Porretta Soul Festival, 21.7.2013

Memphis Rhythm & Blues Show and Revue con Bobby Rush, Pastor Mitty Collier, Rev. Calvin Bridges, Latimore, David Hudson, Toni Green, Falisa JaNayé & Paul Brown And His Allstar Band “Heart and Soul” / Charles Walker & The Dynamites / Sax Gordon’s International Soul Caravan feat. Raphael Wressnig e Igor Prado / Osaka Monaurail

Potrebbe apparire irriverente o inadeguata la scelta della foto di rappresentanza del Porretta Soul, quarta serata, 26º anno, tra l’altro confermata nella pagina delle gallerie fotografiche.
Forse il motivo è che tra gli artisti che dovrebbero essere rappresentativi del soul, cioè gli afroamericani, nessuno quella sera ha spiccato in modo particolare, pena anche la brevità dei singoli set, e sceglierne uno magari solo in base alla fama (es. Bobby Rush) può sembrare un torto a un altro/a (es. Mitty Collier o Latimore) che vanta la sua presenza, pur discreta, nella storia della musica dell’anima. Forse c’è anche un pizzico di provocazione. In effetti un po’ mi spaventa e non mi convince del tutto l’idea che sembrino essere dei giapponesi i “vincitori” della serata, ma l’immagine di copertina se la meritano.
Se è vero che gli artisti neri – vocalmente – sono ancora superiori ai bianchi, e se è vero che hanno sul groppone il compito di, magari, inventare del nuovo che possa competere con la storia, cosa che nessuno pretende dai visi pallidi, è anche vero che condire la propria musica con eccessivo languore, su una base già non così solida, va al di là di quello che si potrebbe definire un gap difficile da colmare e per il quale ci possono essere varie motivazioni.

Aprire le danze quando ancora fa luce è compito di Charles ‘Wigg’ Walker con il supporto di The Dynamites, band di Nashville che arriva anche a dieci elementi, qui a sei e guidata dal chitarrista Bill Elder aka Leo Black, anche autore per Walker. Preparando l’entrata al soulman propongono un proprio strumentale soul-funk moderno in odor di New Orleans, Gorilla, tinto di jazz e con inserto di chant alla indians del Mardi Gras (Iko Iko). Non mi impressiona molto ma è indiscutibilmente suonato bene, anzi suona bene al punto da potermi quasi piacere; ben dosato inoltre l’apporto dell’Hammond.
Nello stesso stile rientra Shangri-La, ancora autografa e tratta dal loro disco, il terzo in collaborazione con Walker, Love Is Only Everything (uscito anche in vinile con copertina vintage), mentre sa di buono in coda lo stacchetto su Ninety Nine and a Half (Won’t Do). A stento lo riconosco ma si nota il cambio di registro più groovy e soul, ciò che in effetti me lo fa subito individuare come classico (rispetto ai tempi d’oro non è cambiato solo il suono ma anche la scrittura), anticipante sia l’entrata di Walker che il cambio di sonorità verso la tradizione southern soul, che i Dynamites riescono a rendere.

Charles Walker, che non ha mai raggiunto le vette della notorietà, attacca il canto ancora buono nonostante il fiato corto sulle belle onde di Do the Right Thing, notevole per esser stato scritto oggi, prima del title track funky-soul del disco di cui sopra, con armonie vocali della band.
Il momento più coinvolgente è la bella ballata di Donny Hathaway I Love You More than You’ll Ever Know, in cui il soulman non si risparmia trasmettendo lo spirito e l’anima del verbo, richiamando l’attenzione e provocando un palpabile brivido nella platea fino a quel momento parzialmente distratta. Ancora ammirevole l’Hammond che lavora in armonia con l’eccellente sezione fiati, composta solo da un sassofono e una tromba.
Anche la ritmica funky mostra la sua validità sia negli uptempo che in un mid-tempo sostenuto come If You Don’t Mean It, in cui chitarra, basso e batteria formano ossatura potente ed essenziale, e il paragone con Sharon Jones e i Dap-Kings corre spontaneo: peccato non siano stati i Dynamites a supportare gli altri artisti soul. In questo contesto anche una ballata più soffice come Still Can’t Get You out of My Heart la incasso, mentre un super-classico come Summertime avrebbe potuto essere evitato, anche per l’eccessivo ghirigoro vocale di Walker.

