Otis Spann – Sessioni soliste 1963-1966

Otis Spann, Good Morning Mr Blues CD coverOtis Spann, The Blues Is Where It's At CD cover

Dopo le incisioni soliste del 1960 (v. precedente articolo), Otis Spann continua la consueta attività live e in studio con Muddy Waters, e come sessionman presso Chess. Negli anni 1960 le occasioni come sideman variano, non necessariamente sempre con artisti Chess e non solo nell’ambito della MWB (intesa come band che accompagna altri) o in quello dell’American Folk Blues Festival.
Il 26 luglio 1963 è registrato al Copa Cabana Club di Chicago per il Folk Festival of the Blues ancora solo come accompagnatore, per Muddy, Howlin’ Wolf e Buddy Guy (Chess non pubblica tutte le tracce), mentre il 21 settembre c’è una seduta a suo nome per Chess in compagnia di J.T. Brown, S.B. Williamson, Matt Murphy, Willie Dixon e Bill Stepney (Skies Are Blue, My Baby Is Gone, Love Is a Miracle e No, No, No), ma come nel 1956 anche questa rimane inedita.
La sua seconda estesa opportunità solista si concretizza in Europa nell’autunno 1963 in seno all’American Folk Blues Festival ed è sullo stesso piano qualitativo della prima (Candid), se non meglio, anche se poco nota o scarsamente citata.

Portraits in Blues Vol. 3 vinyl cover (Storyville Records)

Prima registra in Germania per Muddy, S.B. Williamson e insieme a Memphis Slim (in realtà ci scappa anche una sua traccia, Had My Fun; dal titolo immagino sia Goin’ Down Slow di James Oden) in ottobre a Heilbronn, Francoforte, Oberhausen, Bremen e Baden-Baden, poi due sessioni intestate a lui e Muddy Waters in località ignota, sempre in Europa e in ambito AFBF.
Cinque tracce di queste ultime oscure registrazioni sono uscite sul JSP 1070 (Rarest Recordings), album già citato nell’altro articolo contenente anche il suo set a Newport, e cinque sul JSP 1056 (Piano Blues Legends, raccolta con anche Professor Longhair, Lyin’ Joe Holley e Little Brother Montgomery). Il resto di quel materiale (non molto, a dir la verità) o parte dello stesso si trova negli album Black Bear 901, 902 (Muddy Waters, Rare Live Recordings, volumi 1 e 2) e 903, e gli accompagnatori sono Willie Dixon, Bill Stepney e Matt Murphy.
È però in Danimarca, a Copenhagen, che dà vita a una bellissima prova solistica live in studio (di Ivar Rosenberg) il 16 ottobre 1963 con la produzione di Karl Emil Knudsen, fondatore di Storyville Records, e undici tracce sono pubblicate nel vol. 3 della serie Portraits in Blues (Storyville Records SLP 157). Gli stessi brani escono poi su un LP di un’etichetta di Los Angeles (Everest Records FS 216) intitolato semplicemente con il suo nome, per conto dell’Archive of Folk Music (fondato nel 1965); non vedo la data di pubblicazione ma è probabile sia 1970, in ogni caso è postumo perché le note di Paul Oliver parlano al passato.

La sessione è apparsa anche su CD Storyville, Blues Masters Vol. 10 (Storyville STCD 8010, del 1991) con tre titoli in più, in totale quattordici brani che si possono trovare anche su GOOD MORNING MR BLUES (Analogue Productions CAPR 3016), CD di un’etichetta di Salina, Kansas, specializzata in ristampe alta fedeltà. Tutti gli episodi sono solitari a eccezione del raffinatissimo Trouble in Mind in cui è accompagnato dalla nobile chitarra di Alonzo ‘Lonnie’ Johnson, a sua volta accompagnato da Spann nello stesso giorno in tutti i brani di una sessione a suo nome (Lonnie Johnson, Portraits in Blues Vol. 6, Storyville SLP 162, e STCD 8004).
È l’occasione giusta per sentire Otis Spann senza interferenze, con in primo piano il suo carattere strumentale e vocale, laid-back e profondamente blues, in un ambiente intimo con una registrazione che lascia trapelare i suoi respiri, i brevi sostenuti delle note finali, il battito del piede (da qualche parte si legge che c’è Willie Smith, ma c’è solo un battito a tenere il tempo, evidentemente del pianista stesso) e ogni piccola sfumatura nello spazio tra lui e il pianoforte; par persino di sentire i suoi pensieri.

