Nappy Brown – Long Time Coming

Nappy Brown, Long Time Coming CD cover

Mentre sto scrivendo queste righe, 27 settembre 2008, molto lontano da qui, a Charlotte, North Carolina, sono in corso i funerali di uno degli ultimi shouter di successo degli anni 1950.
Napoleon Brown Culp, classe 1929, in arte Nappy Brown, fu parte del circuito gospel degli anni 1940 prima di diventare una star di Savoy Records, in rappresentanza di quell’affascinante connubio, alla sua massima sintesi proprio a metà del secolo scorso, tra rhythm ‘n’ blues, rock ‘n’ roll, blues e gospel.
Gli iniziatori di questa sintesi furono i suoi ispiratori, Wynonie Harris, Roy Brown, Big Joe Turner, Ray Charles, Screamin’ Jay Hawkins, come s’evidenzia anche da questo disco, contemporaneamente il primo e l’ultimo dell’epoca moderna a valorizzare il suo canto potente e il suo gusto musicale, all’età di 78 anni.

Fu Bob Margolin negli anni 1980 a recuperarlo dal dimenticatoio facendogli registrare pregevoli versioni di classici, tra le quali ricordo una nitida e acustica Worried Life Blues in un disco di Margolin degli anni 1990, che mi colpì tanto da dover cercare chi fosse quest’interprete poco conosciuto ai nostri tempi, capace di suscitare tante emozioni.
È stato però merito del produttore e chitarrista Scott Cable, individuando in Blind Pig Records il giusto partner, se nella primavera 2007 ha potuto prendere forma a suo nome uno dei migliori comeback album degli ultimi anni, attraverso una produzione attenta e rispettosa.
Registrato nella piccola Kernersville, North Carolina, con un gruppo di musicisti abili nel ricreare le atmosfere di quei tempi là e a far primeggiare il cantante, il dischetto evidenzia la vocalità malleabile e pastosa di questo cantore dell’est, efficace sia come crooner che come shouter.
Nella band figurano il chitarrista Sean Costello, scomparso purtroppo anche lui poco fa, alla vigilia del suo 29° compleanno, il bassista Mookie Brill, il pianista Clark Stern, il batterista Big Joe Maher e l’inconfondibile Junior Watson in qualità di ospite in qualche traccia, tra dodici brani per la maggior parte autografi.

Nappy Brown, "Don't Be Angry", 45 rpm, Savoy Records

L’inizio fa ben sperare perché in Keep on Pleasin’ You troviamo tutti sugli scudi: l’incorruttibile Napoleon in un jump blues swing alla Joe Turner con la già rimpianta Les Paul Goldtop d’epoca di Costello, il B-3 di Jim Pugh, altro illustre ospite discreto ed efficace, come lo sono la sezione fiati The Mighty Lester Horns e il motore possente e morbido della ritmica Brill / Maher.
Soddisfazione anche per l’armonica di Mookie Brill e il piano leggero di Stern nel tempo medio cittadino You Were a Long Time Coming, dove su un soffice stomp Nappy dispensa emozioni blues nel raccontare di un ritorno atteso che ricorda tanto il suo. Costello, come Stern, si limita a condizionare l’ambiente.
Varia ancora direzione cominciando i rifacimenti dei suoi successi con un Savoy 1955, Don’t Be Angry, matrimonio ben riuscito tra R&B e R&R che ha come incipit il suo marchio di fabbrica: la sillabazione, con quel rotondo li-li-li caro al doo-wop. Junior Watson è impegnato a scolpire con stile, leggero come il canto di Brown, che intanto è in ginocchio a pregare, ma non tanto seriamente, d’esser ripreso dalla sua bella.

Nappy continua a stupire con un soul ballad, il brano più intenso del disco, almeno vocalmente. Sto parlando di Give Me Your Love in cui, con la descrizione di Costello, la punteggiatura pianistica di Stern e la maestosità dei fiati che romanticamente compongono la cornice, Brown concede un’interpretazione magistrale, dando valore aggiunto con la sua ancora ottima estensione vocale e il suo caldo baritono, qui rievocante, soprattutto nell’arrotamento delle sillabe e delle vocali, il tono e lo stile di Jay Hawkins; è un Savoy del 1959 ed è un esempio di melisma e vibrato. Impossibile non provare qualche brivido.
Savoy del 1954 è invece That Man, ottima prova orchestrale intrisa di humour sul modello stop-time enfatizzato da Willie Mabon con I Don’t Know. È la situazione del terzo incomodo le cui tracce sono evidenti nella propria casa, e di nuovo sorprende l’estensione tra baritono e tenore, sembra quasi che siano due cantanti ad alternarsi, con Sean Costello a dar man forte.