Dopo il consueto pittoresco intervento dell’emcee inglese Rick Hutton, il cui ricorrente “facciamo uno grand applause” è un tormentone, partono i due terzi del Sax Gordon’s International Soul Caravan, e cioè Raphael Wressnig, Hammond, e Igor Prado, chitarra, con il fratello di questi, Yuri Prado, ai tamburi. Offrono lo strumentale Jellybread di Booker T & The MG’s, con solismi dei due, Prado con bel twang e tono ma poi eccessivo in note, Wressing un po’ frenetico, mancante di “swing” e profondità.
Una montagna di note anche nel successivo funky-soul che non conosco, dove Prado si toglie la chitarra per farla pennellare da uno a caso nel pubblico (ma perché?), poi continuando a suonare senza riuscire a rimetterla del tutto addosso avendo provato a farlo al volo, ed è quasi imbarazzante. Soprattutto però a un certo punto non sopporto più quella ritmica così frammentata e calcata. Prado sembra un po’ fuori controllo. Peccato perché la sua discografia non è male, con uno stile old school.
In definitiva poca genuinità e poca serietà in un set che, pur nella sua brevità, avrebbe potuto esser di tutt’altra pasta.

La situazione non migliora con l’arrivo del terzo, il prestanome di questo ennesimo disimpegnato ensemble di stars, il noto sassofonista Sax Gordon (Gordon Beadle), attivo anche nella sezione fiati della house band di Paul Brown. Il ruolo di sideman è quello in cui s’esprime meglio, mentre vedo che non gli si addice quello da solista, tantomeno la conduzione, nonostante doti non comuni allo strumento.
Con brutto “canto” esordisce nella insipida ballata autobiografica, quasi narrata, Be Careful What You Wish For, seguita dallo strumentale soul-blues One for Duck Dunn, con interventi solistici di Wressnig e Prado, tratto dal disco in cui è ospite della Igor Prado Band (Blues & Soul Sessions); il brano è bello, ma la ritmica è un po’ pasticciata. Wressnig offre poi una versione strumentale del classico di Sam Cooke A Change Is Gonna Come (da Soul Gift con Alex Schultz) con solismo di Gordon, per un risultato d’insieme di nuovo un po’ dispersivo e poco di sostanza.
Riprende Prado con un altro d’epoca, It Ain’t no Fun to Me, in cui canta supportato da una sezione fiati aggiunta, Sweet Porretta Soul Horns (“facciamo uno grand applause”), arrivata directly from Memphis, come dichiarato dal sassofonista (anche se qualche componente è di Budrio, BO). Nel gruppo sono presenti anche due ragazzi e un bambino che dimostra circa otto anni. Bene l’accompagnamento, meno il chitarrismo sfrenato, sempre disturbante e figuriamoci in ciò che tocca il southern soul d’annata, come questo successo di Al Green per Hi-Records.

Non mi era mai capitato di veder un gruppo tutto giapponese e ammetto che in un primo momento lo schieramento m’impressiona, ma quando cominciano a suonare gli Osaka Monaurail, (1) vantanti esperienza ventennale, ci si dimentica da dove vengono perché già mostrano coesione, eccellente dinamica e ritmica infallibile, anche di chitarre, e una sezione fiati (due trombe e un sax) di tutto rispetto, in cui il sassofono è il leader. Componenti fondamentali di un funky-soul, con sopraffini tocchi jazz, diretto e genuino che rimanda senz’altro a James Brown, ma anche al soul di casa Memphis e ai Temptations, vedi la bella versione strumentale di Get Ready di Smokey Robinson.
In realtà l’apertura m’ha ricordato la scena dei Blues Brothers in cui, nonostante l’introduzione musicale perfetta, il pubblico rimane (quasi) di ghiaccio: certo non brillano per vocalità, carisma e la capacità di emozionare oltre il suono e la tecnica strumentale, che invece padroneggiano. Si muovono in sincrono seguendo percorsi provati: sono ottimi esecutori in un’orchestra ben oliata, e i passaggi da un brano all’altro sono senza interruzioni, fatti con maestria. Più di una volta dimostreranno la loro riconoscenza con il tipico saluto nipponico.
L’entrata del cantante, Ryo Nakata, porta la verve necessaria per coinvolgere di più il pubblico, nonostante il suo sia un “canto” ritmico a base di versi gutturali, scattoso come le sue movenze, ispirate a JB naturalmente. Bello lo swing da big band che lo accompagna sul palco, prima di Quicksand e di un call and response un po’ surreale con i fiati, elencante i nomi dei soulman presenti quella sera e di alcuni passati a miglior vita, come Ray Charles, di cui offre anche un’estemporanea imitazione.