Archive of Folk Music, Otis Spann's LP cover

In Good Morning Mr Blues la suggestione pianistica senza tempo va a braccetto con l’espressione vocale colloquiale, rendendo omaggio con timbro sabbioso al più grande ispiratore, il Signor Blues in persona (Good morning Mr Blues, Blues how do you do? / Good morning Mr Blues, Blues how do you do? / You know I feel alright now, but I come home to worry you), e magari anche a Leadbelly, mentre è forse la vicinanza di Lonnie Johnson a ispirare Love, Love, Love, ricordante proprio lo stile del grande e atipico bluesman di New Orleans.
Il lento Riverside Blues potrebbe sembrare autobiografico, ma è attribuito a S.B. Williamson, mentre Must Have Been the Devil è il suo potente signature song, qui uno stomp-boogie barrelhouse più tirato e meno urbano rispetto alla versione Candid.
Esempio fino di double entendre, fino perché consegnato con attitudine rilassata e spirito sarcastico, e una delle più belle sorprese, è Jelly Roll Baker, a tutti gli effetti preso da Lonnie Johnson, anche lui maestro di flemma sopraffina. Spann arrangia le stanze a modo suo, ma mantiene una delle quartine più efficaci appropriandosene e ripetendola in finale: (1)

I was sentenced for murder
In the 1
st degree
Judge's wife called up and says

"Please let Spann goes free
'Cause he's Jellyroll Baker

with the best jelly roll in town
Yes, he's the only man can bake jelly roll, whoa

with his damper down"

chiamando poi Lonnie prima del break come se dovesse farlo lui, ricordando Big Maceo Merriweather in questo, e concludendo con una risatina d’intesa.
E a proposito di Merriweather non poteva mancare il drammatico Worried Life Blues, a cui consegna una mitezza tutta sua, seguito dallo splendido e caratteristico T.B. Blues, forse ispirato dall’omonimo vecchio brano di Victoria Spivey eseguito proprio durante il festival europeo di quell’anno. Questo contiene un’inaspettata escursione enfatica sulle note basse, e poi il pianista chiede, come a interpretare lo stupore dell’ascoltatore, what happened? (2)
Il breve Spann’s Boogie è inno alla tradizione, richiamante il Pinetop’s Boogie Woogie di Clarence Smith, e Goin’ Down Slow è il celebre brano di Oden, omaggiato anche con Don’t You Know (sarebbe Can’t Stand Your Evil Ways), meno vivace rispetto alla versione Candid.
Le tre tracce aggiunte sono la lirica The Skies Are Blue, il blues di S.B. Williamson II Keep Your Hand out of My Pocket, incisa qui per la prima volta e ripresa l’anno dopo per Decca, e l’indimenticabile Boots and Shoes, al quale sono affezionata perché è uno dei primi blues in assoluto che sentii, in una raccolta per neofiti europei; m’impressionò molto, a partire dalla vocalità fumosa. È un gioiellino ritmico intimo ed espressivo tratto dal Meet Me in the Bottom di J.L. Hooker, con aggiunta di versi dal Louisiana Blues di Muddy Waters. Se per Keep Your Hand posso anche ammettere che la versione Decca con la band sia più “accattivante”, è indubbio che la prima e solitaria Boots and Shoes di questo disco sia impareggiabile (il brano sarà rifatto con altri titoli).
Sempre in occasione del tour europeo del 1963, a fine ottobre a Manchester lui e il resto del gruppo AFBF sono registrati per il programma TV (Granada) I Hear The Blues. Tornato a Chicago, il 17 novembre supporta (insieme a Slim Willis e Robert Whitehead) una sessione di Johnny Young per Testament.

Vinyl cover of The Blues of Otis Spann, Decca Records

La settimana successiva all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (22 nov. 1963), Norman Dayron e Pete Welding registrano a caldo le impressioni di alcuni bluesman a Chicago; Kennedy era amato dagli afroamericani nonostante le origini borghesi, e la morte inaspettata nutre la disperazione e il mito. Otis Spann contribuisce con Sad Day in Texas, adattando parole scritte per l’occasione sul tema musicale mezzo improvvisato al Newport 1960, Goodbye Newport Blues (ispirato dal Third Degree di Eddie Boyd).
Il vinile di queste incisioni esce sull’etichetta di Welding con il titolo Can’t Keep from Crying, Topical Blues on the Death of President Kennedy (Testament S-01, 1964), ma nel TCD 5007 ci sono anche due brani in cui accompagna Johnny Young, I Tried Not to Cry e Tribute to J.F.K.. In dicembre o gennaio (1964) registra due tracce per One-Derful, accompagnato da Louis Myers e Willie Smith, credo ancora inedite, Lovin’ Girl e The Name of the Blues.
Torna in Inghilterra nella primavera 1964 per l’American Folk, Blues and Gospel Caravan promosso da Harold Davidson, e Mike Vernon organizza una sessione negli studi Decca a West Hampstead, Londra, il 4 maggio, con Muddy Waters (che registra come “Brother” a causa del contratto Chess), Ransom Knowling e Willie ‘Big Eyes’ Smith.

