillips, Sam alla Sun e Dewey al Chisca, e la sua presenza nello studio di uno o dell’altro era quindi normale, anche se fortuita e per forza di cose non frequente. Quel pomeriggio quando Elvis passò alla Sun, mentre scorrazzava in Cadillac per Union Ave con gli amici del periodo, era in corso una sessione con Perkins (e i suoi fratelli Jay e Clayton, e Fluke Holland alla batteria), che già conosceva, con questo nuovo asso biondo al pianoforte, Jerry Lee Lewis, presentatogli per la prima volta. Tra una chiacchiera e l’altra nacque spontaneo un jam session, che Sam registrò fin quasi dall’inizio, prima di chiamare Cash al telefono, arrivato con giornalista e fotografo al seguito. []
  3. Così è attribuito nel sito 706 Union Avenue Sessions, che accredita lo stesso pianista nel Willie Mitchell’s Combo e nel primo successo di Hi Records, Smokey di Bill Black. Forse è solo una svista sul nome – è Joe Lewis Hall infatti il pianista di Bill Black – ma ho qualche dubbio che sia la stessa persona. []
  4. David Lewis Cohn, Where I Was Born and Raised, University of Notre Dame Press, 1967. []
Pubblicato da Sugarbluz in BLUES & PICS // 26 Settembre 2016
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Un commento per “Memphis, Tennessee – pt 1

  1. Mark Slim ha detto:

    Brava Tiziana!!! Non hai trascurato nessun dettaglio, come sempre… 😉

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