I suoi occhi sono sempre strizzati in un’espressione tra il sorridente e il sofferente, completamente calato nel groove del funk e del soul (il bello è che l’ho visto in atteggiamento simile anche nel dopo festival!), e i suoi risponderanno ai richiami con un yeah! in tal perentorio accento giapponese da far sembrare il palco un campo addestramento samurai.
Si trasfigura del tutto in JB con quella che mi pare Give It up, Turn It Loose: il verbo non si coglie, ma il frontman si cala nella parte anche fisicamente, mentre le chitarre tengono dei riff eccezionali e un bel solo in pura attitudine funk, con lo stesso rigore e sostanza del soul e del blues tradizionali, fino alla virata introducente la nota Sex Machine. È evidente che hanno lavorato sodo per ottenere questi risultati (ma forse il batterista e il bassista sono macchine), è inutile dire quanto è difficile riproporre James Brown facendolo con un minimo di senso.
Tuttavia sono talmente serrati, compatti e martellanti che accolgo il momento di Shaft di Isaac Hayes (solo strumentale per fortuna) con sollievo per la, almeno temporanea, frenata. Non che qui la ritmica non sia sostenuta, ma tra il noto riff wah-wah arieggiano la melodia ristoratrice e bei fiati che armonizzano tra loro, con bell’intervento di trombone. Polvere sotto il tappeto non ce n’è.
Continuano a darci un po’ di respiro con un tema (a me noto, ma non ricordo il titolo) di dolce soul suonato dal cantante sulla tastiera ed enfatizzato da belle trombe, ma dura poco perché tornano su di giri con funk preciso e incalzante pregno di soul e jazz, con intricato assolo di chitarra, fino a un finale al fulmicotone con una partecipata Funky Chicken di Rufus Thomas, artista simbolo del Porretta Soul e al quale è intestato il parco in cui si svolgono i concerti. La platea ha rotto il pregiudizio ed è coinvolta tanto da richiedere un bis, non concesso per la scaletta ancora lunga.

La Paul Brown and His Allstar Band prima di accompagnare il Revue si concede un atto tutto strumentale con un medley di classici, 20-75 (Willie Mitchell), Philly Dog (Mar-Keys) e Soul Finger (Bar-Kays).
Eccellente sezione fiati in cui figurano un sax tenore (Gordon), un baritono e una tromba, mentre le componenti più “estranee” e indigeste (come approccio e sonorità) sono la batterista, che pesta come in una punk band liceale e sempre sullo stesso secco e banale pattern (mi fa rabbia, per la miseria, non ha mai sentito Al Jackson Jr?), e il chitarrista, specie negli interventi solistici (idem, non ha mai sentito Steve Cropper?).
Che sia inteso, non che debbano cercare di suonare come loro (ingiusto e impossibile), ma sono maestri del genere (e oltre), e dovrebbero aver imparato almeno in parte la loro lezione.
Del tastierista / hammondista e direttore Paul Brown la cosa più interessante che posso dire è che indossa un gessato bianco originale di Willie Mitchell del 1974, per il resto si nota molto il suo continuo agitare la testa e i suoi sottili e lunghi capelli biondi sempre sparsi nell’aria intorno. Peccato per l’inutile dispersione di energia (l’antitesi del “cool”), che in parte offusca e distrae dalle sue doti di strumentista nell’accompagnare e sostenere con bei tappeti d’organo e significative punteggiature.
Ci sono inoltre un bassista a cinque corde, Walter ‘Hinkie’ Hamilton, che s’esibisce anche come solista nella bella ballata Cigarettes & Coffee, già di Otis Redding, e tre coriste tra cui una, Jackie Wilson, esegue Memphis Train di Rufus Thomas con confidenza (tutti i nomi dei membri di ogni band si possono leggere nella galleria fotografica, non garantisco su quelli degli Osaka).