Nascono ventiquattro tracce (due sono alt take), e dodici di queste prendono posto nel vinile uscito nello stesso anno, THE BLUES OF OTIS SPANN (Decca LK4615).
Al gruppo si unisce Memphis Slim in due brani improvvisati con Muddy (Mojo Rock ‘n’ Roll e You’re Gonna Need My Help): nel secondo, in cui Muddy canta un paio di versi fuori microfono, Slim usa un piano verticale truccato con puntine da disegno nei martelletti; per anni molti sono convinti che sia una clavietta elettrica o un harpsichord, ma nel 1997 Vernon ha smentito. Anche Spann (purtroppo) usa il piano preparato dall’effetto honky-tonk, in quattro episodi (tre in questo disco).
Sono inoltre presenti Eric Clapton (Stirs Me Up e Pretty Girls Everywhere) e Jimmy Page (alt. take di Keep Your Hand out of My Pocket), poi Page interviene anche in Stirs Me Up sovra-incidendo armonica, chitarra e basso; come i brani di Slim, anche questi non entrano nel disco di Spann.
Spann rifa alcuni brani della sessione precedente, come Meet Me in the Bottom (Boots and Shoes AKA Mr Highway Man), storia di un uomo in fuga su un robusto jump con la voce e il pianoforte a far tutto, tanto che la ritmica di Willie Smith e Ransom Knowling non sembra in più solo perché ben fatta, Keep Your Hand out of My Pocket, bel Chicago blues in cui i quattro procedono come uno solo (qui fratello Muddy mostra come suonare con Spann), e allo stesso tempo vicino al ragtime sia per la timbrica che per lo stile stride, e Spann’s Boogie, breve strumentale ricco di brio e inventiva ben sostenuto da ‘Big Eyes’ Smith che dà esempio del suo perfettissimo shuffle.

Tra le “novità” ci sono la compatta Rock Me Mama di Crudup, quasi uno swamp blues alla Slim Harpo (sembra d’individuare la mano del produttore), la brillante I Came from Clarksdale, in cui Muddy, anche come ispirazione, è fondamentale (Otis lo chiama per il solo, watch out, brother!), e con il profondissimo passo di Ransom Knowling ricordante un basso tuba, e Sarah Street, bellissimo down tempo con lavoro fino di Knowling, Smith, che in tutto il disco usa spazzole e rullante, e Muddy, insinuato con naturalezza tra il pianismo e la vocalità di Spann e sempre sulla stessa lunghezza d’onda.
Due tra i brani con il pianoforte preparato sono boogie perché è chiaro che quel timbro brioso non si confa ai lenti. Uno è un jump-blues a tempo medio, The Blues Don’t Like Nobody, l’altro è Jangle Boogie, strumentale alla Meade Lux Lewis mostrante la confidenza di Spann, mentre Muddy dinamizza il timbro metallico altrimenti un po’ piatto.
Nelle note Neil Slaven dice che T-99 si riferisce a Jimmy ‘T-99’ Nelson, ma non c’entra dato che si sente chiaramente il Tee Nah Nah di Smiley Lewis, e quindi il titolo dato per assonanza. (3) Aveva già ripreso il tema nella sua seconda registrazione da solista alla Chess nel 1956 con I’m Leaving You (v. il precedente articolo su Spann); anche qui usa il piano con le puntine, come in Nobody Knows, quest’ultima esclusa dal disco e pubblicata su LP Black Magic (9004).
Il pianoforte normale si può sentire ancora in due bellissimi lenti, nella parabola blues della pecorella smarrita, Lost Sheep in the Fold, accompagnato da batteria e contrabbasso minimali, e Natural Days, con l’aggiunta del tocco altrettanto minimalista di Muddy, mentre I Got a Feeling è la prima versione del moderato che farà nella sessione di The Blues Never Die, qui più blues ballad.

I brani esclusi escono su altre pubblicazioni Decca e sulla sussidiaria Deram, su Ace of Clubs (Raw Blues) e nel 1984 su un lato dell’olandese Black Magic (LP 9004), Take Me Back Home, citato nel primo articolo perché dall’altra parte ha sei rimanenze della sessione Candid. Nel 1980 Black Magic, quando si chiamava ancora Black Cat, pubblica una riedizione di The Blues Of con l’aggiunta di due brani (My Home Is in the Delta e You’re Gonna Need My Help), Half Ain’t Been Told (LP 001). Inoltre nel 1993 esce un CD, The Blues of Otis Spann… plus (See For Miles Records) che contiene i dodici originali del vinile più quattro (Country Boy, Pretty Girls Everywhere, You’re Gonna Need My Help e Stirs Me Up); mentre i primi tre sono ottimi, l’ultimo è rovinato dagli overdub.
L’operazione overdub purtroppo non s’esaurisce con Page. Vernon, non nuovo a recuperi di questo tipo, quattro anni dopo ha la malsana idea di un rimissaggio generale e sovra incide qua e là due sassofoni (Bud Beadle e Steve Gregory), una tromba (Rod M. Lee) e una chitarra (Spit James).
Rinomina poi i remix con titoli più beatnick (4) e li pubblica nel 1969 in un LP (Deram 1036) denominato Cracked Spanner Head, con copertina pseudo-psichedelica in cui campeggia un surfista: tutto ciò a nome di Otis Spann. Siete avvertiti.