Nappy Brown, "The Right Time", 45 rpm, Savoy Records

Il fatto che Brown abbia inciso Right Time (Savoy 1957) un anno prima di Ray Charles (fu un successo per entrambi, ma maggiormente per Charles) ha probabilmente fatto pensare che l’avesse scritta il primo, dato che leggo da più parti (Bob Margolin, Art Tipaldi, e altri) che è un originale di Brown, come a correggere tardivamente, in occasione dell’uscita di questo disco, la storica attribuzione al pianista. Che sia stata un cavallo di battaglia di Ray Charles è evidente, e che questi possa aver preso l’idea da Brown è possibile, ma Night Time Is the Right Time non è attribuibile a nessuno dei due.
È una svista grossolana dato che esiste una prima versione del brano, anche piuttosto nota, di Roosevelt Sykes, risalente al 1937, quando Brown aveva solo otto anni. Forse neppure Sykes ne è l’autore e potrebbe averla pescata nella tradizione orale, ma è il primo ad averla incisa, salvo smentite dell’ultima ora.

Nappy Brown's Induction Award

La canzone è il picco blues (comunque orchestrale) del disco, sprigionante passione piuttosto che ricercatezza, con coro di risposta della sezione fiati e Costello più libero, ma ancora senza eccessi.
Dal profondo sud al profondo nord con Who di Willie Dixon, alla Little Walter, con l’ospite John Nemeth all’armonica su uno shuffle pulsante e coeso, polifonico, dove Brown, dopo un tipico, abile solo di Junior Watson, espande in un recitativo e giocando con la pronuncia di who, scimmiottando su “hu” ed echeggiando di nuovo lo spirito di Jay Hawkins.
Cherry Red della coppia Pete Johnson-Joe Turner è reso con l’acustica di Margolin, le spazzole di Big Joe Maher e il contrabbasso di Mookie Brill, mentre Brown ricorda Eddie Vinson, il grande shouter e alto-sassofonista texano che adottò questo sexy blues in otto misure con atmosfera after hours da club notturno.

Per Aw Shucks, Baby si va al 2002 nello studio a Phoenix, Az, di Bob Corritore, all’armonica con bel tono, ospitante il chitarrista Kid Ramos e il pianista Henry Gray, il bassista Mario Moreno e il batterista Chico Chism, il terzo qui recentemente scomparso. L’occasione è di nuovo il blues chicagoano alla Little Walter, con il timbro scuro di Nappy richiamante Muddy Waters.
Le ultime tre del disco sono ancora firmate da Brown. Il lento blues Every Shut Eye Ain’t Sleepin’, classico rimesta-budella, è occasione per mostrare di nuovo Watson, Pugh all’Hammond e i diversi colori della voce del nostro, che s’alza staccandosi dal tono baritonale.

Nappy Brown flyer, gig at The Palms club, Hallandale, Fl.

Si torna poi in terreno cool blues con il Savoy 1957 Bye Bye Baby: Nappy nonostante l’età ancora regge alla grande i volumi di una piccola-grande orchestra come questa; strumenti a fiato, ritmica swing corale e l’immancabile Costello a fornirgli prolungamento espressivo.
Chiudono con un gospel che sembra davvero suonato in chiesa grazie all’eco del pianoforte, prima degli altri strumenti in crescendo, compreso il coro responsoriale dei Broke and Hungry Quartet, a delineare Take Care of Me, Jewel del 1973.
Forse sarebbe stato bene anche a cappella, o solo con il piano, ma è bello anche così. Sembra un saluto a tutti e un augurio a se stesso, una preghiera come se già avesse saputo della sofferenza che l’attendeva.
Scott Cable fu con lui fino all’ultimo da amico, non da manager, e Nappy non mancò di ringraziarlo per il periodo pieno di riconoscimenti dopo l’uscita del disco: «This is the first time in thirty years I’ve had the chance to do my music with cats that understand it». Parola di Napoleon.

(Articolo originariamente scritto nel settembre 2008)

Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 30 Maggio 2010
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