L’autore della sigla del festival, Charlie Wood, propone Lucky Charm, noiosa ballata, e un mid-tempo altrettanto insipido, Back to Where It Was Before, entrambi all’Hammond, di sicuro non migliorato dagli interventi del chitarrista.
Se ne va per lasciare posto alla prima tra gli artisti del Revue, Falisa JaNayé. Come sappiamo le voci dei neri sono portentose, difficilmente peccano in qualità fisiche e traino emotivo, e anche l’esuberante Falisa non sfugge alla consuetudine. Non si capisce com’è conciata, ma parte con un potente classico di Ike Turner, Fool in Love, peccato per quella batteria che ne condiziona (male) il carattere. Bene i fiati e anche Brown all’Hammond, prima di lasciare il palco con You Won’t Miss Your Water (da non confondere con l’epocale You Don’t Miss Your Water di William Bell).
Savoir faire e presenza scenica anche per David Hudson, con Who’s Making Love, gran successo di Johnnie Taylor. Poi il misconosciuto cantante di Miami si commuove e traghetta la narrazione di That’s the Way I Feel about ‘Cha di Bobby Womack sul suo legame con Porretta e sul ritrovato amore di colei che poi sale per un abbraccio, testimonianza pubblica di una riconciliazione privata avvenuta proprio nella cittadina l’anno prima. Le esibizioni dei solisti del revue sono troppo brevi per un giudizio su ogni artista a tutto tondo; limitandomi al carattere di ogni performance di per sé, questa di Hudson è stata sicuramente a base di sentimentalismo spinto, ma anche questo è parte del mondo soul.

È la volta di Pastor Mitty Collier (non c’è desinenza femminile) da Chicago, città gospel per eccellenza, accompagnata dal Rev. Calvin Bridges per un momento “di chiesa” che non è mancato di partecipazione a partire dal jubilee con veloce e coinvolgente ritmo ragtime, If You Understood My Past. Mitty è ancora dotata di canto rimarchevole (al di là di qualche piccola stonatura) se si pensa che ha rischiato di perdere la voce, e il Rev. Bridges, naturalmente anche cantante, porta le sonorità delle chiese moderne con la tastiera elettrica (rifinite dal suono più ecclesiastico dell’organo di Brown).
Collier racconta della sua conversione partendo dalla ballata che le diede successo ai tempi Chess, I Had a Talk with My Man, ormai da tanti anni trasformata nel brano-sermone I Had a Talk with God Last Night. Mitty ha sufficiente carisma e un suo originale repertorio da pulpito.

Tornando all’ambito mondano Latimore in centro palco con sintetizzatore apre con la sua ballata pop-soul Somethin’ ‘bout Cha’ (batteria sempre troppo alta nel mix), seguita da Let’s Straighten It Out, signature song nello stesso filone soft-soul “atmosferico” della precedente, ma con melodia suadente e azzeccato refrain.
L’allunga lenta e sexy fino alla fine del set giocando sulle dinamiche e sui doppi sensi, imposta la tastiera sul suono della chitarra elettrica (“ho sempre desiderato essere un chitarrista, a volte penso di esserlo”, dice scherzando) e un piccolo duello con il chitarrista, ma di fatto non sovrasta l’atmosfera intima e smooth creata dal synth e dai melismi vocali, aiutato dalle coriste ripetenti il chorus e da Brown con grumoso sfondo d’organo. Il finale è impepato dalla comparsata da una parte di Bobby Rush, che s’insinua nella melodia con l’armonica (meglio di come fa nel suo set), e dall’altra di David Hudson, anch’egli imperniato sul motivo: puro intrattenimento, pura atmosfera per un siparietto estemporaneo ben riuscito.
Forse c’è più musica e comunicazione qua, pur su un’unica linea melodica, rispetto alla più varia ma fredda esibizione del Soul Caravan di Sax Gordon. Quest’ultimo mostra la sua valenza come sassofonista, sono infatti ancora pregevoli i fiati (gli altri sono Kenny Anderson e Steve Herrman).