Invece di sparire nel vuoto cosmico, questo assurdo artefatto è stato ripubblicato con quattro tracce in più su CD in una confezione doppia (The Blues of Otis Spann / Cracked Spanner Head) associato al disco originale il che, se non salva l’operazione, anzi la palesa ancor più inutile e ridicola, almeno rende evidente che è lo stesso disco e uno è solo la brutta copia dell’altro, con non so quanta soddisfazione dell’acquirente. Inoltre mi sembra sia stato aggiunto un effetto eco esasperante i suoni.
Ancora a Manchester, Spann in maggio partecipa ad altre registrazioni per Granada TV, accompagnando Muddy e Sister Rosetta Tharpe nell’ambito del programma The Blues and Gospel Train. Le registrazioni europee di maggio proseguono per Muddy (Hoochie Coochie Man, LRC CDC 9050) non si sa dove, e a suo nome con Ransom Knowling e Willie Smith alla Maison de la Radio a Parigi per tre tracce poi uscite su una compilazione Armando Curcio Editore (84 – La grande storia del rock) stranamente accoppiate con alcune del duo di New Orleans Shirley & Lee; nella stessa situazione parigina accompagna Sister Rosetta Tharpe. Tornato a Chicago è di nuovo in una sessione di Johnny Young con Slim Willis e Robert Whitehead, per il produttore Olle Helander e Swedish Broadcasting Corporation.

CD cover of "The Blues Never Die" (Prestige Records)

A fine anno c’è un’altra sessione a suo nome, ma condivisa con James Cotton, pubblicata nei primi mesi del 1965 con il titolo THE BLUES NEVER DIE! su Prestige (LP PR 7391, note di Pete Welding).
Da ciò che annota Sam Charters su The Bluesville Years Vol. 2, Feeling down on the South Side (riportato nel documento di Alan Balfour citato nelle fonti) s’evince che quest’occasione, la sua seconda americana da (quasi) solista a più di quattro anni dalla prima, è del tutto casuale.
Infatti, dopo un concerto al Carnegie Hall, nessuno della Muddy Waters Band è in grado di pagarsi il viaggio di ritorno, così Charters sostiene le spese per conto di Bluesville (sussidiaria di Prestige), che si rifarà con questa sessione di scambio il 21 novembre a Chicago.
Sono undici episodi di qualità regolarmente ristampati nel tempo, dalla tedesca Bellaphon, dalle inglesi Stateside e Ace, e da Prestige nel 1972, fino all’edizione del 1990 su dischetto (530-2) Original Blues Classics, masterizzato da Phil De Lancie negli studi Fantasy a Berkeley (Fantasy è proprietaria dei marchi Prestige e Bluesville).
Le parti vocali sono a metà tra Spann e James Cotton, armonicista della band dal 1956/57, strumentalmente è un lavoro d’insieme quasi tutto su tempi medi chicagoani; una fotografia della MWB del periodo, con la ritmica del bassista Milton Rector e del batterista S.P. Leary. Anche qui Muddy è in incognito (Dirty Rivers), ma molto meno presente rispetto alla sessione inglese dando spazio a James ‘Pee Wee’ Madison, nel posto lasciato vacante da Pat Hare.

Spann riprende molto bene I Got a Feeling e invece con poca energia Must Have Been the Devil, ma anche questa reticenza ha il suo fascino. La sua novità più bella è The Blues Never Die, suggestiva e tipicamente spanniana con eccellente lavoro di Cotton all’armonica, mentre la più atipica è After Awhile, mississippiana ad andatura swing alla Howlin’ Wolf, canto alla John Lee Hooker e l’unica in cui si sente la chitarra di Muddy.
Come On invece è più ordinaria, ma ciò che non è ordinario qui è l’esecuzione della band, un insieme spinto dalle stesse motivazioni, dalla stessa attitudine e dall’equivalente bravura.
Tra le cose portate da Cotton spicca il passo funereo di One More Mile to Go (Been a hard bitter journey, and I don’t have to cry no more / Baby keep your light up burnin’, so your man will know the score / One more mile, one more mile to go / There’s been a hard bitter journey baby, and I don’t have to cry no more), perla maggiorata dal controcanto della band (anche Muddy), e non da meno è l’uptempo Feelin’ Good, dal repertorio di Junior Parker e con ritmica esemplare.
Dust My Broom è naturalmente il classico di Robert Johnson via Elmore James, e I’m Ready è il classico di Dixon via Muddy, nato qualche anno prima da una risposta dell’armonicista Little Willie Foster (cugino di ‘Baby Face’ Leroy Foster) alla domanda se fosse pronto (risposta: I’m ready, ready as anybody can be).
Più tipici di Cotton sono invece Straighten up, Baby, da lui inciso dieci anni prima per Sun Records, e Lightnin’, tonico strumentale di gruppo in cui si rileva la sua prima influenza, S.B. Williamson II.
È un disco da avere in quanto ben eseguito da musicisti all’apice della “catena alimentare” di Chicago, ma non uno dei più rappresentativi di Spann nella prospettiva solista.

Vinyl cover of "Otis Spann's Chicago Blues" (Testament Records)

Il 22 novembre 1965 Otis accompagna Johnny Young (ai Sound Studios di Chicago) per Arhoolie, prodotti da Chris Strachwitz e Pete Welding, con il tecnico del suono Stu Black. Il risultato si trova nel bellissimo Chicago Blues (CD-325, ne ho parlato nello scritto dedicato a Big Walter Horton). Da segnalare quattro duetti di Spann con Young (voce e mandolino), I’m Doing All Right, Keep Your Nose out of My Business, Moaning and Groaning e Stealin’.
Tra il 1965 e il 1966 Pete Welding lo registra a Chicago per la sua Testament Records, da solo e come accompagnatore, e un album esce nel 1966 con quattordici tracce, OTIS SPANN’S CHICAGO BLUES (T-2211, esistono due vinili con copertine diverse, una è simile a quella di The Blues Never Die), anche in Inghilterra nel 1967 con il titolo NOBODY KNOWS MY TROUBLES su Bounty (BY 6037). Nel 1994 esce il CD (Testament TCD 5005) con una traccia in più, G.B. Blues, strumentale da una sessione di Johnny Shines del giugno 1966, con Big Walter Horton, Lee Jackson, Fred Below.
Sembra siano state almeno due diverse occasioni dato che c’è differenza di volume e di qualità audio tra gli otto brani solistici e i cinque in cui è con Cotton, Johnny Young, Jimmy Lee Morris e S.P. Leary – questi ultimi come audio sono i peggiori – più uno accompagnato solo dalla batteria di Robert Whitehead, Vicksburg Blues, il noto brano di Little Brother Montgomery (ripreso da molti come 44 Blues), qui però la bassa qualità gioca bene perché sembra inciso negli anni Quaranta, non nel 1966. A dare l’impressione non è solo la sporcizia, ma anche la scansione di Whitehead e lo stile di Spann, mai stato così vicino a Maceo Merriweather (per questo è interessante, non perché sembra più vecchio); questo è anche più compiuto rispetto agli altri brani, tutti molto brevi.

Cover of vinyl "Nobody Knows My Troubles" Otis Spann's Chicago Blues

In particolare i brani con la band sono quasi inascoltabili, e se la voce bassa e uniforme di Otis potrebbe imputarsi a una disfonia temporanea – difficile giudicare in quel mare di riverbero – non si giustifica il resto.
Peccato, perché a parte le riprese di Get Your Hands out of My Pocket e Sarah Street, ci sono novità come Jack-Knife, strumentale di gruppo in cui Otis è all’organo elettrico, ma il suono è irrimediabilmente impastato.
Nuovi titoli sono anche Lovin’ You, ancora all’organo, e Who’s out There?, uptempo in cui purtroppo non si distingue Johnny Young e non si riesce ad apprezzare l’accoppiata Lee Morris / S.P. Leary, l’unico che risalta è Cotton.
Meglio i brani da solo, tra suoi e altrui. Nei primi troviamo lo slow introspettivo Nobody Knows My Troubles e il rimarchevole You Can’t Hide, walkin’ bass e improvvisazione sulla scala pentatonica. What’s on Your Worried Mind è un bel classico blues mentre Spann’s Boogie Woogie è un’altra versione esemplare del suo taglio boogie in piena esaltazione della tradizione.
Worried Life Blues qui è più contratta e veloce rispetto ad altre versioni, prima del traditional See See Rider personalizzato, del bellissimo One-Room Country Shack di Mercy Dee Walton e del superbo quadretto di Lonnie Johnson Mr Jelly-Roll Baker inaugurato nella sessione Storyville.
Sei di questi brani (tre con la band e tre da solo) si trovano anche nella raccolta I Wanna Go Home di Hightone Records (2003) un po’ ripuliti, insieme ad altri sei Testament incisi nel 1968/69, parte di ciò che contiene un disco (TCD 6001) del 1997 che raccoglie sedici inediti (anche dal vivo), Live the Life.

Muddy Waters and Otis Spann
Muddy Waters e Otis Spann

Dal 27 al 29 gennaio 1966 è a Toronto, sia come membro della band di Muddy che come solista, in una trasmissione televisiva della rete CBC sponsorizzata dalla compagnia telefonica.
Queste belle esibizioni, che comprendono anche altri bluesman, sono uscite in un DVD chiamato (Colin James Presents) (5) The Blues Masters e Spann nei suoi episodi è su di giri, complice forse, oltre al liquor, la fama che in quel periodo la compagine di Muddy ha presso i giovani rocker. Se non avete il DVD (Rhino) ammirate cosa fa in ‘Tain’t Nobody Business e in Blues Don’t Like Nobody.
Tornato a Chicago, oltre a Muddy accompagna in studio Magic Sam (Out of Bad Luck), Shakey Jake (Respect Me Baby, A Hard Road), Floyd Jones ed Eddie Taylor (Testament T2214 / TCD5001), Johnny Shines e Big Walter Horton (Testament T2212 / T2217 / TCD5015, Hightone HCD8153) (6) e, con la band, Big Mama Thornton ai Coast Recorders di San Francisco il 25 aprile 1966.
Il 20 agosto invece accompagnano John Lee Hooker al Café Au Go Go al Greenwich Village (John Lee Hooker, Live at Café Au-Go-Go) prodotti da Bob Thiele per Bluesway, sussidiaria ABC/Paramount. (7) Quella sera i newyorchesi vedono una all star band: Spann, Francis Clay, Mac Arnold, e ben quattro chitarristi, oltre a Hooker e Muddy, Sammy Lawhorn e Luther ‘Snake’ Johnson (detto anche Georgia Boy).