Toni Green parte già immersa nello spirito soul con un brano che, per carica musicale e intensità emotiva, è perfetto per un finale o perlomeno in una posizione apice, I (Who Have Nothing). Qualcuno la ricorderà degli Status Quo, ma in origine è un classico della canzone italiana, Uno dei tanti (Mogol-Labati), che Leiber e Stoller misero in inglese per Ben E. King, andando poi a finire nel repertorio di molti.
Segno che la carismatica cantante, per la quarta volta a Porretta, dove conta parecchi estimatori, vuole dare il massimo nel breve spazio delle singole esibizioni, senza risparmiarsi e portando in giro un lungo e pesante addobbo, tipo cappotto da sposa, che la rende un po’ impacciata nei movimenti, complici i tacchi alti, ma neanche tanto perché sprizza sensualità da tutti i pori nonostante i suoi dichiarati 61 anni (unbelievable!, esclama qualcuno dal pubblico). Nell’enfasi espressiva Toni si sporge a stringere la mano di una persona sulla carrozzella (di fianco a me) e ad altri della prima fila, distribuendo i suoi I love you a tutti.
Dopo i saluti, alleggerisce con il rock ‘n’ roll Lonely Teardrops inciso da Jackie Wilson (ovviamente non la corista, ma il cantante afroamericano), con andatura calypso e in transazione verso un altro noto party song, Shout!, ben conosciuto a una parte della platea (s’usa ai balli delle congregazioni studentesche americane), tanto che un ragazzo e una ragazza sono chiamati sul palco dopo che Toni li vede ballare come in Animal House, oltre a una big-voiced turista afroamericana che mostra doti di entartainer.

Non mi ha detto granché Bobby Rush, coadiuvato dalle sue due carnose ballerine, Mizz Low and Keena, ancora calato negli aspetti pacchiani da pimp, allo stesso tempo fortuna e limite dei suoi show.
Il motivo però non è quello, e certamente neppure il pompaggio del funky-soul Tight Money, che è così che dev’essere (solo meglio suonato, s’intende), e che gli si addice (anzi, è il genere che gli riesce meglio), ma è quell’insopportabile e confusionario melting pot incontrollato che lo fa deviare subito dopo su She’s Nineteen Years Old di Muddy Waters, diventato terreno di divagazione e dispersione anche con la richiesta di assolo a tutti – evidenziando ancora una volta quanto il blues non sia la sua materia (per l’approccio poco genuino, o superficiale) – e finendo sulle note (idealmente rock ‘n’ roll e swing) di Shake, Rattle and Roll di Big Joe Turner. Il tutto poi con disimpegno da parte sua, cantando poco e attaccandoci l’armonica “blues” anche quando fa a pugni con il resto, e preferendo lasciar fare alla band (e al chitarrista, ahimé!) mentre lui dirige e dispensa sorrisi e abbracci. Probabilmente un miscuglio così azzardato non mi piacerebbe neanche fosse ben arrangiato e suonato da una band agile ed esperta capace di passare con senso da un linguaggio all’altro, o di amalgamarli insieme.