Dieci giorni dopo Bluesway ferma su disco anche Spann, producendo sempre a New York nove brani per THE BLUES IS WHERE IT’S AT, usciti nel 1966 su LP Bluesway (BLS 6003) e nel 1994 in CD su BGO (CD 221). Bob Thiele cerca di riprodurre il clima delle registrazioni Hooker organizzando un live in studio con un piccolo pubblico, e gli stessi accompagnatori (il tecnico del suono è Bob Arnold). Robert Gordon nel libro citato nelle fonti dice che anche il disco di Spann fu registrato al locale, e che comunque le tracce di Hooker potrebbero essere state rifatte successivamente.
Comunque sia, l’atmosfera è perfetta, l’eco pure e il risultato è da non mancare; forse l’unica svista (oltre agli applausi troppo alti) è stata far suonare George Smith in acustico. C’è anche da dire che è un disco più di chitarre che di pianoforte – ma queste fanno interventi tagliati su misura e hanno un suono superlativo, mentre il canto ambrato ed espressivo di Spann da solo compie metà della magia.
Anche dove Otis riprende, l’approccio e il suono rappresentano comunque unicità, come nel suo classico slow Down on Sarah Street, ben innervato dalle chitarre e in cui George Smith immette una vena romantica, altrettanto nel T’Ain’t Nobody’s Business If I Do (si sente una voce che la chiede, o l’annuncia), tirato fuori con grinta e realismo pochi mesi prima a Toronto e qua ancor più notevole, impreziosito da Sammy Lawhorn. My Home Is in the Delta è uno dei due in cui si sente la chitarra di Muddy, il brano è suo (le precedenti versioni sono su Walking the Blues e The Blues Of).
Sono novità il divertente Popcorn Man, attribuito a Muddy, il suo Nobody Knows Chicago like I Do, spontaneo tributo ai musicisti della città e in particolare ai presenti, e la bella sorpresa Brand New House, di Woody Harris e Bobby Darin (quello di Beyond the Sea, parte di una lunga stirpe di cantanti italo-americani), mantenente solo un paio di strofe topiche e trasformata da canzone pop a rovente slow blues dedicato alla futura brand new bride, Mahalia Lucille Jenkins.
Completano il robusto Chicago Blues, che sembra una seconda parte di Nobody Knows Chicago like I Do, Steel Mill Blues, maestosa versione di Five Long Years di Eddie Boyd dalle ancora formidabili chitarre (Lawhorn e ‘Snake’ Johnson), e il lento strumentale Spann Blues che parla attraverso i bellissimi solo di Lawhorn, ‘Georgia Boy’ e ‘Harmonica’ Smith, prima del suo vibrante autografo finale che sigilla questa sessione magistrale.

The Everlasting Blues vs Otis Spann (Spivey Records)

Il 9 ottobre 1966, mentre è in tour a L.A. con Muddy, subisce un infarto: è il primo grave segnale di una salute vacillante; dopo qualche giorno torna a Chicago e riceve ulteriori cure.
Il 25 novembre è ancora a New York, a registrare per l’etichetta di Victoria Spivey, (8) che lo sostiene sulle pagine di Record Research e lo registra diverse volte nella seconda metà degli anni 1960.
I dischi della produzione Spivey sono rari, e Spann si trova come accompagnatore e solista in vari LP (1008, 1010, 1013, 1031 – e nel 1017 [Spivey’s Blues Showcase] con solo una traccia solista, If I Could Hear My Mother). Di questi ho sentito solo i primi due vinili, LP 1008 del 1966, ‘TAIN’T NOBODY’S BUSINESS WHAT I DO, e LP 1010 del 1968, THEY DONE IT AGAIN!, entrambi collettivi e intestati a “The Bluesmen of the Muddy Waters Chicago Blues Band”.
Il primo volume ha dodici brani suddivisi tra Spann (2), l’armonicista George ‘Harmonica’ Smith (2), il chitarrista Luther Johnson (2) e Victoria Spivey (3, in almeno due della Spivey, Samuel Lawhorn è lead guitar, e usa lo slide), e tre strumentali della band. Il batterista è Francis Clay e tra i crediti figura “Main Stream”, nome in codice di Muddy Waters che suona poco e/o non è riconoscibile per motivi contrattuali, da qui lo pseudonimo. Si sente un basso elettrico, credo suonato alternativamente da Luther Johnson e da Sammy Lawhorn, entrambi offrenti contributi eccellenti alle chitarre in tutto il disco, di classico Chicago blues. Nei suoi due (You Done Lost Your Good Thing Now e Ain’t Nobody’s Business What I Do) Spann s’accompagna all’organo, per il resto usa il piano. Il primo è un lento ben stemperato dall’organo e dalla chitarra satura, come peraltro il secondo, in una versione simile alle altre sue del periodo, tranne l’uso dell’organo e il contributo vocale della Spivey. La chitarra di Lawhorn o di Luther Johnson (propendo per Lawhorn) è jazzy e splendida. Nel CD P-Vine sono aggiunti due bonus di Spann, You Know You Don’t Love Me Baby e Why Don’t You Leave Me Alone.

Le altre sessioni Spivey avvengono dopo il 1966 ma le accenno qua per comodità.
Il secondo volume sopracitato (LP 1010) contiene sei brani registrati nel ’67 e quattro nel ’68, credo anche questi nell’appartamento della Spivey, e osa di più come sonorità (non Spann), e come riverbero. Qui appaiono – oltre a Spann, Spivey, Sammy Lawhorn e Luther Johnson – il bassista Little Sonny (Lawrence) Wimberly, i batteristi S.P. Leary e Willie Smith, l’armonicista Paul Oscher, e un terzo chitarrista, ‘Pee Wee’ Madison. Vi partecipa inoltre Lucille Spann, che dal 1967 duetterà (troppo) spesso con il marito. Spann accompagna ovunque tra piano e organo e in quattro canta: con l’organo in Diving Mama, duetto con Victoria Spivey sulla falsariga di Ain’t Nobody Business, supportati da ‘Pee Wee’ Madison e Willie Smith, Wonder Why, con Lucille accompagnati da Luther Johnson, Wimberly e Leary, Mother and Son, di nuovo all’organo e con Victoria Spivey sul finale, inserti wah wah di Madison, solo di Oscher e batteria di Smith, e She’s My Baby, solo alla voce e al piano con ritmica di Luther Johnson, Wimberly e Leary; in tutti questi Sammy Lawhorn è lead guitar.
Completano gli strumentali collettivi Blues Trot e Blues For Spivey (per il secondo le note segnalano Lawhorn in “high register soloings” e Johnson in “lower register soloing”: non l’unica colorita curiosità nei crediti delle copertine Spivey), Been Hurt, da Luther Johnson, Last Night, che Madison, voce e lead guitar, dedica all’appena scomparso Little Walter, Funky Broadway, portata dal bassista Little Sonny Wimberly, alla sua prima registrazione vocale, e How Much More, che Lawhorn prende da J.B.Lenoir, e anche per lui prima registrazione alla voce.
La riedizione in CD di P-Vine aggiunge quattro bonus: Yes Sir! Boss (Muddy Waters Blues Men), Take Webster’s Word For it (di Victoria Spivey, alt take di quella contenuta nel disco precedente), registrati nella prima sessione del novembre 1967, e di Spann I’m A Bad Boy e Going Back Home, del 1969.
Anche se le copertine dei dischi Spivey danno l’impressione di manufatto casalingo, per la mancanza del colore, i caratteri battuti a macchina, i commenti e la grafica tipo collage di ritagli fotocopiati, la qualità audio è buona, soprattutto nel primo volume.

Il vinile 1013 (1969), THE EVERLASTING BLUES VS OTIS SPANN, nonostante il titolo non è un disco solista di Spann (forse dedicatogli perché dev’esser uscito appena dopo la sua scomparsa dato che le note di copertina parlano di lui al passato), ma ancora un collettivo d’eccellenza chicagoana, con Johnny Young (mandolino), Luther Johnson, S.P. Leary e il chitarrista diciassettenne bianco Peter Malick. (9)
Contiene otto registrazioni effettuate durante la settimana di Spann al Cafe Au Go Go di NY nell’aprile 1969 con Johnny Young e la band sopracitata, o almeno secondo le note di copertina, mentre il sito Wirz’ American Music dice che solo le tracce di Young sono dal locale, e Peter Malick qui racconta come arrivò a suonare con loro al Go Go, ma parla di tracce registrate al Nola Penthouse Studios di New York. Spann è solista in I’m a Bad Boy e You’re Going to Miss Me When I’m Gone, e ne hanno due a testa anche Johnny Young e Luther Johnson, più una attribuita a Spann e Johnson come “comedy sketch” (Where Is My Wife?) e un duetto Spivey-Spann (Going Back Home).
Dell’LP 1031 invece, UP IN THE QUEEN’S PAD, registrato nel 1969 e uscito a suo nome, ne parlo nel prossimo articolo (anche se come detto questi ultimi due non li ho sentiti).

Chicago/The Blues/Today!

Riservo quindi un altro articolo per la fase finale, in cui registra ancora per Bluesway, Testament e altre etichette.
Questo intenso periodo lo chiudo con le prime registrazioni Vanguard (antecedenti a quelle Spivey e a The Blues Is Where It’s At), nel CD (VMD 79216) CHICAGO / THE BLUES / TODAY! (Vol. 1) con le tracce originali uscite nel 1966. Nelle note l’autore Sam Charters, produttore della sessione, traccia un ritratto romantico del South Side di Chicago, dei suoi locali e musicisti, ma non dà nessuna indicazione su come e quando fu fatta. Tuttavia nella discografia di Bill Rowe si riporta che è avvenuta nel dicembre 1965 agli studi RCA, 445 N Lake Shore Drive. Nella stessa situazione, Spann accompagna le registrazioni del Jimmy (James) Cotton Blues Quartet.
Nei tre volumi, Vanguard cattura una fetta della scena chicagoana; Otis Rush, il quartetto di James Cotton, Homesick James, Johnny Shines, Johnny Young e Big Walter Horton, e in questo volume, oltre ai cinque bellissimi brani di Spann, ce ne sono altrettanti della band di Junior Wells (con Buddy Guy, Jack Myers e Fred Below) e di J.B. Hutto & His Hawks.