Il gran finale è incitato dal vocione registrato di Rufus Thomas che piove dall’alto dei cieli, così tornano Charlie Wood, con la sua sigla del festival Rufus Thomas Is Back in Town, e tutti i protagonisti del Revue, virando insieme poi su Sweet Soul Music di Arthur Conley e sul gospel corale Praise Him con l’unione di Mitty Collier e del Rev. Bridges.
Al di là della qualità altalenante delle proposte, come nel blues penalizzata dal fatto che l’epoca e gli artisti migliori sono andati, e delle critiche già mosse, sono la professionalità e la continuità le caratteristiche principali di questo evento, rispetto ad altri festival di musica popolare in Italia.
Questo anche grazie a finanziamenti resi possibili dalla capacità d’essersi inserito nella realtà locale fino a diventare attrazione turistica con la partecipazione di tutto il centro, ma anche nella validità del personale tecnico, nell’avere un presentatore fisso (in Italia può capitare d’essere sbattuti sul palco senza essere annunciati) abbastanza preparato sull’argomento e senza scogli di lingua, nelle registrazioni video di qualità e nella loro puntuale diffusione in rete. Non ultimo, il festival ha un sito web utile con le informazioni necessarie e indirizzi veri dal quale arrivano risposte vere.


QUI la galleria fotografica con le didascalie
HERE the complete photo gallery with captions


  1. Monaurail una distorsione di monorail, treni a una rotaia, dal brano [It’s not the Express] It’s The J.B.’s Monaurail della band di James Brown. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 1 Agosto 2013
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7 commenti per “Porretta Soul Festival, 21.7.2013

  1. sofia ha detto:

    okay man, I had to learn 70 tunes which all the artists changed when I got to porretta. I actually am a jazz drummer, even if im white. its terrible you have degraded me to a punk drummer.

  2. Sugarbluz ha detto:

    Sorry baby. This was a jazz drummer, and this… Oh, they were white.
    Maybe it’s not your fault, you’re too young. Take care.

  3. Sugarbluz ha detto:

    *Message for Charlie Wood*
    You, who wrote your angry lines from far away, in a place where lies no music competence nor conflicting opinions, don’t you have the nerve to write down your words directly to me?
    Your accusation of racism, I just can’t understand it.
    You are part of a musicians’ generation that was trained too well, you’re accustomed to positive “reviews” because no one writes sincere reviews today. Blues and soul are attenuated because all of these words like “amazing” and “terrific” that are applied to make everyone happy, everything plain, uniform, massified. Blues and soul are in pain also because of this false treatment. I read fake reviews and politically-correct pieces everywhere.
    That doesn’t mean that they are all false words, but they aren’t all of that true, did you catch it? As there are no reviews that only deal with the pure musical aspect, not as in rock or jazz.
    Sincere reviews no longer exist because writers are paid or in connection with festival, record labels, musicians or they are musicians themselves or they have paid vacation, and so on. Many of them have conflict of interest.
    So if I were you I wouldn’t be so satisfied with those moderate reviews mentioned and linked to, if I were you. Mine has some positive, some negative, it’s free from conditionings and it’s about music that I heard.
    If Uliani survived to 26 of these festivals it’s also because he’s a good politician, do you know what I mean? I mention the boss because he set in too in that page, calming you down like he would do with kids, and telling you that “we can also accept”. That makes me smile. It’s not like you can accept, you have to accept.
    But I can understand, and you should understand if someone tells you that your songs were not so interesting.
    One tells you, me, someone from the audience and a blues/soul fan, and another 100, maybe 1000, just think about the same thing.
    Bravo, but flat. You have studied, and you are educated, fashioned and a lot of nice things, but I didn’t like what I heard from you. Period.

  4. Michael Ford ha detto:

    Is the review available in English? I was at the festival and would be interested in your viewpoint.
    Thanks!

  5. Sugarbluz ha detto:

    Sorry, there’s no translation available in English. Anyway you can copy the URL of this page and paste it in the google translate box, and it’ll translate the entire page. The translation will be far from precise, or even cause misunderstandings, but it’s still the best way to get an instant translation.
    Thanks for your interest.

    EDIT: As supposed, there are some misunderstandings. Let me know if you need some clarification.

  6. Michael Ford ha detto:

    Thanks …but unfortunately the translation was absolute gobbledegook which is a pity because I think you are making some important points in your review which I’d like to absorb and discuss. ( I accept that it’s my fault for not speaking Italian – it is an Italian event, after all)

  7. Sugarbluz ha detto:

    I really appreciate your willingness to discuss about music, few people are interested in these aspects and the critical view has been lost.

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