La sua bella voce purtroppo è danneggiata, forse una raucedine; come si vede in molte foto, Otis è un forte fumatore e infatti, come detto, da lì a qualche mese avrà un infarto. A ogni modo la capacità e la comunicativa sono integre, e il pianismo appare all’apice espressionista: nella sua vena artistica scorre ancora purissimo sangue vitale, a differenza delle vene nel suo corpo.
È accompagnato solo dal batterista S.P. Leary: condizione ideale dato che i due si leggono nelle intenzioni perfettamente, e Spann fa anche ciò che farebbe un contrabbassista. La qualità audio è brillante e i brani cantati sono solo due, Burning Fire, dramma in cui la voce bruciata non fa altro che aumentarne il fascino, e Sometime I Wonder, ancor più intrusiva, come un liquido denso che penetra goccia a goccia.
Anche gli strumentali sono eccellenti; forse solo Leary e Muddy Waters sapevano accompagnarlo così.
Marie, shuffle che irrompe come una ventata benefica spalancante una porta chiusa, il meraviglioso S.P. Blues, direi un 44 Blues ispirato dalla versione Howlin’ Wolf, e il Signor Boogie Spann’s Stomp: se tutto ciò può arrivare da un uomo malato, allora qualcosa non quadra.
Alla prossima e ultima puntata.

Muddy & Band in Memphis
Otis Spann, Hubert Sumlin, Muddy Waters, James ‘Killer’ Triplet
@Jones Hotel, Memphis, 1956
(Photo Courtesy of Mud Morganfield and Bob Corritore)

(Fonti: Robert Gordon, Hoochie Coochie Man, La vita e i tempi di Muddy Waters, Fazi Editore s.r.l., Arcana Libri, Roma, 2005; Otis Spann Discography at Discogs; The Complete Muddy Waters Discography compiled by Phil Wight and Fred Rothwell; Documento di Alan Balfour su Otis Spann, luglio 2000; Testament Records Discography sul sito Wirz’ American Music; Bill Rowe, The Half Ain’t Been Told, An Otis Spann Career Discography (rivista e aggiornata da Chris Smith e Howard Rye), Micrography, 2000.)


  1. Nel finale dell’originale c’è un’altra altrettanto efficace strofa in cui Johnson cita il Maxwell House coffee, bevanda in voga negli anni 1950. []
  2. Mi viene in mente anche il magistrale accompagnamento in minore di Otis Spann a Buddy Guy in One Room Country Shack (da A Man and the Blues), dove verso la metà irrompe su un registro basso. []
  3. E poi perché avrebbe intestato un brano a Jimmy Nelson, con il quale non aveva nessuna relazione? []
  4. I brani sono rinominati in questo modo: Keep Your Hands out of My PocketCrack Your Head, JangleboogieIced Nehi, Rock Me MamaWagon Wheel, Natural DaysNo Sense in Worrying, The Blues Don’t Like NobodyDollar Twenty Five, I Got a FeelingEverything’s Gonna Be Alright, T-99Lucky so and So, I Came from ClarksdaleSometimes I Wonder, Meet Me in the BottomMr Highway Man, Lost Sheep in the FoldWhat Will Become of Me. []
  5. Colin James è un musicista canadese aggiunto nell’edizione DVD come presentatore. La sua presenza, anche se virtuale, è abbastanza invadente; addirittura suona inserito sul set originale con un montaggio. La trasmissione d’origine si chiamava Bell Telephone Presents the Blues. []
  6. Le sessioni di Floyd Jones, Eddie Taylor e Johnny Shines si tengono ai One-derful Studios, 1827 S Michigan Ave. []
  7. La band di Muddy è ingaggiata al Café Au Go Go anche in maggio e settembre. []
  8. Spivey Records, presso la sua residenza al 65 Grand Ave a Brooklyn, fondata da Victoria Spivey e il suo compagno, Len Kunstadt, editore di Record Research. Spivey registrò anche un giovane Bob Dylan insieme a Big Joe Williams. []
  9. Malick, anche autore e produttore, visse a Chicago insieme alla famiglia di Spann, al 4311 Greenwood nel South Side. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Dischi // 16 Febbraio 2014
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3 commenti per “Otis Spann – Sessioni soliste 1963-1966

  1. fred ha detto:

    When you’re in trouble,
    blues is a man’s (girl’s) best friend.
    When you’re in trouble,
    blues is a man’s (girl’s) best friend.
    Blues is on the way you’re going
    and the blues don’t care where you’ve been.

    The blues never die, and the blues will never leave you babe.
    Happy Birthday Sugar.

  2. Sugarbluz ha detto:

    Thanks so much and belated Happy Birthday to you too.
    But I must correct you. 🙂
    Blues ain’t gonna ask you where you’re going
    And the blues don’t care where you’ve been

  3. fred ha detto:

    Abbandono l’idioma aglosassone per utilizzare quello latino, notando che ci siamo scambiati gli auguri nella data di mezzo, invoco all’uopo la comune locuzione “in media stat virtus” o se preferisce cito Ovidio “medio tutissimus ibis”. D’altronde, lupus mutat pilum, non mentem. 😉
    Scherzi a parte, oltre Otis Spann (che installerei tipo Matrix su ogni pianista che vuole anche solamente provare a sfiorare i tasti e dire oggi ho cercato di suonare blues) sinceramente penso che Cotton all’armonica su The Blues Never Die è letteralmente devastante. Come al solito ottimo lavoro Sugar!

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